Visualizzazione post con etichetta vecchiaia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta vecchiaia. Mostra tutti i post

domenica 21 ottobre 2012

Vecchiaia in libertà

Anziano non mi piace, è burocratico: il problema degli anziani, la loro solitudine, gli acciacchi, la crescita della popolazione anziana... no, no, preferisco di molto la parola vecchio. E allora l'isolamento dell'anziano diventa  la solitudine del vecchio, frutto di una sua scelta, non  decisione degli altri a suo danno, ma selezione, uso oculato del poco tempo che rimane a disposizione  per vivere meglio, scegliendo con chi trascorrerlo. Non più dovere ma piacere di comunicare. 
Se gli anziani sono un peso, i vecchi potrebbero essere una ricchezza. Sono sinceri, non hanno più la voglia né la capacità di reggere il peso delle bugie, l'attenzione che richiedono, gli aggiustamenti continui che impongono alla realtà perché, fasulla, risulti credibile. I vecchi possono concedersi il lusso di essere sinceri perché non hanno più nulla da perdere; finito il tempo dei progetti, dei cambiamenti - l'ultimo, quello definitivo, la morte, avverrà, come la nascita, indipendentemente dalla loro volontà - possono assaporare il presente, scaldare al sole la loro vecchia pelle di tartarughe, osservare senza ansia ciò che avviene, incamerare ancora un po' di saggezza e di esperienza (è la seconda che si porta dietro la prima) curiosare per scoprirsi sorpresi, ancora e sempre... Un amico mi diceva che si è vivi fino a quando si desidera perché il desiderio non è un progetto, è una curiosità da soddisfare svincolata da scadenze obbligate. Non furoreggia come un fuoco estivo, non esplode come una bomba, non urla... il desiderio, nei vecchi, sussurra e scalda, si ammanta di rughe ma anche di comprensione e tolleranza riportando alla memoria i ricordi, depurati dal rimpianto.
Il vecchio, pur ingabbiato dagli acciacchi, scopre una libertà di essere che non aveva mai conosciuto prima perché, come accade per i bambini, non viene più osservato con attenzione e,se esce dagli schemi, al massimo si prenderà del rimbambito. La vita non si scopre mai del tutto, in rari momenti s'intravede, ma soltanto da vecchi si accetta di viverla anche senza capirla, soltanto da vecchi si soffre meno (oppure si è tanto avvezzi alla sofferenza da non sentirla quasi più) e si perde buona parte della propria arroganza, cominciando a sorridere di quella altrui.

sabato 5 novembre 2011

Esiste un paese per vecchi?

La svegliò il rumore di una macchina che stentava a mettersi in moto, ansimante. Come il respiro di un vecchio catarroso. Ma dove diavolo andava la persona alla guida, alle cinque del mattino? In un giorno festivo? Il guidatore continuava, ostinato, a girare la chiavetta dell'accensione: il motore sembrava ingranare ma poi, in un breve rantolo, si spegneva. Al quinto o sesto tentativo, la macchina partì, scivolando sull'asfalto e lasciandosi alle spalle il silenzio, di nuovo intatto, dell'alba che un chiarore appena intuibile annunciava. Ma, ormai, era sveglia.

Si alzò, e curiosò oltre il  vetro della finestra; alitava sul paese il respiro infreddolito di un inverno precoce... Lei non lavorava più: era, da anni, in pensione. Da tutto, non solo dagli impegni professionali. Era lì, sul bordo della vita che le scorreva davanti agli occhi come un fiume in piena, così come si sta al tavolino di un bar - poche seggiole, un cameriere frettoloso, un caffè amaro - lasciando scorrere uno sguardo piatto sul traffico dell'ora di punta, chiedendosi cosa? Nulla, solo domande oziose.

Forse non era stato soltanto quel rumore fastidioso a svegliarla, forse era la qualità del suo sonno a essere cambiata: dormiva poco, sprofondando in un riposo/veglia, quasi vigile. Attenta a tutto. In attesa.
In attesa di che cosa? Nella sua vita non c'erano più né orari né impegni da rispettare. Il tempo  - nell'appartamento troppo grande, troppo silenzioso, troppo ordinato - si era dilatato a dismisura.
Il  tempo non è una variabile indipendente, oh no!, si allunga, si snoda, si contrae fino quasi a scomparire... a seconda dell'uso che ne facciamo.

Quanto breve era stato il tempo in quei pomeriggi lontani, rubati ai figli e al lavoro e dedicati all'amore? Una manciata di minuti, pelle contro pelle, a sentire il tepore di un altro corpo, e già le lancette dell'orologio la obbligavano, colpevole Cenerentola, a salire sul cocchio e correre... correre a casa: prima che battesse la mezzanotte. A lavare, cucinare, stirare, studiare, correggere compiti, già sapendo che il tempo, quel bastardo, si sarebbe allungato di nuovo, a dismisura, fino al prossimo appuntamento.

La gatta le si strusciò contro, emettendo un miagolio di protesta.
La prese in braccio e la portò in cucina. Mise la moka sul fornello e aprì una scatoletta di cibo per animali.
Condivisero la colazione: caffè per l'una e bocconcini di pollo per l'altra.
Erano insieme da quindici anni: era vecchia. Come lei.

Aspettavano entrambe, quietamente, quell'ultima scadenza: senza fretta e senza angoscia, lasciandosi scivolare sulla pelle quell'ultimo scampolo di tempo che, come ogni scampolo che si rispetti, è sempre troppo corto o troppo stretto. Per poterci fare qualcosa. 
E allora?

Allora... niente!, se non gustarsi quell'ultimo caffè.