Perchè, fra le diverse città in cui sono vissuta, è Trieste che ho scelto per darmi un'appartenenza? " Da dove vieni?" mi chiedono e io, prima ancora di pensarci, me ne esco con quel "Sono triestina", pieno di orgoglio e di malinconia. Non vivo più da molti anni in quella città ma, quando mi alzo al mattino e sento soffiare il vento, che non è il mio vento, è solo uno stormir di fronde o una corrente d'aria che fa volare qualche calzino appeso ad asciugare, io chiudo gli occhi e mi sento a casa.
Rivedo il terrazzo dal quale lo sguardo spaziava sul mare, spalancandomi davanti un orizzonte azzurro solcato dalle sagome scure delle navi al largo, increspato di onde ricciolute, piatto come uno specchio a riflettere il cielo, spezzato e frantumato in blocchi d'acqua che si schiantavano in mille schizzi quando il mare urlava tutto il suo furore e il vento mi portava la sua voce fin lassù.
Erano le giornate in cui le favole che raccontavo ai bambini parlavano di naufragi, di abissi tenebrosi, di sirene impazzite d'amore, di balene a zonzo per gli oceani. Loro, i bambini, gli occhi spalancati per l'eccitazione, mi chiedevano " Il mare e il vento si scontravano in lotte all'ultimo sangue come oggi...mamma" e io assentivo, fingendo che il palazzo fosse sul punto di volar via, con le tapparelle che gemevano e soffi di vento che s'infilavano dappertutto animando la casa che sembrava resistere a fatica a quegli attacchi. I bambini non dormivano, i vecchi s'indispettivano e le giovani donne diventavano inquiete in quelle giornate in cui la gente si aggrappava ai sostegni infissi nei muri, lungo le strade che salivano sfidando le leggi di gravità, e il cielo si colorava di ombrelli rivoltati che volavano via, come aquiloni improvvisati, decisi a prendere la via del cielo.
E' il vento che dà "morbin" alle "mule" triestine e rende ironici i nostri uomini? Non lo so, ma penso che le città che s'affacciano sul mare, diano la sensazione di avere sempre una possiilità di fuga a quei topini di Laborit che siamo noi esseri umani.
Di Trieste ho amato il dialetto, lingua in cui ancora piango, impreco e canto, anche se mia madre, giudicandolo volgare, da bambina me lo proibiva, e io, ribelle per natura, lo usavo per scrivere i miei diari.
Ho amato i sentieri aspri del Carso che, tra vigneti contorti e stentati che sembravano crescere sulle rocce, salivano ampliando paesaggi fatti di mare, pietre bianche, pini marittimi, faggi, querce e cespugli di sommacco multicolori che sprofondavano nelle doline dove il vento s'accucciava, ansando come un cane stanco d'inseguire il padrone.
Forse, a voler essere sinceri, amo Trieste anche perchè s'intreccia, si aggroviglia, per me, a quell'età in cui tutto sembrava possibile, quell'età in cui si spaziava, si amava, si odiava con lo stupore attonito che accompagna ogni esperienza nuova. La Trieste di quegli anni, la fine degli anni Sessanta, fu il luogo fisico di questa scuola di vita. In quella città m'illusi di avere il mondo in mano e, come molti giovani di allora, pensai che avremmo potuto anche cambiarlo. In una chiesa battuta dal vento, con "cocai" istupiditi di sole mi sposai, convinta di aver trovato un compagno per la vita. Sotto quel cielo nacquero i miei figli...
Trieste è, per la sua storia, città che si volta indietro, che ricorda, che vive le illusioni come speranze, che rimane lì, immobile, tagliata fuori, orgogliosa di un passato che si vorrebbe trasformare in futuro. Città di anziani, ne ha assimilato le caratteristiche, tra cui quell'aria disincatata che la porta a considerare ogni novità come un "dejà vu ".
Egoisticamente, amo il suo immobilismo che me la fa ritrovare intatta, eguale a distanza di anni, ancorata ai suoi miti, con le sue "mule" così belle, così fiere e indipendenti, con quel gusto della battuta, del "vitz" e quella sapienza che il triestino ha nel privilegiare il vivere al costruire.
E, alla fine, potrei dimenticare la cucina triestina dove ogni piatto ha una storia e un profumo che evocano valzer viennesi, scimitarre turcomanne o violini tzigani, riportando alle linee di demarcazione che, alimentando rimpianti e malinconie senza fondo, incidono la terra e l'anima? Ed è così che mi piace pensare di essere fatta: di mare, di roccia e di vento mischiati tra loro, ma separati da un'anima- che nel mio caso non può che essere in tormento - non mediazione tra corpo e cervello, ma separazione tra razionalità e istinto che si contendono una impossibile unità.
martedì 19 agosto 2008
giovedì 7 agosto 2008
TRIESTE E JOSEPH ROTH
Roth è un cognome ebraico che sembrerebbe inchiodare chi lo porta alla scrittura.
Joseph, tra i Roth scrittori, è il mio preferito, e come potrebbe essere diversamente? In lui ritrovo il rimpianto di un mondo perduto, quello stesso mondo che, nel 1918, pochi giorni dopo la sconfitta, si riversò sulle bancarelle del ghetto ebraico della mia città: Trieste.
E allora i magazzini traboccarono di mobili biedermeier, cristalli di Boemia, porcellane tedesche, mentre intere biblioteche venivano messe in vendita, denunciando la cultura raffinata dei funzionari austriaci, mandati da Vienna, previa un’accurata selezione, a reggere una delle più turbolente province dell’impero. In quella Trieste dove i morti riposano in sette diversi cimiteri e molte, troppe bandiere differenti avrebbero nei trent’anni successivi sfidato il vento a braccio di ferro, l’identità è sì una scelta d’appartenenza, ma legata a cosa? Al profumo di una fetta di presniz, a un nonno austriaco o croato o sloveno che aiutava a fare i compiti o raccontava favole nel suo dialetto, a una gita in barca, a una passeggiata sul Carso quando il sommacco cambia colore o fioriscono le ginestre e, in quella terra di confine che separa l’Occidente dall’Oriente, si mangiano dolci dai nomi aspri come la crudeltà che secoli di dominio turco ha inciso nei tratti e nell’anima della gente slava che vive a cavallo del confine.
Troppe chiese per pregare, troppi rancori non dichiarati, troppi dialetti, e cibi che hanno nomi impronunciabili, e donne che sono le più libere e fiere del Mediterraneo, troppo vento, troppo azzurro in quel mare che si fonde con il cielo. Ma Trieste non amalgama, non fonde, non è certo crogiuolo ( come affermava anche uno dei suoi figli più raffinati, quel Bazlen che ne traccia un ritratto fedele e accorato) di razze né culture.
Permangono antichi e nuovi rancori, la sensibilità della decadenza, il ricordo del passato in cui ci si rifugia per non affrontare un presente ma, soprattutto, un futuro che fa paura, che potrebbe non esserci.
“Viva là e po’ bon” affermano i triestini, riassumendo in questa frase il loro particolare senso del presente come unica realtà vivibile
Alla nascita ti hanno dato in dono catenine d'oro e malinconia slava, superstizioni e proverbi, che sono la filosofia di chi non ha avuto tempo o soldi per andare a scuola.
La sensazione di precarietà e l'ansia che ne consegue affinano l'orecchio a cogliere i segnali del crollo definitivo. Il bisogno di ordine cozza contro il desiderio di anarchia, ci si rifugia nelle certezze per poterle sbriciolare. I figli dell'Impero, che ne hanno succhiato gli umori, si sono intossicati dei suoi miasmi.
In Roth affiora il senso costante della perdita di un mondo e dell'acquisizione forzata, meccanica di un altro, dove colori, suoni e umori sembrano sempre fondali di cartapesta allestiti alla meno peggio per uno spettacolo in parrocchia.
Per questo Roth mi è fratello e padre.
Joseph, tra i Roth scrittori, è il mio preferito, e come potrebbe essere diversamente? In lui ritrovo il rimpianto di un mondo perduto, quello stesso mondo che, nel 1918, pochi giorni dopo la sconfitta, si riversò sulle bancarelle del ghetto ebraico della mia città: Trieste.
E allora i magazzini traboccarono di mobili biedermeier, cristalli di Boemia, porcellane tedesche, mentre intere biblioteche venivano messe in vendita, denunciando la cultura raffinata dei funzionari austriaci, mandati da Vienna, previa un’accurata selezione, a reggere una delle più turbolente province dell’impero. In quella Trieste dove i morti riposano in sette diversi cimiteri e molte, troppe bandiere differenti avrebbero nei trent’anni successivi sfidato il vento a braccio di ferro, l’identità è sì una scelta d’appartenenza, ma legata a cosa? Al profumo di una fetta di presniz, a un nonno austriaco o croato o sloveno che aiutava a fare i compiti o raccontava favole nel suo dialetto, a una gita in barca, a una passeggiata sul Carso quando il sommacco cambia colore o fioriscono le ginestre e, in quella terra di confine che separa l’Occidente dall’Oriente, si mangiano dolci dai nomi aspri come la crudeltà che secoli di dominio turco ha inciso nei tratti e nell’anima della gente slava che vive a cavallo del confine.
Troppe chiese per pregare, troppi rancori non dichiarati, troppi dialetti, e cibi che hanno nomi impronunciabili, e donne che sono le più libere e fiere del Mediterraneo, troppo vento, troppo azzurro in quel mare che si fonde con il cielo. Ma Trieste non amalgama, non fonde, non è certo crogiuolo ( come affermava anche uno dei suoi figli più raffinati, quel Bazlen che ne traccia un ritratto fedele e accorato) di razze né culture.
Permangono antichi e nuovi rancori, la sensibilità della decadenza, il ricordo del passato in cui ci si rifugia per non affrontare un presente ma, soprattutto, un futuro che fa paura, che potrebbe non esserci.
“Viva là e po’ bon” affermano i triestini, riassumendo in questa frase il loro particolare senso del presente come unica realtà vivibile
Alla nascita ti hanno dato in dono catenine d'oro e malinconia slava, superstizioni e proverbi, che sono la filosofia di chi non ha avuto tempo o soldi per andare a scuola.
La sensazione di precarietà e l'ansia che ne consegue affinano l'orecchio a cogliere i segnali del crollo definitivo. Il bisogno di ordine cozza contro il desiderio di anarchia, ci si rifugia nelle certezze per poterle sbriciolare. I figli dell'Impero, che ne hanno succhiato gli umori, si sono intossicati dei suoi miasmi.
In Roth affiora il senso costante della perdita di un mondo e dell'acquisizione forzata, meccanica di un altro, dove colori, suoni e umori sembrano sempre fondali di cartapesta allestiti alla meno peggio per uno spettacolo in parrocchia.
Per questo Roth mi è fratello e padre.
lunedì 21 luglio 2008
DONNE MUTE
Chissà se quel giorno in cui sei arrivata, con i figli stretti alla gonna, il fazzoletto basso sulla fronte, i fagotti legati con lo spago, pioveva? O tirava vento? Quel vento che ulula, geme, sussurra ed è parte integrante di questa città. O, forse, il cielo era terso e piazza Unità, che allora si chiamava piazza Grande, ti sembrò enorme, mentre la nave attraccava alla banchina del porto e l'aria si riempiva di voci, di parole sconosciute, di sguardi estranei che ti scivolavano addosso, infastditi.
Cercavi, con il nonno, una via di fuga dalla miseria, una speranza di futuro per i tuoi figli.
Ti lasciasti alle spalle la casa che conoscevi - con le finestre spalancate sul mare - le strade acciottolate e arse della tua terra, le vicine che (quando il mare era stato generoso con i pescatori) venivano a mangiare il pesce arrostito sulla brace, con i mariti che bevevano sligoviça a canna, ballando al suono della fisarmonica sotto la pergola. E l'aria era calda e spessa, in quelle sere d'estate, quando gli uomini si toglievano le giacche, si lisciavano i baffi, sfoderavano sorrisi e spacconate per far colpo sulle ragazze. Le madri, le zie, le sorelle nubili, nerovestite, vigilavano: occhi stanchi tradivano ricordi che li facevano brillare, occhi golosi scivolavano sui fianchi delle donne che, altere, inaccessibili e regali come sanno essere le donne di razza dalmata, passavano loro davanti.
Lontano dal tuo mondo soffrivi?
Non sapevi quasi leggere, compitavi a fatica, impacciata e vergognosa, qualche parola, ma iscrivesti i tuoi figli alle scuole migliori: le scuole tedesche.
Ti rifiutasti di insegnare loro il croato, la tua lingua, perché s'integrassero, dimenticando quella parlata e quella terra che avevano il sapore aspro della fatica e della miseria.
Una volta, in un ufficio, ti ho visto apporre la firma, la mano contratta sulla penna, le lettere che invadevano storte e tremolanti la pagina, mentre l'impiegato sollevava il foglio e ti lasciava scivolare addosso uno sguardo di fastidio per la tua lentezza, e di disprezzo per la tua ignoranza.
E' stato quel giorno che ho deciso che avrei scritto anche per te, nonna? Che avrei riempito bianche pagine di nere parole, tutte quelle che tu non conoscevi, che avrei sventolato quei fogli come bandiere, stendardi conficcati nel terreno a marcare territori appena conquistati. Ho scritto, ho scritto per tutte le donne che non hanno potuto farlo, perché per loro non ci furono e non ci sono scuole, perché vennero e sono derubate degli strumenti per difendersi.
L'ingiustizia è un male antico, nonna, e non basta dimenticare una lingua per toglierla dal vocabolario.
Ho ridato dignità a parole che il silenzio aveva imprigionate dentro bocche cucite dalla paura e dalla vergogna: le ho fatte volare, libere come stormi d'uccelli migratori in fuga dall'inverno, negli spazi senza confini della nostra fantasia. La mia e la tua, nonna.
Cercavi, con il nonno, una via di fuga dalla miseria, una speranza di futuro per i tuoi figli.
Ti lasciasti alle spalle la casa che conoscevi - con le finestre spalancate sul mare - le strade acciottolate e arse della tua terra, le vicine che (quando il mare era stato generoso con i pescatori) venivano a mangiare il pesce arrostito sulla brace, con i mariti che bevevano sligoviça a canna, ballando al suono della fisarmonica sotto la pergola. E l'aria era calda e spessa, in quelle sere d'estate, quando gli uomini si toglievano le giacche, si lisciavano i baffi, sfoderavano sorrisi e spacconate per far colpo sulle ragazze. Le madri, le zie, le sorelle nubili, nerovestite, vigilavano: occhi stanchi tradivano ricordi che li facevano brillare, occhi golosi scivolavano sui fianchi delle donne che, altere, inaccessibili e regali come sanno essere le donne di razza dalmata, passavano loro davanti.
Lontano dal tuo mondo soffrivi?
Non sapevi quasi leggere, compitavi a fatica, impacciata e vergognosa, qualche parola, ma iscrivesti i tuoi figli alle scuole migliori: le scuole tedesche.
Ti rifiutasti di insegnare loro il croato, la tua lingua, perché s'integrassero, dimenticando quella parlata e quella terra che avevano il sapore aspro della fatica e della miseria.
Una volta, in un ufficio, ti ho visto apporre la firma, la mano contratta sulla penna, le lettere che invadevano storte e tremolanti la pagina, mentre l'impiegato sollevava il foglio e ti lasciava scivolare addosso uno sguardo di fastidio per la tua lentezza, e di disprezzo per la tua ignoranza.
E' stato quel giorno che ho deciso che avrei scritto anche per te, nonna? Che avrei riempito bianche pagine di nere parole, tutte quelle che tu non conoscevi, che avrei sventolato quei fogli come bandiere, stendardi conficcati nel terreno a marcare territori appena conquistati. Ho scritto, ho scritto per tutte le donne che non hanno potuto farlo, perché per loro non ci furono e non ci sono scuole, perché vennero e sono derubate degli strumenti per difendersi.
L'ingiustizia è un male antico, nonna, e non basta dimenticare una lingua per toglierla dal vocabolario.
Ho ridato dignità a parole che il silenzio aveva imprigionate dentro bocche cucite dalla paura e dalla vergogna: le ho fatte volare, libere come stormi d'uccelli migratori in fuga dall'inverno, negli spazi senza confini della nostra fantasia. La mia e la tua, nonna.
Vorrei
Vorrei? Blocco totale. Ci potrei arrivare per esclusione togliendo dal tutto ciò che non vorrei, decantando e - opslà - ecco ciò che vorrei!
Perché è così difficile desiderare?
Perché è così facile, immediato, elencare le negatività che ci opprimono? Perché sono tante e, di conseguenza, passiamo la vita a difenderci?
Se mi dovessi ammalare... E giù un testamento biologico. Tanto per portarsi avanti.
E vivere?, visto che, per il momento, si è sani. Ah,ah,ah... Si fa per dire. Ipoteticamente.
E se il moroso dovesse lasciarmi? Meglio trovarsene uno di riserva. Tanto per non farsi sorprendere impreparati.
E goderselo, invece, questo paradiso in terra che è l'amore?
E vivere giorno per giorno che, tanto, il passato non è modificabile e il futuro non è prevedibile?
Siamo così impegnati a lottare per vivere che non viviamo più, non desideriamo più, non sogniamo più?
Ma che cavolo di vita è?
Perché è così difficile desiderare?
Perché è così facile, immediato, elencare le negatività che ci opprimono? Perché sono tante e, di conseguenza, passiamo la vita a difenderci?
Se mi dovessi ammalare... E giù un testamento biologico. Tanto per portarsi avanti.
E vivere?, visto che, per il momento, si è sani. Ah,ah,ah... Si fa per dire. Ipoteticamente.
E se il moroso dovesse lasciarmi? Meglio trovarsene uno di riserva. Tanto per non farsi sorprendere impreparati.
E goderselo, invece, questo paradiso in terra che è l'amore?
E vivere giorno per giorno che, tanto, il passato non è modificabile e il futuro non è prevedibile?
Siamo così impegnati a lottare per vivere che non viviamo più, non desideriamo più, non sogniamo più?
Ma che cavolo di vita è?
sabato 19 luglio 2008
MI MANCA BABSI JONES
Mi manca Babsi.
Mi mancano i suoi commenti taglienti, la sua capacità di centrare il bersaglio - esprimendo le proprie opinioni senza ambiguità - e il suo linguaggio: così diverso, barocco, eccessivo, denso ma anche, inaspettatamente, scarno, come volesse con le parole accarezzarsi l'anima, provando pudore per la sua tenerezza.
E' sincera? E' una scrittrice: vive di fantasie, di fantasticherie, di esagerazioni che non possono che sconfinare nell'irrealtà.
Non è una contabile, ripeto.
E' furba? E se lo fosse? Sarebbe meno brava?
Babsi è Babsi.
Sarà una mia fissa, ma se fosse stata un uomo...
Mi mancano i suoi commenti taglienti, la sua capacità di centrare il bersaglio - esprimendo le proprie opinioni senza ambiguità - e il suo linguaggio: così diverso, barocco, eccessivo, denso ma anche, inaspettatamente, scarno, come volesse con le parole accarezzarsi l'anima, provando pudore per la sua tenerezza.
E' sincera? E' una scrittrice: vive di fantasie, di fantasticherie, di esagerazioni che non possono che sconfinare nell'irrealtà.
Non è una contabile, ripeto.
E' furba? E se lo fosse? Sarebbe meno brava?
Babsi è Babsi.
Sarà una mia fissa, ma se fosse stata un uomo...
giovedì 17 luglio 2008
LE DONNE AVANZANO? PAR DAUR
Lo scrisse un soldato friulano in una lettera inviata a casa dal fronte. L'addetto al controllo della posta annerì, convinto che si trattasse dell'indicazione di un luogo. Della serie: anche nell'esercito qualcuno non brillava per intelligenza. Oggi mi verrebbe da sottoscrivere qualcosa di analogo sulla condizione femminile nel nostro Paese.
Perché se e quando una donna (poche per la verità!) sfonda, in qualunque campo ciò avvenga, viene dato per scontato che abbia usato una parte di sè che nulla ha a che fare con il cervello? A meno che non sia vecchia e brutta, perchè (e anche in questo caso i parametri di riferimento che delimitano tali spazi, la bruttezza e la vecchiaia, sono più restrittivi per le donne ) in tal caso, generosamente, ci si limiterà ad ironizzare sul suo aspetto fisico, concedendole di avere e(cosa quasi incredibile!) di usare un cervello.
Emblematico risulta il caso della nostra ministra delle Pari Opportunità, fatta oggetto di una campagna denigratoria incentrata sulle sue performances sessuali e conseguentemente sulle sue capacità politiche nonché professionali.
Premetto che, da cittadina, attendo al varco la ministra della quale, per il momento, non condivido interventi, discorsi o scelte politiche fatte. Da donna, inoltre, disprezzo l'uso del proprio corpo finalizzato all'ottenimento di favori. Da persona trovo tragico, tanto da diventare quasi ridicolo, che un Ministero importante come quello delle Pari Opportunità sia stato assegnato a una persona( non importa di che sesso) che non mi risulta abbia maturato l'esperienza e la competenza richieste dall'incarico.
Se il giudizio sull'operato della ministra dovesse conservare il carattere di negatività odierno, da cittadina, ripeto cittadina, mi darò da fare perché cariche importanti come quelle ministeriali,vengano assegnate sulla base della competenza maturata e accertata con criteri da ridefinire.
Ma quello che mi fa stare veramente male è vedere molte ( troppe) donne avanzare, di nuovo e ancora, maledizione! ", par daur" senza rendersi conto di quanto, in questo particolare momento storico, sia necessario valutare con passione (sempre),ma anche con grande razionalità e attenzione ciò che accade, per evitare di crepare - stupidamente - sotto il "fuoco amico".
Perché se e quando una donna (poche per la verità!) sfonda, in qualunque campo ciò avvenga, viene dato per scontato che abbia usato una parte di sè che nulla ha a che fare con il cervello? A meno che non sia vecchia e brutta, perchè (e anche in questo caso i parametri di riferimento che delimitano tali spazi, la bruttezza e la vecchiaia, sono più restrittivi per le donne ) in tal caso, generosamente, ci si limiterà ad ironizzare sul suo aspetto fisico, concedendole di avere e(cosa quasi incredibile!) di usare un cervello.
Emblematico risulta il caso della nostra ministra delle Pari Opportunità, fatta oggetto di una campagna denigratoria incentrata sulle sue performances sessuali e conseguentemente sulle sue capacità politiche nonché professionali.
Premetto che, da cittadina, attendo al varco la ministra della quale, per il momento, non condivido interventi, discorsi o scelte politiche fatte. Da donna, inoltre, disprezzo l'uso del proprio corpo finalizzato all'ottenimento di favori. Da persona trovo tragico, tanto da diventare quasi ridicolo, che un Ministero importante come quello delle Pari Opportunità sia stato assegnato a una persona( non importa di che sesso) che non mi risulta abbia maturato l'esperienza e la competenza richieste dall'incarico.
Se il giudizio sull'operato della ministra dovesse conservare il carattere di negatività odierno, da cittadina, ripeto cittadina, mi darò da fare perché cariche importanti come quelle ministeriali,vengano assegnate sulla base della competenza maturata e accertata con criteri da ridefinire.
Ma quello che mi fa stare veramente male è vedere molte ( troppe) donne avanzare, di nuovo e ancora, maledizione! ", par daur" senza rendersi conto di quanto, in questo particolare momento storico, sia necessario valutare con passione (sempre),ma anche con grande razionalità e attenzione ciò che accade, per evitare di crepare - stupidamente - sotto il "fuoco amico".
sabato 12 luglio 2008
Ancora sulla scrittura, ignorando il caldo o, forse, straparlaaaando
Riflettevo, l'altro giorno, sulla mia quasi paranoica passione per la scrittura. E' difficile tradurre in parole emozioni o sentimenti: è veramente difficile. Mi chiedevo, inoltre, quanta parte di questa difficoltà scaturisse dall'educazione ricevuta.
Se qualcuno mi chiedesse di descrivere, in poche righe, il dolore?
Il dolore saliva, invadendola da capo a piedi, lacrime, trattenute a stento, le buciavano gli occhi. Era sul punto di scoppiare...
E'questa la descrizione che traduce ciò che a volte ho provato?
Proviamo ad essere più sinceri.
Il dolore arrivava a ondate, ondate che si susseguivano incalzandola, senza lasciarle spazio, sommergendola, togliendole il respiro. La testa le girava intorno a poche parole, ossessive, che non riusciva a pronunciare. Per pochi secondi s'illuse di non aver capito, ma fu un sollievo momentaneo..
Tentiamo ancora.
Aprì la bocca per respirare e boccheggiò cercando invano un po' d'aria, una via di fuga.
Capì di essere accerchiata, imprigionata, braccata, in balia di un dolore dilagante, nero come una notte abbandonata dalla luna, aspro come un terrore infantile, bruciante come una ferita inferta all'orgoglio.
Oppure:
Il dolore provato avrebbe sfigurato per sempre la sua anima, rendendo il suo sguardo
azzurro freddo come un lago d'inverno, oscurato da brume e spazzato da un vento di tramontana.
E se:
Il dolore la ingoiò, svuotandola di tutto ciò che era stata.
Scrivere è aprire, o meglio spalancare, la porta dietro la quale ci nascondiamo per mostrare ciò che pensiamo di dover essere.
Scrivere è diventare maleducati, arroganti e presuntuosi, perchè l'educazione è limite, contenimento, regola imposta da altri, e la scrittura è un fiume in piena che scavalca gli argini, che dilaga ovunque, che si appropria dell'attenzione altrui, segregandola.
O, perlomeno, tenta di farlo... Penso.
Se qualcuno mi chiedesse di descrivere, in poche righe, il dolore?
Il dolore saliva, invadendola da capo a piedi, lacrime, trattenute a stento, le buciavano gli occhi. Era sul punto di scoppiare...
E'questa la descrizione che traduce ciò che a volte ho provato?
Proviamo ad essere più sinceri.
Il dolore arrivava a ondate, ondate che si susseguivano incalzandola, senza lasciarle spazio, sommergendola, togliendole il respiro. La testa le girava intorno a poche parole, ossessive, che non riusciva a pronunciare. Per pochi secondi s'illuse di non aver capito, ma fu un sollievo momentaneo..
Tentiamo ancora.
Aprì la bocca per respirare e boccheggiò cercando invano un po' d'aria, una via di fuga.
Capì di essere accerchiata, imprigionata, braccata, in balia di un dolore dilagante, nero come una notte abbandonata dalla luna, aspro come un terrore infantile, bruciante come una ferita inferta all'orgoglio.
Oppure:
Il dolore provato avrebbe sfigurato per sempre la sua anima, rendendo il suo sguardo
azzurro freddo come un lago d'inverno, oscurato da brume e spazzato da un vento di tramontana.
E se:
Il dolore la ingoiò, svuotandola di tutto ciò che era stata.
Scrivere è aprire, o meglio spalancare, la porta dietro la quale ci nascondiamo per mostrare ciò che pensiamo di dover essere.
Scrivere è diventare maleducati, arroganti e presuntuosi, perchè l'educazione è limite, contenimento, regola imposta da altri, e la scrittura è un fiume in piena che scavalca gli argini, che dilaga ovunque, che si appropria dell'attenzione altrui, segregandola.
O, perlomeno, tenta di farlo... Penso.
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