A chi ha la mia età capita di essere depresso? Capita, capita...ma, tanto.
Ma tanto perché?
Beh, per cominciare non devo tenere alto il livello del mio rendimento sul lavoro.
Infatti sono in pensione. Non rischio nemmeno di contagiare figli e/o mariti: per i fatti loro i primi, divorziata dal secondo; residente altrove il compagno. Se poi non troverò la voglia di farmi due spaghetti, mi farà soltanto bene: al giro vita e al portafogli.
Che siano le avanguardie del trauma da festività natalizia, nonché del rendiconto annuale del 31 dicembre che io, nonostante la mia laurea in economia, non riesco mai a far quadrare, e non soltanto perché il totale a pareggio "sballa"?
"Anno bisesto, anno malsesto" avrebbe sentenziato nonna Angela, che di angelico aveva solo il colore degli occhi, azzurri sì, ma capaci nei suoi momenti migliori di mandare bagliori d'acciaio. Eppure le ho voluto un gran bene e, soprattutto, l'ho ammirata. Donna coraggiosissima, capace di sfidare i benpensanti convolando a nozze con un uomo molto più giovane di lei, dopo aver risposto, ai familiari che la esortavano a riflettere: "El me piasi e me lo ciogo". Esempio perfetto di concisione e determinazione.
Fu lei, come ho già raccontato, a prendersi cura di me durante la guerra, barattando un vestitino da battesimo, ricamato a mano, con due limoni, nel tentativo di arginare una gastroenterite tossica che mi stava mandando al Creatore. Fu sempre lei che tanto fece, e tanto corse e protestò, che un ufficiale medico americano venne a visitarmi e mi salvò, sia dalla morte per dissenteria sia da quella per fame.
Forse perchè nata in guerra, forse perchè allontanata dai genitori piccolissima o, chissà, fatta rientrare in famiglia quando ormai mi ero abituata a considerare mia nonna una madre, io, le feste natalizie, non le ho mai potute sopportare.
Il "cessate il fuoco" di poche ore, giusto il tempo di scartare una maglia di tre misure più grande del dovuto, ringraziare per un libro sui funghi mangerecci (chiaramente riciclato), rimpinzarsi di caviale pseudo norvegese, panettone Bauli al cioccolato, brodo "in terza: cappone, gallina e?" per piombare, in preda alla depressione e appesantita dalla difficoltà di digestione, sul divano del salotto, a ruminare cibo e cattivi pensieri...Beh, mi sembra uno dei tanti modi escogitati dal bipede umano per rovinare la sua già grama esistenza.
Cattivissimi pensieri! dicevo. Almeno ci fosse la nonna o la mamma. No!, mi hanno piantata qui con le spalle scoperte a fare la nonnina 'Jingle bell'. E è già un miracolo che non mi bardino da Babbo Natale con tanto di barba, sacco di doni sulla schiena e aria paciosa, mentre con la voce in falsetto dovrei tentare, quasi sicuramente senza riuscirci, di fingere una voce da nonno buono.
Ci fossero almeno le mie donne a farmi compagnia... Nei momenti duri avevamo la capacità di riderci addosso. Nonna poi avrebbe cucinato come sapeva fare lei e ci saremmo ritrovate davanti ai fornelli a litigare sugli ingredienti, ognuna convintissima della validità delle proprie ricette. E mi avrebbero tirata su di morale sfidandosi in un crescendo di " I omini?" la nonna, e la mamma "Un pegio dell'altro", seguiti da "Meio sole che mal acompagnade" " te vol meter le done? " " La dona tien su tre angoli della casa e...l'omo? "
Nonnina avrebbe risposto: "Nianca un!" E poi il finale a effetto di mia madre - ripetuto, ma sempre valido - "El meio, coparlo!". E io avrei cominciato a ridere e mi sarei fatta
raccontare di quella volta, quella volta in cui...
Sono io, ormai, soltanto io la custode della memoria, diventata, come dice la chanson des vieux amantes, vecchia, ma ancora e ostinatamente non saggia, così poco saggia da immalinconirmi e deprimermi per una una ricorrenza alla quale dovrei aver imparato a dare la giusta valenza.
Dovrei: o viverla bene, tra cadeaux e canzoni di Natale, o sottrarmi alle aspettative, ai rituali, ai condizionamenti consumistici...Mah!
A proposito di "brodo in terza", dovrò chiederlo a mia figlia che, come abilità culinaria, te la raccomando. Beh, il quaderno delle ricette natalizie dove sarà mai? Se la custode della memoria... dimentica, siamo messi male! Mi rimane un dubbio: se buttassimo tutto all'aria? Se mangiassimo un panino e spiegassimo ai bambini che ...?
Non si può?
Non si potrebbe proprio'?
giovedì 11 dicembre 2008
domenica 7 dicembre 2008
Il potere della scrittura.
Nella scrittura, cambiando la realtà ma secondo logiche consequenziali, si rappresenta una dimensione "altra", ma possibile. Realizzando un'ipotesi fantastica, si dà corpo e sostanza ai sogni, fornendo un'altra chiave di lettura e di comprensione della realtà.
Scrivere quindi non allontana dal mondo che ci circonda, ma ci restituisce al mondo con maggiori strumenti di analisi.
La speranza che si nutre di fantasia, realizzandosi anche solo sulla carta, non si traduce in illusione.
Se un uomo non avesse sognato di volare, mai nessuno avrebbe progettato un aereoplano.
Per questo credo, fermamente, nel potere salvifico della scrittura.
Scrivere quindi non allontana dal mondo che ci circonda, ma ci restituisce al mondo con maggiori strumenti di analisi.
La speranza che si nutre di fantasia, realizzandosi anche solo sulla carta, non si traduce in illusione.
Se un uomo non avesse sognato di volare, mai nessuno avrebbe progettato un aereoplano.
Per questo credo, fermamente, nel potere salvifico della scrittura.
sabato 6 dicembre 2008
"Confesso che ho vissuto"
C'è un momento nella vita di ogni persona in cui ci si volta indietro, non una, ma due o più volte " a rimirar lo passo che..." E' in quel momento che cambia il nostro modo di considerare la vita? E' in quel momento che la percezione di avere, ormai, alle spalle la parte più importante e significativa della vita, si fa certezza, facendoci ripiegare, annoiati dai giorni a venire, su quelli appena trascorsi?
Ricchi di passato ma poveri di futuro, anche noi esclamiamo:"Confesso che ho vissuto".
L'ingranaggio della ruota immaginaria, che gira instancabile su se stessa, si è spostato di un dente appena, ma abbiamo già preso il posto che fu delle madri. La loro generazione, le donne passate attraverso la tragicommedia del fascismo e l'orrore della guerra, ha consegnato il testimone alla nostra, la generazione delle donne nate in guerra.
Una guerra della quale ho un solo, ma indimenticabile ricordo: una strada in fiamme - poi mi confermarono che fu uno dei primi, massicci bombardamenti alleati sulla stazione di Udine - urla, polvere nell'aria e fumo. Io, piccolissima, in braccio a mio padre, respiravo quell'odore aspro, indimenticabile, che mai più ho sentito: odore di morte, d'incendi e di case sbriciolate come biscotti. Nell'aria, urla: di uomini e sirene.
Mio padre, un pezzo d'uomo forte come un armadio, che tremava. Troppo presto capii l'impotenza dei genitori. Troppo in fretta crescono i figli di guerra.
Ricordo, ancora, lungo la strada che percorrevo per andare a scuola, a guerra ormai finita, le case sventrate, i pochi muri, crivellati dai fori dei proiettili, rimasti in piedi con le loro pareti dipinte di giallo e rosa e gli oggetti del vivere quotidiano fatti a pezzi, slabbrati e rotti, affioranti dalle macerie.
La violenza della guerra costrinse mia madre, che aveva un'altra figlia maggiore di un anno, a portarmi da mia nonna perchè, fuggire, a tutte le ore del giorno e dalla notte con quelle bambine piccolissime, in braccio o per mano, nei rifugi, era diventato impossibile.
Mia nonna abitava a Monfalcone. Quando i tedeschi, annettendo al Reich la Venezia Giulia, istituirono la Adriatisches Kustenland, e la guerra si fece feroce, i miei genitori non mi videro più.
Mia madre mi riabbracciò a guerra finita: seduta sulle ginocchia di un soldato americano, il suo elmetto in testa, tra due ali di folla in festa... Quando mio padre mi prese in braccio, scoppiai in lacrime, mormorando daddy al soldato americano. Fu lui a salvarmi portando scatolette di cibo e medicinali a mia nonna. I miei genitori non li ricordavo. Erano passati quasi due lunghi e terribili anni da quando mia madre mi aveva portata dalla nonna.
E' anche per questo motivo che odio la guerra, che - visceralmente - la detesto?
Ricchi di passato ma poveri di futuro, anche noi esclamiamo:"Confesso che ho vissuto".
L'ingranaggio della ruota immaginaria, che gira instancabile su se stessa, si è spostato di un dente appena, ma abbiamo già preso il posto che fu delle madri. La loro generazione, le donne passate attraverso la tragicommedia del fascismo e l'orrore della guerra, ha consegnato il testimone alla nostra, la generazione delle donne nate in guerra.
Una guerra della quale ho un solo, ma indimenticabile ricordo: una strada in fiamme - poi mi confermarono che fu uno dei primi, massicci bombardamenti alleati sulla stazione di Udine - urla, polvere nell'aria e fumo. Io, piccolissima, in braccio a mio padre, respiravo quell'odore aspro, indimenticabile, che mai più ho sentito: odore di morte, d'incendi e di case sbriciolate come biscotti. Nell'aria, urla: di uomini e sirene.
Mio padre, un pezzo d'uomo forte come un armadio, che tremava. Troppo presto capii l'impotenza dei genitori. Troppo in fretta crescono i figli di guerra.
Ricordo, ancora, lungo la strada che percorrevo per andare a scuola, a guerra ormai finita, le case sventrate, i pochi muri, crivellati dai fori dei proiettili, rimasti in piedi con le loro pareti dipinte di giallo e rosa e gli oggetti del vivere quotidiano fatti a pezzi, slabbrati e rotti, affioranti dalle macerie.
La violenza della guerra costrinse mia madre, che aveva un'altra figlia maggiore di un anno, a portarmi da mia nonna perchè, fuggire, a tutte le ore del giorno e dalla notte con quelle bambine piccolissime, in braccio o per mano, nei rifugi, era diventato impossibile.
Mia nonna abitava a Monfalcone. Quando i tedeschi, annettendo al Reich la Venezia Giulia, istituirono la Adriatisches Kustenland, e la guerra si fece feroce, i miei genitori non mi videro più.
Mia madre mi riabbracciò a guerra finita: seduta sulle ginocchia di un soldato americano, il suo elmetto in testa, tra due ali di folla in festa... Quando mio padre mi prese in braccio, scoppiai in lacrime, mormorando daddy al soldato americano. Fu lui a salvarmi portando scatolette di cibo e medicinali a mia nonna. I miei genitori non li ricordavo. Erano passati quasi due lunghi e terribili anni da quando mia madre mi aveva portata dalla nonna.
E' anche per questo motivo che odio la guerra, che - visceralmente - la detesto?
venerdì 5 dicembre 2008
Il diario è morto, viva il blog
Noi scribacchini del web - fino a pochi anni fa limitati nella nostra passione per la scrittura dall'esiguità di un foglio, dalla difficoltà delle correzioni ma, soprattutto, inchiodati alla segretezza dei nostri scritti - oggi abbiamo il blog.
Li ricordate i tempi oscuri in cui eravamo obbligati a fingere di aver dimenticato il diario aperto sulla scrivania, perché qualcuno ci mettesse il naso e leggesse quanto avevamo scritto?
Ci rammarichiamo,ora, di non avere commentatori ma, allora, alla lettura nessuno avrebbe potuto far seguire un commento. Tutt'al più qualche battutina sferzante e delle occhiate di sghembo.
Chi aveva questa mania, questa dipendenza dalla parola, scribacchiava, inoltre, ovunque gli capitasse: dalla grossolanità becera delle scritte vergate sulle pareti dei gabinetti, alla goliardia delle frasi incise sui banchi, alle disperate parole di commiato lasciate sui muri delle celle da chi pronto a partire, intuiva che non sarebbe più tornato... fino alla fantasmagoria di colori, alle lettere-disegno dei graffiti metropolitani, dove il bisogno di lasciare traccia di sé ha reso i muri grigi delle grandi città scenografie infuriate di giovanili disagi.
Se la scrittura è il varco che fa affiorare rabbia, dolore, angoscia ed ebbrezza, è il blog che accoglie e rende pubblico il tutto, facendo piazza pulita di una bugia conclamata, la bugia che vedrebbe colui che scrive farlo per sé stesso, per capire e capirsi. Oh no!, si scrive per essere letti e il blog, con le sue regole, i tag, l'iscrizione nei motori di ricerca e le altre mille diavolerie che sottintende, ha come obiettivo prioritario quello di dare visibilità all'autore.
Alcuni blogger piacciono più di altri, vengono letti e commentati da molti. Il blogger diventa una star della blogsfera. Un po' si esalta. A chi non succederebbe? La notorietà lo sfiora, ma ecco che un'altro blogger gli ruba la scena. Scatta la competizione e, se la concorrenza abbassa il prezzo e migliora il prodotto, anche i blog, in concorrenza tra loro, migliorano, o dovrebbero migliorare, lo stile, la grafica e i contenuti.
Scrittori e scrittrici, che avrebbero riposto "nel cassetto" i loro romanzi, li mettono su internet, invitando al download. Nascono gli e-book. Si leggono gratuitamente notizie, commenti, favole, racconti e romanzi. Scricchiola sinistramente il potere degli editori.
Quali cambiamenti ulteriori ci aspettano?
Difficile dirlo, anche perchè, quasi in tutti i campi, le previsioni vengono smentite dai fatti. A mio avviso, questo bellissimo giocattolo per adulti che il blog è continuerà, imperterrito e ancora per molto tempo, a raccogliere consensi.
Leggete, se l'argomento vi interessa:Marco Freccero
Li ricordate i tempi oscuri in cui eravamo obbligati a fingere di aver dimenticato il diario aperto sulla scrivania, perché qualcuno ci mettesse il naso e leggesse quanto avevamo scritto?
Ci rammarichiamo,ora, di non avere commentatori ma, allora, alla lettura nessuno avrebbe potuto far seguire un commento. Tutt'al più qualche battutina sferzante e delle occhiate di sghembo.
Chi aveva questa mania, questa dipendenza dalla parola, scribacchiava, inoltre, ovunque gli capitasse: dalla grossolanità becera delle scritte vergate sulle pareti dei gabinetti, alla goliardia delle frasi incise sui banchi, alle disperate parole di commiato lasciate sui muri delle celle da chi pronto a partire, intuiva che non sarebbe più tornato... fino alla fantasmagoria di colori, alle lettere-disegno dei graffiti metropolitani, dove il bisogno di lasciare traccia di sé ha reso i muri grigi delle grandi città scenografie infuriate di giovanili disagi.
Se la scrittura è il varco che fa affiorare rabbia, dolore, angoscia ed ebbrezza, è il blog che accoglie e rende pubblico il tutto, facendo piazza pulita di una bugia conclamata, la bugia che vedrebbe colui che scrive farlo per sé stesso, per capire e capirsi. Oh no!, si scrive per essere letti e il blog, con le sue regole, i tag, l'iscrizione nei motori di ricerca e le altre mille diavolerie che sottintende, ha come obiettivo prioritario quello di dare visibilità all'autore.
Alcuni blogger piacciono più di altri, vengono letti e commentati da molti. Il blogger diventa una star della blogsfera. Un po' si esalta. A chi non succederebbe? La notorietà lo sfiora, ma ecco che un'altro blogger gli ruba la scena. Scatta la competizione e, se la concorrenza abbassa il prezzo e migliora il prodotto, anche i blog, in concorrenza tra loro, migliorano, o dovrebbero migliorare, lo stile, la grafica e i contenuti.
Scrittori e scrittrici, che avrebbero riposto "nel cassetto" i loro romanzi, li mettono su internet, invitando al download. Nascono gli e-book. Si leggono gratuitamente notizie, commenti, favole, racconti e romanzi. Scricchiola sinistramente il potere degli editori.
Quali cambiamenti ulteriori ci aspettano?
Difficile dirlo, anche perchè, quasi in tutti i campi, le previsioni vengono smentite dai fatti. A mio avviso, questo bellissimo giocattolo per adulti che il blog è continuerà, imperterrito e ancora per molto tempo, a raccogliere consensi.
Leggete, se l'argomento vi interessa:Marco Freccero
giovedì 4 dicembre 2008
nostalgia
Avanti e indietro, trascinando la sua inquietudine,
la mia gatta miagola noia e voglia di uscire.
Oltre il vetro, un cielo di neve scende, opprimente,
a rinserrare giornate che il buio ingoia a bocconi e morsi,
strappandole alla luce che balugina incerta.
L'inverno mi esplode dentro, freddo come lama di coltello.
Tra poco, assurde come un belletto troppo acceso su gote casacanti,
risplenderanno le luminarie natalizie.
Sarà il primo Natale senza mia madre.
la mia gatta miagola noia e voglia di uscire.
Oltre il vetro, un cielo di neve scende, opprimente,
a rinserrare giornate che il buio ingoia a bocconi e morsi,
strappandole alla luce che balugina incerta.
L'inverno mi esplode dentro, freddo come lama di coltello.
Tra poco, assurde come un belletto troppo acceso su gote casacanti,
risplenderanno le luminarie natalizie.
Sarà il primo Natale senza mia madre.
sabato 29 novembre 2008
In bocca al lupo, Obama!
Che Presidente sarà Barack Obama? Intorno a lui si sono coagulate speranze eccessive, destinate a trasformarsi rapidamente in speranze deluse e quindi illusioni?
Razionalmente mi chiedo cosa possa fare un uomo, un uomo solo, anche se affiancato da uno staff, più o meno valido, in un momento storico così difficile? Anche Hitler era un uomo solo, ma ciò che gli permise di sconvolgere il mondo fu che si fece interprete della rabbia, dell'orgoglio offeso e del desiderio di rivincita di tutto un popolo...
Ora alla Casa Bianca arrivano curricula da tutti gli States. Gli americani vogliono lavorare con e per Obama. Se lui rappresentasse l'uomo giusto al momento giusto, se incarnasse il bisogno della parte migliore del Paese di voltare pagina, di uscire dalla palude irachena, di ripristinare regole comportamentali nei mercati saccheggiati dai pirati finanziari?
L'America nera di pelle sarà con lui? Non lo tradirà? E lui non tradirà i fratelli?
E L'America nera di cuore: i petrolieri, i fabbricanti di armi, i politici corrotti, i banchieri corruttibili...Riuscirà a tener loro testa?
In bocca al lupo, Obama!Un uomo solo può fare disastri, ma anche miracoli, se ha un popolo dietro.
Razionalmente mi chiedo cosa possa fare un uomo, un uomo solo, anche se affiancato da uno staff, più o meno valido, in un momento storico così difficile? Anche Hitler era un uomo solo, ma ciò che gli permise di sconvolgere il mondo fu che si fece interprete della rabbia, dell'orgoglio offeso e del desiderio di rivincita di tutto un popolo...
Ora alla Casa Bianca arrivano curricula da tutti gli States. Gli americani vogliono lavorare con e per Obama. Se lui rappresentasse l'uomo giusto al momento giusto, se incarnasse il bisogno della parte migliore del Paese di voltare pagina, di uscire dalla palude irachena, di ripristinare regole comportamentali nei mercati saccheggiati dai pirati finanziari?
L'America nera di pelle sarà con lui? Non lo tradirà? E lui non tradirà i fratelli?
E L'America nera di cuore: i petrolieri, i fabbricanti di armi, i politici corrotti, i banchieri corruttibili...Riuscirà a tener loro testa?
In bocca al lupo, Obama!Un uomo solo può fare disastri, ma anche miracoli, se ha un popolo dietro.
giovedì 27 novembre 2008
Mamme in cattedra
Nel mio precedente post ho accennato alla femminilizzazione della scuola, riferendomi alla classe docente. Negli ultimi anni del mio insegnamento i miei, e non soltanto i miei , consigli di classe erano formati quasi esclusivamente da donne e, fino qui niente di male, anzi qualcuno potrebbe anche dire niente di meglio...
Le donne hanno, spesso, maggior spirito di sacrificio, almeno così si dice. E si vede.
Chissà come mai?
Le donne sono più accoglienti, più comprensive. Da cosa dipenderà?
Le donne sono più sentimentali, oppure no?
Poche insegnanti sono iscritte al sindacato. Ne ricordo pochissime che aderissero agli scioperi, scioperi sacrosanti a tutela di una qualità dell'insegnamento che si andava pericolosamente deteriorando. Quante volte ho sentito la frase:" Mio marito è contrario".
Il poco considerato lavoro del docente è, in realtà, molto importante.
La scuola dovrebbe, affiancandosi alla famiglia, educare.
I ragazzi ci guardano, a volte passano più ore con alcuni insegnanti che con i familiari.
Ci osservano e ricordano tutto, anche i più distratti!
Si educa con la pazienza ma anche con il rigore. Si educa al rispetto delle regole. Che devono essere eguali per tutti.
" Ma sono ragazzi! Non si sono resi conto, lasciamo perdere"
Frasi sentite decine di volte fino alla più emblematica e problematica "Per me sono come i miei figli!"
Il nodo della maternità che si ripresenta a ritmare, a modificare l'operato di noi donne.
" Sai la collega d'italiano non ha figli, non capisce!"
" Si vede che lei ha figli, professoressa ".
Ma le regole, la preparazione e la competenza professionale non dovrebbero prescindere dalla nostra condizione di madri?
In cattedra siamo madri o insegnanti?
Secondo me dovremmo essere insegnanti perchè di madri ne basta, e a volte anche ne avanza, una.
Se poi la nostra esperienza di persone si è arricchita dell'esperienza materna, ben venga.
Ma la scuola non è una succursale della famiglia, è l'alternativa alla famiglia, o dovrebbe esserlo. Quindi la scuola rappresenta il primo contatto con quello che sarà il mondo, dove ci si dovrà comportare in un altro modo, dove ci saranno anche gli altri, dove gli spazi di libertà dovranno o dovrebbero essere eguali per tutti, dove non saranno figli e figlie, ma uomini e donne.
Con padri (in famiglia), impegnatissimi nel lavoro, e insegnanti (a scuola), troppo spesso chiocce, sono venuti a mancare punti di riferimento troppo importanti, soprattutto per gli adolescenti maschi.
Quando valutando la preparazione, mai l'alunno, gli appioppiamo un quattro, sarà normale che la madre anche lo consoli. A noi docenti, invece, dovrebbe spettare il compito di superare o perlomeno affrontare altre problematiche: di apprendimento, disinteresse o altre difficoltà che potrebbero giustificare l'impreparazione del ragazzo.
Altro spinoso problema legato alla femminilizzazione del corpo docente: la mancanza del senso di appartenenza a una categoria specifica, l'orgoglio del proprio lavoro, la coscienza della sua rilevanza all'interno della società. Coscienza da cui dovrebbe scaturire la 'pretesa',più che legittima, di migliorioramenti salariali.
Quante volte ho sentito quel "mi accontento"o "la cosa importante è poter conciliare lavoro e famiglia, tanto mio marito ha uno stipendio abbastanza buono". Le donne si "accontentano", e vivono la professone come una missione. Eh sì perchè la donna è, o dovrebbe essere, anche caritatevole. Dovrebbe darsi senza chiedere nulla, o poco, in cambio. Abituata al lavoro domestico non retribuito non ha ancora acquisito una coscienza lavorativa e professionale.
Spesso ho sentito borbottii nei corridoi, ma che qualche insegnante presentasse una protesta scritta o venisse presa la decisione di delegare qualcuna per far presente un'istanza della categoria...Quando mai?
Preciso che ho conosciuto insegnanti validissime: preparate, appassionate nello svolgere il loro lavoro, consapevoli dell'importanza sociale del loro operato e... battagliere! Ma, purtroppo poche, ancora troppo poche per dare una connotazione diversa e valida all'intera categoria.
Di chi le responsabilità?
Onestamente, pur se giustificate dal vissuto femminile e legate a condizionamenti difficili da modificare, alcune responsabilità sono anche personali.
Le donne hanno, spesso, maggior spirito di sacrificio, almeno così si dice. E si vede.
Chissà come mai?
Le donne sono più accoglienti, più comprensive. Da cosa dipenderà?
Le donne sono più sentimentali, oppure no?
Poche insegnanti sono iscritte al sindacato. Ne ricordo pochissime che aderissero agli scioperi, scioperi sacrosanti a tutela di una qualità dell'insegnamento che si andava pericolosamente deteriorando. Quante volte ho sentito la frase:" Mio marito è contrario".
Il poco considerato lavoro del docente è, in realtà, molto importante.
La scuola dovrebbe, affiancandosi alla famiglia, educare.
I ragazzi ci guardano, a volte passano più ore con alcuni insegnanti che con i familiari.
Ci osservano e ricordano tutto, anche i più distratti!
Si educa con la pazienza ma anche con il rigore. Si educa al rispetto delle regole. Che devono essere eguali per tutti.
" Ma sono ragazzi! Non si sono resi conto, lasciamo perdere"
Frasi sentite decine di volte fino alla più emblematica e problematica "Per me sono come i miei figli!"
Il nodo della maternità che si ripresenta a ritmare, a modificare l'operato di noi donne.
" Sai la collega d'italiano non ha figli, non capisce!"
" Si vede che lei ha figli, professoressa ".
Ma le regole, la preparazione e la competenza professionale non dovrebbero prescindere dalla nostra condizione di madri?
In cattedra siamo madri o insegnanti?
Secondo me dovremmo essere insegnanti perchè di madri ne basta, e a volte anche ne avanza, una.
Se poi la nostra esperienza di persone si è arricchita dell'esperienza materna, ben venga.
Ma la scuola non è una succursale della famiglia, è l'alternativa alla famiglia, o dovrebbe esserlo. Quindi la scuola rappresenta il primo contatto con quello che sarà il mondo, dove ci si dovrà comportare in un altro modo, dove ci saranno anche gli altri, dove gli spazi di libertà dovranno o dovrebbero essere eguali per tutti, dove non saranno figli e figlie, ma uomini e donne.
Con padri (in famiglia), impegnatissimi nel lavoro, e insegnanti (a scuola), troppo spesso chiocce, sono venuti a mancare punti di riferimento troppo importanti, soprattutto per gli adolescenti maschi.
Quando valutando la preparazione, mai l'alunno, gli appioppiamo un quattro, sarà normale che la madre anche lo consoli. A noi docenti, invece, dovrebbe spettare il compito di superare o perlomeno affrontare altre problematiche: di apprendimento, disinteresse o altre difficoltà che potrebbero giustificare l'impreparazione del ragazzo.
Altro spinoso problema legato alla femminilizzazione del corpo docente: la mancanza del senso di appartenenza a una categoria specifica, l'orgoglio del proprio lavoro, la coscienza della sua rilevanza all'interno della società. Coscienza da cui dovrebbe scaturire la 'pretesa',più che legittima, di migliorioramenti salariali.
Quante volte ho sentito quel "mi accontento"o "la cosa importante è poter conciliare lavoro e famiglia, tanto mio marito ha uno stipendio abbastanza buono". Le donne si "accontentano", e vivono la professone come una missione. Eh sì perchè la donna è, o dovrebbe essere, anche caritatevole. Dovrebbe darsi senza chiedere nulla, o poco, in cambio. Abituata al lavoro domestico non retribuito non ha ancora acquisito una coscienza lavorativa e professionale.
Spesso ho sentito borbottii nei corridoi, ma che qualche insegnante presentasse una protesta scritta o venisse presa la decisione di delegare qualcuna per far presente un'istanza della categoria...Quando mai?
Preciso che ho conosciuto insegnanti validissime: preparate, appassionate nello svolgere il loro lavoro, consapevoli dell'importanza sociale del loro operato e... battagliere! Ma, purtroppo poche, ancora troppo poche per dare una connotazione diversa e valida all'intera categoria.
Di chi le responsabilità?
Onestamente, pur se giustificate dal vissuto femminile e legate a condizionamenti difficili da modificare, alcune responsabilità sono anche personali.
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