Ieri alla televisione commentavano l'ultimo crollo di borsa, amplificato dalla speculazione. Servono nervi d'acciaio per speculare al ribasso, ma si guadagna di più e in tempi brevi.
E i risparmiatori? Ricorderanno i miei alunni quelle lezioni? Gli argomenti esaminati secondo ottiche diverse cogliendone i vari aspetti: giuridico, tecnico, fiscale e, ultimo, quello etico? I mercati finanziari non sono, ma soprattutto non devono essere il Far West: ci sono interessi che vanno tutelati, ci sono leggi, a salvaguardia dei risparmiatori, a imbrigliare l'avidità dei raider. Ci sono? Non più: l'ingordigia è libera e cavalca nel Far West. Ricorderanno quei ragazzi, che ora sono adulti, che concludevo dicendo che l'aspetto etico era il più importante? Capitalismo e etica: un ossimoro? Era una domanda che ponevo a me stessa prima che a loro in quella Milano che si stava imbarbarendo, in quella Milano craxiana che avrebbe partorito il leghismo e Forza Italia... Avremmo potuto fare di più? A molti, troppi tra i miei alunni, mancava il supporto della famiglia. Erano soprattutto le madri lavoratrici ad avere abdicato a quel delicato compito educativo, fatto di presenza, esempio e attenzione, senza il quale un adolescente è allo sbando. Arrivavano ai colloqui con l'insegnante stravolte, ingabbiate all'interno di troppi ruoli; molte divorziate, inserite in famiglie allargate non soltanto nel numero dei componenti, ma anche nelle problematiche. Si coglievano i segnali del disastro che si stava preparando, soprattutto in quella città che amplificava problemi e opportunità e anticipava i tempi di reazione.
La televisione e il gruppo dei coetanei avevano la meglio sulle lezioni degli insegnanti. La scuola era faticosa, impegnativa; la televisione distraeva, divertiva, come andare a zonzo con il gruppo che dava un'appartenenza, ma omologava, e di solito verso il basso. Il mondo degli adulti scandiva una sola parola: denaro.
Loro, gli adolescenti, aggressivi per nascondere la vulnerabilità e la timidezza, erano frastornati. Noi insegnanti come strumenti didattici avevamo poco o nulla. Le scuole al pomeriggio erano chiuse, i laboratori antiquati, obsoleti. La normativa scolastica affidata a ministri impreparati era sempre più velleitaria e contradditoria, ispirata prioritariamente al conseguimento della riduzione dei fondi assegnati alla scuola.
La materia che insegnavo era squisitamente tecnica e nel corso dell'ultimo anno si affrontavano, analizzandoli, i mercati finanziari. Partire dalla definizione di mercato finanziario sarebbe stato decisamente scontato e noioso... Dovevo raccontare e incuriosire, stupire… Dovevo coinvolgere e far sognare. Con i mercati finanziari? I giovani hanno ancora un forte senso della giustizia, possono essere dei furfanti in boccio ma sanno perfettamente cosa è giusto e cosa non lo è e non di rado l'insegnante in classe è un attore in scena: cammina o si immobilizza, modula il tono di voce, sorride, ride, diventa serio di colpo... e racconta: una storia. "Chi di voi non ha sognato almeno una volta, di diventare milionario?" Ai rampanti di domani luccicavano gli occhi, guardavano l'insegnante... e mollavano La Gazzetta dello Sport. L'argomento interessava. Come tutti coloro che hanno poche risorse, noi insegnanti , aguzzavamo l'ingegno, cercavamo di insegnare aggirando la fatica dell'apprendimento, stimolando gli studenti, il loro senso critico e non solo quello. In borsa si giocava o s'investiva? Era una considerazione etica che differenziava i due concetti? Etica e affari? Cominciavo a porre domande...La campanella era accolta con fastidio; l'ora era passata in fretta, l'operazione era stata impostata.
Compito a casa: ipotizzare la lezione di domani.
Ogni tanto una lezione mi veniva bene, come una frittella con il buco; sentivo che avevo catturato la loro attenzione, tacevano e non volava una mosca. Solo la mia voce risuonava… Il livello della comunicazione era alto: la classe, stranamente omogenea e compatta, ed io.
Era bello, ma era poco. Come combattere con un fucile contro un carro armato.
I ricordi si mescolano alle domande. Sarà dalla scuola che si dovrà ripartire? Dalla famiglia? Da quell'ossimoro: capitalismo etico, che già allora mi inquietava tanto?
Forse, forse proprio dall'etica.
"Non dalla morale, prof?"
"No!"
"Perché?"
"Troppo addomesticabile..."
Se lo ricorderanno ancora i miei ragazzi e le mie ragazze?
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giovedì 29 aprile 2010
venerdì 8 gennaio 2010
Scuola mon amour
Una vita, in fondo, si compone di momenti, scaturiti da scelte, che determinano la qualità di quella vita perché la quantità è data soltanto dallo scorrere dei giorni che collegano, in fila come soldatini tutti eguali, un momento all'altro. Un collage d'immagini fissate nella memoria a perenne ricordo di emozioni profonde in cui, per evitare di esserne travolti, l'attenzione si concentra su particolari apparentemente irrilevanti. Per tutta la vita basteranno un suono, un profumo, un sapore a riportarci di colpo a quel momento.
Oggi ho aperto, sulla prima pagina, uno dei libri che ho trovato sotto l'albero di Natale. Un'insegnante la protagonista, e... improvvisamente, socchiudendo gli occhi, sono tornata bambina, ma non solo. Era ottobre. Quella tonalità di luce calda, ma raccolta, che pervade l'aria di un languore d'autunno, filtrava attraverso le tapparelle e sembrava danzare sulla parete. Alla mia sinistra il grembiule, il fiocco e la cartella. Tutto nuovo, lustro per quel mio primo giorno di scuola. E, annidata dentro, la paura di un cambiamento che mi avrebbe strappato all'asilo delle suore, ai compagni che conoscevo, ai giochi sotto il sole nel cortile che lasciva intravedere l'ossatura di due case bombardate.
E quell'odore che annusavo era odore di libri e quaderni intonsi, lo stesso che ritrovavo nello sfarfallio delle pagine fresche di stampa del libro che tenevo tra le mani, ma era anche odore di scuola... La scuola che sarebbe stata il fondale privilegiato - con il suo rituale di campanelle che squillavano a sancirne la cadenza dei tempi e la polvere di gesso che ti entrava nelle narici - di tanta parte della mia vita.
L'ho lasciata così come si lascia un amore, conservando sulla pelle l'estraneità di quell'ultimo sguardo che ci scivola addosso, e che ci riconsegna all'anonimato della folla. Con dolore, ma anche con rabbia. Profonda, e mai più tirata fuori.
Ho scritto in un post su Vibrisse, per la prima volta dopo anni, qualcosa sulla scuola e, oggi, ho sentito di quella rabbia il sapore aspro e la necessità di tirarla fuori per evitare che si depositi come la cenere di un'eruzione vulcanica a sommergere per sempre quella parte, non certo di poco peso, di me e della mia vita che ho dedicato al mio lavoro. Un lavoro difficile, poco riconosciuto, ritenuto (dando prova d'ignoranza) poco impegnativo, sia per la limitatezza delle ore fuori casa, sia perché fatto di chiacchiere...
Quando un'attività lavorativa viene abbandonata in massa dai maschi è segno che è diventata scarsamente remunerativa, di poco prestigio. E' successo anche nell'insegnamento, ma la scuola è un settore delicatissimo: non è soltanto istruzione, è anche educazione che deve afffiancarsi, non potendo però mai sostituirsi, a quella impartita dalla famiglia. I ragazzi, anche i più annoiati, disinteressati e svogliati, guardano noi adulti con una costante e incredibile attenzione. Ci guardano e ci ascoltano, pronti a cogliere immediatamente la discordanza tra le nostra affermazioni e le nostre azioni. Un atteggiamento ingiusto o scorretto li ferisce, anche se paradossalmente lo cercano a parziale giustificazione delle loro scorrettezze. Commetterne, per un insegnante, è molto peggio che sbagliare un esercizio. E' tradirli.
E loro reagiscono come sanno, come possono, con gli strumenti che hanno a disposizione, sottraendosi alla fatica dello studio (perchè l'apprendimento è fatica, è costanza, è ripetitività) con la scusa della scarsa utilità del titolo di studio.
Sanno che trovare un lavoro è ormai come vincere un premio alla lotteria, che l'impegno e le capacità non sono riconosciuti e che sarà il mercato a decidere della loro vita, un mercato finalizzato al profitto (e nella combinazione produttiva la componente lavoro dovrà essere sempre più compressa a livello sia quantitativo sia qualitativo) e inficiato da clientelismi e scandali che i mezzi d'informazione scaricano sulle loro menti che, poco abituate alla revisione critica, si pappano tutto per oro colato. Poco seguiti dalle famiglie, a contatto con un corpo docente che ha tutte le giustificazioni per essere demotivato, vanno alla deriva, come balenotteri destinati a naufragare in acque basse... Non tutti ma tanti, troppi, e nell'indifferenza generale, mentre dagli schermi televisivi Pinocchio, il cui naso anche se fasciato continua a crescere, li guida, come un pifferaio magico, verso il paese, scintillante di luci e promesse, di Bengodi.
Oggi ho aperto, sulla prima pagina, uno dei libri che ho trovato sotto l'albero di Natale. Un'insegnante la protagonista, e... improvvisamente, socchiudendo gli occhi, sono tornata bambina, ma non solo. Era ottobre. Quella tonalità di luce calda, ma raccolta, che pervade l'aria di un languore d'autunno, filtrava attraverso le tapparelle e sembrava danzare sulla parete. Alla mia sinistra il grembiule, il fiocco e la cartella. Tutto nuovo, lustro per quel mio primo giorno di scuola. E, annidata dentro, la paura di un cambiamento che mi avrebbe strappato all'asilo delle suore, ai compagni che conoscevo, ai giochi sotto il sole nel cortile che lasciva intravedere l'ossatura di due case bombardate.
E quell'odore che annusavo era odore di libri e quaderni intonsi, lo stesso che ritrovavo nello sfarfallio delle pagine fresche di stampa del libro che tenevo tra le mani, ma era anche odore di scuola... La scuola che sarebbe stata il fondale privilegiato - con il suo rituale di campanelle che squillavano a sancirne la cadenza dei tempi e la polvere di gesso che ti entrava nelle narici - di tanta parte della mia vita.
L'ho lasciata così come si lascia un amore, conservando sulla pelle l'estraneità di quell'ultimo sguardo che ci scivola addosso, e che ci riconsegna all'anonimato della folla. Con dolore, ma anche con rabbia. Profonda, e mai più tirata fuori.
Ho scritto in un post su Vibrisse, per la prima volta dopo anni, qualcosa sulla scuola e, oggi, ho sentito di quella rabbia il sapore aspro e la necessità di tirarla fuori per evitare che si depositi come la cenere di un'eruzione vulcanica a sommergere per sempre quella parte, non certo di poco peso, di me e della mia vita che ho dedicato al mio lavoro. Un lavoro difficile, poco riconosciuto, ritenuto (dando prova d'ignoranza) poco impegnativo, sia per la limitatezza delle ore fuori casa, sia perché fatto di chiacchiere...
Quando un'attività lavorativa viene abbandonata in massa dai maschi è segno che è diventata scarsamente remunerativa, di poco prestigio. E' successo anche nell'insegnamento, ma la scuola è un settore delicatissimo: non è soltanto istruzione, è anche educazione che deve afffiancarsi, non potendo però mai sostituirsi, a quella impartita dalla famiglia. I ragazzi, anche i più annoiati, disinteressati e svogliati, guardano noi adulti con una costante e incredibile attenzione. Ci guardano e ci ascoltano, pronti a cogliere immediatamente la discordanza tra le nostra affermazioni e le nostre azioni. Un atteggiamento ingiusto o scorretto li ferisce, anche se paradossalmente lo cercano a parziale giustificazione delle loro scorrettezze. Commetterne, per un insegnante, è molto peggio che sbagliare un esercizio. E' tradirli.
E loro reagiscono come sanno, come possono, con gli strumenti che hanno a disposizione, sottraendosi alla fatica dello studio (perchè l'apprendimento è fatica, è costanza, è ripetitività) con la scusa della scarsa utilità del titolo di studio.
Sanno che trovare un lavoro è ormai come vincere un premio alla lotteria, che l'impegno e le capacità non sono riconosciuti e che sarà il mercato a decidere della loro vita, un mercato finalizzato al profitto (e nella combinazione produttiva la componente lavoro dovrà essere sempre più compressa a livello sia quantitativo sia qualitativo) e inficiato da clientelismi e scandali che i mezzi d'informazione scaricano sulle loro menti che, poco abituate alla revisione critica, si pappano tutto per oro colato. Poco seguiti dalle famiglie, a contatto con un corpo docente che ha tutte le giustificazioni per essere demotivato, vanno alla deriva, come balenotteri destinati a naufragare in acque basse... Non tutti ma tanti, troppi, e nell'indifferenza generale, mentre dagli schermi televisivi Pinocchio, il cui naso anche se fasciato continua a crescere, li guida, come un pifferaio magico, verso il paese, scintillante di luci e promesse, di Bengodi.
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lunedì 9 febbraio 2009
Inferno e paradiso nella scuola
Ieri sera, a casa di un'amica, ho visto 'Presadiretta' su Rai 3 e mi sono cadute le braccia. Il conduttore del programma entrava, intrufolandosi con la sua telecamera, in edifici fatiscenti adibiti a scuole, facendo sfilare sullo schermo scene... di ordinaria follia. Il degrado scolastico di una parte del Paese,in cui la scuola è ormai soltanto parcheggio di ragazzini destinati ad ingrossare l'esercito di braccia a cui attingerà la parte malavitosa della società, balzava agli occhi in tutto il suo squallore.
Le interviste, in diretta, individuavano un corpo docente formato quasi esclusivamente da precari, vagante da una scuola all'altra, teso soltanto a portarsi a casa uno stipendio a fine mese. Poi, indiscreta , la telecamera scopriva anche quella realtà alternativa alla scuola pubblica che è la scuola privata, gestita con criteri mafiosi, in grado di fornire diplomi e anche lauree, a pagamento, ad alunni che né frequenteranno né impareranno nulla. La scuola privata è un pianeta variegato, ma s'ispira a un criterio unico: massimo rendimento, in termini economici non certo di apprendimento. Quindi compressione dei costi: uno, lo stipendio degli insegnanti a costo zero. Coloro che accettano una cattedra a queste condizioni hanno un unico obiettivo: neanche portare a casa uno stipendio da fame, soltanto ottenere un punteggio che migliori la propria posizione in graduatoria. Si può pretendere che insegnino? Anche?
La cinepresa rincorreva ragazzini che si azzuffavano, stravaccati sui banchi davanti a cattedre occupate da insegnanti che cercavano, alzando la voce istericamente, soltanto di tenere in classe i loro alunni.
Dietro a questa realtà una burocrazia scolastica, arpionata a graduatorie e regolarità puramente formali che, intervistata, allargava le braccia, dichiarandosi totalmente sconfitta, mentre il conduttore del programma sciorinava numeri da brivido sul livello di scolarizzazione del Paese. Poi, per dare il colpo di grazia allo spettatore, il confronto con il modello formativo svedese: scuole dotate di strutture informatiche, mense, laboratori. Insegnanti che seguono i ragazzi per un intero ciclo di studi, programmi all'avanguardia, dispersione scolastica quasi nulla, finanziamenti costanti e congrui al settore dell'istruzione.
In questa situazione l'unico provvedimento che, a livello governativo,in Italia è stato adottato ha avuto come obiettivo la riduzione dei costi del personale scolastico, dei finanziamenti all'edilizia scolastica e alla ricerca.
E allora, con tristezza, capisco quale sia il terreno di coltura che ha permesso a una classe politica rozza e incompetente non soltanto di vincere le elezioni, ma anche di straparlare, ingiuriare e mentire senza scatenare il biasimo unanime dell'elettorato.
Le interviste, in diretta, individuavano un corpo docente formato quasi esclusivamente da precari, vagante da una scuola all'altra, teso soltanto a portarsi a casa uno stipendio a fine mese. Poi, indiscreta , la telecamera scopriva anche quella realtà alternativa alla scuola pubblica che è la scuola privata, gestita con criteri mafiosi, in grado di fornire diplomi e anche lauree, a pagamento, ad alunni che né frequenteranno né impareranno nulla. La scuola privata è un pianeta variegato, ma s'ispira a un criterio unico: massimo rendimento, in termini economici non certo di apprendimento. Quindi compressione dei costi: uno, lo stipendio degli insegnanti a costo zero. Coloro che accettano una cattedra a queste condizioni hanno un unico obiettivo: neanche portare a casa uno stipendio da fame, soltanto ottenere un punteggio che migliori la propria posizione in graduatoria. Si può pretendere che insegnino? Anche?
La cinepresa rincorreva ragazzini che si azzuffavano, stravaccati sui banchi davanti a cattedre occupate da insegnanti che cercavano, alzando la voce istericamente, soltanto di tenere in classe i loro alunni.
Dietro a questa realtà una burocrazia scolastica, arpionata a graduatorie e regolarità puramente formali che, intervistata, allargava le braccia, dichiarandosi totalmente sconfitta, mentre il conduttore del programma sciorinava numeri da brivido sul livello di scolarizzazione del Paese. Poi, per dare il colpo di grazia allo spettatore, il confronto con il modello formativo svedese: scuole dotate di strutture informatiche, mense, laboratori. Insegnanti che seguono i ragazzi per un intero ciclo di studi, programmi all'avanguardia, dispersione scolastica quasi nulla, finanziamenti costanti e congrui al settore dell'istruzione.
In questa situazione l'unico provvedimento che, a livello governativo,in Italia è stato adottato ha avuto come obiettivo la riduzione dei costi del personale scolastico, dei finanziamenti all'edilizia scolastica e alla ricerca.
E allora, con tristezza, capisco quale sia il terreno di coltura che ha permesso a una classe politica rozza e incompetente non soltanto di vincere le elezioni, ma anche di straparlare, ingiuriare e mentire senza scatenare il biasimo unanime dell'elettorato.
giovedì 27 novembre 2008
Mamme in cattedra
Nel mio precedente post ho accennato alla femminilizzazione della scuola, riferendomi alla classe docente. Negli ultimi anni del mio insegnamento i miei, e non soltanto i miei , consigli di classe erano formati quasi esclusivamente da donne e, fino qui niente di male, anzi qualcuno potrebbe anche dire niente di meglio...
Le donne hanno, spesso, maggior spirito di sacrificio, almeno così si dice. E si vede.
Chissà come mai?
Le donne sono più accoglienti, più comprensive. Da cosa dipenderà?
Le donne sono più sentimentali, oppure no?
Poche insegnanti sono iscritte al sindacato. Ne ricordo pochissime che aderissero agli scioperi, scioperi sacrosanti a tutela di una qualità dell'insegnamento che si andava pericolosamente deteriorando. Quante volte ho sentito la frase:" Mio marito è contrario".
Il poco considerato lavoro del docente è, in realtà, molto importante.
La scuola dovrebbe, affiancandosi alla famiglia, educare.
I ragazzi ci guardano, a volte passano più ore con alcuni insegnanti che con i familiari.
Ci osservano e ricordano tutto, anche i più distratti!
Si educa con la pazienza ma anche con il rigore. Si educa al rispetto delle regole. Che devono essere eguali per tutti.
" Ma sono ragazzi! Non si sono resi conto, lasciamo perdere"
Frasi sentite decine di volte fino alla più emblematica e problematica "Per me sono come i miei figli!"
Il nodo della maternità che si ripresenta a ritmare, a modificare l'operato di noi donne.
" Sai la collega d'italiano non ha figli, non capisce!"
" Si vede che lei ha figli, professoressa ".
Ma le regole, la preparazione e la competenza professionale non dovrebbero prescindere dalla nostra condizione di madri?
In cattedra siamo madri o insegnanti?
Secondo me dovremmo essere insegnanti perchè di madri ne basta, e a volte anche ne avanza, una.
Se poi la nostra esperienza di persone si è arricchita dell'esperienza materna, ben venga.
Ma la scuola non è una succursale della famiglia, è l'alternativa alla famiglia, o dovrebbe esserlo. Quindi la scuola rappresenta il primo contatto con quello che sarà il mondo, dove ci si dovrà comportare in un altro modo, dove ci saranno anche gli altri, dove gli spazi di libertà dovranno o dovrebbero essere eguali per tutti, dove non saranno figli e figlie, ma uomini e donne.
Con padri (in famiglia), impegnatissimi nel lavoro, e insegnanti (a scuola), troppo spesso chiocce, sono venuti a mancare punti di riferimento troppo importanti, soprattutto per gli adolescenti maschi.
Quando valutando la preparazione, mai l'alunno, gli appioppiamo un quattro, sarà normale che la madre anche lo consoli. A noi docenti, invece, dovrebbe spettare il compito di superare o perlomeno affrontare altre problematiche: di apprendimento, disinteresse o altre difficoltà che potrebbero giustificare l'impreparazione del ragazzo.
Altro spinoso problema legato alla femminilizzazione del corpo docente: la mancanza del senso di appartenenza a una categoria specifica, l'orgoglio del proprio lavoro, la coscienza della sua rilevanza all'interno della società. Coscienza da cui dovrebbe scaturire la 'pretesa',più che legittima, di migliorioramenti salariali.
Quante volte ho sentito quel "mi accontento"o "la cosa importante è poter conciliare lavoro e famiglia, tanto mio marito ha uno stipendio abbastanza buono". Le donne si "accontentano", e vivono la professone come una missione. Eh sì perchè la donna è, o dovrebbe essere, anche caritatevole. Dovrebbe darsi senza chiedere nulla, o poco, in cambio. Abituata al lavoro domestico non retribuito non ha ancora acquisito una coscienza lavorativa e professionale.
Spesso ho sentito borbottii nei corridoi, ma che qualche insegnante presentasse una protesta scritta o venisse presa la decisione di delegare qualcuna per far presente un'istanza della categoria...Quando mai?
Preciso che ho conosciuto insegnanti validissime: preparate, appassionate nello svolgere il loro lavoro, consapevoli dell'importanza sociale del loro operato e... battagliere! Ma, purtroppo poche, ancora troppo poche per dare una connotazione diversa e valida all'intera categoria.
Di chi le responsabilità?
Onestamente, pur se giustificate dal vissuto femminile e legate a condizionamenti difficili da modificare, alcune responsabilità sono anche personali.
Le donne hanno, spesso, maggior spirito di sacrificio, almeno così si dice. E si vede.
Chissà come mai?
Le donne sono più accoglienti, più comprensive. Da cosa dipenderà?
Le donne sono più sentimentali, oppure no?
Poche insegnanti sono iscritte al sindacato. Ne ricordo pochissime che aderissero agli scioperi, scioperi sacrosanti a tutela di una qualità dell'insegnamento che si andava pericolosamente deteriorando. Quante volte ho sentito la frase:" Mio marito è contrario".
Il poco considerato lavoro del docente è, in realtà, molto importante.
La scuola dovrebbe, affiancandosi alla famiglia, educare.
I ragazzi ci guardano, a volte passano più ore con alcuni insegnanti che con i familiari.
Ci osservano e ricordano tutto, anche i più distratti!
Si educa con la pazienza ma anche con il rigore. Si educa al rispetto delle regole. Che devono essere eguali per tutti.
" Ma sono ragazzi! Non si sono resi conto, lasciamo perdere"
Frasi sentite decine di volte fino alla più emblematica e problematica "Per me sono come i miei figli!"
Il nodo della maternità che si ripresenta a ritmare, a modificare l'operato di noi donne.
" Sai la collega d'italiano non ha figli, non capisce!"
" Si vede che lei ha figli, professoressa ".
Ma le regole, la preparazione e la competenza professionale non dovrebbero prescindere dalla nostra condizione di madri?
In cattedra siamo madri o insegnanti?
Secondo me dovremmo essere insegnanti perchè di madri ne basta, e a volte anche ne avanza, una.
Se poi la nostra esperienza di persone si è arricchita dell'esperienza materna, ben venga.
Ma la scuola non è una succursale della famiglia, è l'alternativa alla famiglia, o dovrebbe esserlo. Quindi la scuola rappresenta il primo contatto con quello che sarà il mondo, dove ci si dovrà comportare in un altro modo, dove ci saranno anche gli altri, dove gli spazi di libertà dovranno o dovrebbero essere eguali per tutti, dove non saranno figli e figlie, ma uomini e donne.
Con padri (in famiglia), impegnatissimi nel lavoro, e insegnanti (a scuola), troppo spesso chiocce, sono venuti a mancare punti di riferimento troppo importanti, soprattutto per gli adolescenti maschi.
Quando valutando la preparazione, mai l'alunno, gli appioppiamo un quattro, sarà normale che la madre anche lo consoli. A noi docenti, invece, dovrebbe spettare il compito di superare o perlomeno affrontare altre problematiche: di apprendimento, disinteresse o altre difficoltà che potrebbero giustificare l'impreparazione del ragazzo.
Altro spinoso problema legato alla femminilizzazione del corpo docente: la mancanza del senso di appartenenza a una categoria specifica, l'orgoglio del proprio lavoro, la coscienza della sua rilevanza all'interno della società. Coscienza da cui dovrebbe scaturire la 'pretesa',più che legittima, di migliorioramenti salariali.
Quante volte ho sentito quel "mi accontento"o "la cosa importante è poter conciliare lavoro e famiglia, tanto mio marito ha uno stipendio abbastanza buono". Le donne si "accontentano", e vivono la professone come una missione. Eh sì perchè la donna è, o dovrebbe essere, anche caritatevole. Dovrebbe darsi senza chiedere nulla, o poco, in cambio. Abituata al lavoro domestico non retribuito non ha ancora acquisito una coscienza lavorativa e professionale.
Spesso ho sentito borbottii nei corridoi, ma che qualche insegnante presentasse una protesta scritta o venisse presa la decisione di delegare qualcuna per far presente un'istanza della categoria...Quando mai?
Preciso che ho conosciuto insegnanti validissime: preparate, appassionate nello svolgere il loro lavoro, consapevoli dell'importanza sociale del loro operato e... battagliere! Ma, purtroppo poche, ancora troppo poche per dare una connotazione diversa e valida all'intera categoria.
Di chi le responsabilità?
Onestamente, pur se giustificate dal vissuto femminile e legate a condizionamenti difficili da modificare, alcune responsabilità sono anche personali.
lunedì 15 settembre 2008
Primo giorno di scuola
C'è un traffico da ora di punta: zainetti, adolescenze brufolose, grembiuli rosa e azzurri danno un'aria di festa alla città. I miei nipoti, sotto il peso degli zainetti nuovi, corrono verso il gruppo dei compagni di classe. L'odore di scuola, mentre entriamo nella classe seguendo il codazzo dei ragazzini e la maestra, mi scende in gola e risale, eruttando ricordi.
Sono di nuovo in un'aula scolastica - penso.
I muri un po' scrostati - non ci sono mai soldi per l'edilizia scolastica e il problema emerge solo quando una scuola, per una scossa di terremoto, si'ingoia un paio di classi - la carta geografica dell'Italia fisica. Carta, sì! perchè la tecnologia che, fuori, tutto travolge, qui si arresta ritraendosi come il diavolo di fronte all'acqua santa. Gli attrezzi del mestiere sono, oggi come allora: carta e matita, gesso e lavagna. Unica novità tecnologica, rispetto alla scuola della mia infanzia, probabilmente la penna biro.
I bambini sono eccitatissimi e si stanno contendendo i posti: i più veloci e prepotenti si sono già piazzati nele posizioni migliori, al fianco dell'amico o dell'amica del cuore. C'è, come succede anche fuori nella vita, qualcuno che rimane solo e si deve accontentare dell'ultimo posto rimasto libero: a un tiro di schioppo dal naso dell' insegnante.
La maestra è già in cattedra: solitaria. Con l'anno in corso si ritornerà al maestro unico e, al di là di alcune rassicurazioni fumose fatte a livello governativo, non si avrà più la possibilità di optare per il Tempo Pieno. Con buona pace delle madri lavoratrici, dei ragazzi che hanno problemi di apprendimento, dei progetti fatti sul territorio e all'interno della scuola che avrebbero richiesto, per la loro realizzazione, la compresenza di più docenti all'interno delle classi.
Da quando sono andata - delusa, arrabbiata e umiliata - in pensione, è la prima volta che rimetto piede in un'aula scolastica e...nulla è cambiato. Usciamo e la voce della maestra
che dice " Prendete il quaderno e scrivete. Giuseppe vieni alla lavagna a..." ci insegue lungo le scale. Quattro piani senza ascensore. Il bidello aiuta un ragazzino handicappato a salire.
" Quieta non movere et mota quietare ".
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