Girano queste ragazzine tutte eguali, caracollanti su tacchi a stiletto altissimi, fasciate in pantaloni aderenti e minigonne inguinali.
Tutte abbronzate, tutte con la bocca imbronciata a scrutare gli uomini che sbavano loro addosso sfidando gli sguardi obliqui delle compagne, per verificare la loro avvenenza. Intorno come uno sciame d'api sul miele, un vortichio di parrucchieri, creatori d'immagini, visagisti,personaggi meno noti della televisione e, a dare lustro, qualcuno tra quelli che contano. Onnipresenti le mamme delle miss. Lo spettacolo si ripete ogni anno, a Salsomaggiore, e ogni anno si elegge la più bella del reame. Una soltanto ce la fa, le altre rientreranno sconfitte. Deluse, umiliate tenteranno di farsi presentare qualcuno che conta, sfoderando sorrisi, se non altro, in cambio di consigli, appoggi e promesse non mantenute.
Quante di loro approderanno alle stanze del potere, ma soltanto per il diletto dei potenti?
Ci sarà qualcuna che, tornata a casa, getterà la coroncina di cartone, simbolo di un sogno di cartapesta, nel pattume?
Ogni anno le guardo con stupore, le osservo puntare soltanto sulla loro bellezza, esibendosi come quarti di bue nella vetrina di un macellaio. Le guardo incredula e penso alla fatica del
diventare autonome, all'orgoglio per la conquista di una sofferta indipendenza, alla sfida delle contraddizioni che la femminilità sottintende, alle lotte sindacali, al rifiuto della pacca sul culo del superiore, alla ricchezza dell'essere donna...
E' proprio vero che "On n'est jamais trahì que par le siens".
domenica 13 settembre 2009
sabato 12 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
"Nonna, e Sigismondo?"
"Un secondo di pazienza, Mielita, e arriviamo anche a lui".
E ripresi a raccontare, mentre lei si accoccolava sul tappeto, i grandi occhi assorti che mi scrutavano in attesa.
"Sigismondo era morto?"
"No, Sigismondo, era fuggito, terrorizzato, prendendo, quasi senza rendersene conto, la via che portava al Ghetto. Scivolando lungo i muri, era arrivato alla casa del Rabbi e si era attaccato al battacchio. Dopo essersi fatto riconoscere era entrato e, sconvolto, era piombato sulla sedia, davanti alla scrivania del vecchio che, in silenzio, una mano sull'altra appoggiate in grembo, lo osservava attentamente.
"Dovete nascondermi..."
"E voi dovete raccontarmi tutto, fin dall'inizio".
E Sigismondo si era sgravato del suo sacco di pietre: aveva parlato, senza tralasciare alcun particolare, concludendo il suo racconto con quell'immagine della casa e del magazzino andati in fumo. La sua vigliaccheria l'aveva fatto fuggire e forse aveva perso anche la moglie e la figlia. E il Moro?
Il Rabbi l'aveva osservato, pensoso: quell'uomo, come un rottame dopo un naufragio, era arrivato fino a lui e ora lo supplicava di aiutarlo. Avrebbe potuto respingerlo, invitarlo a andarsene, ma era un uomo saggio e molto prudente. Gli elementi che aveva in mano per giudicare erano pochi, nebulosi: Il Moro dov'era? E dall'incendio non si era salvato nulla? Il Veneziano era conosciuto, il suo sodalizio con il Moro aveva creato ricchezza. Perché rifiutarlo subito rischiando di crearsi un nemico... Avrebbe temporeggiato nascondendolo in quel dedalo di vie e case, almeno il tempo necessario per verificare quanto gli era stato raccontato e scoprire che fine avessero fatto la moglie, la figlia e Il Moro.
Chiamò la sorella e, indicando l'uomo accasciato sulla sedia con un cenno del capo,le disse: "Sistemalo nel solaio della casa di fronte, i Padovan si sono trasferiti a Venezia e prima di un mese non arriveranno i loro cugini. Portagli da mangiare. Nessuno deve sapere che è qui.Mi raccomando".
Sigismondo aprì la bocca per ringraziare, ma il vecchio lo bloccò con un'occhiata infastidita facendo un cenno con la mano che era un chiaro invito ad andarsene.
Il corridoio ingoiò le due figure precedute dalla luce tremolante della lampada a petrolio che allungava ombre sinistre sui muri. In quel momento si udi il rimbombo cupo del battacchio e una voce angosciata di donna filtrò attraverso la porta. " Ma cosa succede oggi?" borbottò Genoveffa affrettandosi verso l'ingresso e aprendo lo sportellino.
"Yael siete voi?" borbottò mentre socchiudeva il portoncino e una figura femminile s'intrufolava, tenendo tra le braccia una bambina avvolta in una coperta. "Venite, potete venire... " e la due donne si allontanarono dirette allo studio, passandogli davanti.
La lampada alzata illuminò il volto della bambina e due occhi azzurrissimi fisssarono Sigismondo che rimase fermo, basito dallo stupore, riconoscendo in quell'inconfondibile contrasto di pelle nera e occhi colore del cielo, la sorella gemella della figlia.(continua...)
"Un secondo di pazienza, Mielita, e arriviamo anche a lui".
E ripresi a raccontare, mentre lei si accoccolava sul tappeto, i grandi occhi assorti che mi scrutavano in attesa.
"Sigismondo era morto?"
"No, Sigismondo, era fuggito, terrorizzato, prendendo, quasi senza rendersene conto, la via che portava al Ghetto. Scivolando lungo i muri, era arrivato alla casa del Rabbi e si era attaccato al battacchio. Dopo essersi fatto riconoscere era entrato e, sconvolto, era piombato sulla sedia, davanti alla scrivania del vecchio che, in silenzio, una mano sull'altra appoggiate in grembo, lo osservava attentamente.
"Dovete nascondermi..."
"E voi dovete raccontarmi tutto, fin dall'inizio".
E Sigismondo si era sgravato del suo sacco di pietre: aveva parlato, senza tralasciare alcun particolare, concludendo il suo racconto con quell'immagine della casa e del magazzino andati in fumo. La sua vigliaccheria l'aveva fatto fuggire e forse aveva perso anche la moglie e la figlia. E il Moro?
Il Rabbi l'aveva osservato, pensoso: quell'uomo, come un rottame dopo un naufragio, era arrivato fino a lui e ora lo supplicava di aiutarlo. Avrebbe potuto respingerlo, invitarlo a andarsene, ma era un uomo saggio e molto prudente. Gli elementi che aveva in mano per giudicare erano pochi, nebulosi: Il Moro dov'era? E dall'incendio non si era salvato nulla? Il Veneziano era conosciuto, il suo sodalizio con il Moro aveva creato ricchezza. Perché rifiutarlo subito rischiando di crearsi un nemico... Avrebbe temporeggiato nascondendolo in quel dedalo di vie e case, almeno il tempo necessario per verificare quanto gli era stato raccontato e scoprire che fine avessero fatto la moglie, la figlia e Il Moro.
Chiamò la sorella e, indicando l'uomo accasciato sulla sedia con un cenno del capo,le disse: "Sistemalo nel solaio della casa di fronte, i Padovan si sono trasferiti a Venezia e prima di un mese non arriveranno i loro cugini. Portagli da mangiare. Nessuno deve sapere che è qui.Mi raccomando".
Sigismondo aprì la bocca per ringraziare, ma il vecchio lo bloccò con un'occhiata infastidita facendo un cenno con la mano che era un chiaro invito ad andarsene.
Il corridoio ingoiò le due figure precedute dalla luce tremolante della lampada a petrolio che allungava ombre sinistre sui muri. In quel momento si udi il rimbombo cupo del battacchio e una voce angosciata di donna filtrò attraverso la porta. " Ma cosa succede oggi?" borbottò Genoveffa affrettandosi verso l'ingresso e aprendo lo sportellino.
"Yael siete voi?" borbottò mentre socchiudeva il portoncino e una figura femminile s'intrufolava, tenendo tra le braccia una bambina avvolta in una coperta. "Venite, potete venire... " e la due donne si allontanarono dirette allo studio, passandogli davanti.
La lampada alzata illuminò il volto della bambina e due occhi azzurrissimi fisssarono Sigismondo che rimase fermo, basito dallo stupore, riconoscendo in quell'inconfondibile contrasto di pelle nera e occhi colore del cielo, la sorella gemella della figlia.(continua...)
Leggere Kafka a Milano
Amo Kafka, Kafka preso in mano a vent'anni e abbandonato subito, disorientata. Ripreso in mano a quarant'anni e letto più per dovere che per piacere. Amo Kafka scoperto, e finalmente assaporato fino in fondo, cogliendo la follia di una Milano dove i casi della vita mi avevano fatto, cinquantenne, arenare. E, mentre impazzivo al Comune o all'Ufficio delle Imposte in code chilometriche per ritrovarmi poi, regolarmente, davanti a un'impiegata programmata per far uscire di senno l'utenza, dicendomi "situazione Kafkiana" sorridevo. Tra le carte, con mani sudaticce, sentendomi oggetto di una persecuzione feroce e per me immotivata, cincinschiavo. Tentare di capire applicando la mia faticosamente conquistata razionalità? Inutile. Tra l'uomo - nel caso specifico la donna - e la vita, l'imponderabile difficoltà, astrusità del vivere, l'angoscia della casualità e l'ingiustizia dell'essere centrati come bersagli dai siluri dell'esistenza.
Nella tasca della giacca lui, Kafka, con i neri occhi febbricitanti puntati sul mondo, osservava attento le mie metamorfosi.
Nella tasca della giacca lui, Kafka, con i neri occhi febbricitanti puntati sul mondo, osservava attento le mie metamorfosi.
giovedì 10 settembre 2009
Dove si è perso John Wayne?
Oggi il mondo ricorda: uno dei simboli della potenza americana, le Torri Gemelle, proiettate verso il cielo ad agguantare le nuvole in corsa, in fiamme, i mille occhi delle finestre puntati su una New York atterrita che ne vive l'agonia. Incredula. Poi il crollo ad avvolgere la novella Pompei in un sudario di cenere grigia, a spegnere l'orgoglio, a umiliare l'arroganza. Sull'aereo presidenziale, due occhietti da topino laboritiano inchiodati su quella voragine che si è inghiottita il sogno americano.
Dove si è perso John Wayne?
E' la fine di un'epoca.
Dove si è perso John Wayne?
E' la fine di un'epoca.
mercoledì 9 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
La lunga giornata di lavoro era finita e sul porticciolo era calato il silenzio rotto soltanto dallo sciabordio del mare. Fioche luci si accendevano nelle case, mentre nel cielo apparivano, tremule, le prime stelle e Il Moro, la giubba sulla spalla, ritornava alla locanda.
Varcata la porta d'ingresso, il brusio del locale lo accolse. A un tavolo d'angolo sedeva Maria con accanto la figlia e, seduta davanti a lei, la moglie del locandiere che la osservava con una certa astiosa diffidenza, lasciando scorrere lo sguardo sull'abito alla moda e sulla bella testa altera che nessun fazzoletto umiliava. Entravano altri uomini e tutti gli sguardi si appuntavano sulla bellissima "foresta" incurisiti dai suoi modi cittadini e dall'abito elegante che indossava. La locandiera aveva accolto con un certo stupore la proposta che le donna le aveva appena fatto di dare una mano nell'osteria, precisando che era cresciuta a sua volta in una locanda e che era abituata a lavorare. La bellezza di quella forestiera, da donna, la infastidiva e la sorprendeva la sicurezza altera con cui si muoveva tra quegli uomini rozzi senza dimostrare alcun disagio. Ma quali segreti nascondevano le labbra di quella donna? Chi era? E chi era l'uomo che l'accompagnava? Certamente non il padre della bambina che era il ritratto della madre e non aveva tratti negroidi. Però una donna come quella avrebbe attratto clienti come il miele le mosche. Da quando aveva trovato alloggio alla locanda gli avventori erano notevolmente aumentati e anche ora la porta sbatteva in continuazione, il locale si era riempito, e i giovanotti parlavano a voce troppo alta, mentre le risate avevano un tono più acceso.
"Non mi sembrate adatta a lavorare dietro a un bancone, ma se mi dite che..."
Maria la interruppe: "Vi assicuro che non vi pentirete. Datemi modo di dimostrarvelo e, complimenti per il locale. Ha molti avventori, segno che il vino è buono, la cucina... pure e i clienti sapete come trattarli".
La donna continuava a osservarla, incerta.
"Il pesce lo sapete cucinare?" chiese, quasi sperando di sentirsi rispondere negativamente.
"Certamente, in tutte le salse. Sono triestina, se non sappiamo cucinare il pesce noi..." e sorrise, finalmente, chinandosi verso la bambina che, sentendosi trascurata reclamava, interrompendo la madre, la sua attenzione.
"E va bene, mettete a letto la bambina e scendete ad aiutarmi, ma vi premetto che la paga è molto bassa... Se vi... "
Maria l'interruppe esclamando "A patto che il vitto e l'alloggio siano gratuiti".
La donna davanti a lei annuì e augurandole "Buon appetito" si alzò e, attraversato il locale, scomparve dietro alla porta della cucina.
Il Moro, che intanto si era avvicinato al tavolo, mentre la donna immergeva il mestolo nella zuppa fumante invitandolo a sedersi, l'apostrofò sospettoso "Cosa voleva quella donna? Cercate di essere prudente".
Maria gli piantò addosso quei suoi occhi calmi e decisi, mentre un sorriso le sfiorava le labbra, poi, risoluta, gli rispose: "Ho trovato lavoro anch'io. E voi quali novità mi portate dal porto? Spero siano buone nuove!"
Varcata la porta d'ingresso, il brusio del locale lo accolse. A un tavolo d'angolo sedeva Maria con accanto la figlia e, seduta davanti a lei, la moglie del locandiere che la osservava con una certa astiosa diffidenza, lasciando scorrere lo sguardo sull'abito alla moda e sulla bella testa altera che nessun fazzoletto umiliava. Entravano altri uomini e tutti gli sguardi si appuntavano sulla bellissima "foresta" incurisiti dai suoi modi cittadini e dall'abito elegante che indossava. La locandiera aveva accolto con un certo stupore la proposta che le donna le aveva appena fatto di dare una mano nell'osteria, precisando che era cresciuta a sua volta in una locanda e che era abituata a lavorare. La bellezza di quella forestiera, da donna, la infastidiva e la sorprendeva la sicurezza altera con cui si muoveva tra quegli uomini rozzi senza dimostrare alcun disagio. Ma quali segreti nascondevano le labbra di quella donna? Chi era? E chi era l'uomo che l'accompagnava? Certamente non il padre della bambina che era il ritratto della madre e non aveva tratti negroidi. Però una donna come quella avrebbe attratto clienti come il miele le mosche. Da quando aveva trovato alloggio alla locanda gli avventori erano notevolmente aumentati e anche ora la porta sbatteva in continuazione, il locale si era riempito, e i giovanotti parlavano a voce troppo alta, mentre le risate avevano un tono più acceso.
"Non mi sembrate adatta a lavorare dietro a un bancone, ma se mi dite che..."
Maria la interruppe: "Vi assicuro che non vi pentirete. Datemi modo di dimostrarvelo e, complimenti per il locale. Ha molti avventori, segno che il vino è buono, la cucina... pure e i clienti sapete come trattarli".
La donna continuava a osservarla, incerta.
"Il pesce lo sapete cucinare?" chiese, quasi sperando di sentirsi rispondere negativamente.
"Certamente, in tutte le salse. Sono triestina, se non sappiamo cucinare il pesce noi..." e sorrise, finalmente, chinandosi verso la bambina che, sentendosi trascurata reclamava, interrompendo la madre, la sua attenzione.
"E va bene, mettete a letto la bambina e scendete ad aiutarmi, ma vi premetto che la paga è molto bassa... Se vi... "
Maria l'interruppe esclamando "A patto che il vitto e l'alloggio siano gratuiti".
La donna davanti a lei annuì e augurandole "Buon appetito" si alzò e, attraversato il locale, scomparve dietro alla porta della cucina.
Il Moro, che intanto si era avvicinato al tavolo, mentre la donna immergeva il mestolo nella zuppa fumante invitandolo a sedersi, l'apostrofò sospettoso "Cosa voleva quella donna? Cercate di essere prudente".
Maria gli piantò addosso quei suoi occhi calmi e decisi, mentre un sorriso le sfiorava le labbra, poi, risoluta, gli rispose: "Ho trovato lavoro anch'io. E voi quali novità mi portate dal porto? Spero siano buone nuove!"
martedì 8 settembre 2009
Blog mon amour
Sarò anche fissata, ma il pc continua a irretirmi. Pur con gli inevitabili limiti, le ripetitività, il mare del mio tempo che si divora, "Andare in rete" e occuparmi del mio blog mi apre sconfinati orizzonti.
Tutto da verificare, siamo d'accordo, il senso critico sempre all'erta ad annusare l'aria, ma andare per blog è come rovistare nelle soffitte dell'anima che si alimentano di notizie che qualcuno vorrebbe occultare, di ricordi. Come vecchi solai, eliminati per motivi di spazio, materializzazione "dell'amarcord" in cui i bambini curiosando e giocando scoprivano i segreti di famiglia, nel loro aspetto diaristico, i blog ci parlano spesso del passato, tratteggiando nel loro insieme una società scomparsa, quell'indispensabile "prima" che permette di capire ciò che siamo diventati. Nei blog, inoltre, i sentimenti sono spesso scoperti: furoreggia la rabbia, s'insinuano le speranze, filtra la delusione, arriva l'onda d'urto della ribellione, in tutte le lingue, da ogni parte del pianeta, esempio perfetto di globalizzazione, i blog ci consentono di sbirciare nel "privato del mondo", di cogliere l'altra faccia della luna. E tutto ciò non soltanto non potrà non modificare, ma ha già modificato la realtà che ci circonda.
Alternativo e/o complementare alla televisione, il pc attraverso i blog ha denunciato i danni, i pericoli, le modificazioni profonde che questo strumento ha provocato...E, tutto potremmo affermare, ma non che in un Paese come il nostro quello scatolone d'acciaio simile a un ultra tecnologico palcoscenico di marionette non abbia cambiato la mentalità, alterato i giochi politici, irreggimentato e omologato anime e cervelli. E il sapere libero, ancora non standardizzato dove ha trovato e trova, se non nei blog, una forma di espressione che, essendo diverse le opinioni, possa essere oggetto di confronto? Qualcuno pensa che il popolo dei blog presenti un'uniformità di fondo: livello medio alto d'istruzione, orientato a sinistra, né vecchio né giovane e quindi con ridotte possibilità di confronto. Forse l'uniformità in questione caratterizzava i blogger della prima ora ma, di fronte alla crescita del fenomeno,le generalizzazioni risultano poco valide. Basterebbe pensare alla differenza d'età: sempre più baldanzosi pensionati e pensionate si siedono davanti al pc, con esperienze professionali e di vita profondamente diverse. Donne, uomini, ragazzini, gay, sani, malati, lavoratori e disoccupati, studenti e docenti e chi più ne più ne metta. A parte i pochi giornali non asserviti al potere e con la televisione nelle mani del presidente del Consiglio, se non avessimo la Rete e i blog saremmmo messi veramente male. Pensando poi in particolare alle blogger, ho la sensazione che abbiano trovato uno spazio di di comunicazione tra loro, e non soltanto con i maschi, che le donne non riescono sempre a creare nel mondo non virtuale. Legate più dei maschi alla casa per le esigenze della famiglia, in primis dei figli, mentre si cucina il sugo, occhieggiano e scrivono sui blog e, anche se brucia qualche arrosto, una forma di solidarietà femminile, la coscienza dei propri diritti, un po'di conforto e un patrimonio di conoscenze vanno prendendo forma.
Si mette in comune tanto nei blog e, a mio avviso, si sta dando vita a un sapere collettivo critico, libero e autonomo che già prefigura nuove modalità di apprendimento e la fruizione, nello spazio che si apre a ogni forma di sperimentazione, del "bello" in tutte le sue forme artistiche. Fruizione gratuita capace, in un mondo dove tutto è ricondotto o riconducibile al denaro, dal denaro per una volta, di emanciparsi, dissociandosi.
Tutto da verificare, siamo d'accordo, il senso critico sempre all'erta ad annusare l'aria, ma andare per blog è come rovistare nelle soffitte dell'anima che si alimentano di notizie che qualcuno vorrebbe occultare, di ricordi. Come vecchi solai, eliminati per motivi di spazio, materializzazione "dell'amarcord" in cui i bambini curiosando e giocando scoprivano i segreti di famiglia, nel loro aspetto diaristico, i blog ci parlano spesso del passato, tratteggiando nel loro insieme una società scomparsa, quell'indispensabile "prima" che permette di capire ciò che siamo diventati. Nei blog, inoltre, i sentimenti sono spesso scoperti: furoreggia la rabbia, s'insinuano le speranze, filtra la delusione, arriva l'onda d'urto della ribellione, in tutte le lingue, da ogni parte del pianeta, esempio perfetto di globalizzazione, i blog ci consentono di sbirciare nel "privato del mondo", di cogliere l'altra faccia della luna. E tutto ciò non soltanto non potrà non modificare, ma ha già modificato la realtà che ci circonda.
Alternativo e/o complementare alla televisione, il pc attraverso i blog ha denunciato i danni, i pericoli, le modificazioni profonde che questo strumento ha provocato...E, tutto potremmo affermare, ma non che in un Paese come il nostro quello scatolone d'acciaio simile a un ultra tecnologico palcoscenico di marionette non abbia cambiato la mentalità, alterato i giochi politici, irreggimentato e omologato anime e cervelli. E il sapere libero, ancora non standardizzato dove ha trovato e trova, se non nei blog, una forma di espressione che, essendo diverse le opinioni, possa essere oggetto di confronto? Qualcuno pensa che il popolo dei blog presenti un'uniformità di fondo: livello medio alto d'istruzione, orientato a sinistra, né vecchio né giovane e quindi con ridotte possibilità di confronto. Forse l'uniformità in questione caratterizzava i blogger della prima ora ma, di fronte alla crescita del fenomeno,le generalizzazioni risultano poco valide. Basterebbe pensare alla differenza d'età: sempre più baldanzosi pensionati e pensionate si siedono davanti al pc, con esperienze professionali e di vita profondamente diverse. Donne, uomini, ragazzini, gay, sani, malati, lavoratori e disoccupati, studenti e docenti e chi più ne più ne metta. A parte i pochi giornali non asserviti al potere e con la televisione nelle mani del presidente del Consiglio, se non avessimo la Rete e i blog saremmmo messi veramente male. Pensando poi in particolare alle blogger, ho la sensazione che abbiano trovato uno spazio di di comunicazione tra loro, e non soltanto con i maschi, che le donne non riescono sempre a creare nel mondo non virtuale. Legate più dei maschi alla casa per le esigenze della famiglia, in primis dei figli, mentre si cucina il sugo, occhieggiano e scrivono sui blog e, anche se brucia qualche arrosto, una forma di solidarietà femminile, la coscienza dei propri diritti, un po'di conforto e un patrimonio di conoscenze vanno prendendo forma.
Si mette in comune tanto nei blog e, a mio avviso, si sta dando vita a un sapere collettivo critico, libero e autonomo che già prefigura nuove modalità di apprendimento e la fruizione, nello spazio che si apre a ogni forma di sperimentazione, del "bello" in tutte le sue forme artistiche. Fruizione gratuita capace, in un mondo dove tutto è ricondotto o riconducibile al denaro, dal denaro per una volta, di emanciparsi, dissociandosi.
lunedì 7 settembre 2009
Gregor Samsa poteva prendere il cappello e uscire a camminare nel vento.
Cos'era quel trillo deciso che non le dava tregua? Che idiota: la sveglia. No, la sveglia non modula i suoni, non cessa di urlare per riprendere fiato. Non cessa di urlare per riprendere fiato? Respira! La sveglia? Aprì un occhio. Diffidente e con visuale limitata, ma sufficiente a inquadrare quell'angolo di culla. Si decise a guardare. Eccolo l'alieno: aveva smesso di urlare e la guardava. Tentava di sorriderle ma aveva troppa fame, il culo a mollo nel piscio e la copertina arrotolata in fondo. Era tutto estremamente sgradevole: conforto immediato urlava il suo pianto che riprendeva deciso. Anche lei avrebbe avuto bisogno di conforto - pensò. Chissà se lui aveva paura? Tanta quanta ne aveva lei?
Si alzò, guardandosi attorno nella casa in disordine. La giornata che occhieggiava da dietro le finestre le sbatteva in faccia una primavera avanzata, aggressiva come un'estate precoce. Aprì la finestra della cucina e quell'aria, che aveva rubato all'erba e alle prime viole il profumo, l'investì. L'invitava, la bastarda l'invitava a vestirsi di vento e a uscire: la pelle al sole e la libertà tra le mani. Lo cambiò e lo lavò. Era già più tranquillo, anche se si mordicchiava le dita, succhiandosele. Gli infilò in bocca il capezzolo, sentendo il tepore di quel corpicino caldo e leggero. Lo annusò, socchiudendo gli occhi: sapeva di gatto appena nato. Nel vetro della finestra si vide riflessa e, atterrita, chiuse gli occhi. Era stato un parto della sua fantasia?
L'aveva sognata o vista quell'immagine.
Tentò di staccarselo di dosso... un bambino non si attacca. Non è un bubbone, ma lui lo era.
La testa stava scomparendo, sfumavano gli occhi, le mani rientravano nelle bracciotte corte, sempre più corte. Lei lo stava fagocitando. Lei l'aveva fatto e lei lo distruggeva.
Qualcosa si era inceppato nel meccanismo riproduttivo che andava srotolandosi all'indietro.
Corse davanti allo specchio: appena in tempo per vederlo sparire del tutto mentre il suo ventre si caricava di lui, scalciante com'era stato negli ultimi giorni prima della nascita.
Tentò di urlare, ma dalla gola le uscì solo un gorgoglio indistinto.
Era diventata pazza? Come avrebbe potuto giustificare la scomparsa del bambino? Non era scomparso, era tornato nella sua pancia. Era lì. Era! Sì, perchè la pancia si riduceva, sempre di più. Si passò una mano sul ventre: piatto.
Non poteva essere vero. Cominciò a cercarlo, a chiamarlo: "Giovanni, Giovannino... "
Di nuovo la sveglia? No, era prolungato quel suono, lacerante e avrebbe impedito a Giovanni di sentirla.
" Giovanni, Giovannino... "
Sotto le sue finestre il medico auscultava il battito inesistente sul corpicino del neonato.
Scuoteva il capo.
La volante della polizia spegneva la sirena, poi, frenava a due passi dall'autoambulanza.
Lei sorrideva alla sua immagine riflessa nello specchio.
La mamma era scomparsa, come un incubo al risveglio dal sonno.
Gregor Samsa poteva prendere il cappello e uscire a camminare nel vento.
Si alzò, guardandosi attorno nella casa in disordine. La giornata che occhieggiava da dietro le finestre le sbatteva in faccia una primavera avanzata, aggressiva come un'estate precoce. Aprì la finestra della cucina e quell'aria, che aveva rubato all'erba e alle prime viole il profumo, l'investì. L'invitava, la bastarda l'invitava a vestirsi di vento e a uscire: la pelle al sole e la libertà tra le mani. Lo cambiò e lo lavò. Era già più tranquillo, anche se si mordicchiava le dita, succhiandosele. Gli infilò in bocca il capezzolo, sentendo il tepore di quel corpicino caldo e leggero. Lo annusò, socchiudendo gli occhi: sapeva di gatto appena nato. Nel vetro della finestra si vide riflessa e, atterrita, chiuse gli occhi. Era stato un parto della sua fantasia?
L'aveva sognata o vista quell'immagine.
Tentò di staccarselo di dosso... un bambino non si attacca. Non è un bubbone, ma lui lo era.
La testa stava scomparendo, sfumavano gli occhi, le mani rientravano nelle bracciotte corte, sempre più corte. Lei lo stava fagocitando. Lei l'aveva fatto e lei lo distruggeva.
Qualcosa si era inceppato nel meccanismo riproduttivo che andava srotolandosi all'indietro.
Corse davanti allo specchio: appena in tempo per vederlo sparire del tutto mentre il suo ventre si caricava di lui, scalciante com'era stato negli ultimi giorni prima della nascita.
Tentò di urlare, ma dalla gola le uscì solo un gorgoglio indistinto.
Era diventata pazza? Come avrebbe potuto giustificare la scomparsa del bambino? Non era scomparso, era tornato nella sua pancia. Era lì. Era! Sì, perchè la pancia si riduceva, sempre di più. Si passò una mano sul ventre: piatto.
Non poteva essere vero. Cominciò a cercarlo, a chiamarlo: "Giovanni, Giovannino... "
Di nuovo la sveglia? No, era prolungato quel suono, lacerante e avrebbe impedito a Giovanni di sentirla.
" Giovanni, Giovannino... "
Sotto le sue finestre il medico auscultava il battito inesistente sul corpicino del neonato.
Scuoteva il capo.
La volante della polizia spegneva la sirena, poi, frenava a due passi dall'autoambulanza.
Lei sorrideva alla sua immagine riflessa nello specchio.
La mamma era scomparsa, come un incubo al risveglio dal sonno.
Gregor Samsa poteva prendere il cappello e uscire a camminare nel vento.
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