Perché tanta meraviglia, Silvio? Hai trasformato la politica in spettacolo, in show televisivo, ponendoti al centro della scena - tu, inguaribile istrione,- e recitando la tua parte, inorgoglito dagli applausi sempre più calorosi, standing ovation inclusa? E allora? Il tuo pubblico si è stancato, forse perché il tuo spettacolo si è fatto ripetitivo: sempre le solite donnine, tutte curve e poco cervello, sempre la stessa menata, sempre uguali anche i sorrisi mentre gli spettatori all'uscita non trovavano più il cappello, o l'ombrello oppure i guanti, e, alla fine, nemmeno il cappotto e, tornando a casa, qualcuno si è ritrovato il soggiorno allagato e - come consolazione - solo le tue promesse e, di reale, una bottiglia d'acqua minerale e una vanga. Per cominciare a spalare il fango, anche dal laboratorio tirato su a fatica in anni di lavoro... "Come in guerra... " ha sussurrato tra i denti una vecchietta intervistata in TV, "come in guerra" mentre tu, simpatica canaglia, aggiungevi alla tua collezione di case l'ultima: la reggia di Antigua, costruita lontano dal Belpaese, poiché qui tutto rovina e i paesi ruscellano a valle dopo due giorni di pioggia, insieme alla terra resa instabile, ballerina, dal dissesto idrogeologico. E così qualcuno ha cambiato canale e magari ha scoperto un comico più bravo - uno che ha recitato gratuitamente - prendendoti per i fondelli, facendoti apparire per quello che sei sempre stato: un guitto. Un guitto! Sì, ma della politica che, di allegro, non ha mai avuto tanto e che - diciamocelo una volta per tutte - dovrebbe essere una cosa seria.
Si può sempre cambiare canale, Silvio, e se dovessi apparire a reti unificate, basterebbe un clic per spegnere il televisore. E' la politica via video, quella dell'immagine, quella "usa e getta", quella che tanto ha contribuito al tuo successo... Non ridi più? Il mugugno non dona in TV, te lo sei scordato? Uno come te?
Mi meravigli, Silvio!
sabato 13 novembre 2010
venerdì 12 novembre 2010
Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°4)
Si voltò e fissò quel volto rotondo e largo di contadina.
"Quanti anni, Angela... ".
Le sorrise interrogativa.
"Maria, la nuora di Peppino... "
Fece un falso cenno di assenso chiedendole: "Qui non abita più nessuno?"
"Dopo la morte del marito è andata a vivere in città: dal figlio. Viene ogni tanto. Mette due fiori al cimitero... "
"E' quello che farò anch'io" tagliò corto sorridendo, mentre già s'incamminava lungo la strada che svoltava poco lontano per inerpicarsi a spirale lungo i fianchi della collina fino a raggiungere il cimitero sul cocuzzolo. La seguirono alcune parole che il vento raccolse sparpagliandole sui prati.
Ripercorse quella strada come tante volte aveva fatto: i figli bambini che le saltellavano accanto rumorosi contendendosi la sua mano e litigando tra loro. Il sole alto nel cielo scioglieva la neve che cadeva dai rami in uno sfarfallio acquoso che non la intristiva. Varcò il cancello: la tomba della famiglia s'imponeva aggressiva e massiccia sulle piccole lapidi che la circondavano, quasi si trattasse di uno stuolo ossequioso di soldati che circondasserero un condottiero a cavallo.
Fu in quel momento che la vide. Si stagliava netta ritagliandosi uno spazio nel biancore luccicante del paesaggio, l'abito nero che le ricadeva sul corpo snello confondendosi con la massa scura, lucida, dei capelli, la veletta che le oscurava lo sguardo. Si squadrarono per un lungo istante, prendendosi le misure. Diffidenti.
"Angela: non pensavo che ti avrei rivista" le disse sua suocera.
"La vita ci sorprende. Sempre!" le rispose avvicinandosi. Si meravigliò che portasse quel cappello eccessivamente elegante, poco adatto al luogo e alla stagione, come l'abito e le scarpe dal tacco alto di camoscio nero.
"Non sei cambiata" aggiunse, con una certa invidia, notando che il volto, dal profilo altero, era ancora bello, incredibilmente bello per la sua età, mentre il bisogno di giustificarsi davanti a lei la induceva a dirle "So che non hai approvato la mia decisione, ma... "
La donna la guardava, in attesa. O era lei che scambiava per attesa ciò che era soltanto una patina di cortese indifferenza?
Incominciò a parlare, la voce che nel silenzio del luogo si era fatta un bisbiglio quasi incomprensible, mentre lei tentava di dare a quelle parole che uscivano a stento dalle sue labbra una pienezza che non avevano. Perché non riusciva ad articolare le parole, né a staccarle l'una dall'altra? Erano, come un torrente in piena, l'espressione di un'angoscia ormai incontenibile che tracimava invadendo il silenzio, rimbalzando sulle lapidi e sul viso della donna che, davanti a lei, la osservava fredda, distante, l'espressione immobile, come quella dei volti che le lapidi incorniciavano nel gelo del marmo.
Il rancore, mai superato del tutto, la soffocava e il silenzio dell'altra, lungi dal calmarla, aumentava la sua rabbia mentre le accuse rivolte al marito rimbalzavano su quel nome, il nome della rivale, che le sue labbra nominavano torcendosi.
"Be', dimmi qualcosa, rispondimi!" esclamò alla fine, sempre con quella voce soffocata, innaturale, monotona che non le apparteneva. La risposta fu un enigmatico sorriso, seguito da un gesto fatto la mano: quasi un gesto d'addio che tale si rivelò quando, distratta da un frullo d'ali, dopo aver seguito il volo di un uccello, lei riabbassò lo sguardo notando, stupita, che davanti a lei non c'era nessuno e l'unico rumore che si udiva era il cigolio sommesso che proveniva dalla porta socchiusa che dava accesso alla tomba di famiglia. Una sensazione di paura la morse allo stomaco e la fretta, quella fretta che per pochi minuti le aveva concesso una tregua, la spinse di nuovo a mettersi in marcia... Ad andare e, come un animale braccato, a correre, per sottrarsi a qualcosa, a qualcuno. Pochi secondi le bastarono per raggiungere il cancello e uscire.
Aveva ripreso a nevicare.
(continua... )
lunedì 8 novembre 2010
Mio caro Presidente...
Mio caro Presidente,
non ha ancora capito che il suo tempo è scaduto? Dai tetti delle fabbriche, dall'alto delle gru, dalle strade che sempre più spesso si colmano di gente, arriva un urlo, un frastuono che presto sarà boato. Non li sente, Presidente, non li sente, i ragazzi che hanno fame di lavoro, gli immigrati che reclamano il diritto ad esistere, ad essere cittadini come gli altri, non le sente le ghignate che arrivano dall'estero, i risolini di scherno che la seguono, la circondano, le voci false dei servi che ancora la adulano... ? E' sordo, Presidente? E' cieco? La sta aggirando, e superando, la Storia che corre veloce, dove diretta non ci è dato sapere, ma certamente in un futuro che lei non vedrà perché è vecchio, è sfatto. E' la vita, Presidente, con le sue regole, e non c'è carta di credito che possa cambiarle.
Si guardi allo specchio nella luce livida, implacabile, del giorno che nasce e capirà di essere un uomo finito. Si tolga il cerone, si sfili quelle assurde scarpe con il tacco - non è una ballerina, è un nonno - smetta di sorridere e si (ci) risparmi quelle battute becere, volgari, quelle barzellette che non fanno più divertire nessuno. Prenda la porta e se la schiuda alle spalle. Non abbiamo voglia di ridere, dobbiamo voltare pagina ...
E ricominciare.
Scompaia, Presidente. Si dimetta! E' quello che il Paese attende, è quello che il Paese esige.
lunedì 1 novembre 2010
Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°3)
Devo andare - pensò, alzandosi in fretta e lasciando il denaro sul tavolino, senza voltarsi indietro, l'urgenza di muoversi che dava ai suoi gesti una concitazione per lei inusuale.
Il sole ora avvolgeva la valle che si spalancava davanti ai suoi occhi. Conosceva quelle montagne aspre, puntute, e il loro silenzio, conosceva quella strada che si snodava, alternando curve a brevi rettilinei, giù nella valle. Pur coperta dalla neve avrebbe saputo distinguerne il tracciato, anche a occhi chiusi. Affrettò il passo, scendendo sicura. Rispetto alla notte appena passata avanzava abbastanza spedita. Il figlio non la seguiva più... Doveva essersi fermato. Forse la proprietaria del locale gli aveva offero le salsicce di fegato sott'olio, forse si era stancato di seguirla in quella sua corsa che doveva essergli sembrata priva di senso. Be', era adulto e vaccinato, se la sarebbe cavata da solo in un modo o nell'altro.
Il caffè le bruciava lo stomaco e il freddo pungente la faceva rabbrividire. Quasi senza rendersene conto si ritrovò in una piazzetta, una di quelle piazze così comuni nei paesi da non essere quasi distinguibili l'una dall'altra. L'immancabile chiesa da un lato, il bar dall'altro, case e un negozio di alimentari a delimitare quello spazio che è il cuore pulsante di ogni paese. Qualche vecchio con le carte da gioco in mano, le beghine davanti alla chiesa, nere come corvi saltellanti sulla neve in cerca di cibo. Nulla sembrava cambiato, nemmeno nella casa accanto alla chiesa.
Si avvicinò e accostò l'orecchio al battente del portone. Silenzio. Assoluto. Era passato tanto tempo, cosa si era aspettata? Di trovare qualcuno? Di essere accolta al suono delle fanfare?
Si mosse lentamente e sbirciò, attraverso la cancellata, nel giardino. Era incolto, i cespugli avevano invaso le aiuole. La siepe non più potata, fitta come un muro, ricadeva in disordine intrecciandosi alle erbacce e debordando nella piazza.
"C'è nessuno?" La sua voce risuonò stridula e alle sue spalle sentì, prima ancora di avvertirne la presenza, una voce di donna apostrofarla in tono interrogativo: "Sei tu Angela? Mio Dio, quanto tempo è passato?"
(continua... )
Il sole ora avvolgeva la valle che si spalancava davanti ai suoi occhi. Conosceva quelle montagne aspre, puntute, e il loro silenzio, conosceva quella strada che si snodava, alternando curve a brevi rettilinei, giù nella valle. Pur coperta dalla neve avrebbe saputo distinguerne il tracciato, anche a occhi chiusi. Affrettò il passo, scendendo sicura. Rispetto alla notte appena passata avanzava abbastanza spedita. Il figlio non la seguiva più... Doveva essersi fermato. Forse la proprietaria del locale gli aveva offero le salsicce di fegato sott'olio, forse si era stancato di seguirla in quella sua corsa che doveva essergli sembrata priva di senso. Be', era adulto e vaccinato, se la sarebbe cavata da solo in un modo o nell'altro.
Il caffè le bruciava lo stomaco e il freddo pungente la faceva rabbrividire. Quasi senza rendersene conto si ritrovò in una piazzetta, una di quelle piazze così comuni nei paesi da non essere quasi distinguibili l'una dall'altra. L'immancabile chiesa da un lato, il bar dall'altro, case e un negozio di alimentari a delimitare quello spazio che è il cuore pulsante di ogni paese. Qualche vecchio con le carte da gioco in mano, le beghine davanti alla chiesa, nere come corvi saltellanti sulla neve in cerca di cibo. Nulla sembrava cambiato, nemmeno nella casa accanto alla chiesa.
Si avvicinò e accostò l'orecchio al battente del portone. Silenzio. Assoluto. Era passato tanto tempo, cosa si era aspettata? Di trovare qualcuno? Di essere accolta al suono delle fanfare?
Si mosse lentamente e sbirciò, attraverso la cancellata, nel giardino. Era incolto, i cespugli avevano invaso le aiuole. La siepe non più potata, fitta come un muro, ricadeva in disordine intrecciandosi alle erbacce e debordando nella piazza.
"C'è nessuno?" La sua voce risuonò stridula e alle sue spalle sentì, prima ancora di avvertirne la presenza, una voce di donna apostrofarla in tono interrogativo: "Sei tu Angela? Mio Dio, quanto tempo è passato?"
(continua... )
domenica 31 ottobre 2010
Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°2)
Si voltò. L'uomo, anzi il ragazzo che la seguiva, le sorrise, e con una breve corsa la raggiunse.
"Ma che giorno è?" le chiese.
"Domenica credo, altrimenti io sarei al lavoro e tu a scuola".
E sorrise, osservandolo, l'espressione corrucciata di sempre, il maglione di sghembo, e quel passo nervoso che si mangiava la strada.
"Che bella questa vallata, mamma, mi emoziona ogni volta che la vedo... "
"E' bella, ma io amo il mare".
"Lo so, sei proprio una lucertola"
Scendevano affiancati lungo lo stretto viottolo, non nevicava più.
"Ho fame e tu?" lui le chiese.
"No" gli rispose.
Il baretto del paese era piccolo, squallido in quel suo lindore di plastica e odore aspro di detersivo che saliva dal secchio, colmo di acqua schiumosa, dove la proprietaria intingeva il moccio che strizzava prima di passarlo con foga eccessiva sul pavimento.
"Un caffè ristretto e una cioccolata. Avete delle brioches?"
"Teniamo salame e formaggio, signo' " e la donna rise, le mani sui fianchi larghi e ondeggianti, guardando golosa suo figlio che già assentiva.
Lo osservò mangiare, il caffè forte e aspro che le scendeva nello stomaco, e gli chiese:
"Allora, hai deciso che facoltà... "
"Buono questo salame... "
"Lo faccimo noialtri, credo ch'è bono... " e curiosa la donna chiese "Da dove venite?"
"Da lontano, molto lontano" lei rispose.
"Economia, nella migliore tradizione di famiglia... " e rise concludendo "mi hai convinto".
La proprietaria armeggiava ora intorno a una vecchia radio. Pochi secondi e nella stanza irruppe la musica. Vorrei che fosse amore, amore quello vero... e lei continuò, a mezzavoce, la cosa che io sento.... e guardando suo figlio la colpì quel suo modo di guardare e il colore dei suoi occhi, come se l'avesse scoperto in quel momento. Cosa? "Che i cromosomi non sono acqua" pensò, confusamente, perchè la felicità non richiede intelligenza, solo la capacità di lasciarsi andare per afferrarla con tutti i sensi e in tutta la sua assenza di senso.
Dalla finestra entravano il luccicchio bianco della neve e il sole di sghembo. Prepotente.
(continua... )
sabato 30 ottobre 2010
Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°1)
La notte era buia, senza stelle, cupa. Lei avanzava lungo il sentiero quasi a tentoni, inciampando a tratti sulle radici d'albero affioranti dal terreno, la mantella che le svolazzava intorno, gonfionadosi di vento e impigliandosi sui rami degli alberi che intravedeva quando emegevano spettrali dall'oscurità.
Andava, senza fermarsi, passo dopo passo, quasi un istinto la guidasse. Ma dove? Sapeva di dover andare, sperava che il suo istinto la guidasse. Ogni tanto alzava gli occhi a fissare il cielo che, senza soluzione di continuità, si fondeva con l'oscurità della terra, avvolgendola in uno scrigno di velluto.
"Ci sarà un lampione a un incrocio, una finestra orlata di luce, una stella sfuggita alla gabbia delle nuvole... " pensava mentre i suoi piedi calpestavano la terra spaccata dal gelo e lei andava, andava. "Da quanto tempo? Che ora poteva essere? Non portava orologi, non li aveva mai sopportati. Il tempo lo teneva a distanza, come un amante sgradito non lo degnava di un'occhiata: aveva già invaso la sua vita portandogliela via a pezzi, a morsi, a bocconi sempre più grossi... "
Un lampo azzurro infranse l'oscurità. Una voce, sgradevole, lo accompagnava. Qualcuno la chiamava. "Angela, Angela... buongiorno!" E questa chi è? Affondò in due tette mastodontiche, profumate di "Stira e ammira", boccheggiando; sentì un dolore acuto al braccio e, mentre rispondeva educatamenteva "Sì?", la voce di poco fa chiese "Come andiamo?". "Cosa te ne frega?" lei non riuscì a fare a meno di pensare ma rispose, sapendo di dover rispondere qualcosa, mugugnando quelle due parole "Non male... " e tenendo gli occhi chiusi, ostinatamente chiusi, perché non era questa la luce che cercava.
Qualcosa le scivolò in gola... Poi di nuovo buio e tra le labbra si ritrovò un fiocco di neve che, ghiacciata, si scioglieva al contatto della sua bocca. La dissetò, ma ci mancava solo la neve a rendere il suo cammino ancora più stentato e difficile.
Nell'aria un baluginio chiaro fece impallidire la notte.
Stava sorgendo l'alba.
Il mondo riacquistava contorni definiti: la sua risatina di sollievo cantò, come un ruscello al disgelo, la sua eco che si amplificava cozzando, rimbalzando di roccia in roccia, mentre il sole illuminava la valle che si spalancava davanti a lei, i casolari gettati a caso, come dadi su un tavolo da gioco. Un gallo cantò e qualcuno che camminava alle sue spalle, affrettò il passo.
(continua... )
Il ritorno di Casanova
Amo Schnitzler, Arthur Schnitzler, di cui ho appena letto Il ritorno di Casanova, piccolo gioiello scritto a inizio Novecento dall'autore austriaco. Calandosi nei panni di un Casanova sessantenne, lo scrittore ne ipotizza il declino, proponendolo sul filo serrato di un monologo interiore che, come una colonna sonora in sottofondo, ne ritma la cadenza. E la storia ci presenta un Casanova costretto a prendere atto dell'insulto del tempo, che sfida cercando il confronto con la giovinezza integra - e la bellezza che ne consegue - dell'amante di Marcolina, un giovane e aitante ufficiale innamorato della ragazza, al quale Casanova, a seguito di una perdita al gioco che glielo consegna calzato e vestito in tutta la sua debolezza, farà una proposta indecente: una notte con Marcolina in cambio dell'azzeramento del debito. Casanova, fingendosi il giovane ufficiale con il favore delle tenebre, penetrerà nella camera della donna e... , a questo punto, la posta in gioco non sarà solo un'avventura amorosa, una in più da aggiungere alla lunga lista delle conquiste di Casanova, ma il diritto, la possibilità, la familiare consueta capacità di seduzione che dovrà dimostrarsi non solo intatta, ma incandescente, esplosiva come un fuoco d'artificio in una notte di festa, capace di sgominare non solo ogni altro pretendente, riconoscendo in lui, per l'ennesima volta, il seduttore che non teme rivali, l'uomo al quale ogni donna non può non sognare prima o poi di concedersi, ma anche e soprattutto il destino che alla vecchiaia ci condanna.
Non vi anticipo il finale che, in un crescendo di sfide e di sentimenti che le impongono, non potrà che essere, come è inevitabile sia, frutto della consequenzialità logica degli eventi che ritmano la vita.
Sullo sfondo, anche se nulla lega i luoghi del romanzo all'Austria di Schnitzler, il grado di maturità cui l'autore perviene nell'approfondire l'indagine psicologica dei personaggi, in primis Casanova, mi riporta alla Vienna di Freud, alla nascita della psicanalisi che quella cultura fu in grado di produrre ... un istante prima che la guerra travolgesse e distruggesse per sempre l'Impero degli Asburgo.
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