Davanti a lei lo scaffale dei libri.
Il brutto anatroccolo!
Non aveva bisogno di specchi per vedersi: lenti da miope su un naso da Pinocchio sorpreso a mentire.
“ Andersen? “
Altro sguardo miope dietro alle lenti.
“Diluvia” lui mormorò, la parola gorgogliava nella sua gola. Come rosolio.
“ La diversità è durissima!” disse lei flebilmente.
L’onda ramata dei capelli dava al suo viso un riverbero di fuoco.
“ Ma affascinante… come un cigno”
Gli occhiali in tasca uscirono a tentoni, nella notte gonfia di pioggia.
mercoledì 25 febbraio 2009
martedì 24 febbraio 2009
Giovani
Marco Freccero rimanda, sul suo blog, a Francesco Alberoni che, dalle colonne del "Corriere della Sera " invita i giovani a spegnere YouTube e chat per una moratoria.
La prima cosa che mi viene in mente é: ci muoviamo nell’ambito delle Scienze sociali dove si parte con la formulazione di campioni che dovrebbero essere rappresentativi di una certa realtà. Ma stiamo già usando il condizionale.
Qualcuno butta giù: “I giovani non… oppure i giovani si… “
I giovani? Che età hanno e, soprattutto chi sono: una massa omogenea oppure un gruppo estremamente variegato?
Sono i ragazzi dei grandi centri urbani che vivono in periferia, quelli che risiedono nel centro storico, i ragazzi di provincia: del Sud o del Nord del Paese? Dell’Emilia “rossa” o del Veneto leghista?
Laureati, diplomati, usciti dalla scuola dell’obbligo, analfabeti di ritorno o analfabeti tout court? Figli di divorziati, di separati, di disoccupati, con madri lavoratrici o casalinghe? Padri: operai, professionisti, oppure imprenditori? Famiglie ricche, povere, poverissime, middle class. E i figli degli extra comunitari li inseriamo?
Sono giovani che già lavorano o giovani disoccupati; studenti: in corso o fuori corso.
Quali insegnanti hanno avuto: demotivati, incapaci, frustrati, in attesa di pensionamento o giovani e preparati docenti ancora pieni di sacro furore? E i loro genitori leggono o per casa hanno visto solo “ Chi” e “ la Gazzetta dello Sport” ?
E quando parlano dicono la verità o stanno mentendo spudoratamente? Leggono oppure no?
Se non si è letto fino ai quarant’anni non si legge più. E come la mettiamo con i carcerati che entrano ignorantissimi ed escono laureati?
I giovani sono: uomini, donne, gay, italiani o stranieri?
A questo punto penso ai miei figli: sono tre. Diversissimi.
Provocatoriamente mi chiedo quale valore possano avere le generalizzazioni e mi viene in mente una sola risposta: sono rassicuranti.
La prima cosa che mi viene in mente é: ci muoviamo nell’ambito delle Scienze sociali dove si parte con la formulazione di campioni che dovrebbero essere rappresentativi di una certa realtà. Ma stiamo già usando il condizionale.
Qualcuno butta giù: “I giovani non… oppure i giovani si… “
I giovani? Che età hanno e, soprattutto chi sono: una massa omogenea oppure un gruppo estremamente variegato?
Sono i ragazzi dei grandi centri urbani che vivono in periferia, quelli che risiedono nel centro storico, i ragazzi di provincia: del Sud o del Nord del Paese? Dell’Emilia “rossa” o del Veneto leghista?
Laureati, diplomati, usciti dalla scuola dell’obbligo, analfabeti di ritorno o analfabeti tout court? Figli di divorziati, di separati, di disoccupati, con madri lavoratrici o casalinghe? Padri: operai, professionisti, oppure imprenditori? Famiglie ricche, povere, poverissime, middle class. E i figli degli extra comunitari li inseriamo?
Sono giovani che già lavorano o giovani disoccupati; studenti: in corso o fuori corso.
Quali insegnanti hanno avuto: demotivati, incapaci, frustrati, in attesa di pensionamento o giovani e preparati docenti ancora pieni di sacro furore? E i loro genitori leggono o per casa hanno visto solo “ Chi” e “ la Gazzetta dello Sport” ?
E quando parlano dicono la verità o stanno mentendo spudoratamente? Leggono oppure no?
Se non si è letto fino ai quarant’anni non si legge più. E come la mettiamo con i carcerati che entrano ignorantissimi ed escono laureati?
I giovani sono: uomini, donne, gay, italiani o stranieri?
A questo punto penso ai miei figli: sono tre. Diversissimi.
Provocatoriamente mi chiedo quale valore possano avere le generalizzazioni e mi viene in mente una sola risposta: sono rassicuranti.
lunedì 23 febbraio 2009
Scrivi anche tu?
Si erano conosciute navigando, no, non in una crociera come due turiste di mezza età alla ricerca di compagnia, ma scivolando lungo le autostrade del nulla della blogsfera, lastricate di parole. Un sito in comune, dove ognuno poteva ritagliarsi uno spazio da riempire di immagini, parole e video, e un profilo, dove le parole saltavano alla gola, scoppiettando come pop corn.
Era stata la capacità di usare le parole con consumata sapienza che aveva incuriosito Giovanna leggendo quel profilo? No, non soltanto.
Avevano cominciato a scriversi.
Una donna del Sud, nata e cresciuta tra spiagge bruciate dal sole e cinte d’assedio dal mare e una donna del Nord, anima e pelle avvolte dalla nebbia degli interminabili inverni che la bora spazzava liberando cocenti, brevi estati.
Avevano avuto vite diverse, famiglie diversissime, una era diventata madre, l’altra no.
Una era estroversa - il sorriso grande che mangiava il viso illuminando quegli occhi chiari che tradivano pensieri e emozioni - traboccante di vitalità, a cui dava la stura la parlata piena, dal leggerissimo accento meridionale, dalla tonalità roca di donna forte, abituata a cantare come una rondine ubriaca di sole in una sera di maggio.
L’altra era diversa. Aveva un’aria anemica, era chiara di pelle, capelli sottili come quelli dei bambini, palpebre rosate che il sole feriva, obbligandola a strizzare gli occhi mentre si riparava il viso con la mano. Rimandava un’immagine di fragilità che gli occhi, quando mettevano a fuoco qualcuno, contraddicevano perché lo sguardo era fermo, diretto, vagamente indagatore. Non rideva, sorrideva, uno stiramento di labbra appena accennato, parlava a voce bassa. Doveva essere stata bella, ma senza saperlo e, quindi, senza acquisire quella sicurezza che una donna con queste caratteristiche abitualmente possiede.
Ad unirle in una splendida amicizia, la sensibilità scoperta, profonda come corda di violino capace di vibrare al primo tocco, e cascate di parole per alimentare la comune passione: la scrittura.
Era stata la capacità di usare le parole con consumata sapienza che aveva incuriosito Giovanna leggendo quel profilo? No, non soltanto.
Avevano cominciato a scriversi.
Una donna del Sud, nata e cresciuta tra spiagge bruciate dal sole e cinte d’assedio dal mare e una donna del Nord, anima e pelle avvolte dalla nebbia degli interminabili inverni che la bora spazzava liberando cocenti, brevi estati.
Avevano avuto vite diverse, famiglie diversissime, una era diventata madre, l’altra no.
Una era estroversa - il sorriso grande che mangiava il viso illuminando quegli occhi chiari che tradivano pensieri e emozioni - traboccante di vitalità, a cui dava la stura la parlata piena, dal leggerissimo accento meridionale, dalla tonalità roca di donna forte, abituata a cantare come una rondine ubriaca di sole in una sera di maggio.
L’altra era diversa. Aveva un’aria anemica, era chiara di pelle, capelli sottili come quelli dei bambini, palpebre rosate che il sole feriva, obbligandola a strizzare gli occhi mentre si riparava il viso con la mano. Rimandava un’immagine di fragilità che gli occhi, quando mettevano a fuoco qualcuno, contraddicevano perché lo sguardo era fermo, diretto, vagamente indagatore. Non rideva, sorrideva, uno stiramento di labbra appena accennato, parlava a voce bassa. Doveva essere stata bella, ma senza saperlo e, quindi, senza acquisire quella sicurezza che una donna con queste caratteristiche abitualmente possiede.
Ad unirle in una splendida amicizia, la sensibilità scoperta, profonda come corda di violino capace di vibrare al primo tocco, e cascate di parole per alimentare la comune passione: la scrittura.
domenica 22 febbraio 2009
Scrittura
Ho finito ieri il mio secondo libro. Si è staccato, forse sarebbe meglio dire che me lo sono strappato di dosso, come un maglione bagnato di pioggia. Cosa ci mettiamo, in un libro, di noi che lo scriviamo? Le nostre emozioni e una storia che è, o era la nostra storia, ma che ora non lo è più.
Perché il potere della scrittura, uno dei tanti, è anche quello di cambiarla la storia, piegarla a un destino diverso. Si arriva a un bivio e invece di svoltare a destra, si prende la strada a sinistra, oppure ci si ferma. Era inverno?, e noi cambiamo il colore del cielo, e spruzziamo di margherite il bordo del fosso. E ci sediamo a riflettere, mettendo in bocca al personaggio scaturito dalla nostra penna, un monologo, una riflessione articolata, consequenziale, lucida che mai la nostra impulsività personale ci avrebbe consentito. E lo seguiamo, questo personaggio che è un nostro doppio dai contorni ancora non definiti, con la sollecitudine e lo stupore di una madre. Come madri vorremmo vederlo crescere e andarsene, indipendente e autonomo, come madri veniamo lacerate dal distacco.
Ora è lì, imprigionato in quel pacco di fogli che, stranamente, non vagano più per tutta la casa, ma sono ben impilati uno sopra l’altro,e occupano così poco spazio... e pensare che sono costati tanto lavoro, tanta fatica.
Costruire un romanzo non è facile, anche se, paradossalmente lo abbiamo già tutto scritto dentro. Dentro dove? Nel cervello, nella pelle, nell’anima. Nelle decine di osservazioni appuntate in giro per la casa: sul libro delle ricette, sulla prescrizione medica, ma anche nelle rabbie, nella leggerezza di certi momenti, nello struggimento dei rimpianti, nei ricordi che ci sorprendono o ci hanno sorpreso a tradimento Lui, il romanzo, con la sua storia, è fatto di noi, delle nostre parole, idee, speranze, tic, sogni, paure e illusioni e da noi è completamente diverso.
Come un figlio.
E come un figlio che se ne fosse andato, a conquistare il suo posto nel mondo, questa mia storia parallela che ha riempito di sé tanta parte delle mie giornate, oggi, mi manca.
Perché il potere della scrittura, uno dei tanti, è anche quello di cambiarla la storia, piegarla a un destino diverso. Si arriva a un bivio e invece di svoltare a destra, si prende la strada a sinistra, oppure ci si ferma. Era inverno?, e noi cambiamo il colore del cielo, e spruzziamo di margherite il bordo del fosso. E ci sediamo a riflettere, mettendo in bocca al personaggio scaturito dalla nostra penna, un monologo, una riflessione articolata, consequenziale, lucida che mai la nostra impulsività personale ci avrebbe consentito. E lo seguiamo, questo personaggio che è un nostro doppio dai contorni ancora non definiti, con la sollecitudine e lo stupore di una madre. Come madri vorremmo vederlo crescere e andarsene, indipendente e autonomo, come madri veniamo lacerate dal distacco.
Ora è lì, imprigionato in quel pacco di fogli che, stranamente, non vagano più per tutta la casa, ma sono ben impilati uno sopra l’altro,e occupano così poco spazio... e pensare che sono costati tanto lavoro, tanta fatica.
Costruire un romanzo non è facile, anche se, paradossalmente lo abbiamo già tutto scritto dentro. Dentro dove? Nel cervello, nella pelle, nell’anima. Nelle decine di osservazioni appuntate in giro per la casa: sul libro delle ricette, sulla prescrizione medica, ma anche nelle rabbie, nella leggerezza di certi momenti, nello struggimento dei rimpianti, nei ricordi che ci sorprendono o ci hanno sorpreso a tradimento Lui, il romanzo, con la sua storia, è fatto di noi, delle nostre parole, idee, speranze, tic, sogni, paure e illusioni e da noi è completamente diverso.
Come un figlio.
E come un figlio che se ne fosse andato, a conquistare il suo posto nel mondo, questa mia storia parallela che ha riempito di sé tanta parte delle mie giornate, oggi, mi manca.
sabato 21 febbraio 2009
L'ISOLA SIGNORA
Mi è arrivato il libro "L'isola signora" di Marilena Monti e di getto, dopo un paio di racconti, le emozioni che mi comunca le devo condividere con i lettori del mio blog.
E' ghiaccio che circonda la collina, mi assedia e mi protegge. Rintanata nel gelo, soffio su vetri assiderati aria che sa di mandorle. Amare. Intorno a me balenano i coltelli che han reciso l’infanzia, muri si alzan di nebbia a imprigionar gli sguardi. Scivolo lungo l’ombra del giardino, dove anche il muretto crolla, anzi rovina. E’ degli sterpi il regno, dei sassi, delle pietre e della brina. Poi mi ingoio i racconti, in fretta con quell’ingordigia da folletto che tutto vuole conoscere, che teme il pensiero che piano sprofonda, trivella e affonda e arriva chissà dove. I tuoi racconti fondono i pensieri, reclamano risate, sono rosolio e vino, e gli aranceti al tramonto tutti in fiore, e notti di velluto in cieli estivi. Leggo le tue parole, di cristallo e di luce, e dentro qualche cosa mi si incrina: è un dolore lontano, un freddo antico che ogni inverno indurisce.
Per un istante sconfitti i cieli bigi della mia terra, la nebbia si disperde…
E' ghiaccio che circonda la collina, mi assedia e mi protegge. Rintanata nel gelo, soffio su vetri assiderati aria che sa di mandorle. Amare. Intorno a me balenano i coltelli che han reciso l’infanzia, muri si alzan di nebbia a imprigionar gli sguardi. Scivolo lungo l’ombra del giardino, dove anche il muretto crolla, anzi rovina. E’ degli sterpi il regno, dei sassi, delle pietre e della brina. Poi mi ingoio i racconti, in fretta con quell’ingordigia da folletto che tutto vuole conoscere, che teme il pensiero che piano sprofonda, trivella e affonda e arriva chissà dove. I tuoi racconti fondono i pensieri, reclamano risate, sono rosolio e vino, e gli aranceti al tramonto tutti in fiore, e notti di velluto in cieli estivi. Leggo le tue parole, di cristallo e di luce, e dentro qualche cosa mi si incrina: è un dolore lontano, un freddo antico che ogni inverno indurisce.
Per un istante sconfitti i cieli bigi della mia terra, la nebbia si disperde…
venerdì 20 febbraio 2009
Carnevale
Nelle vie d'Italia impazza il carnevale: ghigna sinistro e avanza...un po' irreale.
Prima i pagliacci poi, dietro, i buffoni: son tanti in un Paese di sbruffoni. Dopo i buffoni, a ritmo di carioca, ancheggian spumeggianti ballerine: le brasiliane son le più eccitanti, ai loro fianchi arrancan cardinali, purpurei o viola, tolgon la parola. Chi? I preti? No, le ballerine, le brasiliane, quelle più carine.
Tra loro un papa, che ha perso la tiara e, per dispetto, in testa si è ficcato un bell' elmetto...Gli dona e agli occhi suoi s'intona: ma quell'elmetto, non dimenticate, in testa a un papa stona. Eppure a lui stranamente s'intona. Chi arriva adesso? Il Re del carnevale? Irrompe col suo fascino bestiale, campeggia sopra ai carri, in alto vola, ride, sghignazza, su tutto sorvola, con grande levità a tutti toglie un po' di libertà, propone una riforma qua e là.'Na cantatina chi con me la fa? sembra dire cotesto personaggio, il cui nome vi invito a indovinare e qui davvero il gioco si fa duro perché costui sul bel paese impera e sembra dire che ogni scherzo vale, per lui, ma sempre e non soltanto a carnevale.
Prima i pagliacci poi, dietro, i buffoni: son tanti in un Paese di sbruffoni. Dopo i buffoni, a ritmo di carioca, ancheggian spumeggianti ballerine: le brasiliane son le più eccitanti, ai loro fianchi arrancan cardinali, purpurei o viola, tolgon la parola. Chi? I preti? No, le ballerine, le brasiliane, quelle più carine.
Tra loro un papa, che ha perso la tiara e, per dispetto, in testa si è ficcato un bell' elmetto...Gli dona e agli occhi suoi s'intona: ma quell'elmetto, non dimenticate, in testa a un papa stona. Eppure a lui stranamente s'intona. Chi arriva adesso? Il Re del carnevale? Irrompe col suo fascino bestiale, campeggia sopra ai carri, in alto vola, ride, sghignazza, su tutto sorvola, con grande levità a tutti toglie un po' di libertà, propone una riforma qua e là.'Na cantatina chi con me la fa? sembra dire cotesto personaggio, il cui nome vi invito a indovinare e qui davvero il gioco si fa duro perché costui sul bel paese impera e sembra dire che ogni scherzo vale, per lui, ma sempre e non soltanto a carnevale.
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