venerdì 17 luglio 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca.

Il sole calante accendeva il mare e una brezza leggera faceva dondolare i velieri. Salivano e scendevano balle di stoffa, sacchi e cesti lungo le scalette traballanti che univano le navi ai moli. Pile di mercanzia si alzavano e altre decrescevano ai piedi delle navi e nelle stive. Le urla dei marinai e degli scaricatori fendevano l'aria, mescolandosi allo sciabordio dell'acqua, al rumore delle catene delle ancore, allo schioccare secco del cordame che si avviluppava su se stesso. Nelle pieghe del vento, sussurravano aspri o dolci lingue e dialetti del Mediterraneo e dell'Egeo. Il Moro, seduto davanti al bancone di una delle osterie del porto sorseggiava il vino forte e dolce di Salonicco, affacciandosi ogni tanto a controllare la sua nave. La Capinera era ormai la sua casa e soltanto in mare aperto, la faccia offerta al sole e al vento, si attenuava il ricordo di Maria, quel desiderio di lei che lo aveva indotto a partire, nel tentativo di fuggire da se stesso, dai suoi pensieri che, ossessivi, lo riportavano sempre lì, a quella donna dalla pelle chiara e morbida come la seta, a quelle poche ore in cui l'aveva avuta... e ancora sentiva - indelebile nel ricordo - quella sua risata di gola, piena e tintinnante come una cascata di monete d'argento. La ricordava al ballo di Carnevale, tra le braccia del Veneziano: per la prima volta aveva parlato con lei, accompagnandola a casa, in quella notte che aveva cambiato la sua vita.
"Siete il comandante della Capinera?" La voce dell'uomo accanto a lui lo distolse dai suoi pensieri.
"Sì" rispose, voltandosi .
"Gran bella nave" continuò il suo vicino, aggiungendo "Da dove venite?"
"Da Trieste" rispose il Moro.
"Il mondo è piccolo: sono di Trieste anch'io" rispose l'uomo, ordinando da bere per tutti e due.
"Quando avreste intenzione di ripartire?"
"Domani mattina, alle prime luci dell'alba".
"Io devo tornare a Trieste..." disse l'uomo e il Moro, alzandosi un po' barcollante, gli sussurrò "Siete fortunato! Ormai ho la stiva piena di merce, torno a Trieste anch'io".
"Benissimo! Affare fatto e...quanto mi costerà?"
Il Moro sorridendo gli rispose:"Dipenderà da ciò che sarete disposto a fare a bordo" e, osservandolo pensieroso, aggiunse "Sapete scrivere?"
L'altro fece un cenno d'assenso con la testa.
"Allora mi catalogherete la merce".
Poi, assestandogli una manata sulla spalla, lo invitò a seguirlo.
Negli occhi dell'uomo passò un lampo d'ironia, mentre un sorrisetto gli incurvava le labbra sottili e ben disegnate, ma il Moro era troppo ubriaco per cogliere questi particolari e, traballando, mentre una melodia simile a una nenia gli saliva alle labbra, precedette l'uomo uscendo dalla taverna. Pochi minuti dopo si ritrovavano entrambi ai piedi della scaletta della Capinera, le prime ombre della sera che annunciavano l'oscurità di una notte senza stelle. (continua...)

giovedì 16 luglio 2009

La blogsfera non ha bisogno di paletti.

Era una giornata d'inverno. La nebbia, che si annidava in ogni angolo di quella casa ancora estranea, aveva il gusto aspro della solitudine. I figli lontani, il compagno altrove, il lavoro spazzato via dal pensionamento.
La sua vita si era impantanata, girando a vuoto in un mare di fango...Le sembrava di affondare in quel fango. Ogni giorno un po' di più. Tra capo e collo una diagnosi medica infausta a darle il colpo di grazia. La depressione l'aggrediva.
In cantina ancora scatoloni imballati.
La gatta, che dalla finestra si era lanciata a cercare un po' di vita, era ruzzolata attraverso un vetro rotto nella sua cantina e da lì, miagolando spaventata, aveva comunicato la sua posizione, nonché la sua disperazione. Sbuffando era scesa a recuperarla mentre, soffiando inferocita, non si decideva a scendere da una pila di scatoloni.
Sul più alto risaltava quella scritta a pennarello: computer.
Era il vecchio computer di suo figlio che aveva maldestramente imparato a usare e che, come un salvagente lanciato a un naufrago dall'alto di una nave, avanzava verso di lei.
L'aveva afferrato.
Il giorno successivo era già a picchiare sui tasti.
Quando aveva deciso di aprire un blog?
Quando e come aveva incominciato a risalire la china? Quando il tempo, non più sgranarsi vuoto di ore, era diventato ricchezza a cui attingere per fare ciò che non aveva mai potuto fare? Aveva scoperto una persona che non sapeva esistesse, le sue passioni, le sconosciute potenzialità, cominciando a comunicare, a confrontarsi. La Rete, a differenza del mondo fuori, ascoltava anche la sua voce, incurante degli anni che l'avevano rinserrata nella prigione senza scampo delle sue rughe. Il suo contributo, se valido, s'incanalava in un fiume di esperienze e conoscenze che s'ingrossava, si sviluppava dando origine a quella intelligenza connettiva e collettiva che già coglieva in quei nativi del web che erano i suoi nipoti e che intuiva sarebbe diventata la porta d'accesso a un altro mondo. Si sbriciolava un confine, lo sguardo abbracciava spazi inimmaginabili che la dimensione virtuale le metteva a disposizione. Lei, donna che per una vita aveva lottato per conquistare brandelli di libertà, andava a briglia sciolta nella blogsfera: una sensazione esaltante che invalidava gli abituali concetti del tempo e dello spazio.
Erano queste sconfinate praterie dell'informazione e del sapere, nate dal popolo del Web, che facevano paura? Così sembrava. Un esercito di omini piccoli piccoli era già pronto a piantare paletti, alzare recinzioni, costruire muri. Ma il mondo non aveva bisogno di muri, aveva bisogno di libertà: come lei! La blogsfera l'aveva salvata, imbrigliando anche la sua malattia che, davanti all'entusiasmo e alla forza che la scrittura le aveva dato, si era rintanata in un angolo, assopendosi. Mentre digitava quelle tre parole che erano diventate una bandiera, un modo di riconoscersi tra simili, un largo sorriso le illuminò il volto. "Yes, we can " scrisse. La nebbia si sfaceva, leggera, sotto un pallido sole invernale.

mercoledì 15 luglio 2009

Essere donna è...

Essere donna è camminare sulla strada della vita con le scarpe strette. Le ricordo quelle scarpe di vernice nera, a punta e con i tacchi a stiletto: avevo sedici anni e era il mio primo festino. Ballavo impacciatissima, Mina cantava "questo soffitto viola, no, non esiste più..." e io controllavo l'orologio. Alle nove a casa, si raccomandava mia madre. E io cercavo di convincere mia sorella, un po' più grande di me, a seguirmi. Altrimenti...Altrimenti cosa? mi chiedeva lei, irritata, decisa a lottare e a protestare per ottenere uno scampolo di libertà.
La libertà cos'era per noi donne nate in guerra, cresciute in un Paese che usciva dal Fascismo e dall'incubo delle bombe? Mio padre, l'abilità di un equilibrista, portava l'anguria sulla bicicletta in quelle sere di settembre in cui qualche rondine ancora disegnava geroglifici neri contro il cielo che si andava incupendo.
Mia madre si appuntava fiori freschi sul colletto e rideva con quella sua bocca rossa di anguria, ma papà era severo. Molto: colletti bianchi inamidati e bocche cucite. Una parolaccia, impensabile. Ancora oggi non riesco a dirle e men che meno a scriverle.
Il sesso era prima di tutto un mistero, e subito dopo un incubo. Le brave ragazze al moroso non concedevano nulla e le date delle mestruazioni erano scritte sui calendari in cucina, indicate con fiorellini. La libertà noi donne la strappavamo con i denti, brandello dopo brandello. I ragazzi uscivano, bevevano e smadonnavano...noi ragazze guardavamo le madri, disorientate di fronte a modelli femminili inquietanti.
Il rock and roll cominciava movimentare i festini e le più spericolate, piroettando, mostravano le gambe. I bikini diventavano più ridotti.
Ricordo tanta libertà in meno, rispetto ai maschi, tanti obblighi, anche piccoli come quelle scarpe strette, i bigodini, i pantaloni soltanto per passeggiare in montagna o, al mare, quelli corti. La modestia imposta, in quell' educazione da "Piccole donne crescono", mentre già serpeggiava la ribellione, la voglia di spazi meno ristretti e quella parola libertà rimbombava dentro.
Poi il tornado del Sessantotto: la ribellione esplodeva come i fuochi d'artificio in una notte d'estate e tutto sembrava a portata di mano: la pillola a allontanare l'incubo delle gravidanze indesiderate, il divorzio (e non sarebbe stata più la morte a liberare dall'incubo di un matrimonio sbagliato) e l'aborto. La riforma del diritto di famiglia.
Avevamo conquistato tutto? Eravamo, noi donne, libere? Quanto ci volle a scoprire che eravamo cadute in altri tranelli, che eravamo finite in altre prigioni? Il dilagare dell'anoressia, della bulimia, della depressione, spie di un disagio femminile profondo, portava alla dannazione del dover essere - di nuovo e sempre - belle, magre e, ora, anche efficienti donne in carriera. Quale carriera? Quella concessa dall' istituzione delle quote rosa? La parodia della libertà e dell'uguaglianza, tanto per tenere "calmi gli indigeni"? E quei divorzi spesso, troppo spesso, pagati con la vita, ammazzate davanti agli occhi dei figli, scannate per aver scelto di chiudere un rapporto?
E, ora, la crisi. Durissima: una miscela esplosiva di inflazione e recessione a far scoprire alle donne che le prime a essere licenziate sono state loro, loro che saranno le ultime a trovare un nuovo lavoro, sgambettando da un'agenzia interinale a un'altra: ai piedi ancora...scarpe dai tacchi a stiletto. Ancora e sempre troppo strette.

lunedì 13 luglio 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Un rumore molesto, ripetitivo, al quale invano cercava di sottrarsi, svegliò Sigismondo che, borbottando con la voce impastata di sonno, disse: "Entrate...", allungando le braccia e sbadigliando. La porta si aprì lentamente facendo intravedere il viso spaventato di Teresina che si affacciava titubante, riportando di colpo il padrone all'angoscia in cui gli avvenimenti del giorno precedente l'avevano precipitato. Con un balzo l'uomo scese dal letto, avventandosi sulla ragazza. "Dammi le chiavi della stanza della padrona!" le ordinò mentre lei, borbottando " Non le ho, entro facendomi aprire dall'interno", si sottraeva alle sue mani e alla sua collera indietreggiando.
Ma il Veneziano, ormai deciso a affrontare la moglie, la stava già sospingendo fuori dalla stanza lungo il corridoio, fino a quella porta sprangata sulla quale, mettendosi il dito sulla bocca, a gesti, la invitò a bussare facendosi riconoscere. La ragazza tamburellò con le nocche, due rapidi colpetti intercalati da un suono sommesso, e la porta si schiuse, permettendo all'uomo di inserire un piede e con una spallata entrare, mentre Teresina, in lacrime, scappava allontanandosi lungo il corridoio.
All'interno della stanza i due, per qualche istante, si fronteggiarono: Maria, avvolta nella vestaglia, i capelli sciolti a incorniciarle il volto, la bambina tra le braccia e i seni pieni che la camicia conteneva a stento. Negli occhi, che scivolavano sul marito, immobile davanti a lei, pallido di rabbia a stento trattenuta, non c'era traccia di paura mentre chiedeva: " Dove hai portato mia figlia?"
" Non lo saprai mai! Non ti scaraventerò fuori dalla mia casa a calci solamente perché ho una reputazione da salvare e quello che mi preme, ora, è ritrovare il Moro..."
" Non sarà così stupido da farsi prendere a meno che non decida lui di ritornare"sussurrò la donna che, dopo aver ripetuto: " La bambina non è colpevole" aggiunse "Il Moro te la farà pagare. Tu senza il suo aiuto..." ma il marito già l'interrompeva, afferrandola per un braccio e strattonandola mentre, paonazzo dalla rabbia, la copriva d'insulti e la schiaffeggiava
" Sono stato un idiota, ti avevo tolta dal fango elevandoti alla mia altezza, dandoti il mio cognome...Avevo fatto di te una Dellapicca e tu, tu..." ma Maria, dopo aver adagiato la bambina nella culla, tenendogli testa gli urlava: " Ha fatto quello che avevi tentato di fare tu..."
" Quando?"
La moglie taceva.
" Quando?" e il tono era minaccioso.
" Che importanza ha?" lei rispose.
" Perché?"
Lei fece un gesto vago con la mano e poi, fissandolo, disse: "Sentivo il tuo disprezzo. Noi non siamo fatti della stessa pasta mio caro conte ..." Lui la interruppe " Il tuo avventuriero, quel pendaglio da forca è adatto a te. Io, il conte Sigismondo Della..."
" Conte dalle braghe onte " lei borbottò in dialetto, ironica, aggiungendo " E' così che noi, gente del popolo, vi chiamiamo" andando alla finestra e spalancando le imposte.
Il sole entrò di prepotenza nella stanza scivolando sulla culla e infastidendo la neonata. Sigismondo, che si era avvicinato, fissandola con attenzione fu colpito dal candore della sua pelle e dalla peluria dorata che le incorniciava il viso, impreziosendolo. Le sue labbra, mentre la guardava, si strinsero riducendosi a un taglio che gli indurì l'espressione mentre le nocche delle mani nei pugni contratti sembravano forare la pelle. Ci fu un lungo minuto di silenzio, poi l'uomo, girati i tacchi, uscì imprecando dalla stanza. Maria, emesso un impercettibile sospiro di sollievo, crollava, esausta, sulla poltrona.(continua...)

domenica 12 luglio 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Entrando nella camera Sigismondo trattenne il respiro, poi, deciso, si diresse verso il letto e accese il lume sul comodino. La luce della fiammella svelò il grande letto in perfetto ordine. Vuoto. Si guardò intorno: della culla non c'era traccia. "Teresina" gridò, l'urlo che rimbombava nella stanza, mentre si precipitava nel corridoio, di porta in porta, continuando a gridare, affannato, furente...
"Teresina, svegliati! Dove ti sei cacciata?"
L'ultima maniglia sulla quale si era avventato si abbassò, ma la porta rimase chiusa, evidentemente sprangata dall'interno. Pur tempestandola di pugni e calci, non cedeva. Spossato, le braccia che gli ricadevano inerti lungo i fianchi, Sigismondo appoggiò l'orecchio all'anta della porta e rimase in ascolto. Un vagito proveniva dall'interno, mescolandosi a un sussurro, un mormorio incomprensibile.
Ah, temendo la mia reazione, si sono chiuse a chiave nella stanza, tutte e tre...Benissimo, ormai è notte e io sono stanchissimo. Affronterò la situazione domani mattina - pensò - e chissà che la notte non mi suggerisca cosa fare, come comportarmi.
Provava, meravigliandosene, una sensazione di sollievo all'idea che la moglie fosse ancora lì, accanto a lui, nella grande casa. Temeva la solitudine, il confronto con i suoi fantasmi che si sarebbero alimentati da quella notte di un nuovo rimorso, acquattato nella sua mente, pronto a trasformare in incubi i suoi sogni notturni.
Si staccò dalla porta e, brancolando nel buio, raggiunse la sua camera da letto. Pochi secondi dopo crollava, ancora vestito, sulle lenzuola, le tende del baldacchino che si chiudevano su di lui, calando sul letto come un sipario su uno spettacolo teatrale.

venerdì 10 luglio 2009

Romanzo a puntate ( I Dellapicca)

Sigismondo, provato da tutto ciò che aveva dovuto affrontare nel corso della giornata, giaceva, sconvolto, sul sedile imbottito della carrozza che si dirigeva verso casa. Sul riquadro del finestrino, che si andava tingendo del colore della notte, il vento bussava in raffiche che andavano aumentando d'intensità, facendo da sottofondo sonoro, cupo e drammatico, ai pensieri che attraversavano la sua mente. Restava ancora una decisione da prendere e riguardava Maria e la figlia. E se la moglie fosse stata costretta a fare ciò che aveva fatto, se avesse subito? In fondo anche lui aveva tentato di possederla con la violenza e l'inganno, considerandolo quasi un suo diritto, però ricordava anche con quanta energia e coraggio si fosse difesa. E se, con molta astuzia, avesse deciso di mentire? Le domande senza risposta si affastellavano nella sua mente, facendolo piombare in un imbarazzo confuso e inconcludente ma, per la prima volta, Sigismondo si chiedeva chi fosse quella donna che aveva sposato, perché la bellezza di Maria era tale da far passare in secondo piano tutto il resto. Era una piccola miserabile astuta, che lo aveva raggirato, o una ragazzina ingenua, manovrata dalla madre, e finita tra le mani di due uomini senza scrupoli com'erano lui e il Moro? Pur interessata agli abiti lussuosi e conscia di quel suo aspetto fisico che induceva gli uomini a mangiarsela con gli occhi e le donne a ignorarla, invidiose, trattandola con evidente fastidio e distacco, era una ragazza pratica che si era presa cura della casa, e, quasi subito, anche del magazzino, accorgendosi, abituata com'era a trattare con uomini e denaro nella locanda del padre, immediatamente delle ruberie del magazziniere.
Ora, anche se in modo confuso, Sigismondo si rendeva conto di sapere poco o nulla di quella donna con cui divideva la sua casa, si svegliava al mattino e si addormentava alla sera, la bocca sulla sua spalla e il tepore della sua pelle ancora tra le dita. Al di là di vaghe generalizzazioni che avevano l'unico scopo di rassicurarlo, cosa sapeva delle donne?
Si rese conto in quel momento che la carrozza, dopo avere rallentato, si era fermata davanti al portone della sua casa. Scese, sollevando lo sguardo sulla facciata davanti a lui, poi entrò, esitante, avvolto dal buio e dal silenzio, avvertendo una sensazione di solitudine profonda, quasi un senso di angoscia: per la prima volta la moglie non lo aveva accolto andandogli incontro. Se n'era andata con la domestica? L'aveva lasciato portandosi dietro la figlia? Per l'ennesima volta lo sorprendeva decidendo di testa sua? Forse stava semplicemente dormendo, sfinita dal parto e dalle emozioni della giornata? Esitante salì le scale e pochi secondi dopo si ritrovò davanti alla porta della camera da letto. Non un fruscio intaccava il silenzio. Abbassò la maniglia e entrò, aguzzando lo sguardo nell'oscurità.(continua...)

mercoledì 8 luglio 2009

Bla, bla, bla tra le rovine

I Grandi a passeggio tra le rovine, immortalati sorridenti tra le rovine, chiacchierano. Sentendo parlare tedesco avranno tremato anche i pochi muri rimasti in piedi, che solo le pietre ormai ricordano: i vecchi, testimoni dell'orrore, non ci sono quasi più. Gli ultimi se li è portati via il terremoto, in quelle case di sassi e sputo, là tra le montagne d'Abruzzo. Ora il silenzio calerà, come un falco, a riprendere possesso dei luoghi. Per grazia di Dio i morti non hanno voce, per grazia di Dio i morti non possono urlare!