domenica 1 agosto 2010

La questione morale

"Berlusconi è...  "e giù tutta una serie di accuse! A milioni di italiani non occorre rinfrescare la memoria, milioni di italiani sanno perfettamente chi è  il Cavaliere, perché il Cavaliere non ha cambiato pelle, né bandiera, né ha modificato forma e sostanza dei suoi proclami. E' rimasto quello che era: un uomo che è sceso in campo e si è dato alla politica per non finire in galera, un personaggio che ha ottenuto finanziamenti  "allo scoperto" da un sistema bancario che non concede fido senza firme di fideiussione di madre, padre e amante, ma nel caso di Berlusconi ha cambiato le regole, perché chi garantiva era qualcuno di tutto "rispetto", sconosciuto, inafferrabile, ma solido: un fantasma per tutti, ma non per i funzionari della banca alla quale il Cavaliere si rivolse.
Amico dei potenti, quasi per osmosi diventa potente e poi, rapidamente, onnipotente. 
Troppo.
Il primo colpo di coda è quello di Veronica, la moglie. Scrive ai giornali e chiede il divorzio.
E in questi trent’anni di convivenza che cosa ha fatto? Si è tappata occhi e orecchie facendosi ammansire con dimore e regali principeschi? Ora che il forziere è pieno ha un soprassalto di dignità offesa?
Tardiva, direi.
Veronica, con le sue parole incrina l’immagine faticosamente e abilmente costruita del Cavaliere che prosegue indomito per la sua strada, attorniato dai codazzo dei servi plaudenti, ma un po’ imbarazzati.
Sempre più imbarazzati, anche se ancora plaudenti.
Ora è la volta di Fini che del Cavaliere ci elenca i limiti, che noi ben conosciamo. E non da oggi. E lui, il braccio destro del capo, lui, il politico attento, misurato, l’uomo dallo sguardo di ghiaccio, soltanto ora ha preso le misure al cavaliere? Soltanto ora, lo ritiene illiberale, affetto da bulimia di potere? Anche il presidente della Camera Gianfranco Fini si era lasciato incantare dal pifferaio magico, subendone la malia?
Dubito.
Non vorrei si usasse la questione morale, che si nutrì della passione politica di Berlinguer, per ottenere un vantaggio personale.
Staremo a vedere.


sabato 31 luglio 2010

I topi abbandonano la nave di Capitan Berlosco

I topi più astuti avevano abbandonato la nave, dopo aver sentito non soltanto puzza di naufragio ma anche quelle parole sconnesse che il comandante, Capitan Berlosco, tronfio di orgoglio e prosopopea, aveva pronunciato solcando in lungo e in largo, la falcata a misura delle corte gambette, il ponte della nave. A essere sinceri non che fosse una novità, spesso il suo braccio destro l'aveva soppesato meravigliandosi che un ometto, così corto e inquartato dagli anni, riuscisse a racchiudere in sé una simile carica di arroganza, ma era stata proprio quell'arroganza a sostenere e soddisfare l'avidità del capo, la sua  inesauribile voglia di dominio, di potere e di denaro, di cui tutti, in maggiore o minore misura, avevano beneficiato.
Se una dote non si poteva non riconoscergliela - pensò Fino, così chiamato sia per il fisico longilineo ed elegante, sia per la capacità d'individuare, con sicuro intuito politico e prima degli altri, i segnali di un cambiamento,  era quella di soggiogare, quasi irretire, da grande istrione qual era, il suo interlocutore. Eh sì, il capo, alla testa dei suoi Bassotti - per non sfigurare i collaboratori era solito sceglierseli della sua altezza, ma per lui, Fino, aveva fatto un'eccezione, viste le evidenti qualità - aveva scorrazzato, instancabile e inafferrabile,  per tutti i mari, assaltando e depredando velieri e creandosi anche la fama di corsaro, quando in realtà era stato sempre e solo un predone, il capo indiscusso della Banda Bassotti.  Da quel bugiardo patentato che era,  Capitan Berlosco la sua discesa in campo l'aveva giustificata dichiarandosi al servizio di un Regno e del suo sovrano, dando alla "corsa", la razzia che era solito fare, un alone tra il rocambolesco e il donchisciottesco che avevano contribuito a fare di lui una figura quasi leggendaria. Ma poi aveva esagerato, perdendo il senso della misura, ignorando ogni regola, addirittura quelle di chi, più potente di lui, ne aveva tollerato la presenza, in cambio di denaro, molto denaro, prendendone però le distanze e iniziando a guardarsi attorno alla ricerca di complicità meno imbarazzanti.
E Fino, l'occhi azzurro freddo e tagliente che  sapeva guardare lontano... aveva capito.
Il braccio destro, diventato "sinistro" in una notte, si allontanava portandosi appresso i i suoi uomini, una vigorosa bracciata dietro all'altra sotto le stelle che tremolavano sussurrando "On n'est jamais trahi que par le siens!".

giovedì 29 luglio 2010

Identità di frontiera

                             Trieste è una città particolare della quale è facile parlare aderendo a un cliché: il mare,  il Carso e, a ruota, le mule triestine lunghe di gamba e di lingua, il Centro di Fisica ... e via discorrendo, per concludere, mi sembra scontato, con la bora che soffia, più o meno impetuosa, sulla città che profuma di  Mittteleuropa come un caffè viennese di Sachertorte.
Era con gli occhi di una giovane studentessa che io avevo osservato quella città e l'entusiasmo che ancora vivacizza i miei "amarcord" affonda le radici nella sensazione che allora provavo: poter cogliere, come un frutto da un albero, tutto ciò che la vita mi offriva. In realtà questa bellissima città, adagiata tra il mare che la riflette e il Carso che la incorona,  se non dorme sugli allori (come una  Bella addormentata nel bosco) certo sonnecchia, alternando occhiate compiaciute a un'immagine di sé che la soddisfa, a garbati sorrisi  (evitiamo la scontrosa grazia che le ha attribuito uno dei suoi illustri figli) con i quali ricambia i complimenti che le vengono indirizzati.
E' città che non sa volgere lo sguardo al futuro, preferendo vivere di passato come si può desumere, anche da esempi banali, scorrendo ad esempio la posta dei lettori fatta pervenire al Piccolo - il quotidiano più letto in città -, e scoprendo che dietro a un "foresto" non si nasconde un marocchino o un polacco o un cinese (come sarebbe ovvio ipotizzare in qualunque altra città italiana) bensì un istriano, uno dei discendenti di quell'ondata di profughi che alla fine della seconda guerra mondiale abbandonarono l'Istria, temendo le rappresaglie degli slavi. Con un dialetto, forse, più simile al veneziano poiché su quelle terre la Serenissima aveva esteso il su dominio, ma non altro, eppure... Eppure la città è ancora lì a considerare i friulani i cugini di campagna, gli sloveni "i s'ciavi" e Roma "un po' ladrona", poiché non dobbiamo dimenticare che la prima forma di "leghismo" nell'Italia settentrionale vide la luce a Trieste con il "Melone", lista autonoma che coagulava consensi attorno a un programma comune incentrato sul rilancio della città per riportarla all'antico splendore. Lo sguardo corto, rivolto alla tutela del proprio personale interesse, non fa onore a quei cittadini che, con entusiasmo, aderirono alla lista civica aprendo la strada, di lì a poco, a personaggi inquietanti  come "il senatur".
Come la rivale Venezia, Trieste si considera città dal passato imponente, ma la sua storia ci rivela che non molto ebbe a che vedere con la raffinatissima nobiltà veneziana, i suoi cicisbei, la musica di Benedetto Marcello, Vivaldi e Albinoni  (tanto per citarne alcuni) che nei palazzi lungo il Canal Grande, tra parrucche incipriate e dame invitanti che occhieggiavano dietro ai ventagli, riempiva di sonorità aggraziate  i salotti dove si ballava il minuetto e si discuteva dell'ultima commedia di Goldoni mentre, appena più in là,  l'Arsenale sfornava navi a getto continuo, come un forno biscotti e, nel Senato veneziano, la più ricca, raffinata e incredibile tra le "Repubbliche marinare" faceva esercizio di democrazia.
Diversa storia vanta Trieste che si sviluppò soprattutto come città mercantile, quando Carlo VI, deciso a farne lo sbocco sul mare dell'Impero, attribuendole la qualifica di porto franco, aprì la strada allo sviluppo di una solida economia basata sul porto e i commerci. Le caratteristiche del luogo in cui viviamo  finiscono per influenzare le nostre scelte: Venezia, imprigionata tra cielo e mare, i canali che svaporano, i palazzi che emergono dalla nebbia come miraggi che la stanchezza accende negli occhi di un viaggiatore stanco, è  luogo che evoca il conflitto di creature non più di terra ma non ancora d'acqua, l'odio/amore per quella città d'oro e di azzurro.
Ben diverso, vitalistico e improntato ad una autentica joie de vivre è il rapporto con la natura dei triestini che, abituati fin da bambini a vivere sensazioni forti, cercano l'abbraccio del vento non appena smette di ululare e placare la sua forza e saggiano la forza dei muscoli "scarpinando" lungo i sentieri del Carso o calando in mare, dopo averle ripulite e ridipinte con la cura che le casalinghe dedicano alle pulizie pasquali, le barche, con le vele gonfie di vento che chiazzano di bianco l'azzurro come nevicate di margherite i prati a primavera.
I triestini si fondono con il  mare, si abbandonano al vento e, quando se ne vanno a cercare lavoro altrove, da vecchi ritornano, e li vediamo  pescare sui moli,  bere un bicchiere in compagnia e scatenarsi nei "vitz",  sparlando delle "babe'", perché amano la loro città di un amore intenso, incapace di raziocinio, assoluto, come soltanto un amore adolescenziale può essere. La gioventù triestina è particolarmente bella e sedersi al tavolino di uno dei tanti caffè che costellano le strade consente di godersi  una sfilato di mule che sembra la passerella di un concorso di bellezza: donne belle, emancipate, sicure, abituate da generazioni ad accompagnare i loro uomini ai moli, a sventolare il fazzoletto e poi a cavarsela da sole che "un omo tien su un angolo dela casa e una dona quatro... ".
Ai parterre dei teatri veneziani e ai boudoir dei palazzi settecenteschi animati da una nobiltà decadente, ormai alle corde - luoghi chiusi che comunicano sensazioni di asfissia - Trieste oppose i moli gonfi di vento, le botteghe artigiane, le piazze dove si stipulavano affari, e una borghesia nascente - e vincente - che fece decollare commercio e ricchezza, assumendo caratteristiche che ancora in parte la individuano. Vogliosa di prestigio sociale e un po' invidiosa, da parvenu, della raffinatezza della città rivale farà sfoggio di laboriosità, impegno, rispetto delle regole e frugalità preferendo essere una provincia dell'Impero, che queste qualità apprezzava, piuttosto che la numero due dell'Adriatico.
L'attuale borghesia triestina non ha saputo trovare in sé quella forza trainante, quella capacità di innovare che sola avrebbe potuto ridare slancio alla città, ritornata all'Italia nel 1918, in uno sventolio di bandiere a Piazza Grande, ribattezzata per l'occasione Piazza Unità d'Italia, quell'Italia che tanto avrebbe deluso i triestini, facendo rimpiangere a molti di loro Francesco Giuseppe e i bei tempi andati.
Sono lontani i tempi in cui, a ondate successive, greci, sloveni, serbi, macedoni sbarcavano dalle navi mescolandosi ai burocrati austriaci, selezionati accuratamente a Vienna e mandati a gestire una delle province più turbolente del'impero, nonché, incalzati dai pogrom russi e polacchi e rassicurati dalla tolleranza della città nei confronti delle diverse etnie, gli ebrei askenaziti , la componente più colta e ironica del mondo ebraico. Mi chiedo se i gruppi etnici che, ancora oggi, convivono nella città si siano fusi. Nonostante le tante bandiere e i molti cimiteri, sono state più numerose le triestine che hanno sposato soldati americani che quelle che hanno contratto matrimonio con uno slavo. La città mitteleuropea, crogiolo di razze apparterrebbe dunque al cliché? Direi di sì, perché, se ripenso al passato ho la sensazione di udire un mormorio stizzito, il sapore di rancori ancora vivi e, serpeggiante, la diffidenza. Le ferite aperte dalla guerra, quei quaranta giorni con i neozelandesi fermi alle porte di una città stremata, in attesa, fanno ancora male. Cosa avvenne in quei giorni? I soldati di Tito fecero piazza pulita delle ultime sacche di resistenza nazifascista. Non solo. La contabilità  sinistra della guerra esigeva che si quadrassero i conti? E questo avvenne, e il Carso diventò famoso in tutto il Paese per le sue foibe. Foibe, delazioni e un forno crematorio a rendere drammaticamente nota al resto del Paese la Risiera triestina.
Questa è storia di cui ho sentito narrare da chi la visse in prima persona, e ancora ricordo le discussioni accesissime che scoppiavano a casa di mia nonna, quando ci si riuniva per le festività natalizie o pasquali e noi bambini venivamo spediti a giocare nelle altre stanze mentre le voci salivano d'intensità, fino a quando, più grande, chiesi e ottenni il permesso di ascoltare e fare domande. Forse ancora i sopravvissuti cercano, frugano nel passato alla ricerca dei responsabili.... Quanto di ciò che avvenne è da attribuirsi alla guerra e quanto è riconducibile a una responsabilità non collettiva, ma personale? Personalmente non credo che possa emergere, in circostanze eccezionali, se non ciò che si è e io odio la guerra proprio perché legittima ciò che la pace ci obbliga a censurare: la bestia che sonnecchia in ognuno di noi. Quelle discussioni, così intense e appassionate mi fecero capire che appartenevo alla gente di frontiera:  confini reali, quelli che passano tra le case e tagliano i cimiteri, ma anche confini immaginari, limiti autoimposti avrebbero sempre marcato in me territori della realtà e della fantasia. Vivere a ridosso di un confine segna, inevitabilmente, ma abitua al confronto perché è costante l'incertezza, il passato allunga un cono d'ombra che ingloba il futuro e alimenta la paura: dello scontro e del diverso, l'altro da noi, quello che vive dall'altra parte. 
Claudio Magris la chiamerà, identificandone i tratti, "identità di frontiera" a legittimazione anche di un briciolo di follia che, al di là dei limiti impliciti in ogni generalizzazione, non deriva ai triestini solo dalla bora, ma ha radici ben più profonde e lontane...

giovedì 22 luglio 2010

Che stupida...

Erano amiche da tanto tempo, un'amicizia calda, sicura che attraverso percorsi diversi le aveva portate a condividere parecchie sofferte conclusioni alle quali erano pervenute in momenti diversi. Ora, sedute davanti a una tazza di caffè, chiacchieravano a ruota libera senza seguire uno schema preciso, privilegiavano quella comunicazione fatta di parole in libertà che si colorava, a effetto, di frasi in dialetto: ognuna il proprio.
"Te la ricordi Margherita? Il marito, che aveva un'amante, le aveva fatto credere che, nello studio dove lavorava , il responsabile avesse deciso - il momento è difficile e i clienti si devono corteggiare - di saltare la chiusura estiva, e, anche se con orari ridotti, di lavorare nei mesi di luglio e agosto" e Giovanna scoppiò a ridere, concludendo "così da poter giustificare, con un impegno di lavoro, improvviso eventuali ritardi. Ah, gli uomini... "
Lei sentì il caffè calarle sullo stomaco martirizzando la sua ernia iatale, mentre tentava di ridere, senza riuscirci. Poi, guardò l'amica e disse: "E' altamente improbabile che a Milano, con il caldo africano di queste settimane... La vita si ferma in questa città  a luglio. Ad agosto, poi, sembra 'the day after'...  "
Tentò di ridere: il risultato fu una smorfia pietosa mentre borbottava:
"Cristo! Perché non l'ho capito?"
Calò un silenzio imbarazzato.
Giovanna borbottò: "Quel porco, non dirmi che c'eri cascata... "
Lei si stava chiedendo se avesse per errore ingoiato varechina o acido muriatico al posto del caffè.
"Come ho potuto essere così stupida... "borbottò, mentre davanti agli occhi le scorrevano quelle immagini: lui che borbottava al telefonino mentre lei si allontanava per qualche secondo ma,  appena la vedeva tornare, salutava, borbottando con fare seccato "una collega... " .Lei non gli aveva mai chiesto chi fosse e men che meno perché lo chiamasse con tanta frequenza, né per quale motivo lui, così evidentemente scocciato, non avesse trovato il modo di arginare quella invadenza. Non aveva dato il giusto peso nemmeno a quelle due cravatte nuove, al maglione di cachemire che si era comperato, lui che non entrava mai in un negozio e si faceva comperare tutto da lei.
Si fidava, si era fidata di lui, anche se ultimamente, quando parlavano lui spesso le era apparso distratto, svagato, quel sorriso un po' fisso sulle labbra e lo sguardo che la trapassava come se lei fosse diventata trasparente. Il buffetto sulla guancia alla sera, prima di girarle le spalle e addormentarsi, non l'aveva insospettita: lavorava tanto, molti straordinari. Possibile che non si fosse accorta che erano troppi?
"Che stupida!" balbettò di nuovo.
"Si pensa succeda soltanto agli altri" le sussurrò l'amica, ma lei non l'ascoltava, era già in piedi, voleva tornare a casa, frugare alla ricerca delle prove, aspettarlo e guardarlo negli occhi, tra le mani una camicia sporca di rossetto, che lei non aveva mai usato.
"Ti accompagno? Sei sicura di non... "
"Sicurissima" rispose, mentre entrava in macchina e partiva. A tutta velocità.
Il telefonino la distrasse e, rischiando di finire nel fosso, identificò il numero.
Era lui.
"Che estate di m...a! Farò tardi anche oggi... "
"Una riunione improvvisa?" lei gli chiese.
"Già, ti lascio, mi stanno chiamando".
Lei ti sta chiamando -  pensò, mentre il morso della gelosia le stringeva la gola.
La giornata, intorno a lei,  moriva.
Come la sua storia.
Scivolandole come sabbia tra le dita.

martedì 20 luglio 2010

Corsi di scrittura creativa

Ho letto una discussione su Vibrisse incentrata sull'utilità dei corsi di scrittura creativa. Aiutano a diventare scrittori ? Coloro che li frequentano lo fanno con la speranza, più o meno dichiarata, di fare il salto di qualità: da scribacchini a scrittori? Non lo so, io non ne ho mai frequentato uno pur avendo avuto nella mia lunga vita un rapporto appassionato, conflittuale, esaltante e ininterrotto con la parola. Lettrice onnivora fin dalla più tenera infanzia, scrissi diari sgrammaticati e noiosi, poesie e filastrocche che lette a mia madre, ottennero non la sua approvazione, ma la mia iscrizione a un istituto tecnico per riportarmi a terra, per ancorarmi a una concretezza che mi mancava e che la dannava. Poi, in linea con gli studi fatti, arrivò una laurea in Economia e commercio.
Ma io, ostinata, studiavo bilanci di giorno e leggevo poesie di notte.
I diari si erano fatti meno noiosi, ma sempre un po' sgrammaticati, forse perché vivevo in una terra di dialetti, avevo una nonna che quando litigava con la figlia maggiore, nata in Croazia, nell'impetuosità della rabbia ricorreva alla sua lingua d'origine e zii che, quando non volevano farsi capire da noi bambini, parlavano in tedesco, perché avevano frequentato, nella Trieste di Francesco Giuseppe, le scuole tedesche. La "lingua" che si parlava e si parla  a Trieste non è l'italiano, ma il dialetto triestino e la mia scrittura è ancora infarcita di "triestinismi".
Poi il lavoro e la nascita di tre figli compressero per anni - tanti - il mio tempo, lasciandomi pochissimo spazio da dedicare alla mia passione. Continuai a leggere molto, ma rubando ore al sonno, e la scrittura cessò quasi del tutto, affondando lentamente, come me, in una lunga serie di giornate affannose  e tutte eguali, ritmate da bisogni essenziali da soddisfare, senza lasciare più il minimo spazio ai desideri, soprattutto quando, poco più che trentenne, mi separai da mio marito e mi ritrovai sola, lontana anche dalla mia famiglia e da Trieste, ad allevare tre figli.
Eppure...
Eppure quella capacità di raccontare che avevo tanto ammirato nella sorella di mio padre, la zia Maria, quell'abilità che lei sapeva mettere nell'incastrare alla perfezione la descrizione di un luogo o di un personaggio con il mistero, quel ritmo serrato che le sue storie avevano, e che facevano di lei una cantastorie nata, mi erano entrati nel sangue e stavano, come le acque carsiche della mia terra, scorrendo anche se invisibili  sotto la mia pelle e io sapevo, sentivo che prima o poi sarebbe emersa la scrittura, una scrittura arricchita e resa mia, inconfondibilmente mia, dalla mia storia e dalle mie emozioni. Se sonnecchiava o dormiva, certamente la scrittura che mi portavo dentro sognava e io guardavo il mondo con gli occhi di chi scrive. E quando, a Milano, strizzata nella metropolitana andavo al lavoro, fissando i visi stanchi della gente e notando i segni che la vita lascia sui volti, io immaginavo storie, io rubavo vite. Era una curiosità dirompente, era la necessità di vivere altre vite oltre alla mia. Immaginandole la fantasia riprendeva a volare, più veloce della metropolitana che in un rombo assordante percorreva le gallerie buie sotto la città.
Non erano bastati gli studi di tipo economico, l'insegnamento di materie tecniche, la stanchezza, i dispiaceri e la lotta quotidiana del vivere a uccidere quella divorante passione che, miracolosamente, quando il ritmo della vita rallentò, i figli se ne andarono, il pensionamento mi liberò dal giogo de "Il Sole 24Ore" e dei bilanci, riemerse, intatta nell'aspetto fantastico, ma purtroppo ancora  non perfetta stilisticamente.
Potrebbe servirmi un corso di scrittura per migliorare lo stile? Se fossi più giovane, certamente, ma alla mia età la capacità di apprendimento è quasi nulla, la memoria fa difetto... No, è troppo tardi per scrivere meglio.
Non è troppo tardi per scrivere, perché non è mai troppo tardi, per essere se stessi.
Ai giovani che amano scrivere consiglio l'iscrizione a un corso di scrittura creativa, anche se, ripeto, cantastorie, magari arruffoni come me, si nasce e non si diventa. Soprattutto, e mi sembra ancora un miracolo, tali si rimane anche vendendo felpe su un banchetto del mercato o portando a compimento studi imposti e non amati. Inossidabile e inattaccabile come tutte le passioni, la scrittura non affoga nella polvere, non affonda sotto la farina, non si perde nelle pieghe di un abito stirato, ma dà sangue, spessore e sapore alla vita. Se c'è, sempre cercherà la sua strada per uscire allo scoperto.
Un corso di scrittura potrebbe farla emergere.

lunedì 19 luglio 2010

I giudici di Palermo

                         Era siciliano, Falcone, il giudice Falcone, come i mafiosi che tallonava, interrogava, deciso a combattere - perché di guerra si trattava - il fenomeno mafioso. Non avrebbe approvato il termine fenomeno, perché per lui i mafiosi erano criminali come tutti gli altri e l'organizzazione mafiosa una ben oliata associazione finalizzata al crimine. Togliere alla mafia quell'alone di mistero e invincibilità che ne faceva sussurrare il nome a bassa voce fu come togliere l'aureola a un santo, e tanto bastò per portare a casa la prima vittoria. Poi il colpo da maestro dei "pentiti", mentre continuava e si rafforzava la collaborazione con il giudice Borsellino, in quella Sicilia arsa di sole, profumata di zagare, dove chi intralciava la mafia aveva due uniche possibilità: farsi comprare o farsi uccidere. Lui non si fece comprare e lo Stato gli assegnò una scorta. Cinque uomini armati per tenere a bada la morte. Aveva paura? Non nascose mai di averne, anche se la sua paura non si notava e il sorriso contagiava sempre gli occhi: scuri, neri e morbidi occhi di siciliano da cui trasparivano l'intelligenza e la consapevolezza distaccata della sua gente.
Il fumo di una sigaretta sempre accesa tra le dita, a velarne lo sguardo in cui la paura si era accucciata in attesa della morte, resa certa dall'uccisione dell'amico Falcone, tradiva invece in Borsellino, nel giudice Borsellino, la tensione costante, la consapevolezza dolorosa di essere un bersaglio già individuato e sotto tiro. Falcone fu fermato da una carica di tritolo quando le sue indagini arrivarono ai portoni delle banche, ai conti correnti della mafia, perché a quel punto, seguendo la strada lastricata di oscenità di quella che Bocca chiama "la via dei soldi" sarebbero emerse le complicità con la politica, le mazzette pagate, e a chi pagate, e nome e cognome degli "uomini cerniera" , la nuova mafia in camicia azzurra e abito grigio ferro, capace di riciclare il "denaro sporco", sul mercato internazionale dei capitali.
Borsellino fu fermato da un'altra carica di tritolo, mentre suonava il campanello per salire a salutare la madre. Erano passati pochi mesi dalla  morte di Falcone. 
La sua agenda scomparve. 
Chi furono i mandanti? 
I sospetti - pesantissimi - sono al vaglio dei giudici. 
Fermeranno anche loro? 
Politica e mafia s'intersecano, si aggrovigliano. 
Si coalizzano?
Domande inquietanti, pesati, troppo pesanti e inquietanti per un Paese serio, corretto.
Soprattutto se, come temo, non avranno risposta.

domenica 18 luglio 2010

Un altro sconosciuto alla mia porta

                    Omer ha cambiato casa, al suo posto sono arrivati due ragazzi del Kosovo. Hanno un bambino che nei lunghi mesi invernali, non ho quasi mai visto. La madre, una ragazza dai capelli chiari, l'ho incontrata l'altro giorno: lo sguardo attonito di chi non capisce... dalle parole alle regole, agli usi, fisso su di me. Mi ha fermata ed è cominciato tra noi un dialogo gestuale, inframmezzato, più che da parole, da borbottii, esclamazioni e sorrisi. L'ho fatta entrare in casa, lei si è guardata attorno stupita, curiosa. Il piccolo Tipi, in braccio a sua madre, mi osservava. Non rideva, né sorrideva, limitandosi a guardarmi, con quello sguardo da piccolo uomo che non si aspetta nulla di buono. Mi ha colpita la differenza di atteggiamento rispetto a Omer e alla moglie. Espansivi, solari, il sorriso immacolato che scoppia risaltando sulla pelle nera si muovono con movenze feline, il corpo sciolto che sembra ritmare nei movimenti sonorità che soltanto le loro orecchie sono in grado di cogliere. Ridono sempre, e  lei , la moglie di Omer, gira da mesi con Michela, la figlia che sta per compiere un anno, legata sulla schiena, in modo da avere le mani libere, all'uso africano. L'ho vista nascere e crescere questa bambina, dormire, sbadigliare, imparare a sorridere pelle contro pelle con sua madre, l'orecchio appoggiato alla sua schiena forse per sentire il battito del suo cuore  mentre si addormentava senza una lacrima e si svegliava allegra, i denti che sembravano una manciata di riso nella bocca grande e piena come quella di suo padre.
La madre di Tipi è diffidente, sembra spaventata, anche quando afferra il bambino per dargli un bacio è brusca, priva di quella calma che trasuda dal corpo pieno dell'altra madre e lo sguardo che avvolge il figlio lascia affiorare un fondo di paura, una preoccupazione che rifiuta ogni forma di condivisione. Vengono da una terra contesa e martoriata, vengono da una guerra feroce e sono guardinghi. Sembrano cercare soprattutto lavoro - lei si è offerta di darmi un aiuto in casa  - non contatti umani e men che meno amicizia. Le offro un caffè e Tipi, affascinato dall'arcobaleno di colori della mia libreria, abbandona il riparo che le braccia della madre sembrano offrirgli e punta come un bombardiere sui miei libri, lanciandosi subito dopo alla scoperta della casa. Lo afferro appena in tempo mentre tenta di arpionarsi alla mia gatta che dopo una soffiata di avvertimento si rintana nel cesto della biancheria da stirare.
Dopo un po' se ne vanno, lei con quel portamento altero e pieno di orgoglio che mi richiama alla mente quello di mia nonna, il bambino lanciandomi un' ultima occhiata, senza rispondere a quel "ciao, ciao" che continuo a  ripetergli, strabuzzando gli occhi e tentando buffetti sulle sue guance per farlo sorridere.
Il giorno dopo lei mi stira delle camicie e io riempio di facce sorridenti un foglio, sillabando a Tipi lentamente parole semplici. Esitante prende un pennarello e lo struscia sul foglio.
                          Quando se ne va, mentre sua madre borbotta un ciao tra i denti, lui mi fissa, si concentra e articola quel "cia-o" che subito dopo affonda in un sorriso. Il piccolo uomo venuto dal Kosovo ha accettato la mia offerta d'amicizia - penso e vado sul computer a tradurre in albanese una frase di Tolstoj ringraziando Omer che mi ha insegnato ad aprire la porta a uno sconosciuto e al suo mondo. La frase che voglio tradurre è la stessa che ha affascinato Omer  e che è diventata il suo motto, la chiusa alle sue lettere, il suo cavallo di battaglia: ".Al di là della nostra cultura non c'è il vuoto, c'è un'altra cultura... "(Lev Nikolaevic Tolstoj)