domenica 10 aprile 2011

La domenica sapeva di gazzosa

La sveglia suonava e lei, mia madre, era la prima a scendere dal letto. La casa era gelida e umida. Veniva riscaldata soltanto la cucina e io, fin da piccola, seguivo con curiosità questo rito del fuoco da accendere, guardandola soffiare per alimentare quella fiamma resa stentata, soprattutto all'inizio, dall'umidità della legna da ardere. Quando un soffio di calore invadeva la cucina, mia sorella e io venivamo chiamate, ma spesso, non vedendoci arrivare, era lei che ci portava, raggomitolate tra le sue braccia nei camicioni di flanella, fino alla cucina.
Il bagno lo facevamo alla sera, quando la cucina era bella calda, nella ramina, utilizzando l'acqua rimasta dopo esserci lavate - non si buttava nulla - per riempire le bottiglie, avvolte in un panno, che venivano infilate sotto le coperte per dare un po' di tepore alle lenzuola ghiacciate. Ricordo il freddo di quegli interminabili inverni, ma anche il calore di quegli abbracci mattutini che avevano il profumo della colonia di cui mia madre si metteva alcune gocce dietro le orecchie.
Abitavamo in una bella casa proprio sulla piazza principale, ma il bagno con la vasca in maiolica, sempre scintillante, era utilizzato soltanto d'estate, quando le giornate si facevano interminabili e noi bambini giocavamo sul sagrato della chiesa, ai giardinetti oppure nelle corti se non nelle strade, con le madri che si affacciavano a turno a dare un'occhiata dalle finestre, chiamandoci ripetutamente per farci rientrare sudati, sfiniti da quelle ore di gioco rese possibili dalla stagione e dalla libertà che la chiusura estiva delle scuole concedevano.
Si usciva dalla guerra: c'era poco di tutto, case devastate dai bombardamenti, molte vedove, tanti bambini da far crescere, pochissimi soldi ma tanta passione politica che scatenava discussioni nelle osterie dove gli uomini si fermavano a farsi un bicchiere di vino dopo il lavoro. L'acqua si beveva alle fontanelle, a volte a noi bambini, alla domenica, veniva comperata una gazzosa. Il frigorifero non c'era, al massimo, nelle famiglie borghesi, la ghiacciaia.
Nel lavello, sotto un filo d'acqua costante, il panetto del burro, in quelle estati torride, riusciva a non fondere. L'ascensore neanche a parlarne: ci facevamo le scale su e giù, e toccava anche a noi bambini, con i cesti della legna d'inverno e i secchi dell'acqua durante l'estate, quando ai piani alti delle case l'acqua non sgorgava dai rubinetti.
Ogni tanto, tra i ragazzini che giocavano intorno alle case sventrate o nel corso di scavi e costruzioni,  saltava per aria una bomba inesplosa, e allora per un attimo il fantasma di quella guerra terribile che si voleva, o doveva, per ricominciare a vivere, dimenticare, riprendeva corpo. Si spegnevano le discussioni politiche e a casa, alla sera, qualcuno si prendeva un figlio sulle ginocchia e raccontava... della prigionia, dei soldati saltati in aria come burattini, del dolore, della paura, della vergogna. A spizzichi e a bocconi, dalle bocche degli uomini usciva il ricordo della guerra vera, mentre le donne parlavano della loro guerra: quella fatta per cercare qualcosa da mangiare, tra un bombardamento e l'altro, delle coperte usate per cucirci i cappotti, delle fedi date al Duce, dell'angoscia per i mariti al fronte... tacendo su altri dolori, per  amori non confessati e a volte neppure vissuti, o vissuti con sensi di colpa e ignorati da chi era tornato ferito nel corpo e dilaniato nell'anima a riprendere possesso di vite che per molti non sarebbero più state le stesse.

(continua... )

mercoledì 6 aprile 2011

IL buon Marchionne

E anche la Fiat prende il volo: per gradi, pezzo dopo pezzo, si prepara a lasciare l'Italia. Gli operai di Detroit hanno meno pretese, il mercato americano assorbe più vetture, Obama dà una mano.
Lo disse, il buon Marchionne; da Fazio, lo dichiarò e lo sottolineò: nel bilancio consolidato la Fiat Italia aveva gravato negativamente sull'utile, e un padrone deve porsi come obiettivo d'incrementare l'utile dell'impresa che gestisce. Marchionne, manager padrone, ha fatto solo il suo mestiere. Perché stupirsi? Era prevedibile.
In un Paese come l'Italia, dove i politici fanno gli imprenditori, i sindacalisti tutelano i padroni - la chiamano concertazione - gli operai fanno il tifo - e votano - un imprenditore che li deruba, almeno lui ha fatto tutto quello che un padrone fa e ci si aspetta faccia: gabbare gli operai, non mantenere le promesse - peraltro nebulose, a differenza delle pretese, chiarissime - internazionalizzare l'impresa - come correttamente richiede un mercato globale, prendere accordi con chi concede le condizioni migliori, e, alla fine, un bel sorriso e vai!
La dinastia Agnelli, giovane Elkann in testa, approva, timorosa di perdere l'azienda di famiglia, annacquando la sua proprietà azionaria in una possibile public company e tenendo d'occhio un  Marchionne che potrebbe diventare padrone di fatto grazie a un leveraged buyout. 
La globalizzazione è anche questo o questo può essere; i nostri politici e sindacalisti, impegnati a contendersi il potere, forse non hanno capito che il mondo è cambiato. Sarebbe il caso di mettere dei paletti a delimitare le aree di competenza e di ritrovare valori aggreganti e caratterizzanti le varie categorie sociali. Tanto per incominciare a fare un po' di chiarezza!

martedì 5 aprile 2011

Primavera malata

Cosa scriverei se fossi sincera? Scriverei che non ce la faccio più, che il mondo è diventato grigio, di un grigio piombo che a tratti si accende di rosso, quando il dolore del corpo si fa poco sopportabile e poi insopportabile, e allora non sai se pregare o bestemmiare, anche perché non credi in Dio e sei stata educata al controllo da un padre austro- ungarico.
La primavera invade la mia casa/prigione con i suoi  colori e i suoi odori: non vederla, non sentirla, sarebbe impossibile. Una coppia passa, mano nella mano; sento un tubare di tortore. Lo immagino? Lei ha una camicia leggera: a fiori. Camminano, i movimenti naturali, elastici delle persone sane. Normali.
Com'era camminare, forzare l'andatura, rallentare per osservare qualcosa, chinarsi a raccogliere un fiore, un sasso, una conchiglia? Non lo ricordo più: sono bastati pochi mesi per dimenticarlo, per piegarmi le gambe, farle strisciare, accorciare il passo...
Camminare è ormai sinonimo di dolore e fatica. E paura. Paura di cadere perché la testa gira, l'equilibrio è instabile. Basterebbe una sporgenza o una crepa nell'asfalto a sbilanciarmi. E allora proverei anche vergogna.
Lo so che è stupido, ma i sentimenti si fanno un baffo della razionalità, quella mia razionalità di cui andavo così fiera e che ora è limite, impaccio, rigore consequenziale incapace di dare conforto.
Mia figlia, la mia piccola manager milanese, dura e combattiva, quando mi vede, strizza gli occhi, improvvisamente troppo lucidi, poi il suo sguardo scivola via, lontano, come quando, da piccola, le dicevo che su padre non sarebbe venuto a trovarla per un imprevisto impegno di lavoro. "Come va?" mi chiede, e io rispondo "Bene" e sorrido. Come allora ormai siamo diventate abili a mentire. "Scrivi?" mi chiede. "Pochissimo... ". "Perché?" domanda. "Non ho più niente da dire".
Poi riparte per Milano, in fretta, quella pena nello sguardo che mai avrei voluto potesse dipendere da me ...

giovedì 31 marzo 2011

Tokio, 31 marzo 2011

Ci consigliano (?)  di non mangiare pesce. Abbiamo già escluso verdure, frutta e latte. E' sera, ormai. Mi affaccio alla finestra, ventiquattresimo piano di questo palazzo fatto di cristallo, cemento e acciaio... Sbircio fuori: la città sembra un cimitero silenzioso, fiocamente illuminato dal chiarore di lampade votive, ma io, Mishika Takiri, sono viva. Viva! Gli ammortizzatori sui quali poggia il palazzo hanno funzionato: abbiamo ballato, ma gli edifici, scossi dal terremoto come alberi centenari squassati da un vento di tramontana, hanno retto. Ho avuto paura ma ho provato anche un senso d'orgoglio. Ho chiamato Kangoo, il mio ragazzo, ma il telefonino non funzionava. Ho tentato di contattare i miei genitori... Impossibile! Kangoo e io ci siamo conosciuti all'università a Tokyo, ma veniamo dal Nord del paese, dalla zona di Fukushima. Ho sentito, stridulo, il suono delle sirene...
Quanto tempo è passato prima di sapere? Chi ha parlato per primo di tsunami? Quando la televisione ha mandato in diretta le immagini del disastro? Tutto il disastro, o soltanto una parte, per non scatenare il panico?
Kangoo e io abbiamo tentato di raggiungere Fukushima, ma siamo stati fermati. Quando digitiamo i numeri di telefono dei nostri genitori nessuno risponde, i loro nomi sono nelle liste dei dispersi. Liste chilometriche. Noi continuiamo a cercare e, poiché non possiamo scavare nel fango, tra i detriti, scaviamo nella nostra memoria.
Io ho sognato mia madre. Giovanissima, sorridente: avvolta nel kimono nuziale, così come appare in una fotografia che tengo sulla mia scrivania. Dove sarà quel kimono a fiori azzurri? Il mare l'avrà portato con sé negli abissi e forse un giorno lo abbandonerà su una spiaggia insieme a una manciata di conchiglie? Non ho una tomba su cui pregare, non potrò cremare i loro corpi, né quello di mia sorella. Sono sola, con una manciata di fotografie, una di ricordi... e tanta paura che vena di rosso l'angoscia, il dolore.
Nonno Sazoki, curvo e rugoso, scuoteva la testa dicendo: "E' una follia! Una follia!" e poi raccontava... di Hiroshima, di Nagasaki e della guerra. Mio padre sibilava tra i denti parole contenute di disapprovazione e lanciava oblique occhiate a mia madre.
Io ridevo: ero una bambina. Il mare era azzurro quando mio padre mi portava in barca a vela a pescare e i ciliegi, in primavera, profumavano di buono come la pelle di mia madre.
Il terremoto, terrore dei nostri vecchi, ruggiva a volte, ma era una tigre domata. Kangoo è ingegnere, io pubblicitaria: a Tokyo avevamo amici, un lavoro sicuro, progettavamo di andare a convivere. Mia madre era un po' delusa dal mio rifiuto di sposarmi. E il kimono a fiori azzurri? E un nipote da coccolare?
Ma poi - era un'ottimista - finiva con quella frase che m'infastidiva un po', quasi volesse ipotecare il mio futuro, decidendone lei: "Hai tanto tempo davanti... Non si sa mai".
La radioattività continua a salire: i ciliegi sono in fiore. Qualche fiore ha il pistillo azzurro e un petalo di troppo.
Ho deciso di abortire.
Kangoo è d'accordo.

Tokyo, 31 marzo 2011

lunedì 14 marzo 2011

Ha un senso ciò che sta accadendo?

La globalizzazione trasformerà - ha già trasformato il mondo? - in un villaggio globale, dicevo misurando l'aula in lungo e in largo, seguita dagli sguardi interrogativi dei miei alunni. Le idee corrono lungo le autostrade del nulla, ritmate dal bip, bip dei computer, le immagini sui monitor si rincorrono di paese in paese. In tempo reale, aggiungevo, aprendo la spazio al'insondabilità del tempo virtuale.
La tecnologia, non più a spizzichi, ma a bocconi, ingoiava spazio e tempo, velocizzando tutti i processi; l'economia industriale, quella del fare, cedeva il posto all'economia di carta, quella che moltiplicava i profitti spostando sfilze di numeri - la moneta immateriale - da una istituzione finanziaria a un'altra. Cadevano, come birilli, i confini tra gli stati: merci e persone si spostavano su mezzi sempre più veloci e serviva energia, sempre più energia, in un mondo dove le riserve petrolifere stavano rapidamente riducendosi. Per il petrolio si dichiarava guerra ai paesi produttori, giustificandola con menzogne e promesse di democrazia, ritenuta esportabile come un barile di birra! L'Occidente costruiva centrali nucleari, e l'Italia veniva considerata con una certa sufficienza per non avere ancora risolto il problema energetico in modo serio. Qualcuno, scegliendo il verde come colore emblematico, il verde dei campi, dell'erba, dei boschi, scuoteva la testa e portava avanti le sue battaglie, ostinatamente convinto che la natura andasse rispettata, non solo saccheggiata e che l'omino convinto di poterla controllare si sarebbe ben presto trovato a fare i conti con un gigante impazzito.
Quanti minuti sono bastati alla Natura per mettere in ginocchio la terza economia del mondo?
Una manciata.
Uno scossone, un'onda anomala, una serie di guasti ai sistemi di raffreddamento delle centrali nucleari e - oplà - il mondo, non più soltanto il Giappone, osserva e... aspetta. Atterrito.
Tutto ciò che avviene ha un senso, una logica consequenziale. L'uomo tenta di controllare la realtà che lo circonda e spesso -  limitatamente ad alcuni aspetti e tempi - riesce a farlo. E' bravo, spesso bravissimo, ma non è onnipotente, e lo sa (perché altrimenti si sarebbe inventato un Dio a lui superiore, anche se fatto a sua immagine e somiglianza, caricandolo di tale onore e onere?)
Forse il senso di questa tragedia è quello di farci riflettere. Seriamente, molto seriamente: sullo sviluppo che non sempre è progresso, sul potere (nostro e della natura che ci circonda), sulle sicurezze (reali e presunte). E sui valori, sì, i vecchi, mai superati, valori. Ridando loro una dignità che forse in questi anni hanno perduto, tallonati e superati dai beni, dalla roba , dagli oggetti, sempre più perfezionati e numerosi.
Proprio al Giappone, unico paese ad aver provato l'inferno della morte radioattiva, è toccato il compito di interrogarsi, in prima persona, sulle conseguenze delle proprie scelte. Il Giappone ha scelto l'energia nucleare, ben sapendo di essere un paese ad altissimo rischio sismico. E se l'epicentro del sisma fosse stato sotto una delle tante centrali costruite nel paese?
Avere perso i propri figli e ipotecato - forse - il futuro dei bambini sopravvissuti, che vediamo tra le braccia dei soccorritori, è il prezzo che i giapponesi avevano messo in conto nel rapporto costi/benefici al momento dell'opzione nucleare? I volti, dove nemmeno l'educazione orientale al controllo riesce a contenere la disperazione di chi ha perso tutto il proprio mondo, sono pallidi, smarriti.
Questa tragedia non è frutto solo del caso, non è imputabile soltanto al destino. E' - al pari della guerra economica che ha devastato il legittimo progetto di futuro (diventato illusione per una intera generazione i giovani) dei nostri figli, la conseguenza di una serie di scelte, in parte fatte, in parte subite, che dobbiamo analizzare e ripensare... Seriamente, ripeto, molto seriamente.

giovedì 3 marzo 2011

Dittatori e dittatorelli

      Mi piacerebbe inoltrarmi lungo le stradine di Tripoli o Bengasi per guardare la gente negli occhi, e poi  lasciare scorrere lo sguardo sulla folla. Folla scatenata in una manifestazione di piazza, dispersa dal terrore delle fucilate, rintanata nelle case a origliare dalle fessure delle finestre mentre le parole scivolano di bocca in bocca e sono le parole di chi vive quella situazione sulla propria pelle, di chi ha  figli e figlie, mariti, padri e madri in quelle piazze. Invece, le parole che sento, ronzio insistente di zanzara, sono quelle di chi parla di ciò che sta accadendo... Vorrei chiedere cosa li ha spinti a dire, a urlare basta!, vorrei sentirmi raccontare cosa vogliono o, prima di tutto, cosa non vogliono più. Vorrei consigliare loro di stare attenti, di non accettare ingerenze o aiuti non disinteressati, di superare la fase incandescente della rabbia che esplode, che dà la stura alla ribellione scovando nelle pieghe della pelle il coraggio, quel coraggio di cui si ignorava perfino l'esistenza...
Vorrei che l'Occidente, che si è arricchito sulla loro pelle, tenesse la bocca chiusa e non mandasse i caschi blu a presidiare  - come avvoltoi - la loro disperazione, spianando armi solo da esibire e piangendo lacrime da coccodrillo. Non siamo di fronte a barufe chiosote di stampo goldoniano, siamo di fronte allo sforzo, ancora confuso ma prepotente e imperioso, di ricerca di libertà di un popolo - quello arabo - diverso per usi, religione, storia, ma che ha il diritto di trovare la propria strada: con  tempi e  modi che non potranno che essere i loro tempi e i loro modi.
Quanto a Gheddafi, sì, di dittatori e dittatorelli l'Italia ha una certa competenza, ma sarebbe il caso che  si occupasse e preoccupasse di quello che ha in casa, prima di dare lezioni di democrazia alla Libia

sabato 26 febbraio 2011

E finalmente pianse

E finalmente pianse
tutte le lacrime
ingoiate, 
dal vento raggelate,
da fasulli moscerini  
giustificate,
a volte
nella gabbia del rancore
rinserrate 



Lacrime soffocate
in notti solitarie
su cuscini freschi di bucato
a celar debolezze
mai mostrate


Lacrime di donna
come fiele
amare, 
come viaggiatori nel deserto
sperse


Esplose,
come urlo,
come bomba a orologeria.
Attentato al silenzio,
alla forza
che la debolezza richiede