giovedì 2 giugno 2011

Il profumo della speranza

Ecco!, c’era quasi riuscita a crearsi una postazione, una trincea: un ultimo tentativo, disperato, di stare ancora al mondo scegliendo, e non subendo, cosa essere e cosa fare, nei limiti rigidissimi di manovra che ancora la malattia le concedeva.
Aveva trascinato nella sua camera da letto– Dio solo sa come, attingendo a quali residue forze – un tavolino basso, bassissimo, stile finta “arte povera”, ripescato dal fiume di “rudo”che si riversa di notte su Milano, infilandoci  sotto un materassino per fare ginnastica, un mare di cuscini e cuscinetti per sorreggerle la schiena e – oplà – il suo occhio sul mondo, il suo pc,  si era acceso e, ora, poteva sbirciare, guardare…
Poteva “comunicare”, di nuovo, in quel mondo di parole e immagini, liberandosi dalla prigione del corpo, dallo strapotere della carne che l’aveva imbrigliata in quel terribile inverno. Aveva passato la mattinata a cambiare prese, aggrovigliare fili, rimuginando rabbia e dolore… Sola come sempre si è soli nei momenti peggiori, quando nessuno capisce di cosa potresti avere bisogno per tentare di uscire da solitudini nere come pozzi in cui persino la luna d’inverno si rifiuterebbe di specchiarsi.
E ora il calore della Rete l’avvolgeva, ora fluttuavano palloncini color arancio, ora i leghisti erano più verdi delle loro camicie e i berlusconiani deglutivano incertezza, l’arroganza che si sfaldava colando come trucco sfatto sui loro volti di servi già pronti a rinnegare il padrone.
E ora ritrovava il miracolo della Rete e, anche se la schiena le faceva male  e le gambe si erano intorpidite, sentiva soffiare quel vento nuovo che aveva un profumo dimenticato, un profumo insolito, giovane e fresco: il profumo della speranza.

martedì 10 maggio 2011

Coraggio ragazzi!

"Parli sempre del passato... " mi rimprovera mia sorella e io sorrido. Passato, presente, fututro: le tre dimensioni temporali di cui possiamo disporre, anche se l'unica che viviamo in contemporanea è il presente: esistiamo consapevolmente, in modo fattivo, reale, soltanto negli attimi brevi che il presente tritura, comprimendoli tra un passato che si fa ogni istante più corposo e un futuro che si accorcia; entrambi irreali: uno soltanto immaginabile (non prevedibile se non in virtù della nostra supponenza), l'altro destinato a finire in gran parte nel dimenticatoio, a parte una serie minuta di ricordi che daranno  concretezza a quel passato che abbiamo deciso essere nostro.
In questo oggi in cui svapora la persona che sono stata - a causa dell'età e della malattia - è al passato che mi rivolgo, a quelle certezze che so essere in parte costruite, ma che mi rassicurano rispetto a un futuro che oltre a essere per me breve, mi causa angoscia. Sento i miei figli parlare una lingua diversa, la lingua di un futuro che avvertono, di cui respirano già l'odore. Non so se sarà migliore o peggiore il mondo che costruiranno: so soltanto che sarà diverso e... sono curiosa, ed è questo tratto distintivo della mia personalità - la voglia di sapere - che ancora mi aggancia alla vita, ancora m'intriga.
Di nuovo assistiamo a un rito - le elezioni - sommerso ormai dal suo contorno, quella campagna elettorale che tutto consente e concede ( bugie, false promesse, inganni, commerci più o meno squallidi), tutto per afferrare saldamente un po' di potere, traducibile più o meno rapidamente in denaro. E allora il passato mi fa ritrovare il volto di mia madre, giovane e assorto, e la cucina di casa che sapeva di origano e basilico fresco mentre mi raccontava con orgoglio di quel suo primo voto di donna... Correva l'anno 1946...
Mia figlia, il volto assorto che ricorda quello di sua nonna, mi sussurra: "Che senso ha votare? Sarebbero da rimandare a casa tutti... ". Che dirle se non che il futuro è suo, è loro; che s'inventino qualcosa di nuovo. Violento o pacifico, astuto o ideologico, qualsiasi cosa che li riporti a quella gioia di vivere che è anche e soprattutto speranza, entusiasmo... Ma anche fatica, non dimenticatevelo ragazzi, tanta fatica perché il nuovo non spunta come una primula a primavera, il nuovo si costruisce pezzo a pezzo... "

mercoledì 4 maggio 2011

Una fra tante


 Il telefono squillava. Insistente. Si turò le orecchie. Inutilmente.
“Siiiii?” “Come stai?”. La sua voce le scivolò sulla pelle, le invase il cervello monopolizzandone i pensieri… Come allora. Allora quando? Quando la sua pelle beveva carezze, ascoltando parole, impossessandosi di risate…
“Come stai? Sai chi è venuto a trovarmi?”
“No” rispose, l’educazione austro-ungarica già allertata a nascondere le emozioni che quella voce le stava scatenando dentro. Come stava? Male, maledettamente male!
“Govanni” e, dopo un attimo di esitazione “te lo ricordi?”
“Sì, certo… ” balbettò.
“Abbiamo parlato di te… “
Ma non dirmi, avete parlato di me? E cosa vi siete detti? E tu, tu, cosa gli hai detto di me?
“Te lo passo, vuole salutarti”, e lo sentì ridere, quella risata leggera che usava con gli altri. Quella che gli uomini hanno sulle labbra quando parlano di donne.
Una fra tante.
Interruppe la comunicazione e poggiò la fronte sul vetro della finestra.
La pioggia scendeva stantia, gocce tutte eguali… Ne seguì una con lo sguardo mentre scivolava e spariva, una uguale alle altre, una fra tante.

martedì 19 aprile 2011

Prevenire è meglio che curare

Il denaro era importante anche negli anni Cinquanta (ai bambini s'insegnava a rispettarlo), quindi la mia generazione crebbe sviluppando quella lodevole propensione al risparmio che consentì grazie al lavoro, agli aiuti americani del Piano Marshall e all'ingegno della nostra gente, quella formidabile ripresa economica che fu definita 'miracolo italiano'. Si risparmiava facilmente poiché, nell'immediato Dopoguerra, c'era ben poco da comprare: la vita riprendeva, spavalda, ma  le fabbriche erano, in buona parte, distrutte, trovare casa era un vero e proprio incubo, il sistema ferroviario funzionava a singhiozzo. A scuola, appesi alle pareti accanto ai manifesti con i funghi velenosi e quelli mangerecci, altri manifesti mettevano in guardia contro il pericolo delle mine antiuomo e delle bombe che infestavano prati e campi, emergendo appena una ruspa o una scavatrice entrava in azione. Mio padre compilava la schedina sperando di vincere al Totocalcio e la sera si seguivano, in religioso silenzio, le trasmissioni radio. Al mattino, mia madre passava lo spazzolone e cantava "Vieni, c'è una strada nel bosco, il suo nome conosco..." mentre io pasticciavo sui  quaderni facendo i compiti. La scuola elementare che frequentavo era stata bombardata, mia sorella entrava al mattino e io al pomeriggio. Andavamo a scuola da sole, nel quartiere ci conoscevamo tutti e c'era una sorta di controllo sociale che proteggeva e tutelava la comunità. Spesso non si chiudeva nemmeno a chiave la porta d'ingresso, e quando succedeva qualcosa, anche una lite tra condomini, la gente si affacciava alla finestra, pronta a intervenire.
Era una vita scomoda e faticosa, più ricca di rapporti umani ma anche di regole, soprattutto per le donne. Rientrate in casa, in tutta fretta, per restituire i posti di lavoro che avevano occupato quando gli uomini erano stati mandati a combattere, ma ormai abituate a cavarsela da sole, avevano assaggiato un'autonomia che le rendeva inquiete e che, a volte inconsciamente, trasmettevano ai figli, ma sopratutto alle figlie, minando, anche se ancora impercettibilmente, quel potere maschile che all'interno della famiglia appariva ora spesso più autoritario che autorevole.
Nelle chiese, che la domenica erano piene, i parroci tuonavano dal pulpito contro i comunisti scomunicati dal Papa. Mentre mio padre aspettava noi bambine sul sagrato della chiesa, leggendo ostentatamente "L'Unità", io pregavo che la maestra, quella "basabanchi de democristiana" - come era solito definirla - non mi indicasse più come "la figlia del comunista" sospettando che che quel demo, davanti a cristiana,  stesse per demonio (data la sua cattiveria da vipera), poiché di democrazia io, allora, non sapevo proprio nulla.
Sono le immagini confuse e traballanti che la televisione trasmette dalla Libia in guerra - la più atroce tra le guerre, quella civile , quella che scava solchi incolmabili tra fratelli - che mi riportano indietro, facendo riemergere antichi ricordi. La guerra non esplode per caso, è preparata a tavolino... e, come afferma Gino Strada da buon medico, è necessario prevenirla. Curarla, una volta che sia stata scatenata, risulta difficile, molto difficile. Si possono soltanto aggiustare ossa, amputare arti, far benedire i moribondi dai cappellani militari e inviare aiuti umanitari, tanto per smaltire le scorte alimentari di prodotti scaduti.

(continua.... )

sabato 16 aprile 2011

L'abito buono nell'armadio

La vita quotidiana era scomoda, si rammendavano i calzini, si lavava a mano - soltanto le famiglie abbienti avevano una lavandaia - le camicie venivano vendute con i colletti di ricambio e gli impiegati indossavano le mezze maniche. Nell'armadio, conservato con cura, spazzolato e stirato, c'era l'abito buono, da usarsi soltanto la domenica, o quando si andava a parlare con il direttore della banca o il notaio. I ruoli erano rigidi, codificati: gli uomini al lavoro, fuori nel mondo, le donne a casa a occuparsi della famiglia. Come prima della guerra? Come se nulla fosse accaduto, come se lo squarcio di tante, troppe vite, le urla, il terrore...  non avessero più voce, non esistessero nemmeno nei ricordi.
La guerra, come l'amore, è qualcosa di estremo, di sconvolgente: è uno tsunami che tutto travolge, che obbliga a ricominciare, a ricostruire tutto di nuovo, con criteri diversi. Forse perché è il "fondo", il punto estremo che deve essere raggiunto quando la condizione di invivibilità che si sta sopportando non concede altre scelte. Fa parte dell'umana natura; ha travagliato da sempre la Storia, è sorella siamese del Potere di cui sembra costituire il presupposto ineliminabile. Spesso è stata fatta in nome di Dio (non è raro che i poteri si coalizzino per cambiare le regole del mondo a proprio favore!).
Il bipede usa pugno e carezza, con la stessa abilità... ma la tecnologia che ha reso potente il pugno, non solo non ha migliorato la carezza, ma l'ha indebolita, rintanandola in un angolo, irridendola come sdolcineria superata dai tempi. Le parole di Gino Strada, pronunciate durante la trasmissione di Fazio a Che tempo che fa ,la sua ferrea convinzione che la guerra debba e possa essere sradicata dal mondo come una mala pianta, mi hanno fatto riflettere: non su quel "debba", ma su quel "possa". Sento ripetere che la nostra società è priva di valori e spesso l'ho affermato anch'io, ma è necessario intendersi sul concetto di valore. La verginità non è più un valore (almeno nella nostra società). Ad esempio. E la fedeltà (nei rapporti affettivi) la sta seguendo a ruota, come valore che può essere scelto ma non deve essere imposto. I valori mutano, cambiano, la società ne inventa di nuovi, ma ciò che li fa veleggiare alti nel cielo è, forse, la loro condivisione da parte della maggioranza delle persone. L'etica sa negarsi alle lusinghe del mondo; la morale si vende, soprattutto se il prezzo sale. E il denaro, non più mezzo qual è, è diventato valore: il più importante.
Si dice "Il denaro non dà la felicità"... , ma assicura il potere - mormora qualcuno. E la tecnologia, la televisione insegna, fa diventare i ricchi belli, bravi, buoni ed eternamente giovani.
(continua... )

domenica 10 aprile 2011

La domenica sapeva di gazzosa

La sveglia suonava e lei, mia madre, era la prima a scendere dal letto. La casa era gelida e umida. Veniva riscaldata soltanto la cucina e io, fin da piccola, seguivo con curiosità questo rito del fuoco da accendere, guardandola soffiare per alimentare quella fiamma resa stentata, soprattutto all'inizio, dall'umidità della legna da ardere. Quando un soffio di calore invadeva la cucina, mia sorella e io venivamo chiamate, ma spesso, non vedendoci arrivare, era lei che ci portava, raggomitolate tra le sue braccia nei camicioni di flanella, fino alla cucina.
Il bagno lo facevamo alla sera, quando la cucina era bella calda, nella ramina, utilizzando l'acqua rimasta dopo esserci lavate - non si buttava nulla - per riempire le bottiglie, avvolte in un panno, che venivano infilate sotto le coperte per dare un po' di tepore alle lenzuola ghiacciate. Ricordo il freddo di quegli interminabili inverni, ma anche il calore di quegli abbracci mattutini che avevano il profumo della colonia di cui mia madre si metteva alcune gocce dietro le orecchie.
Abitavamo in una bella casa proprio sulla piazza principale, ma il bagno con la vasca in maiolica, sempre scintillante, era utilizzato soltanto d'estate, quando le giornate si facevano interminabili e noi bambini giocavamo sul sagrato della chiesa, ai giardinetti oppure nelle corti se non nelle strade, con le madri che si affacciavano a turno a dare un'occhiata dalle finestre, chiamandoci ripetutamente per farci rientrare sudati, sfiniti da quelle ore di gioco rese possibili dalla stagione e dalla libertà che la chiusura estiva delle scuole concedevano.
Si usciva dalla guerra: c'era poco di tutto, case devastate dai bombardamenti, molte vedove, tanti bambini da far crescere, pochissimi soldi ma tanta passione politica che scatenava discussioni nelle osterie dove gli uomini si fermavano a farsi un bicchiere di vino dopo il lavoro. L'acqua si beveva alle fontanelle, a volte a noi bambini, alla domenica, veniva comperata una gazzosa. Il frigorifero non c'era, al massimo, nelle famiglie borghesi, la ghiacciaia.
Nel lavello, sotto un filo d'acqua costante, il panetto del burro, in quelle estati torride, riusciva a non fondere. L'ascensore neanche a parlarne: ci facevamo le scale su e giù, e toccava anche a noi bambini, con i cesti della legna d'inverno e i secchi dell'acqua durante l'estate, quando ai piani alti delle case l'acqua non sgorgava dai rubinetti.
Ogni tanto, tra i ragazzini che giocavano intorno alle case sventrate o nel corso di scavi e costruzioni,  saltava per aria una bomba inesplosa, e allora per un attimo il fantasma di quella guerra terribile che si voleva, o doveva, per ricominciare a vivere, dimenticare, riprendeva corpo. Si spegnevano le discussioni politiche e a casa, alla sera, qualcuno si prendeva un figlio sulle ginocchia e raccontava... della prigionia, dei soldati saltati in aria come burattini, del dolore, della paura, della vergogna. A spizzichi e a bocconi, dalle bocche degli uomini usciva il ricordo della guerra vera, mentre le donne parlavano della loro guerra: quella fatta per cercare qualcosa da mangiare, tra un bombardamento e l'altro, delle coperte usate per cucirci i cappotti, delle fedi date al Duce, dell'angoscia per i mariti al fronte... tacendo su altri dolori, per  amori non confessati e a volte neppure vissuti, o vissuti con sensi di colpa e ignorati da chi era tornato ferito nel corpo e dilaniato nell'anima a riprendere possesso di vite che per molti non sarebbero più state le stesse.

(continua... )

mercoledì 6 aprile 2011

IL buon Marchionne

E anche la Fiat prende il volo: per gradi, pezzo dopo pezzo, si prepara a lasciare l'Italia. Gli operai di Detroit hanno meno pretese, il mercato americano assorbe più vetture, Obama dà una mano.
Lo disse, il buon Marchionne; da Fazio, lo dichiarò e lo sottolineò: nel bilancio consolidato la Fiat Italia aveva gravato negativamente sull'utile, e un padrone deve porsi come obiettivo d'incrementare l'utile dell'impresa che gestisce. Marchionne, manager padrone, ha fatto solo il suo mestiere. Perché stupirsi? Era prevedibile.
In un Paese come l'Italia, dove i politici fanno gli imprenditori, i sindacalisti tutelano i padroni - la chiamano concertazione - gli operai fanno il tifo - e votano - un imprenditore che li deruba, almeno lui ha fatto tutto quello che un padrone fa e ci si aspetta faccia: gabbare gli operai, non mantenere le promesse - peraltro nebulose, a differenza delle pretese, chiarissime - internazionalizzare l'impresa - come correttamente richiede un mercato globale, prendere accordi con chi concede le condizioni migliori, e, alla fine, un bel sorriso e vai!
La dinastia Agnelli, giovane Elkann in testa, approva, timorosa di perdere l'azienda di famiglia, annacquando la sua proprietà azionaria in una possibile public company e tenendo d'occhio un  Marchionne che potrebbe diventare padrone di fatto grazie a un leveraged buyout. 
La globalizzazione è anche questo o questo può essere; i nostri politici e sindacalisti, impegnati a contendersi il potere, forse non hanno capito che il mondo è cambiato. Sarebbe il caso di mettere dei paletti a delimitare le aree di competenza e di ritrovare valori aggreganti e caratterizzanti le varie categorie sociali. Tanto per incominciare a fare un po' di chiarezza!