Visualizzazione post con etichetta Marchionne. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Marchionne. Mostra tutti i post

giovedì 24 novembre 2011

Un paron de maniera


Sarà un Nadal  ben triste
per quei settantamila, 
e meno mal che 'l'iera
un paron de maniera, 
col maion
girocolo 
e gnanca la cravata...
E tuti a dir che bravo
'borghesia illuminata'
...
ma noi veci savevimo
che manco un faro basta
a s'ciarirghe le idee,
perché per i paroni 
ghe vol solo i bastoni.

Le babe che le pianzi, 
i pici senza zoghi, 
i masci in osteria,
che, tanto, la Rosina
no la xe  scandalizza
a sentir 'na bestemia
che 'l vento porta via
...
'Cristo no xe paron, 
Cristo capissi, speta'
la pensa
'ntanto che se ghe spegni,
tra i dedi,
sfregolando,
l'ultima spagnoleta.

sabato 4 giugno 2011

Buon lavoro, dottor Marchionne

Quanto alle recenti polemiche con Confindustria, Sergio Marchionne ha precisato: "Non c'è alcuna ostilità, nonostante alcune battute fatte di recente. Dobbiamo salvaguardare l'industria Fiat e assicurare che il piano industriale, incluse le norme contrattate con la maggioranza dei lavoratori, venga rispettato. Non posso - ha aggiunto - difendere ogni volta le scelte fatte con il consenso della maggioranza dei lavoratori. Non posso accettare che l'appartenenza a Confindustria indebolisca la Fiat. Capisco le ragioni storiche, ma la Fiat viene prima di tutto".
E finalmente un Padrone a tutto tondo: senza sbavature, senza ambiguità. Uno che si alza al primo trillo degli uccelli, non si mette nemmeno la cravatta, s'infila un maglione, un'aggiustatina ai capelli con la mano e via... in fabbrica a lavorare: se possibile tra due ali di lavoratori plaudenti. Roba da far arrossire il ragioniere più noto d'Italia, quel Fantozzi che volentieri Le cediamo perché, per le ragioni storiche che Lei ben conosce, da noi chi plaude al padrone che lo vessa è almeno  -  e ancora - una burletta.
Buon lavoro, dottor Marchionne.  

lunedì 25 ottobre 2010

Puzza di padroni

E bravo il nostro Marchionne che seduto - quasi appollaiato come una statuaria civetta intagliata nel buio della notte -  davanti a Fazio, ieri sera a Che tempo che fa, discetta, con l'evidente ma tollerante fastidio che si prova davanti a un interlocutore un po' ottuso, di impresa. Sì perché il nostro, pur laureato in filisofia a riprova del valore, da lui ribadito, del pensiero che sviscera le idee traendone ideali, emozioni e sensazioni, è un metalmeccanico, uno che fa automobili... E' uomo del fare, lavora diciotto ore al giorno, somma e sottrae numeri per produrre utili, utili non balle. Snocciola posizioni in graduatoria, percentuali e poi butta là, con la nonchalance che si addice a un uomo del suo prestigio, quell'utile operativo trimestrale non solo elevato, ma soprattutto prodotto totalmente fuori dal patrio suolo. Sì, perché il costo del lavoro, che tanto incide sull'utile operativo, è alto, troppo alto in Italia rispetto a quello della Polonia o della Serbia. E così scopriamo che sugli operai italiani grava la responsabilità primaria della crisi del settore industriale, sulla loro esosità, sullo scarso attaccamento alla fabbrica, sulle assenze ingiustificate, sulle pretese... Quegli stessi operai ai quali Marchionne ha pensato quando, opponendosi alle richieste dei suoi più fidati collaboratori, si è rifiutato di chiudere gli stabilimenti di Pomigliano, per inciso, anche per non riconsegnare quel territorio alla mafia. Fazio ascolta e oppone a Marchionne i miserandi stipendi percepiti dagli operai, l'insicurezza del posto di lavoro, gli incentivi corrisposti dal governo alla Fiat, ma le sue parole sono spazzate via da un Marchionne seccato che sottolinea come gli incentivi abbiano favorito gli acquirenti - tra l'altro pochi - di macchine italiane e solo indirettamente la Fiat, la quale nulla deve al governo con cui ha chiuso ogni posizione debitoria.
Fazio deglutisce imbarazzo e sbandiera ignoranza economico/imprenditoriale nonché sociale consentendo a un Marchionne ormai lanciato di esporsi fino a garantire un adeguamento dei salari nostrani al livello di quelli comunitari in cambio di una collaborazione - proficua per tutti - con i sindacati. Per inciso con la controparte sindacale più riottosa - quella Cgil che ancora punta i piedi e rappresenta una parte irrilevante dei dipendenti Fiat. 
Poi si alza e se ne va, lasciando dietro a sé un odore fastidioso ma conosciuto: puzza di padroni.