Ci sono nipoti che hanno un numero incredibile e soprattutto variabile di nonni. La vita si è allungata, le coppie si sfasciano e si ricompongono. Si creano questi agglomerati che vengono chiamati famiglie allargate.
Il convivente della madre del suo attuale compagno, per per il figlio dil lei
che cos'è?
Per la legge nessuno, ma si sa che la legge interviene a regolamentare gli umani accadimenti con memorabile ritardo, dando valore normativo alle cosiddette "usanze"...
E allora? E allora niente, è un nonno di serie B, al quale ci si potrebbe affezionare anche più che a un nonno di serie A.
Nulla vieta. Eh no, nulla vieterebbe se non subentrassero i limiti dell'umana natura: il senso del posssesso, l'esclusività degli affetti, le insopprimibili antipatie, le differenze. Eh già! le differenze incidono, infastidiscono, rendo difficili i rapporti qualora non intervenga il rispetto dell'altro da sè e quindi della sua diversità.
I rapporti tra suocera e nuora sono stati quasi sempre difficili e, spesso, soltanto la nascita dei nipoti faceva accettare la nuora alla suocera e viceversa. Entrambe madri, si riconoscevano nella fatica, nelle paure e nelle soddisfazioni del ruolo comune che, almeno per i primi tempi, relegava nell'angolo, il marito figlio. Ma ora, avendo a disposizione più nuore e più suocere si potrebbe scegliere? Ma ogni scelta presuppone un'esclusione, e ogni esclusione una lacerazione più o meno profonda, con quale effetto domino in queste situazioni, non è difficle immaginarlo.
Le rivalità, sempre esistite, nelle famiglie allargate esplodono a raggiera, con alleanze che si insturano e si modificano, si rinnovano o crollano. Sì, perchè, in queste contorte situazioni, ci sono i grandi esclusi: qualcuno degli appartenenti al gruppo, spesso, non frequenta e non frequenterà mai qualcun'altro. La moglie tradita, per esempio, il marito fedifrago.
Qual è la modalità di gestione dei rapporti in queste famiglie?
E' una modalità in divenire, perchè la frequenza di queste situazioni è molto aumentata soltanto recentemente. A me, inoltre, stanno insegnando molto i miei nipoti.
Queste due belle creature, infatti, costituiscono il nocciolo duro intorno al quale si coagulano gli affetti. Osservo che accettano tutti, senza pregiudiziali di sorta all'ingresso, e non è poco. Poi, ovviamente, si affezionano soltanto a qualcuno nei confronti del quale scattano affinità.
E poi occorre ironia: gira e rigira è come nella moda, non si inventa più nulla, si ridà spazio a vecchi modelli rivisitati. Due considerazioni: un etnologo non ravviserebbe in questi gruppi una forma moderna di tribù? E poi: sarebbe il caso di valutare con tanta spocchia il concetto di moglie multipla di altre culture? In fondo ogni cultura trova soluzioni diverse a una problematica di fondo comune, perlomeno all'interno della coppia: la fedeltà è una convenzione, supportata da innegabili necessità, ma pur sempre una convenzione. Nella nostra cultura, dove l'infedeltà non è reato ma peccato, le mogli multiple si succedono in ordine di tempo, non convivono. E poi ci sono le eccezioni: mogli di fatto e di diritto che convivono, ma fingendo di non sapere nulla una dell'altra, al riparo di un perbenismo borghese basato su dolorose e spesso inutili finzioni?
Il mondo cambia?
Non tanto quanto potrebbe sembrare...Soprattutto nella terra dei gattopardi.
martedì 16 settembre 2008
lunedì 15 settembre 2008
Primo giorno di scuola
C'è un traffico da ora di punta: zainetti, adolescenze brufolose, grembiuli rosa e azzurri danno un'aria di festa alla città. I miei nipoti, sotto il peso degli zainetti nuovi, corrono verso il gruppo dei compagni di classe. L'odore di scuola, mentre entriamo nella classe seguendo il codazzo dei ragazzini e la maestra, mi scende in gola e risale, eruttando ricordi.
Sono di nuovo in un'aula scolastica - penso.
I muri un po' scrostati - non ci sono mai soldi per l'edilizia scolastica e il problema emerge solo quando una scuola, per una scossa di terremoto, si'ingoia un paio di classi - la carta geografica dell'Italia fisica. Carta, sì! perchè la tecnologia che, fuori, tutto travolge, qui si arresta ritraendosi come il diavolo di fronte all'acqua santa. Gli attrezzi del mestiere sono, oggi come allora: carta e matita, gesso e lavagna. Unica novità tecnologica, rispetto alla scuola della mia infanzia, probabilmente la penna biro.
I bambini sono eccitatissimi e si stanno contendendo i posti: i più veloci e prepotenti si sono già piazzati nele posizioni migliori, al fianco dell'amico o dell'amica del cuore. C'è, come succede anche fuori nella vita, qualcuno che rimane solo e si deve accontentare dell'ultimo posto rimasto libero: a un tiro di schioppo dal naso dell' insegnante.
La maestra è già in cattedra: solitaria. Con l'anno in corso si ritornerà al maestro unico e, al di là di alcune rassicurazioni fumose fatte a livello governativo, non si avrà più la possibilità di optare per il Tempo Pieno. Con buona pace delle madri lavoratrici, dei ragazzi che hanno problemi di apprendimento, dei progetti fatti sul territorio e all'interno della scuola che avrebbero richiesto, per la loro realizzazione, la compresenza di più docenti all'interno delle classi.
Da quando sono andata - delusa, arrabbiata e umiliata - in pensione, è la prima volta che rimetto piede in un'aula scolastica e...nulla è cambiato. Usciamo e la voce della maestra
che dice " Prendete il quaderno e scrivete. Giuseppe vieni alla lavagna a..." ci insegue lungo le scale. Quattro piani senza ascensore. Il bidello aiuta un ragazzino handicappato a salire.
" Quieta non movere et mota quietare ".
domenica 14 settembre 2008
Miss(ing) Italia

Sane, future massaie, cresciute a omogeneizzati e orgoglio materno, sculettano squittendo per Salsomaggiore Terme. Il circo di Miss Italia invade la città risvegliandola, con sguardi pseudosensuali e cosce chilometriche, dall'abituale torpore.
Babbo, educazione austro-ungarica, mi vietava di ridacchiare a tavola. Guardando le miss, ho capito. Esibendo le loro grazie, facendo bye, bye ai genitori, mandando baci ai fidanzati - deglutenti orgoglio e imbarazzo - ridacchiano. All'eliminazione, anche se lo sguardo tradisce la delusione, ridacchiano. Ancora. Ma cos'è? Un concorso per il più bel sorriso d'Italia?
Le autorità locali presenziano. Serie.
I vip presenziano. Seri.
A loro spetta valutare: se si divertono, non lo dimostrano. Le miss li osservano sbavanti. Sono quelli che ce l'hanno fatta: sono i famosi!
Mentre le madri incrociano le dita in gesti scaramantici e i vip valutano, loro, le miss, continuano a andare su e giù sulla passerella: sorrisi posticci ingoiano sguardi laidi.
Babbo diceva: "Il riso abbonda sulla bocca degli stolti ".
venerdì 12 settembre 2008
Perchè un blog?
Perchè un blog?
I blogger sono tutti, chi più, chi meno, dei grafomani: gente che ama la scrittura, ma ama anche parlarsi addosso. Fino qua nulla di nuovo. Soprattutto le donne hanno sempre privilegiato la scrittura diaristica, anche perchè non è che avessero molti altri modi per esprimere,con una certa grazia artistica, i loro sentimenti.
La novità risiede in qualcosa di diverso: il blog è, apparentemente, un ossimoro perchè è un diario pubblico, anzi pubblicissimo che viene scritto nella speranza che possa essere letto dal maggior numero possibile di persone.
Quando ero bambina circolavano quadernetti, a uso diario, muniti di chiavetta, che venivano regalati per il compleanno o la Prima Comunione. Ricordo che la sottoscritta passò alcuni giorni a individuare un nascondiglio sicuro, dove celarlo.
E' una valvola di sfogo il diario. Consente che si abbassi, a livelli accettabili, la pressione interna. Senza rompere i marroni a nessuno. E non si potrebbe ottenere lo stesso risultato parlando con qualcuno?
L'età canonica dei diari è l'adolescenza perchè la sensazione di non essere compresi, capiti, soprattutto dai genitori, è una fase di passaggio alla quale nessuno, anche se in maniera diversa, può sottrarsi. Il diario, infatti, si alterna alle confidenze bisbigliate all'amica del cuore, che, molto probabilmente, le divulgherà ai quattro venti. Ma anche il diario - lapsus freudiano - verrà dimenticato, aperto o con la chiavetta accanto o comunque facilmente reperibile, e i suoi segreti diventeranno di dominio pubblico.
Eh sì, un segreto che si rispetti non dovrebbe essere messo per iscritto e tanto meno comunicato verbalmente! Allora è tutta una manfrina usata per comunicare quando le modalità dirette della comunicazione s'inceppano? Per timidezza, per la paura del giudizio, per il timore di non essere accettati per ciò che si é.
E il blogger ha mediamente queste caratteristiche?
Spesso ho sentito dire che il blog consente di comunicare, il che è vero, ma, se la nostra priorità fosse questa, sarebbe sufficiente aprire la porta di casa e... uscire. Pochi di noi abitano sul cocuzzolo di una montagna.
E poi quando scrivi...t'impegni, sei meno sciatto e più concentrato. Anche le cavolate che dici le esprimi con un certo garbo. E per iscritto, non sempre con lo stesso garbo, se scrivi una cretinata qualcuno te lo fa notare. Subito. E, prima ci resti male, poi, impari.
Oltre la porta della nostra casa abbiamo il mondo intero da contattare, con una modalità di comunicazione fatta non solo di parole, ma anche di sguardi e contatti di pelle e odori e suoni e - soprattutto - confronto con l'altro da sè che, però, sfugge al nostro controllo.
La mia sensazione è che la tecnologia, questa sì spaventosamente e prodigiosamente modificata, sia al servizio di un uomo ancora eguale ai suoi progenitori nella paure, nei desideri, nella sua essenza più profonda.
Bastasse un po' di ferraglia dotata di logica consequenziale a modificare il nostro fallace e arrogante cervello...
Ma se anche la personalità del blogger fosse venata di nevrosi perchè ancora adolescenziale, solipsistica, narcisistica e via discorrendo, non ha forse Proust affermato che " I nevrotici sono il sale della terra?"
I blogger sono tutti, chi più, chi meno, dei grafomani: gente che ama la scrittura, ma ama anche parlarsi addosso. Fino qua nulla di nuovo. Soprattutto le donne hanno sempre privilegiato la scrittura diaristica, anche perchè non è che avessero molti altri modi per esprimere,con una certa grazia artistica, i loro sentimenti.
La novità risiede in qualcosa di diverso: il blog è, apparentemente, un ossimoro perchè è un diario pubblico, anzi pubblicissimo che viene scritto nella speranza che possa essere letto dal maggior numero possibile di persone.
Quando ero bambina circolavano quadernetti, a uso diario, muniti di chiavetta, che venivano regalati per il compleanno o la Prima Comunione. Ricordo che la sottoscritta passò alcuni giorni a individuare un nascondiglio sicuro, dove celarlo.
E' una valvola di sfogo il diario. Consente che si abbassi, a livelli accettabili, la pressione interna. Senza rompere i marroni a nessuno. E non si potrebbe ottenere lo stesso risultato parlando con qualcuno?
L'età canonica dei diari è l'adolescenza perchè la sensazione di non essere compresi, capiti, soprattutto dai genitori, è una fase di passaggio alla quale nessuno, anche se in maniera diversa, può sottrarsi. Il diario, infatti, si alterna alle confidenze bisbigliate all'amica del cuore, che, molto probabilmente, le divulgherà ai quattro venti. Ma anche il diario - lapsus freudiano - verrà dimenticato, aperto o con la chiavetta accanto o comunque facilmente reperibile, e i suoi segreti diventeranno di dominio pubblico.
Eh sì, un segreto che si rispetti non dovrebbe essere messo per iscritto e tanto meno comunicato verbalmente! Allora è tutta una manfrina usata per comunicare quando le modalità dirette della comunicazione s'inceppano? Per timidezza, per la paura del giudizio, per il timore di non essere accettati per ciò che si é.
E il blogger ha mediamente queste caratteristiche?
Spesso ho sentito dire che il blog consente di comunicare, il che è vero, ma, se la nostra priorità fosse questa, sarebbe sufficiente aprire la porta di casa e... uscire. Pochi di noi abitano sul cocuzzolo di una montagna.
E poi quando scrivi...t'impegni, sei meno sciatto e più concentrato. Anche le cavolate che dici le esprimi con un certo garbo. E per iscritto, non sempre con lo stesso garbo, se scrivi una cretinata qualcuno te lo fa notare. Subito. E, prima ci resti male, poi, impari.
Oltre la porta della nostra casa abbiamo il mondo intero da contattare, con una modalità di comunicazione fatta non solo di parole, ma anche di sguardi e contatti di pelle e odori e suoni e - soprattutto - confronto con l'altro da sè che, però, sfugge al nostro controllo.
La mia sensazione è che la tecnologia, questa sì spaventosamente e prodigiosamente modificata, sia al servizio di un uomo ancora eguale ai suoi progenitori nella paure, nei desideri, nella sua essenza più profonda.
Bastasse un po' di ferraglia dotata di logica consequenziale a modificare il nostro fallace e arrogante cervello...
Ma se anche la personalità del blogger fosse venata di nevrosi perchè ancora adolescenziale, solipsistica, narcisistica e via discorrendo, non ha forse Proust affermato che " I nevrotici sono il sale della terra?"
giovedì 11 settembre 2008
USA: 11/9/2001

Stava lì, lasciando scivolare lo sguardo oltre i finestroni che inquadravano un mare di tetti e finestre che si illuminavano per spegnersi, subito dopo, come un palcoscenico allestito da un regista megalomane.
Stanca prima ancora di cominciare.
La sera prima, lei e il marito erano andati a cena fuori con una vecchia coppia di amici: era stata una serata tranquilla, ma un po' noiosa, ritmata dalle battute di Rod e dalle loro risate. Avevano fatto l'università insieme e si erano sposati, a poca distanza uno dall'altro, i loro mariti. Sembrava si scimmiottassero a vicenda: suo figlio era nato quattro mesi dopo il loro.
Riordinò meccanicamente le carte sulla sua scrivania. Poi, preso un foglietto, scrisse "Ritirare le camicie in lavanderia" e rimase lì, incerta, sforzandosi di ricordare.
Vuoto assoluto! Si stava già rimbecillendo?
Scosse la testa: il tempo stava subendo un'anomala accelerazione: aveva incominciato a andare al trotto, poi - così le aveva assicurato sua madre - sarebbe andato addirittura al galoppo.
Entrò la collega, sbuffando.
" Vado a prendere un caffè, ne vuoi uno anche tu?"
Assentì,distratta.
La collega uscì, chiudendosi la porta alle spalle.
Intravvide un bagliore argenteo, prima che sulla stanza calasse l'oscurità, ingoiata, in un secondo, da un'esplosione: fuoco, fiamme, schiocchi, urla. Un fragore che riempiva l'ufficio, dando voce agli oggetti che, come anomali fuochi d'artificio, salivano verso il cielo, disintegrandosi gemendo, urlando. Come lei.
Era l'11 settembre del 2001. A New York. Stati Uniti d'America.
mercoledì 10 settembre 2008
L'ultima abbuffata
Era arrivata non molto intimidita - forse troppo poco per i suoi gusti - la prima ragazza che suo figlio aveva deciso di farle conoscere. Lei l'aveva invitata a pranzo.
Quel pranzo, in famiglia, rimase memorabile.
All'arrivo del dolce, lei non ebbe più parole per scusarsi.
Quando i due ragazzi se ne andarono, gettò tutto nel pattume, compresa l'illusione, idiota, che ogni situazione potesse essere affrontata con la razionalità.
Le madri sono gelose dei figli? Beh, lei evidentemente sì.
Poi la razionalità riprese il sopravvento: ora quando uno dei ragazzi le faceva conoscere il compagno o la compagna di turno, cucinava in modo accettabile, ma, caso strano, quando venivano a mangiare i figli, la pasta era un pastone inestricabile, l'arrosto bruciava, il pesce, in compenso, era crudo...
E quel baccalà, passato nella pastella e fritto, quella volta al mare con il suo compagno, con il sole che entrava dai finestroni scaldandole la pelle e friggendo anche lei in una panatura dorata?
Anche quel baccalà e quel pomeriggio rimasero memorabili.
E allora?
C'è una relazione tra cibo e amore?
Il linguagggio sembrerebbe sottolinearla: il cibo è spsso fatto "con amore", ci si ciba del profumo, delle parole di chi si ama, il bambino non "ci" mangia, quando ci si sente soli si mangiucchia...
Il vuoto interiore, quello dell'anima, si colma spazzolando tutto ciò che si trova, riempiendosi lo stomaco.
Intorno a noi, basta passare qualche ora seduti al tavolino di un bar, gli obesi, grandi e piccoli, crescono come funghi dopo le piogge d'agosto. Anche perchè il cibo è la droga più facile da procurarsi e, ancora, la meno costosa, mentre l'amore non è in vendita su nessun banchetto, a nessun prezzo.
Ricordava che, per vedersi riflessa negli occhi di sua madre, ne catturava l'attenzione con tentativi di digiuno, che l'appetito di quegli anni, immediatamente, stroncava.
Ma, allora, il Paese era appena uscito dalla guerra, il cibo era cibo punto e basta. C'era stata la fame, quella vera, quella che faceva catturare i colombi sul terrazzo a sua nonna con complicate trappole che la lasciavano sconvolta. Poi, si faceva il brodo e il colombo veniva imbottito con il pangrattato e molti odori, perchè il parmigiano era introvabile e le uova erano una manna del cielo.
Ricordava che, una volta, ne aveva liberato uno dalla trappola, facendo imbestialire suo padre che l'aveva spedita a letto senza cena, per punizione.
Dopo un po' sua madre le aveva allungato un panino di nascosto dal marito e il gusto di quel pane fatto di disobbedienza coniugale, amore materno e colombo arrostito le sembrava di ricordarselo ancora... Come la gente: magrissima; di diete non si parlava. Allora.
Ora, i supermercati scoppiano di offerte alimentari di tutti i tipi e i giornali propongono (impongono?) modelle eteree dagli occhi incavati dalla fame. La società, in cui viviamo, che crea il problema per commercializzare - guadagnandoci - sull'antidoto, ingoia sentimenti, avvelena e corrode tutto ciò che incontra sulla propria strada.
Siamo all'ultima memorabile e, forse, definitiva abbuffata?
Quel pranzo, in famiglia, rimase memorabile.
All'arrivo del dolce, lei non ebbe più parole per scusarsi.
Quando i due ragazzi se ne andarono, gettò tutto nel pattume, compresa l'illusione, idiota, che ogni situazione potesse essere affrontata con la razionalità.
Le madri sono gelose dei figli? Beh, lei evidentemente sì.
Poi la razionalità riprese il sopravvento: ora quando uno dei ragazzi le faceva conoscere il compagno o la compagna di turno, cucinava in modo accettabile, ma, caso strano, quando venivano a mangiare i figli, la pasta era un pastone inestricabile, l'arrosto bruciava, il pesce, in compenso, era crudo...
E quel baccalà, passato nella pastella e fritto, quella volta al mare con il suo compagno, con il sole che entrava dai finestroni scaldandole la pelle e friggendo anche lei in una panatura dorata?
Anche quel baccalà e quel pomeriggio rimasero memorabili.
E allora?
C'è una relazione tra cibo e amore?
Il linguagggio sembrerebbe sottolinearla: il cibo è spsso fatto "con amore", ci si ciba del profumo, delle parole di chi si ama, il bambino non "ci" mangia, quando ci si sente soli si mangiucchia...
Il vuoto interiore, quello dell'anima, si colma spazzolando tutto ciò che si trova, riempiendosi lo stomaco.
Intorno a noi, basta passare qualche ora seduti al tavolino di un bar, gli obesi, grandi e piccoli, crescono come funghi dopo le piogge d'agosto. Anche perchè il cibo è la droga più facile da procurarsi e, ancora, la meno costosa, mentre l'amore non è in vendita su nessun banchetto, a nessun prezzo.
Ricordava che, per vedersi riflessa negli occhi di sua madre, ne catturava l'attenzione con tentativi di digiuno, che l'appetito di quegli anni, immediatamente, stroncava.
Ma, allora, il Paese era appena uscito dalla guerra, il cibo era cibo punto e basta. C'era stata la fame, quella vera, quella che faceva catturare i colombi sul terrazzo a sua nonna con complicate trappole che la lasciavano sconvolta. Poi, si faceva il brodo e il colombo veniva imbottito con il pangrattato e molti odori, perchè il parmigiano era introvabile e le uova erano una manna del cielo.
Ricordava che, una volta, ne aveva liberato uno dalla trappola, facendo imbestialire suo padre che l'aveva spedita a letto senza cena, per punizione.
Dopo un po' sua madre le aveva allungato un panino di nascosto dal marito e il gusto di quel pane fatto di disobbedienza coniugale, amore materno e colombo arrostito le sembrava di ricordarselo ancora... Come la gente: magrissima; di diete non si parlava. Allora.
Ora, i supermercati scoppiano di offerte alimentari di tutti i tipi e i giornali propongono (impongono?) modelle eteree dagli occhi incavati dalla fame. La società, in cui viviamo, che crea il problema per commercializzare - guadagnandoci - sull'antidoto, ingoia sentimenti, avvelena e corrode tutto ciò che incontra sulla propria strada.
Siamo all'ultima memorabile e, forse, definitiva abbuffata?
venerdì 5 settembre 2008
La seconda notte di nozze.
Ieri sera, ho visto, di Pupi Avati, "La seconda notte di nozze", storia ambientata in un'Italia appena uscita dall'incubo della guerra e ancora disseminata di bombe inesplose.
Albanese dà al protagonista la sua faccia paffuta di uomo un po' bambino: vestito alla meno peggio con corsetto di ferro, elmetto e occhiali da tornitore, più simile nell'aspetto ad un Archimede Pitagorico da fumetti che a uno sminatore, gira per le campagne a far brillare bombe che esplodono in larghi squarci di luce, sottolinati dagli applausi dei bambini e degli adulti.
Non le teme (le bombe, intendo) perchè non teme la morte.
Perchè dovrebbe? Lui è già morto: di solitudine, di noia, di chiacchiere che lo hanno trafitto inchiodandolo a quella malattia della mente che è la pazzia. Ma, ammesso che la sua mente sia malata, la sua anima ha la dolcezza del clima della sua terra, la generosità di chi è in grado di dare senza chiedere, la bontà che soltanto a alcuni eletti è data in dono.
Queste caratteristiche, che facilmente potrebbero renderlo un perdente, gli consentiranno invece una grande rivincita sulla vita e le sue squallide e meschine trame.
Con la forza che gli deriva dal suo candore e dal ritorno della donna da lui amata in gioventù, - che ritrova ridotta in miseria, delusa, imbruttita, appesantita dalla presenza di quell'ometto di poco conto che è diventato il figlio - sgominerà tutti gli ostacolo che potrebbero frapporsi tra lui e la donna che non ha mai smesso di amare.
Film delicato, curato nei particolari, aperto su interni domestici che sanno di rosolio della nonna e lenzuola ricamate a mano, in cui le cattiverie sono chiacchiere di paese e gli imbrogli sanno più di burla che d'inganno, fa riflettere sull 'arroganza, la prepotenza, la volgarità e le ruberie in tutte le loro più raffinate versioni, che travagliano l'Italia di oggi, facendoci quasi rimpiangere il Paese devastato - sì! - dalla guerra, ma ancora pieno di forza, speranza e valori di allora.
Albanese dà al protagonista la sua faccia paffuta di uomo un po' bambino: vestito alla meno peggio con corsetto di ferro, elmetto e occhiali da tornitore, più simile nell'aspetto ad un Archimede Pitagorico da fumetti che a uno sminatore, gira per le campagne a far brillare bombe che esplodono in larghi squarci di luce, sottolinati dagli applausi dei bambini e degli adulti.
Non le teme (le bombe, intendo) perchè non teme la morte.
Perchè dovrebbe? Lui è già morto: di solitudine, di noia, di chiacchiere che lo hanno trafitto inchiodandolo a quella malattia della mente che è la pazzia. Ma, ammesso che la sua mente sia malata, la sua anima ha la dolcezza del clima della sua terra, la generosità di chi è in grado di dare senza chiedere, la bontà che soltanto a alcuni eletti è data in dono.
Queste caratteristiche, che facilmente potrebbero renderlo un perdente, gli consentiranno invece una grande rivincita sulla vita e le sue squallide e meschine trame.
Con la forza che gli deriva dal suo candore e dal ritorno della donna da lui amata in gioventù, - che ritrova ridotta in miseria, delusa, imbruttita, appesantita dalla presenza di quell'ometto di poco conto che è diventato il figlio - sgominerà tutti gli ostacolo che potrebbero frapporsi tra lui e la donna che non ha mai smesso di amare.
Film delicato, curato nei particolari, aperto su interni domestici che sanno di rosolio della nonna e lenzuola ricamate a mano, in cui le cattiverie sono chiacchiere di paese e gli imbrogli sanno più di burla che d'inganno, fa riflettere sull 'arroganza, la prepotenza, la volgarità e le ruberie in tutte le loro più raffinate versioni, che travagliano l'Italia di oggi, facendoci quasi rimpiangere il Paese devastato - sì! - dalla guerra, ma ancora pieno di forza, speranza e valori di allora.
Iscriviti a:
Post (Atom)