Sigismondo si svegliò. Il Moro aveva diretto l’imbarcazione verso la terraferma risalendo poi lungo la costa. Doveva avere dormito parecchio perché aveva fame e si sentiva riposato.
“ Padrone, tra dieci minuti si mangia “ gli gridò dalla riva, mentre rivoltava sul fuoco un pesce infilzato con uno stecco.
Il veneziano abituato alle comodità del palazzo sul Canal Grande sospirò stizzito e dopo essersi tolto gli stivali scese dalla barca e sguazzando nell’acqua raggiunse la riva. Abituato a essere servito e riverito, cosa avrebbe fatto senza il Moro? Per fortuna il suo servitore sembrava cavarsela benissimo.
Sigismondo gli aveva salvato la vita sottraendolo alla forca, destino che era toccato ai suoi compagni quando la nave corsara sulla quale scorrazzavano lungo l’Adriatico assalendo qualunque imbarcazione gli capitasse a tiro, si era scontrata con una nave veneziana, dotata di bocche di fuoco che le avevano assicurato un’immediata vittoria.
L’aveva tirato fuori dai “Piombi”e se l’era portato a casa, pensando fosse un pirata qualunque, ma il Moro non era un uomo della ciurma: era stato il braccio destro del comandate. Astuto, coraggioso, dotato di una forza straordinaria, grande conoscitore di uomini e navi, si era rivelato per Sigismondo, una delle poche scelte ben fatte della sua vita.
“ Sono riuscito a rubare una barca, la gondola avrebbe dato nell'occhio...E’ più prudente viaggiare di notte e riposare, nascosti, la barca tirata in secco, di giorno. Che si cada nelle mani dei veneziani, degli austriaci o degli spagnoli, se poi non finiamo in bocca a una nave pirata…” disse il servo.
“ Beh, in quel caso, ti manderei a parlamentare “ rispose ridendo Sigismondo.
“ Conoscete ben poco il mondo della pirateria” rispose l’altro.
“ Effettivamente, anche se so che, voi corsari, siete stati un bel problema per i nostri velieri…”
“ Corsari e pirati non sono la stessa cosa” rispose il Moro pensieroso.
“ Anche se legittimati da qualche scartoffia firmata da un re, imperatore o signore i corsari sempre ladri sono, esattamente come i pirati” e il volto del nobile, arrossato dal sole, s’indurì.
Mangiarono in silenzio, poi Sigismondo si sdraiò a pancia in su a guardare le nuvole. Era da anni che viveva di notte e dormiva di giorno, frequentando bische, feste e, naturalmente, teatri. Pensò, con una fitta di rimorso, a sua madre, conscio che il palazzo sarebbe finito nelle mani dei creditori e lei in qualche convento per la pietà di qualche marchesa con una figlia suora o badessa. Ormai era anziana, non sarebbe vissuta molto, piegata dalla vergogna oltre che dall’indigenza.
L’aria primaverile era già tiepida e il mare davanti a lui, appena mosso dalla brezza, riluceva sotto il sole. Il Moro raccoglieva piccoli granchi scuri che poi abbrustoliva. Si era allontanato tornando poco dopo con un pollo che gli penzolava dalla cintura e, seduto a gambe incrociate, dopo aver riscaldato dell’acqua – quell’uomo aveva pensato a tutto portando con sé anche una sorta di pignatta - aveva incominciato con gesti sicuri a spennarlo.
venerdì 22 maggio 2009
mercoledì 20 maggio 2009
I Dellapicca
Il Moro remava con movimenti regolari e misurati, lasciandosi la città, che si risvegliava, alle spalle.
Sigismondo si voltò per un istante, provando lo stupore che quella città incredibile suscitava in chiunque la vedesse, e non soltanto la prima volta. Nella nebbia leggera rilucevano gli ori, gli smalti e le cupole. Un rintocco di campane e il brusio dell’Arsenale, dove il lavoro riprendeva, arrivavano a tratti portati dalla brezza.
Due velieri, vele al vento, lasciavano la città.
Il Moro si avvolse nel mantello e si coprì il viso, mentre alle sue spalle il padrone si adagiava sul fondo della barca, mimetizzandosi sotto ai sacchi di cui si erano riforniti per far credere di essere in mare di primo mattino, come tante altre barche, a trasportare in città della merce. Dietro a loro si accodò una barca che, dalle parole pronunciate dall’uomo che si sporgeva agitando un braccio, risultò essere occupata da guitti.
“ Ehi, avete dell’acqua? Siamo partiti in fretta, dopo la recita di ieri sera.”
Sigismondo, che spiava tra i sacchi, sollevò la testa in tempo per vedere il veliero superarli e filare, vento in poppa, ormai in mare aperto. Rassicurato emerse dal suo nascondiglio allungando all’altra barca l’acqua che gli veniva chiesta. In condizioni normali non si sarebbe sognato di rivolgere loro la parola, ma non voleva insospettirli e, quindi, tentò di fingersi uomo del popolo.
“ Dove andate?” chiese uno degli attori.
“ Andiamo a prendere verdura e frutta in terraferma. Cosa avete recitato ieri sera?”
“ Goldoni”
“ Ah! Goldoni, conosco tutte le sue commedie” rispose Sigismondo
“ Con Arlecchino, servitore di due padroni abbiamo riempito il teatro, ma Venezia non è più quella di una volta” borbottò il capocomico, guardando Sigismondo con aria vagamente interrogativa e una punta di sospetto nello sguardo.
Il Moro si voltò e disse: “ E’ un gondoliere e può entrare gratuitamente perché s’impegna a applaudire o fischiare…”
L’uomo lo interruppe e, ridendo, disse” Spesso siete la nostra rovina”, quindi, dopo averli ringraziati, il capocomico si assestò alla meno peggio all’interno della barca che, con quattro persone ai remi, li distanziò nel giro di pochi minuti.
“ Padrone, non è prudente esporsi in questo modo. Vi stanno cercando. Riparatevi sotto ai sacchi e cercate di non dare nell’occhio.”
Sigismondo di malavoglia si allungò sul fondo della barca. Stavano cercando di raggiungere Trieste, la città che, proclamata porto franco dal padre di Maria Teresa d’Austria nel 1719, lui era ancora un bambino, ormai rivaleggiava con Venezia. Aveva avuto una grande espansione, ma non vantava la tradizione musicale, teatrale e culturale che avevano reso, a pieno diritto, la sua città una delle mete del “Grand Tour” , il viaggio iniziatico, di dovere per ogni gentiluomo. Frequentatore assiduo di case da gioco, di teatri, di caffè veneziani nonché galante cicisbeo di alcune tra le più fascinose dame patrizie, Sigismondo si chiedeva come avrebbe potuto sopravvivere lontano da Venezia.
La nostalgia per il suo mondo, raffinato e perduto, già gli mordeva l’anima, mentre i ricordi affioravano senza tregua, quasi un riepilogo finale prima del commiato definitivo, non soltanto da una città, ma da un modo di essere e di vivere. Poi, avrebbe dovuto affrontare l’ignoto.
Allungò la mano per assicurarsi che i gioielli di famiglia, che il Moro aveva nascosto cucendoli nel risvolto degli stivali, fossero ancora lì, quindi, esausto, la traccia scura della barba che gli illividiva il volto, piombò in un sonno senza sogni.(continua)
Sigismondo si voltò per un istante, provando lo stupore che quella città incredibile suscitava in chiunque la vedesse, e non soltanto la prima volta. Nella nebbia leggera rilucevano gli ori, gli smalti e le cupole. Un rintocco di campane e il brusio dell’Arsenale, dove il lavoro riprendeva, arrivavano a tratti portati dalla brezza.
Due velieri, vele al vento, lasciavano la città.
Il Moro si avvolse nel mantello e si coprì il viso, mentre alle sue spalle il padrone si adagiava sul fondo della barca, mimetizzandosi sotto ai sacchi di cui si erano riforniti per far credere di essere in mare di primo mattino, come tante altre barche, a trasportare in città della merce. Dietro a loro si accodò una barca che, dalle parole pronunciate dall’uomo che si sporgeva agitando un braccio, risultò essere occupata da guitti.
“ Ehi, avete dell’acqua? Siamo partiti in fretta, dopo la recita di ieri sera.”
Sigismondo, che spiava tra i sacchi, sollevò la testa in tempo per vedere il veliero superarli e filare, vento in poppa, ormai in mare aperto. Rassicurato emerse dal suo nascondiglio allungando all’altra barca l’acqua che gli veniva chiesta. In condizioni normali non si sarebbe sognato di rivolgere loro la parola, ma non voleva insospettirli e, quindi, tentò di fingersi uomo del popolo.
“ Dove andate?” chiese uno degli attori.
“ Andiamo a prendere verdura e frutta in terraferma. Cosa avete recitato ieri sera?”
“ Goldoni”
“ Ah! Goldoni, conosco tutte le sue commedie” rispose Sigismondo
“ Con Arlecchino, servitore di due padroni abbiamo riempito il teatro, ma Venezia non è più quella di una volta” borbottò il capocomico, guardando Sigismondo con aria vagamente interrogativa e una punta di sospetto nello sguardo.
Il Moro si voltò e disse: “ E’ un gondoliere e può entrare gratuitamente perché s’impegna a applaudire o fischiare…”
L’uomo lo interruppe e, ridendo, disse” Spesso siete la nostra rovina”, quindi, dopo averli ringraziati, il capocomico si assestò alla meno peggio all’interno della barca che, con quattro persone ai remi, li distanziò nel giro di pochi minuti.
“ Padrone, non è prudente esporsi in questo modo. Vi stanno cercando. Riparatevi sotto ai sacchi e cercate di non dare nell’occhio.”
Sigismondo di malavoglia si allungò sul fondo della barca. Stavano cercando di raggiungere Trieste, la città che, proclamata porto franco dal padre di Maria Teresa d’Austria nel 1719, lui era ancora un bambino, ormai rivaleggiava con Venezia. Aveva avuto una grande espansione, ma non vantava la tradizione musicale, teatrale e culturale che avevano reso, a pieno diritto, la sua città una delle mete del “Grand Tour” , il viaggio iniziatico, di dovere per ogni gentiluomo. Frequentatore assiduo di case da gioco, di teatri, di caffè veneziani nonché galante cicisbeo di alcune tra le più fascinose dame patrizie, Sigismondo si chiedeva come avrebbe potuto sopravvivere lontano da Venezia.
La nostalgia per il suo mondo, raffinato e perduto, già gli mordeva l’anima, mentre i ricordi affioravano senza tregua, quasi un riepilogo finale prima del commiato definitivo, non soltanto da una città, ma da un modo di essere e di vivere. Poi, avrebbe dovuto affrontare l’ignoto.
Allungò la mano per assicurarsi che i gioielli di famiglia, che il Moro aveva nascosto cucendoli nel risvolto degli stivali, fossero ancora lì, quindi, esausto, la traccia scura della barba che gli illividiva il volto, piombò in un sonno senza sogni.(continua)
I Dellapicca
“ Presto signore, dobbiamo andare…”
“ Sono qua, Moro “ e, così dicendo, l’uomo saltò sulla barca che oscillò vistosamente. Poi si udì soltanto il rumore cadenzato dei remi che sferzavano l’acqua.
I due uomini tacevano: assorti.
Incombeva, avara di stelle, la notte e la luna, ora nascosta da una nuvola passeggera, sembrava scrutare l' imbarcazione che, scivolando lungo l’intreccio dei canali, puntava in direzione del mare aperto.
Avvolto nel mantello l’uomo seduto dietro al rematore, lasciava scivolare lo sguardo sulle facciate dei palazzi. Conosceva ogni angolo di quella Venezia nella quale era nato e cresciuto. Erede di una nobile famiglia veneziana, i Dellapicca, ricchi commercianti di spezie e prodotti orientali che venivano trasportati con le navi di famiglia, era rimasto orfano di padre da bambino. Allevato dalla madre che ne aveva affidato l’educazione a istitutori compiacenti, che nulla avevano fatto per modificarne il carattere capriccioso e instabile, il giovane conte Sigismondo era cresciuto manifestando, oltre all’arroganza tipica del suo ambiente, due uniche passioni: le donne e il gioco.
Ospite onnipresente alle feste che animavano i palazzi sul Canal Grande, elegantissimo, di bella presenza, era sempre invischiato in storie di donne e la sua gondola, nera e lussuosa, con quel moro gigantesco che, docile come un cane, aspettava per ore il padrone, spesso era stata vista nei paraggi dei palazzi che custodivano, come valve le perle, le più belle dame veneziane.
Sigismondo aveva lasciato la sua casa in tutta fretta, senza nemmeno avvertire la madre, timoroso che lei potesse tentare di fermarlo, ma non aveva rinunciato a vedere per l’ultima volta Benedetta e ora anche lei, che gli danzava davanti agli occhi nella notte che schiariva, sarebbe stata soltanto un ricordo, come quell’odore di mare, lo splendore dei palazzi veneziani, la parlata strascicata, inconfondibile della sua gente. Si lasciava il suo mondo alle spalle, probabilmente per sempre, costretto a fuggire oberato dai debiti e ricercato dai creditori, dopo aver dato fondo, sui tavoli da gioco, a un patrimonio costruito da generazioni. Lui, l’imbelle erede dei Dellapicca, fuggiva nella notte come un volgare malfattore, per evitare la vergogna della galera a se stesso e l’onta dell’uomo che era diventato a sua madre.
Con sé portava soltanto i ricordi e il Moro, l’unica persona sulla quale potesse ancora contare.(continua)
Technorati Profile
“ Sono qua, Moro “ e, così dicendo, l’uomo saltò sulla barca che oscillò vistosamente. Poi si udì soltanto il rumore cadenzato dei remi che sferzavano l’acqua.
I due uomini tacevano: assorti.
Incombeva, avara di stelle, la notte e la luna, ora nascosta da una nuvola passeggera, sembrava scrutare l' imbarcazione che, scivolando lungo l’intreccio dei canali, puntava in direzione del mare aperto.
Avvolto nel mantello l’uomo seduto dietro al rematore, lasciava scivolare lo sguardo sulle facciate dei palazzi. Conosceva ogni angolo di quella Venezia nella quale era nato e cresciuto. Erede di una nobile famiglia veneziana, i Dellapicca, ricchi commercianti di spezie e prodotti orientali che venivano trasportati con le navi di famiglia, era rimasto orfano di padre da bambino. Allevato dalla madre che ne aveva affidato l’educazione a istitutori compiacenti, che nulla avevano fatto per modificarne il carattere capriccioso e instabile, il giovane conte Sigismondo era cresciuto manifestando, oltre all’arroganza tipica del suo ambiente, due uniche passioni: le donne e il gioco.
Ospite onnipresente alle feste che animavano i palazzi sul Canal Grande, elegantissimo, di bella presenza, era sempre invischiato in storie di donne e la sua gondola, nera e lussuosa, con quel moro gigantesco che, docile come un cane, aspettava per ore il padrone, spesso era stata vista nei paraggi dei palazzi che custodivano, come valve le perle, le più belle dame veneziane.
Sigismondo aveva lasciato la sua casa in tutta fretta, senza nemmeno avvertire la madre, timoroso che lei potesse tentare di fermarlo, ma non aveva rinunciato a vedere per l’ultima volta Benedetta e ora anche lei, che gli danzava davanti agli occhi nella notte che schiariva, sarebbe stata soltanto un ricordo, come quell’odore di mare, lo splendore dei palazzi veneziani, la parlata strascicata, inconfondibile della sua gente. Si lasciava il suo mondo alle spalle, probabilmente per sempre, costretto a fuggire oberato dai debiti e ricercato dai creditori, dopo aver dato fondo, sui tavoli da gioco, a un patrimonio costruito da generazioni. Lui, l’imbelle erede dei Dellapicca, fuggiva nella notte come un volgare malfattore, per evitare la vergogna della galera a se stesso e l’onta dell’uomo che era diventato a sua madre.
Con sé portava soltanto i ricordi e il Moro, l’unica persona sulla quale potesse ancora contare.(continua)
Technorati Profile
martedì 19 maggio 2009
Amo la notte
Amo la notte. Da sempre. E' silenzio, quindi riflessione. E' tregua nel caos metropolitano, quindi pace. E' possibilità di nascondersi, quindi protezione. E' buio che tutto può contenere, quindi fantasia.
Per questo, forse, di notte io scrivo.
Per questo, forse, di notte io scrivo.
sabato 16 maggio 2009
Nudo re più non è
Il presidente del Consiglio, geniale venditore porta a porta di un'immagine di sè inventata di sana pianta, abilissimo inquilino di un Parlamento, degradato a casa del “ Grande Fratello” della politica per soddisfare la voglia di voyeurismo di un popolo, è stato, com’era logico, tradito da ciò che gli aveva assicurato il successo: lo show. Sotto le luci dei riflettori ha pianto, fatto gesti scaramantici, si è esibito in barzellette e ha accontentato la sua "bambina" festeggiandola da buon "papi", ma, come succede, uno spettatore non ha trovato di suo gusto lo spettacolo. Anzi una spettatrice: sua moglie.
Voi direte cos’è uno spettatore di fronte all’entusiasmo plateale di un paese?
Veronica Berlusconi, che irrompendo sulla scena ha detto:” E’ tutto finto: dal parrucchino, al fondotinta. Non è un tombeur de femmes. E’ un malato!”, gli ha rovinato lo spettacolo.
Ve lo immaginate Pinocchio senza le bugie? E il brutto anatroccolo presuntuoso e sicuro di sé?
Il pubblico a teatro esige la finzione, altrimenti si alza e se ne va.
Abbiamo aspettato tanto, aspettiamo che si vuoti la platea.
Voi direte cos’è uno spettatore di fronte all’entusiasmo plateale di un paese?
Veronica Berlusconi, che irrompendo sulla scena ha detto:” E’ tutto finto: dal parrucchino, al fondotinta. Non è un tombeur de femmes. E’ un malato!”, gli ha rovinato lo spettacolo.
Ve lo immaginate Pinocchio senza le bugie? E il brutto anatroccolo presuntuoso e sicuro di sé?
Il pubblico a teatro esige la finzione, altrimenti si alza e se ne va.
Abbiamo aspettato tanto, aspettiamo che si vuoti la platea.
Le fotografie rubano l'anima?
Alle spalle delle due bambine s'intravede un Topolino: la guerra era finita da poco e il paese era impegnato nella ricostruzione. Papà, comunista, aveva fondato in Friuli il sindacato dei postelegrafonici e, tra il suo lavoro alla Telve (attuale Telecom) e gli impegni sindacali, non era mai a casa. Per mia madre, data la differenza d'età, era più padre che marito: malinconico, serio, sembrava portarsi addosso il peso del mondo.
Mia madre, giovane e bella, lo aspettava alla sera, percorrendo in lungo e in largo la nostra casa, furibonda per quella vita tra fornelli e giardinetti pubblici, sempre sola o, meglio, una figlia a destra e una a sinistra, "Come Cristo tra due ladroni", diceva... E, intanto lustrava: piastrelle e pavimenti. Non era pulizia, ma perfezionismo maniacal/ossessivo in cui sfogava il suo livore per una vita che le stava stretta.
Quei fiocchi, che sembrano sbocciare sulle trecce, venivano lavati e stirati ogni giorno. I colletti bianchi erano anche inamidati...
Chissà per quale motivo una casa disordinata, una camicia pulita ma spiegazzata, un vetro alla finestra che conservi la traccia dell'ultima pioggia, vengono considerati con un sorrisetto di compatimento, mentre due bambine senza un capello fuori posto, inamidate - anche nella smorfia che difficilmente si potrebbe considerare un sorriso - sedute sul bordo di una poltrona, in una casa lustra che sembra una sala operatoria, assicurano alla loro madre il plauso generalizzato del mondo?
Il perfezionismo è una delle gabbie in cui molte donne si autorinchiudono, gettandone alle ortiche la chiave. Il bisogno - perché di bisogno e non di desiderio si tratta - di essere sempre perfette, con figlie impeccabili sotto tutti i profli, in case dove tutto è lucido, profumato, impeccabile, è una dannazione. Mi sono sempre chiesta se sia un modo di tenere sotto controllo un disordine interno, un'insoddisfazione profonda, una paralisi dei sentimenti e credo sia legato a un bisogno di controllo sulla vita che, con la sua passionalità, i suoi eccessi, il suo grondare lacrime, sangue, polvere e sudore, insozza.
Se lo sguardo è la porta d'accesso all'anima, se il linguaggio è fatto anche di gestualità, queste due bambine, immobilizzate dallo scatto del fotografo, cosa comunicano?
Mia madre, giovane e bella, lo aspettava alla sera, percorrendo in lungo e in largo la nostra casa, furibonda per quella vita tra fornelli e giardinetti pubblici, sempre sola o, meglio, una figlia a destra e una a sinistra, "Come Cristo tra due ladroni", diceva... E, intanto lustrava: piastrelle e pavimenti. Non era pulizia, ma perfezionismo maniacal/ossessivo in cui sfogava il suo livore per una vita che le stava stretta.
Quei fiocchi, che sembrano sbocciare sulle trecce, venivano lavati e stirati ogni giorno. I colletti bianchi erano anche inamidati...
Chissà per quale motivo una casa disordinata, una camicia pulita ma spiegazzata, un vetro alla finestra che conservi la traccia dell'ultima pioggia, vengono considerati con un sorrisetto di compatimento, mentre due bambine senza un capello fuori posto, inamidate - anche nella smorfia che difficilmente si potrebbe considerare un sorriso - sedute sul bordo di una poltrona, in una casa lustra che sembra una sala operatoria, assicurano alla loro madre il plauso generalizzato del mondo?
Il perfezionismo è una delle gabbie in cui molte donne si autorinchiudono, gettandone alle ortiche la chiave. Il bisogno - perché di bisogno e non di desiderio si tratta - di essere sempre perfette, con figlie impeccabili sotto tutti i profli, in case dove tutto è lucido, profumato, impeccabile, è una dannazione. Mi sono sempre chiesta se sia un modo di tenere sotto controllo un disordine interno, un'insoddisfazione profonda, una paralisi dei sentimenti e credo sia legato a un bisogno di controllo sulla vita che, con la sua passionalità, i suoi eccessi, il suo grondare lacrime, sangue, polvere e sudore, insozza.
Se lo sguardo è la porta d'accesso all'anima, se il linguaggio è fatto anche di gestualità, queste due bambine, immobilizzate dallo scatto del fotografo, cosa comunicano?
Iscriviti a:
Commenti (Atom)