mercoledì 30 settembre 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sfinito, Sigismondo dormiva cercando nel sonno rifugio alla sua precaria condizione di fuggitivo privo di punti di riferimento. La giornata volgeva al termine e le prime ombre della notte già si allungavano sul mare incupendolo, quando la fame, che gli borbottava nello stomaco, gli fece aprire gli occhi. Mangiò un po' di brodaglia della ciurma prima di ripiombare in quel sonno animato da incubi e tremori che ormai gli erano diventati abituali.
Raggomitolato nel mantello avvertiva lo schiaffo,rassicurante nella sua ripetitività, dell'onda sullo scafo, ma senza aprire gli occhi, lasciandosi cullare in una sorta di dormiveglia, quando, all'improvviso, ebbe la sensazione che la calma di vento avesse fermato la corsa del veliero. Aprì un occhio, rendendosi conto con stupore che aveva dormito per molte ore: schiariva, infatti, il cielo, lasciando intravedere le grandi vele che pendevano flosce mentre lo scafo, che sembrava inchiodato all'acqua, vibrava come se un lungo brivido lo attraversasse. Si sollevò a fatica guardandosi intorno: i viaggiatori dormivano e un silenzio irreale gravava sul veliero che sembrava sospeso tra cielo e mare, avvolto dalle nebbie umide dell'alba. Sigismondo spalancò gli occhi aguzzando la sguardo. Fu in quel momento che inquadrò la goletta che, dotata evidentemente di rematori, puntava - le vele raccolte - silenziosa e decisa verso la nave, come un predatore su un cucciolo sperso.
Corsari o pirati?
Il tramestio improvviso alle sue spalle gli fece capire che non era stato l'unico a scorgere il veliero a bordo del quale già si distinguevano uomini armati.
"Tentativo di arrembaggio". L'urlo passava di bocca in bocca, scatenando il terrore che si disegnava sui volti ancora inottusiti dal sonno dei passeggeri. In pochi secondi, mentre si aprivano i boccaporti e uscivano i marinai, armati alla meno peggio, in un calpestio di passi, ordini che rimbalzavano dall'uno all'altro, pianti di donne, preghiere sussurrate e imprecazioni, la nave corsara si affiancava. Aggrappati alle corde, piombavano sulla tolda dell'imbarcazione, urlanti come diavoli scatenati, gli assalitori. Cozzarono le spade e tuonarono i fucili, volarono i coltelli brillando sotto i primi raggi del sole nascente, mentre alcuni marinai e il capitano, asserragliati a poppa, tentavano di difendersi e i viaggiatori cercavano rifugio scivolando tra i contendenti, scendendo all'interno della nave o acquattandosi dietro ripari improvvisati in preda al terrore.
Sigismondo, che non era armato, si trovò di fronte uno dei pirati che roteava una sorta di scimitarra. Riuscì con un balzo a evitare il primo fendente, ma il secondo stava per abbattersi su di lui, intrappolato in un angolo che non gli consentiva possibilità di scampo, quando un provvidenziale pugnale centrò l'uomo davanti a lui in pieno petto. Mentre un'espressione di sorpresa si disegnava sul suo volto, il corsaro si afflosciava, abbandonando l'arma che stringeva tra le mani, nel tentativo di afferrare il manico del coltello, conficcato nel suo petto. Sigismondo afferrata la scimitarra si lanciò, urlando tutta la sua rabbia, contro uno degli assalitori.
Il sangue gli salì agli occhi e la rabbia che aveva covato dentro, come un fuoco mai spento, gli esplose nello sguardo, gli urlò sulle labbra, diede forza e agilità alle sue gambe, mentre menando fendenti a destra e manca, vedeva cadere intorno a lui, sotto i suoi colpi furibondi, colorono che tentavano di opporglisi. Qualcuno, incoraggiato e spronato dal suo esempio, gli si affiancò. Dopo alcuni minuti erano già un gruppetto e guadagnavano terreno resistendo agli assalti. Sigismondo, alla testa del gruppo, il corpo inzuppato di sudore macchiato dal sangue dei feriti, un colpo di striscio dei quali gli aveva quasi staccato una manica che gli roteava intorno alla spalla, incrociava la sua lama con quella di chi aveva davanti.
Sull'inferno che si era abbattuto sulla nave, sulle facce dei morti, sulle urla dei moribondi, sul terrore, lo sgomento e il furore dei vivi, lento e inesorabile si alzava il sole.

lunedì 28 settembre 2009

Notti milanesi

Lo scricchiolio le arrivò all'orecchio nitido e breve. "Sarà la gatta" pensò, mentre ne coglieva la sagoma accovacciata sulla poltrona davanti a lei. I suoi sensi, allertati, le fecero percepire il secondo scricchiolio, mentre, il collo che le si irrigidiva fino a farle male, restava in attesa di quel rumore che, nella sua ripetitività ormai prevedibile, faceva pensare a un passo: cauto, breve e attento come può essere il passo di chi si muova al buio in una stanza sconosciuta. Un brivido la percorse da capo a piedi, mentre quel suono si ripeteva e il suo sguardo, fisso sulla maniglia della porta della stanza da letto, ne coglieva il movimento, lieve ma continuo. Chiuse gli occhi. Inspirò. La paura, invadendola come un'inarrestabile marea, le rendeva parossistico il battito cardiaco e le asciugava la gola. Pensò che avrebbe dovuto gridare, ma riuscì soltanto ad aprire la bocca, annaspando alla ricerca dell'aria. Socchiuse gli occhi: la porta spalancata inquadrava una figura maschile, massiccia e immobile. Ne registrò i particolari: il maglione nero a girocollo, i jeans dello stesso colore, i capelli biondi, corti e un po' spettinati che ricadevano sugli occhi. Occhi chiari che la fissavano. L'uomo entrò, sicuro, dirigendosi verso il letto, mentre lei sollevava il braccio, la pistola stretta nella mano. Il rumore dello sparo rimbombò nella stanza e una smorfia di stupore si disegnò sul volto dell'uomo che sembrò immobilizzarsi prima di accasciarsi a terra, muovendo le braccia scompostamente, mentre un fiotto di sangue gli gorgogliava in gola , affiorando sulle sue labbra e scendendo lungo il mento.
Lei si alzò e facendo attenzione a non sfiorare il corpo, si precipitò, superando la porta d'ingresso, lungo il corridoio, volò fino al soggiorno, compose, le dita tremanti che non le obbedivano, il numero delle emergenze. Poi crollò su se stessa, accartocciandosi.
La pendola emise un rumore squillante: secondo, terzo, quarto rintocco. Erano le quattro del mattino e dalla finestra del soggiorno, oltre le grate esterne, la notte entrava allungando ombre che i suoi occhi, ormai abituati all'oscurità, setacciavano alla ricerca degli oggetti che le erano familiari.
"Pronto, pronto... " e la sua voce ritrovata le sembrò estranea, sconosciuta.
Qualcuno le stava chiedendo chi fosse, da dove telefonasse.
Mormorò nome e cognome, via e numero civico. Poi, lentamente, abbassò la cornetta. Rimase lì, ad ascoltare il battito del cuore e i suoni della notte, come un animale notturno in caccia, i sensi che percepivano ogni fruscio, gli occhi che foravano le tenebre come fari nella notte.

Il maresciallo dei carabinieri aveva l'aria stanca di chi lavora di notte e vive a contatto con quei relitti umani che la animano popolandola. Nonstante i morti ammazzati, i drogati fuori di testa, gli ubriachi e i violenti, conservava un'umanità sofferta, una pietà che ancora gli ammorbidiva lo sguardo scuro, brillante di meridionale. A lui, cresciuto in una terra gialla di sole e di aranceti era toccato in sorte di vivere sperso tra le nebbie freddde di quella città feroce, in quelle notti che l'urlo delle sirene delle autoambulanze e delle gazzelle della polizia, straziava. La donna accanto a lui, tremante nella camicia da notte trasparente, scuoteva il capo, ripetendo monotona la sua nenia:"Era qui, gli ho sparato" e guardando alternativamente il maresciallo e il pavimento, coperto da un tappeto persiano, ripeteva quella frase.
"Conosceva l'uomo che..." chiese l'uomo in divisa.
"Era mio marito" rispose la donna.
Il chiarore dell'alba invadeva la stanza, arredata con gusto. Ordinata. Il tappeto: intatto.
Il maresciallo scosse il capo e si passò la mano sugli occhi. "In quelle notti milanesi i fantasmi si materializzavano e gli incubi tradivano i desideri che il sonno faceva riemergere dal buio dell'inconscio. La signora Verdame, vedova Rossi già da cinque anni, aveva sparato a un fantasma. Quella notte, passata a pattugliare la città era andata meglio del solito: morti ammazzati uno. Professione: fantasma".
"Il turno è finito. Andiamo a farci un caffé!"
La prima luce dell'alba schiariva il cielo a Oriente giocando a rimpiattino con i contorni delle case e l'arguzia che gli brillava, sorniona, nello sguardo.

domenica 27 settembre 2009

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sigismondo era riuscito a imbarcarsi appena in tempo e e ora il veliero puntava verso il mare aperto, sfuggendo ai controlli che gli avrebbero imposto una quarantena dovuta all'epidemia che stava falcidiando il ghetto. C'erano troppi problemi da affrontare in città perché qualcuno perdesse tempo a seguire il veliero che prendeva velocità, le vele che si gonfiavano di vento e gli ordini che s'intrecciavano sul ponte mescolandosi allo stridio roco dei gabbiani. Il capitano lo aveva accolto a bordo soltanto per la cupidigia di quell'anello con lo stemma dei Dellapicca che ora ornava la sua mano. Sigismondo si voltò indietro: nuovamente fuggiva, lasciandosi alle spalle non soltanto una città, ma un modo di vivere. Trieste, nel corso degli anni, era diventata, quasi senza che se ne accorgesse, la sua seconda patria e ora lo sguardo gli scivolava sulle rocce bianche che il mare aggrediva, sulle case che punteggiavano le prime balze confondendosi con il verde dei boschi che, infittendosi, salivano verso il cielo ammorbidendo in linee sinuose le alture che facevano corona alla città. Conosceva tutte le strade, le piazze, le bettole dove aveva passato intere nottate al tavolo da gioco. Conosceva quel vicolo sul quale si affacciava la sua casa e quel letto che le tende di pizzo custodivano come una bomboniera preziosa.
Il desiderio della moglie, evocato dai ricordi, gli percorse il corpo accelerandogli il battito del cuore. E quel maledetto Moro! Aveva fatto i conti senza l'oste... Però Maria e Benedetta era a lui che dovevano... Be', se non ci fosse stato il Moro che fine avrebbero fatto! E ora dov'erano? Come avrebbe fatto a rintracciarle e a sopravvivere senza possedere più nulla? Un senso di oppressione gli gravò sul petto, mentre si osservava la mani nude e ancora bianche e morbide: mani che non avevano mai lavorato, mani avide che sapevano soltanto prendere. Alzò nuovamente gli occhi: davanti a lui la città si allontanava appiattendosi in una linea ondulata che si distingueva sempre meno dall'azzurro cupo del mare che stava per fagocitarla. Sigismondo socchiuse gli occhi e crollò a sedere sulla panca, indifferente all'animazione operosa che lo circondava. Accanto a lui un uomo lo apostrofò, ma le sue parole
gli arrivarono all'orecchio confuse, indistinte. Non aveva la minima voglia di parlare. Per dire che cosa? Raccontare le sue disgrazie? Farsi compatire? Finse di non aver sentito e si avvolse nel mantello mentre il veliero baldanzosamente affrontava il mare aperto e Sigismondo affondava, cupo e spaventato, in un sonno agitato che incubi e fantasmi avrebbero rpetutamente interrotto.

sabato 26 settembre 2009

Finché morte non vi separi

Capisco Santo Padre che con un nome come il suo si possa pensare a un universo di uomini/padri votati alla santità, ma la realtà risulta leggermente diversa. Lei, pur nella sua profonda esperienza di vita, non ha mai convissuto con una donna e con dei figli in spazi che mediamente sono piuttosto limitati e in situazioni di intolleranza o odio reciproci. Non credo abbia mai pranzato seduto a tavola in una cucina affogata nel silenzio, un silenzio innaturale capace di triplicare il rumore del cibo che non riesce a scendere nella strozza, il tintinnio argentino delle posate, il respiro che sembra spezzarsi nella spasmodica attesa dell'urlo, del piatto che volerà nel muro, infrangendosi così come s'infrange la speranza di una vita normale. Nessuna donna, Santo Padre, prende i figli e se ne va canticchiando "Oh, oh, ah, ah, quanto piacer mi fa se l'ultimo mio amore fa i capricci e se ne va...". Nessuna, Santo Padre.
Il divorzio è un'esperienza durissima, oserei dire devastante, con un impatto traumatico di poco inferiore a quello che si registra in caso di morte del coniuge.
Il divorzio, che lei duramente contesta, ha liberato soprattutto la donna dall'inferno di un vincolo che soltanto la morte avrebbe potuto spezzare. Sono le donne che finalmente possono andarsene perché, molto più spesso di quanto non si creda, tra le pareti domestiche si snodano drammi, si vivono violenze ritmate dalla paura, prepotenze delle quali non si riuscirà a parlare per anni.
Al divorzio non ricorrono le coppie - come chiamarle? - normali, bensì quelle in cui non si riesce più a sopportarsi. E un'alternativa al rischio di finire ammazzate: di botte, di rabbia non manifestata destinata a sfociare in depressione, di disperazione. Crede davvero che un famiglia tenuta unita dal collante del "dovere" e non del piacere di stare insieme, una madre e/o un padre spenti, avviliti, rassegnati al grigiore di situazioni subite e non scelte, possano offrire un esempio stimolante e valido per i figli? Immagina la fatica, davanti una madre acida, astiosa, umiliata e/o sottomessa, di prendere le distanze elaborando da figlia una femminilità armoniosa e positiva? E che idea del maschile potrà farsi chi in famiglia cogliesse una situazione eguale ma rovesciata? Quante donne e uomini sono cresciuti all'ombra delle bugie in un clima di falsa serenità, scombinati da ricatti affettivi, esasperati da litigi e recriminazioni, appesantiti dal fardello di essere stati il movente di vite rinunciatarie che prima o poi saranno loro imputate?
Le famiglie, Santo Padre, sono quelle del Mulino Bianco e sono "happy" soltanto negli spot televisivi. Nella realtà sono spesso nidi di vipere e luoghi di grande sofferenza alla quale la legge ha cercato di ovviare regolamentando il distacco a tutela del coniuge più debole, che normalmente è la donna, la quale, spesso, paga con la vita la sua scelta di libertà.
La mia splendida nipotina, di fronte alla costernazione espressa da una compagna di scuola che aveva saputo della separazione dei suoi genitori, ha risposto: "Non sono morti, si sono soltanto separati!". Prima di esprimere giudizi preconcetti, ascoltiamo i bambini, Santo Padre, con attenzione e umiltà perché, come spesso possiamo verificare, sono saggi, molto più saggi e diretti di noi adulti.

giovedì 24 settembre 2009

Libertà d'informazione

Annozero ricomincia e affila i denti. L'argomento è la libertà d'informazione, la madre di tutte le libertà. Si susseguono gli interventi: mi rimane dentro la tracotanza del Premier che una gestualità incontrollabile evidenzia prima e più delle parole: i sorrisi falsi che si spengono in ghigni, le battute volgari, le minacce nemmeno più larvate, gli sguardi che rivelano un'anima venduta al dio Denaro e da questo ridotta a landa gelata. L'uomo, che della libertà ha fatto la sua bandiera e che bulimicamente se ne appropria, sembra deciso a lasciarne ben poca agli altri, stampa in primis che, non soltanto non rispetta, ma tenta di condizionare, zittire e umiliare. Si profila sul Paese l'ombra nera di una politica autoritaria che attenta a una democrazia, vanto di uomini che avevano provato sulla loro pelle il morso feroce della dittatura, che il popolo di santi, navigatori e poeti forse ha ingoiato in fretta, senza digerirla. E' arrivato il momento di aguzzare lo sgurdo per valutare il pericolo. Negli occhi da biscia di Feltri affiora solo la rabbia, le guance cascanti tremano quando diventa oggetto di critica e la testa in bronzo di Mussolini, sul suo scrittoio, rende superfluo ogni ulteriore commento. I servi leccano la mano al padrone... e offendono, dando il meglio di sé quando l'interlocutore è una donna, dimostrando - come il padrone - di considerare l'altro sesso degno di nota solo sotto le lenzuola. Bocchino e Belpietro ringhiano contro l'unica gornalista presente e a me, donna che ascolta e guarda, cadono le braccia di fronte a politici che, oltre a essere incapaci e fautori di una politica predatoria nei confronti del Paese, mi ricacciano indietro ai bei tempi mussoliniani in cui le donne servivano soltanto a sfornare braccia per l'agricoltura e carne da cannone. E mi chiedo come sia possibile non capire in che mani siamo caduti, non valutare l'affanno di coloro che informano, non assicurare ai giornalisti tutto l'aiuto, la solidarietà di cui non possono fare a meno in questo momento. Perché non è facile essere "contro" e chi non ossequia il potere rischia, in questo Paese: rischia e non poco! Ci sono però ancora molti giornalisti che vogliono e sanno fare il proprio lavoro, informando sulla reale portata della crisi che stiamo vivendo, sui pericoli che corre la democrazia, sulla mentalità mafiosa che dilaga come un'epidemia inarrestabile.
In questa politica di corto respiro, fatta da uomini a sua misura, non basta mettere un rinforzo nelle scarpe. Ci vuole ben altro. Ci vuole ciò che ha portato un uomo di colore alla Casa Bianca e che lo fa dire e fare ciò che dice e fa.
Ci vuole coraggio ma non si diventa santi, poeti e navigatori se non si osa...
"We can, ragazzi, we can!"

martedì 22 settembre 2009

Viviamo tempi piccoli

Viviamo tempi piccoli, quasi striminziti, come scampoli di stoffa venduti sulle bancarelle del mercato, anzi svenduti perché insufficienti per farci qualcosa, a meno che la nostra taglia non sia minima. Corti i pensieri, che si arenano appena vengano soddisfatti l'ambizione o il tornaconto personali, obiettivi ai quali si omologano i comportamenti individuali in una stantia ripetitività che sembrerebbe aver definitivamente bandito la fantasia.
Tutti eguali, basti pensare alle aspiranti al titolo di miss Italia, fatte, quasi fossero uscite da una catena di montaggio, in serie con la complicità anche della chirurgia plastica che gonfia seni extra large e assottiglia nasini alla francese. Fuori dagli stereotipi il vuoto. La diversità: bandita! Perché? Perché tanta paura di tutto ciò che esce dagli schemi? Dal Giappone arriva la notizia della crescita esponenziale delle agenzia che forniscono, dietro compenso, uomini e donne su misura, per tutte le stagioni, per ripristinare cliché infranti che collocano al di fuori dei modelli che sembrerebbero dare sicurezza. Si affitta un uomo per una sera per farsi accompagnare a una festa? Ma le giovani donne giapponesi non se lo sanno trovare da sole un uomo? Oltre ai cibi preconfezionati, ora anche i rapporti assumeranno questa caratteristica? E avranno lo stesso sapore di cartone dei surgelati "That's amore findus" che, tanto per dare il via all'inscatolamento anche dei sentimenti, ne evocano nel nome il più potente? Queste agenzie forniscono anche padri per un colloquio con i professori, quando il padre naturale sia assente e dimentico del proprio rampollo. E dato che nulla può dare al ragazzino in affetto e calore, essendo reclutato dalla madre dietro compenso, anche salato, orario, a cosa diavolo serve? A far ritenere agli altri che la famiglia sia unita? Tutto regolare, tutto a posto e niente in ordine? Una illusione, ennesima, di normalità o presunta tale, da acquistare a pagamento?
Così facendo, se non si istituzionalizza la finzione, la si commercializza. E' insito nell'uomo il bisogno di mascheramento, il Carnevale veneziano, che durava per buona parte dell'anno, aveva obbligato il Senato della Serenissima, nel Settecento, a intervenire per regolamentarlo minutamente. Ma allora, i secoli passano su di noi dando forme diverse a realtà individuali e interiori sempre eguali? Le generalizzazioni non hanno senso, se non quello - non direi irrilevante - di rassicurare potentemente l'individuo. Questo bisogno di uniformità, questo sconfortante conformismo che vedo dilagare intorno a me, è forse frutto della paura? E' una gioventù spaventata quella che mi circonda? Tanto spaventata da arroccarsi nella sua cittadella e alzare il ponte levatoio? E una gioventù che canta solo nel coro, che non tollera i solisti? Cresciuta a Trieste tra odi non sopiti, rancori e recriminazioni, a ridosso di un confine che penetrava profondo, incidendo non solo la terra, i paesi e i cimiteri ma anche le coscienze, giù, giù in fondo fino all'anima, non credo ai limiti, agli steccati, agli orticelli recintati con sbarre che danno soltanto un'illusione di protezione. Credo che al di là della propria cultura - come afferma Lev Tolstoj - non ci sia il vuoto, ma un'altra cultura, credo alla diversità come ricchezza di un popolo... credo che ci sia posto per tutti se riusciamo a guardare ciò che il mondo ci offre con occhi privi di paura.

lunedì 21 settembre 2009

Woodie Allen regista del disincanto

"Basta che funzioni", ci sussurra un Woodie Allen che vede avvicinarsi a tutta velocità il capolinea che, nella sua odiata/amata New York, porrà fine ai suoi giorni che, come i nostri, si consumano in quel rogo breve e intenso che è la vita. Il pudore per un mondo che i suoi occhi d'artista e uomo geniale colgono in tutta la sua devastante e immodificabile ripetitività di nascita, riproduzione e morte, dà la stura a una comicità che alimenta un fuoco d'artificio di battute fulminanti su cui si regge, come un'abile equilibrista sul filo, la diafana trama del film. Un geniale professore, sommerso dalla paura del vivere al punto di tentare il suicidio, entra in rotta di collisione con una ragazzina fuggita di casa, spersa in una New York tentacolare e affascinante che, come sempre, il regista sapientemente descrive. Approderanno alla sua porta, resti di quel naufragio con il quale ogni vita fa i conti, anche il padre e la madre della ragazza che lui sposerà, dopo averla raccattata come un cucciolo smarrito e trovato per caso. Sconvolti e provati entrambi dalla rottura degli schemi che, ingabbiandoli, li hanno per anni protetti da se stessi e dal rischio dei cambiamenti, gettate alle ortiche le sicurezze, avranno modo di scoprire, nel coraggio della trasgressione, quel po' di felicità che, come fuoco acceso in un bivacco, dà calore e conforto. Godetevi quel calore, scaldandovi a ogni fuoco suggerisce il regista del disincanto, quale a me sembra sia questo maturo Woodie Allen, che sa, senza più illusioni, che anche il fuoco più vivo all'alba è cenere, solo cenere grigia sotto un cielo spento.