martedì 8 dicembre 2009

Blog mon amour

Com'è strana la vita. Ti affanni su un problema, dai fondo a tutte le tue capacità, non dormi di notte, ti scanni... Poi una mattina il problema sul quale hai concentrato le tue forze senza nemmeno scalfirlo, ti mostra, se non la soluzione, tutta la complessa alchimia che lo sorregge. Mi ronzava insistente da un po' nella testa questa domanda: "Perché un blog?" alla quale ogni tanto come la o di un sos o un intercalare ripetititvo si affiancava un "Perché non un blog?"
Cercherò di esser sincera nella ricerca delle risposte.
Qual è la prima opportunità che il blog mi ha offerto? Uno schermo bianco e un mouse, l'equivalente tecnologico di un foglio e una penna. Per farci che cosa? Per scrivere quando l'attività dello scrivere era ancora per me un hobby, una piccola mania, un vezzo, ma dentro la voglia di misurarmi con la scrittura avanzava come uno tsunami, un'onda anomale irrefrenabile e decisa. C'era stato un terremoto sottomarino - di cui nessuno aveva percepito né la violenza né la presenza - e quella passione era salita tra lapilli e fumo a incendiare il mare. Ma era appunto lava, magma. Era una scrittura giovane che eruttava da un corpo e una cultura profondamente segnati dal tempo. E da un sapere che si era alimentato di altri studi, temi diversi, riflessioni che di fantasioso non avevano nulla o quasi. Avevo letto libri di narrativa ma rubando spazio ai miei impegni familiari e professionali. Sapevo molto sulla Legge bancaria ma strutturare un racconto sarebbe stata un'esperienza assolutamente nuova.
La passione non si era andata potenziando in me parallelamente a una tecnica narrativa pronta a incorniciarla. Io mi diversificavo in un Giano bifronte che sapeva acquisendo competenze su argomenti che lo annoiavano, e si appassionava, inventandosi una tecnica che affondava ancora come i ricordi nei dialetti che li animavano, alle storie che io aveva appena cominciava a raccontare. Capivo che questo era il terreno che miei passi riconoscevano dopo tanto camminare e tanti paesaggi che avevo sempre sentiti estranei. Se a questo aggiungiamo la difficoltà che le donne spesso avvertono nell'afferrare i pezzi che le compongono, vivendo l'essere madri in modo alternativo e non complementare all'essere donne o professioniste, risulta facile capire la mia difficoltà nell'individuazione di un carattere specifico che mi consentisse di incasellare il mio blog. Ma se il riconoscimento della mia fantasia, della voglia di raccontare era la grande sorpresa che la vita mi aveva riservato quando rischiavo di scivolare ormai definitivamente nel dejà vu, valeva la pena di darsi tanto affanno ad analizzarla, quasi si trattasse di una tecnica gestionale da approfondire? E cogliere invece questa opportunità ulteriore che il blog dava di misurarmi in ambiti diversi da sottoporre all'altrui giudizio per poter riconoscere imiei talenti? E, con nuove chance in saccoccia, partire, zaino in spalla, per terre sconosciute da esplorare e vivere?

venerdì 4 dicembre 2009

La tempesta è passata

Veniva giù con l'abituale leggerezza già da qualche ora, profilando di bianco i rami del pino che come una sentinella montava la guardia alla sua finestra. Si meravigliò pensando fosse una nevicata troppo abbondante per un inizio d'autunno. Da quando usava il bastone e i suoi passi si erano fatti cauti, la temeva, lei che aveva sempre accolto la neve con gioia e con la stupita meraviglia di una bambina.
Con i suoi lenti fiocchi scendevano su di lei anche i ricordi, o meglio salivano riportadole alle narici l'odore della legna che in quell'inverno lontano, nella casa piena di gente, parenti e bambini, ardeva nel caminetto, mescolandosi al profumo aspro di pece che l'albero di Natale, in un brillio di luci e addobbi d'argento, diffondeva nella stanza. Lei, l'onda chiara dei capelli che le scendeva sul viso a celare lo sguardo che tradiva l'eccitazione e la paura, con la mano nella tasca tastava quella lettera stropicciata ributtando indietro, ingoiando quelle poche parole che cercavano l'aria, crescendo dentro di lei con il passare delle ore e invadendo ogni angolo del suo corpo, ogni centimetro della sua pelle, incontenibili e ribelli.
Anche gli occhi dei bambini brillavano, mentre in cucina le nonne litigavano sul grado di cottura del cappone guardandosi in cagnesco... Lei si era avvicinata alla finestra e la pennellata bianca sul davanzale l'aveva raggelata. Nevicava fitto e alzando gli occhi verso il cielo un turbinio chiaro le aveva fatto capire che entro poche ore le strade sarebbero state impercorribili. Si era sentita in gabbia, prigioniera. Voltandosi, angosciata, aveva mormorato "Nevica che Dio la manda!" mentre le si piegavano le spalle, quasi quella nevicata, per uno strano scherzo di natura, avesse deciso di concentrarsi su di lei. Sua madre, tutta allegra, aveva commentato: "Abbiamo cucinato tanta di quella roba che potremmo restare qui a mangiare per una settimana" mentre i bambini, accompagnati dalla zia, scendevano in cantina a cercare lo slittino. I nonni si erano messi a rivangare le memorie del Trenta, quell'anno terribile, dopo la crisi di Wall Street, in cui l'inverno aveva dato con freddo e nevicate eccezionali il colpo di grazia a chi non aveva il lavoro e men che meno i soldi per la legna. Quando a mezzanotte, travestito da Babbo Natale, suo marito le aveva consegnato il pacchetto lei, scusandosi, aveva incolpato il cappone del suo mal di testa e, con il regalo in mano che appariva incartato alla meglio, si era ritirata nella sua camera.
Si era seduta sul letto. Sulla prima pagina del libro, nella scrittura nervosa e elegante del marito, una dedica "A te che vuoi volare... via?, cosa posso offrire per indurti a restare?"
Era nevicato per tre giorni e tre notti incessantemente: il cielo aveva stretto con suo marito un patto d'acciaio. Avevano finito le provviste. Nel camino, acceso giorno e notte, avevano bruciato quasi tutta la legna che stava in cantina e i bambini per divertirsi avevano fatto pallottole di carta con l'imballo dei regali, facendo a gara per gettarle nel fuoco. Lei, trascinata a giocare, aveva messo la mano in tasca e aveva appallottolato la lettera. Mentre il fuoco avvolgendo la carta inceneriva progetti e parole in una spruzzata di scintille che il camino ingoiava, il marito alla finestra aveva mormorato: "Ha smesso di nevicare, ragazzi". Poi, fissandola, aveva aggiunto "La tempesta è passata".
Era morto due mesi prima. La vita è strana, lei pensò, e l'ultima tempesta era stata quella. Questa era solo una nevicata.

mercoledì 2 dicembre 2009

Il futuro è giovane

Se il futuro è giovane cosa lo caratterizza? Due solidi sostegni: scuola e lavoro che consentono la dignità. L'anima, sono ragazzi, fatta di sana arroganza si esprime in orgoglio e voglia di misurarsi. Non manca un pizzico di fantasia: il mondo che hanno alle spalle è il nostro, dei vecchi come noi, e di noi (vecchi) porta l'impronta. E' giusto e auspicabile, direi normale, che vogliano cambiarlo. La testa coordina il tutto.
Questo è il futuro: senza l'attenzione alla cultura, senza la scuola il futuro è azzoppato. Se il titolo di studio c'è, ma non è viatico per il lavoro, il futuro non ha gambe. Si affloscia. Privato del lavoro, non autosufficiente il futuro perde la dignità. Paralizzato, piegato, smette di sognare. Non immaginare il futuro significa farlo morire. La testa va in confusione e la razionalità si avvita su se stessa in caduta libera.
I vecchi ghignano e si voltano ad ammirare l'unica realtà per loro significativa: il Passato. Il mondo balugina, la luce si spegne: li abbiamo messi al mondo e come le gatte che partoriscono alle soglie dell'inverno, li abbiamo uccisi?
Come loro li abbiamo divorati: i nostri figli, il nostro futuro?
Vi consiglio questo post di Lipperatura.

martedì 1 dicembre 2009

Un certo Montesquieu

Fini interviene in difesa della Magistratura e, con eleganza, zittisce Bondi che smarrito sembra chiedersi: "Ma cosa sta succedendo?" Ministro Bondi le hanno soltanto rinfrescato la memoria su un principio fondamentale che caratterizza la democrazia: anche chi è stato eletto dal popolo e ha quindi il diritto/dovere di governare deve soggiacere a un limite: la legge. E' eletto al di sopra del popolo per conto del quale agisce, ma non al di sopra della legge. Perché il potere corrompe e può indurre in tentazione e per questo la nostra Costituzione, che non è un Libro dei sogni ma è un sogno di Libro prevede che i tre poteri (normativo, esecutivo e giudiziario) siano autonomi nel loro ambito, ma si controllino l'un l'altro, come dei mastini. A chi s'ispira? A un certo Montesquieu... Se lo faccia regalare per Natale, ministro Bondi!

Sconfitti e perdenti

Anch'io, come tanti genitori italiani, ho visto partire mio figlio. Non ho scritto lettere ai giornali, ho capito che qui, nel suo Paese, non avrebbe avuto un futuro. Non avendo scelto la connivenza ho lottato per un Paese diverso, con tutte le mie forze. Oggi lei, dottor Pier Luigi Celli, dichiarandosi un perdente, mi ha fatto capire che io sono solamente una sconfitta. Se partissimo da questa considerazione, forse si potrebbe ricominciare. Perlomeno a sperare.

domenica 29 novembre 2009

Mentre leggevamo Colette Dowling...

A mia nipote non leggerò Cenerentola, la storia di questa bella fanciulla che spazzando, pulendo e lustrando aspetta che "qualcuno" si accorga della sua bravura, della sua bontà e della generosità che alberga nel suo cuore, in netto contrasto con la durezza, la stupidità e la superbia della madre e delle sorellastre. Non le racconterò che una fatina un po' distratta accorrerà in suo aiuto per consentirle di andare al ballo a incontrare il suo principe e men che meno che abbandonerà i suoi stracci e le sue scope perché lui la porterà all'altare, dopo averla ritrovata facendo indossare la scarpina di cristallo a tutte, o quasi, le fanciulle da marito del Regno (della pia illusione) fino ad arrivare a lei, meschina nei suoi stracci, ma fulgida di virtù, soprattutto domestiche!
Sarebbe bello e sano per lei strutturarsi e diventare adulta senza immedesimarsi in stereotipi stantii (ma potenti), come questa "peppa lessa". Sarebbe interessante ipotizzarle una Cenerentola, che ne so, che scappa alla sera per frequentare un corso serale d'informatica, si cerca un lavoro e se ne va da casa a scoprire il mondo e anche l'amore, certamente, ma rapportandosi alla pari e non facendosi "salvare" da un improbabile principe azzurro, turchino o violetto, attratto da lei sì, ma tutta intera, audacia, intelligenza e intraprendenza comprese.
Mentre un libro si può commentare e soprattutto scegliere (e la letteratura per l'infanzia ci consente un'ampia scelta) la tv, troneggiante al centro del salotto, se venisse oscurata o scaraventata fuori dalla finestra farebbe sentire la mia nipotina diversa rispetto ai compagni di scuola e agli amici. Che fare? Stare lì accanto a lei e farle prendere il veleno a piccole dosi per immunizzarla, approfittando di ogni domanda per spiegare potenziando il suo senso critico? E' così che sono stata, mio malgrado, costretta a seguire programmi che non conoscevo. E' così che ho potuto vedere lo stereotipo femminile veicolato dalla tv. Stereotipo o archetipo di una nuova civiltà/inciviltà?. L'immagine della donna - filtrata da quello schermo spettacolo dopo spettacolo in un crescendo di sguaiatezza e volgarità, di volti pietrificati dal bisturi e bocche spalancate su penosi squittii - non riuscivo a definirla. Non reale, ma nemmeno immaginaria o virtuale. Falsa?! Come spiegare a un bambino quella falsità? Come spiegare che si mente sapendo di mentire perché l'obiettivo non è informare ma incrementre l'audience, costi quel che costi, fregandosene della responsabilità che dovrebbe assumersi chi fa e dà informazioni? Sembrebbe essere la moda corrente, ma come spiegarlo a una bambina che ha già le prime curiosità dell'adolescente che diventerà? Che senso ha eliminare i giochi di genere quando la televisione ci propina certi programmi?
Mentre leggevamo "Il complesso di Cenerentola" e "La sindrome di Biancaneve" di Colette Dowling aprendo gli occhi sugli stereotipi insiti nelle favole, Karl Popper cercava di richiamare la nostra attenzione su un pericolo più subdolo che come un Cavallo di Troia penetrava nelle nostre case senza che capissimo che avrebbe invaso ben più dei nostri salotti. Era lo strapotere televisivo che ha consegnato il Paese a Berlusconi. Ho trovato tra le mie scartoffie un articolo del '97 di Massimo Ammaniti titolato "La tv non crea mostri" scritto su Repubblica.
Oggi lo se la sentirebbe ancora di sottoscriverlo o darebbe ragione a Sir Karl Popper?