Me lo vedo, il volto serio, l'occhio attento mentre ascolta i suoi consiglieri economici che snocciolano utili ottenuti e compensi elargiti dalle maggiori banche americane ai loro top manager. Me lo vedo Barak Obama interrompere l'arida elencazione dei numeri e dire: "E' indecente!" Sì, perché il Presidente si indigna: da presidente, da politico e... da uomo.
Il Paese vive ancora le ferite profonde di una crisi in buona parte imputabile alle banche (alla quale, però, non è estranea la politica del suo predecessore che ha consentito lo smantellamento della normativa di controllo sull'operato bancario), la disoccupazione è ancora alta, molti americani vivono nelle roulotte perché hanno perduto la casa, e il sistema finanziario-creditizio stappa lo champagne e incassa compensi miliardari?
Era già sceso in campo il Presidente, facendosi portavoce di un intervento di moral suasion incentrato sulla prudenza e sul sostegno del credito all'economia, ma le banche non l'avevano recepito. E lui ha caricato la dose. Vogliono sfidarlo? E lui accetta la sfida e promette ai suoi elettori che tasserà le maggiori banche e restituirà ai contribuenti americani quanto hanno versato per i salvataggi bancari. Ovviamente una nuova normativa stabilirà limiti all'operatività bancaria per evitare la reiterazione dei comportamenti che hanno portato il Paese sull'orlo di una crisi senza precedenti. Si profila la nazionalizzazione del sistema finanziario, la creazione di una Bad Bank alla quale far affluire i titoli tossici...
Il Presidente fa qualcosa di assolutamente nuovo e quindi "rivoluzionario": tiene fede alle promesse fatte e dice la verità dimostrandoci che non siamo stati degli illusi a credere in lui.
Stridente risulta il confronto con la politica italiana che ci sta facendo assistere a una sorta di pantomima su uno dei punti più importanti del programma elettorale: la promessa di ridurre le tasse ai cittadini, che si sta rivelando pura propaganda elettorale, ritornello ricorrente nella musica di un pifferaio magico che è stato capace di alimentare soltanto illusioni. J9CXBG26C8HH
venerdì 15 gennaio 2010
giovedì 14 gennaio 2010
Leggendo Riotta
La mia conoscenza della rete è passata attraverso il blog come un filo attraverso la cruna di un ago. Era ottobre e la luce aveva quella tonalità calda e sfumata che i pittori amano, mentre il neurologo del “Besta” mi comunicava l’esito delle analisi appena concluse: non era “sindrome da nido vuoto” né erano “paturnie” da menopausa. Era una malattia neurologica, una di quelle che fanno tremare le vene ai polsi…
Io lo ascoltavo distratta da quella luce, cercando di annullare la sua voce nella speranza di sommergere lui, le sue parole e la sua diagnosi in fondo, più in fondo ancora nel pozzo nero della mia paura. Fuori dallo studio c’erano i figli, le facce lunghe, il sorriso tirato a prendere atto che quel muro che li aveva difesi dal mondo non c’era più. Crollato, non avrebbe più sorretto, ma avrebbe richiesto un sostegno.
Lasciai Milano, troppo caotica e inadatta alle mie gambe che si erano fatte fiacche e lente. Mi trasferii in una cittadina dell’Emilia, dove viveva mia figlia. Scivolai in un inverno che non dimenticherò: corte giornate che la nebbia rendeva opalescenti, estranee. La gatta acciambellata sulle mie ginocchia, lo sguardo che vagava su libri che non leggevo, cd che non ascoltavo. Sullo sfondo gracchiava il televisore e danzavano figure in movimento di cui coglievo soltanto la ricchezza cromatica rispetto all’azzurro mare della parete. La terapia scivolava su di me come una marea sulla spiaggia: inutilmente ripetitiva.
Pensavo.
Pensavo alla mia vita data agli altri: ai figli che apparivano e, spaventati, sparivano come meteore, agli alunni che avevo seguito con passione, sciroppandomi una materia che non mi era mai piaciuta ma che, con puntiglioso senso del dovere, avevo seguito aggiornandomi, alle domeniche e feste comandate passate stirando, lavando e cucinando nonché tentando di arginare il disordine che tre ragazzini si trascinano dietro come una stella cometa la coda.
Pensavo e lentamente morivo. Di malinconia che stava diventando disperazione. Poi, come ho già raccontato, la gatta entrò dalla finestra in cantina e non riuscì a uscire. Miagolò fino a mettermi sulle sue tracce. Acciambellata sullo scatolone ancora chiuso che conteneva il vecchio computer dei ragazzi, mi fissò. Risalimmo in casa in tre: lei, il computer e io.
Poi tutto cominciò ad andare a passo di carica: imparai a usare il pc anche se male e continuando a commettere errori. Cominciai a scrivere, scoprendo che era ciò che avrei voluto, ma non avevo mai potuto fare. La scrittura si rivelava una passione e delle passioni aveva la forza travolgente: la terapia cominciava a fare effetto e la passione urlava più forte della malattia, ne sovrastava la voce annullandola. Annullandola no, ma contenendola, fiaccandola, facendola avanzare a piccoli passi cauti, incerti.
Sarebbe da approfondire l’impatto della rete sui complessi meccanismi mentali delle malattie neurologiche.
E se la produzione di endorfine desse una mano ai neuroni? In fondo, da sempre la malattia è la risposta del corpo alla disperazione. Perché non dovrebbe essere vero il contrario? Leggere un giornale, sciropparmi Gianni Riotta, avrebbe avuto lo stesso effetto? Ne dubito. Vecchia e malata ho trovato su internet quella terra così a lungo cercata che ormai pensavo esistesse solo nella mia fantasia. Opportunità, confronto, scoperta, informazione e… valenza terapeutica. Se a Riotta sembra poco, a me ha cambiato la vita
Facendomi rientrare, come un certo cammello, sempre attraverso la cruna di un ago, nel mondo dei vivi.
Io lo ascoltavo distratta da quella luce, cercando di annullare la sua voce nella speranza di sommergere lui, le sue parole e la sua diagnosi in fondo, più in fondo ancora nel pozzo nero della mia paura. Fuori dallo studio c’erano i figli, le facce lunghe, il sorriso tirato a prendere atto che quel muro che li aveva difesi dal mondo non c’era più. Crollato, non avrebbe più sorretto, ma avrebbe richiesto un sostegno.
Lasciai Milano, troppo caotica e inadatta alle mie gambe che si erano fatte fiacche e lente. Mi trasferii in una cittadina dell’Emilia, dove viveva mia figlia. Scivolai in un inverno che non dimenticherò: corte giornate che la nebbia rendeva opalescenti, estranee. La gatta acciambellata sulle mie ginocchia, lo sguardo che vagava su libri che non leggevo, cd che non ascoltavo. Sullo sfondo gracchiava il televisore e danzavano figure in movimento di cui coglievo soltanto la ricchezza cromatica rispetto all’azzurro mare della parete. La terapia scivolava su di me come una marea sulla spiaggia: inutilmente ripetitiva.
Pensavo.
Pensavo alla mia vita data agli altri: ai figli che apparivano e, spaventati, sparivano come meteore, agli alunni che avevo seguito con passione, sciroppandomi una materia che non mi era mai piaciuta ma che, con puntiglioso senso del dovere, avevo seguito aggiornandomi, alle domeniche e feste comandate passate stirando, lavando e cucinando nonché tentando di arginare il disordine che tre ragazzini si trascinano dietro come una stella cometa la coda.
Pensavo e lentamente morivo. Di malinconia che stava diventando disperazione. Poi, come ho già raccontato, la gatta entrò dalla finestra in cantina e non riuscì a uscire. Miagolò fino a mettermi sulle sue tracce. Acciambellata sullo scatolone ancora chiuso che conteneva il vecchio computer dei ragazzi, mi fissò. Risalimmo in casa in tre: lei, il computer e io.
Poi tutto cominciò ad andare a passo di carica: imparai a usare il pc anche se male e continuando a commettere errori. Cominciai a scrivere, scoprendo che era ciò che avrei voluto, ma non avevo mai potuto fare. La scrittura si rivelava una passione e delle passioni aveva la forza travolgente: la terapia cominciava a fare effetto e la passione urlava più forte della malattia, ne sovrastava la voce annullandola. Annullandola no, ma contenendola, fiaccandola, facendola avanzare a piccoli passi cauti, incerti.
Sarebbe da approfondire l’impatto della rete sui complessi meccanismi mentali delle malattie neurologiche.
E se la produzione di endorfine desse una mano ai neuroni? In fondo, da sempre la malattia è la risposta del corpo alla disperazione. Perché non dovrebbe essere vero il contrario? Leggere un giornale, sciropparmi Gianni Riotta, avrebbe avuto lo stesso effetto? Ne dubito. Vecchia e malata ho trovato su internet quella terra così a lungo cercata che ormai pensavo esistesse solo nella mia fantasia. Opportunità, confronto, scoperta, informazione e… valenza terapeutica. Se a Riotta sembra poco, a me ha cambiato la vita
Facendomi rientrare, come un certo cammello, sempre attraverso la cruna di un ago, nel mondo dei vivi.
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Sulle ali del blog...
Internet ci collega al mondo comunicandocene il respiro calmo o l’urlo, il calore o il gelo che giungono fino a noi sulle ali di quel mirabolante strumento di comunicazione che è la parola. E' la parola il primo aggancio che inchioda la nostra curiosità e fa nascere un'amicizia in rete, miracolo che si rinnova in ogni momento. E’ l’impatto con la scrittura che blocca lo sguardo facendo uscire una persona dalla folla indistinta che, come un fagiolo nel baccello, la inglobava, mentre nel mondo reale è anche la gestualità del linguaggio del corpo, attraverso lo sguardo, il sorriso o il timbro della voce, a falsare o svelare con o senza il supporto delle parole.
Là dove i confini sfumano e la fantasia contamina implacabile abbiamo al massimo una serie di fotografie o la visualizzazione su You Tube a svelare l’immagine, con a monte però una scelta finalizzata al crearla, prima che a darla, questa immagine che ci rassicura con la sua granitica corporeità .
E così le amicizie nate in Rete sono profonde come gli spazi in cui la rete veleggia, cementate da decine di lettere: saranno fiumi di parole, a narrare storie di famiglia, alternati a brevi comunicati, due parole smozzicate che grondano sonno o disperazione, qualche “faccina” ballonzolante, i segni d’interpunzione che invadono il campo aggressivi come tifosi da stadio, a esprimere nella grafica la partecipazione emotiva di chi scrive a ciò che comunica.
La favola della Bella e la Bestia è quella più adatta a rappresentare gli incontri su internet. Ci si difende meno perché si rischia e, quindi, si osa di più. L’immagine di noi falsata, al di là dei veri e propri raggiri, nasce da un sostrato infantile e quindi profondo, dalle stesse motivazioni che hanno reso il Carnevale la festa più allegra e sfrenata nell’aspetto e la più malinconica e struggente nell’anima: il gioco sottile e avvincente dell’essere o apparire, la dicotomia che finisce per essere struttura portante del virtuale.
Quando nasce un’amicizia in rete significa che abbiamo alzato la maschera e ci siamo spogliati del costume, del titolo di studio, dell’orgoglio della nostra professione… Abbiamo lanciato un messaggio chiaro e asciutto come un SOS… Sono qui e sono solo, uomo/donna che guarda il cielo e respira piano e, se qualcuno ha intercettato quel messaggio, è perché ne ha colto non solo la genuinità ma l’essenza più profonda, che a lui corrisponde... Da cosa? Ah, questo è più che un mistero, il mistero! Qual è la complessa alchimia dei sentimenti, delle emozioni?
Scatta il dito sulla tastiera: nere lettere si alzano in volo a cercare altre parole che volano sulle stesse rotte.
Ci si intercetta tra simili…
Anche questo accade in rete e, spesso, è il blog l’angolo di mondo in cui questo miracolo si verifica.
Là dove i confini sfumano e la fantasia contamina implacabile abbiamo al massimo una serie di fotografie o la visualizzazione su You Tube a svelare l’immagine, con a monte però una scelta finalizzata al crearla, prima che a darla, questa immagine che ci rassicura con la sua granitica corporeità .
E così le amicizie nate in Rete sono profonde come gli spazi in cui la rete veleggia, cementate da decine di lettere: saranno fiumi di parole, a narrare storie di famiglia, alternati a brevi comunicati, due parole smozzicate che grondano sonno o disperazione, qualche “faccina” ballonzolante, i segni d’interpunzione che invadono il campo aggressivi come tifosi da stadio, a esprimere nella grafica la partecipazione emotiva di chi scrive a ciò che comunica.
La favola della Bella e la Bestia è quella più adatta a rappresentare gli incontri su internet. Ci si difende meno perché si rischia e, quindi, si osa di più. L’immagine di noi falsata, al di là dei veri e propri raggiri, nasce da un sostrato infantile e quindi profondo, dalle stesse motivazioni che hanno reso il Carnevale la festa più allegra e sfrenata nell’aspetto e la più malinconica e struggente nell’anima: il gioco sottile e avvincente dell’essere o apparire, la dicotomia che finisce per essere struttura portante del virtuale.
Quando nasce un’amicizia in rete significa che abbiamo alzato la maschera e ci siamo spogliati del costume, del titolo di studio, dell’orgoglio della nostra professione… Abbiamo lanciato un messaggio chiaro e asciutto come un SOS… Sono qui e sono solo, uomo/donna che guarda il cielo e respira piano e, se qualcuno ha intercettato quel messaggio, è perché ne ha colto non solo la genuinità ma l’essenza più profonda, che a lui corrisponde... Da cosa? Ah, questo è più che un mistero, il mistero! Qual è la complessa alchimia dei sentimenti, delle emozioni?
Scatta il dito sulla tastiera: nere lettere si alzano in volo a cercare altre parole che volano sulle stesse rotte.
Ci si intercetta tra simili…
Anche questo accade in rete e, spesso, è il blog l’angolo di mondo in cui questo miracolo si verifica.
mercoledì 13 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia )
La mattina seguente, dopo aver accompagnato i figli a scuola e all’asilo, si ritrovò in banca, la testa che andava per le sue, lo sguardo sul bancone davanti a lei e sull’impiegata. Ma si stava sentendo male? La fissava la signorina Gabuzzi - ormai si conoscevano - la bocca semiaperta che sembrava cercasse l’aria. Si mosse istintivamente verso il bancone voltandosi a cercare aiuto. L’uomo alle sue spalle aveva gli occhi scuri, occhi di meridionale - pensò, neri come la pistola. La pistola? Per un secondo si chiese se fosse uno scherzo, ma quando l’uomo la puntò contro il suo stomaco, urlandole “Contro il muro, contro il muro… Questa è una rapina…” si rese conto che era tutto vero.
Il rapinatore aveva un complice, anche lui armato. A gambe larghe, le braccia tese davanti a sé, controllava gli impiegati, l’arma che si spostava verticalmente e orizzontalmente nell’aria quasi stesse mimando un esagitato balletto.
Ludovica, ora addossata alla parete, realizzò di essere l’unica cliente all’interno della filiale bancaria. Le venne quasi da ridere: un riso isterico che le salì gorgogliante dallo stomaco alla gola.
Una rapina in quella specie di borgo dove la vita scorreva monotona e lenta, snodandosi tra la piazza principale con il bar, luogo d’incontro degli uomini, e il supermercato che sorgeva dopo le ultime case come uno scatolone caduto dal cielo, dove le donne, sparlando tra un ciuffo d’insalata e una busta di tortellini del marito e lamentandosi dei figli, si caricavano delle borse della spesa e si scaricavano della loro infelicità?
Eppure erano proprio due rapinatori.
L’uomo più asciutto era saltato oltre il bancone, facendo alzare gli impiegati e ammassandoli contro il muro, mentre l’altro arraffava pacchi di banconote scaraventandoli in un sacchetto di plastica.
“Andiamo, andiamo…” gridò quello che teneva il gruppetto degli impiegati sotto la minaccia della pistola.
L’urlo della sirena di un’ambulanza? Venivano per lei? Effettivamente la testa le girava e le gambe la sorreggevano a stento - pensò, mentre lo sguardo le cadeva sul funzionario dell’ufficio titoli e sullo sguardo gonfio d’orgoglio che le indirizzava. La sirena tacque e il silenzio scese sul locale dove i presenti trattenevano il fiato, immobili come mimi su un palcoscenico teatrale.
“Bastardi… Ci hanno beccato! Andiamo!”
Uno dei due rapinatori scoppiò a ridere, forte, ma non tanto da coprire il colpo di pistola. Ludovica chiuse gli occhi e pensò ai figli, mentre il sangue le rimbombava nelle orecchie e il cuore le martellava contro le costole. (continua…)
Il rapinatore aveva un complice, anche lui armato. A gambe larghe, le braccia tese davanti a sé, controllava gli impiegati, l’arma che si spostava verticalmente e orizzontalmente nell’aria quasi stesse mimando un esagitato balletto.
Ludovica, ora addossata alla parete, realizzò di essere l’unica cliente all’interno della filiale bancaria. Le venne quasi da ridere: un riso isterico che le salì gorgogliante dallo stomaco alla gola.
Una rapina in quella specie di borgo dove la vita scorreva monotona e lenta, snodandosi tra la piazza principale con il bar, luogo d’incontro degli uomini, e il supermercato che sorgeva dopo le ultime case come uno scatolone caduto dal cielo, dove le donne, sparlando tra un ciuffo d’insalata e una busta di tortellini del marito e lamentandosi dei figli, si caricavano delle borse della spesa e si scaricavano della loro infelicità?
Eppure erano proprio due rapinatori.
L’uomo più asciutto era saltato oltre il bancone, facendo alzare gli impiegati e ammassandoli contro il muro, mentre l’altro arraffava pacchi di banconote scaraventandoli in un sacchetto di plastica.
“Andiamo, andiamo…” gridò quello che teneva il gruppetto degli impiegati sotto la minaccia della pistola.
L’urlo della sirena di un’ambulanza? Venivano per lei? Effettivamente la testa le girava e le gambe la sorreggevano a stento - pensò, mentre lo sguardo le cadeva sul funzionario dell’ufficio titoli e sullo sguardo gonfio d’orgoglio che le indirizzava. La sirena tacque e il silenzio scese sul locale dove i presenti trattenevano il fiato, immobili come mimi su un palcoscenico teatrale.
“Bastardi… Ci hanno beccato! Andiamo!”
Uno dei due rapinatori scoppiò a ridere, forte, ma non tanto da coprire il colpo di pistola. Ludovica chiuse gli occhi e pensò ai figli, mentre il sangue le rimbombava nelle orecchie e il cuore le martellava contro le costole. (continua…)
martedì 12 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia)
Ludovica era tornata a casa dopo aver accompagnata la madre alla stazione, i ragazzini che litigavano sul sedile posteriore della macchina. L’aveva sommersa di parole, valanghe di parole, le aveva detto che non sarebbe riuscita ancora per molto a reggere quella situazione, aveva pianto e imprecato. D’altronde aveva gli occhi per vedere, ma si rifiutava anche soltanto di guardare.
Alla stazione, con il treno che arrivava sbuffando, baciandola in fretta le aveva sussurrato quella frase – che ormai stava diventando un ritornello stantio tra loro – quella frase che non le era né d’aiuto né di conforto: “Gli uomini sono tutti così… ”
Aveva affrontato l’ultima curva, sentendo una fitta di dolore al petto: lo sguardo che registrava l’abituale squallore della stalla cadente, la casa tetra e grigia, il giardinetto attraversato dal viottolo fangoso.
Era arrivata a casa.
Suo marito non c’era. Nemmeno il cane.
La sensazione di solitudine e di abbandono l’avevano presa alla gola.
Era sola sul cocuzzolo di quella collina aspra e silenziosa, in quella casa gelida, a combattere con le mosche, con i figli, con gli alunni, con le stufe, i polli e la disperazione.
Un cielo bigio gravava opprimente e qualche goccia di pioggia aveva cominciato a cadere.
Dov’era suo marito? Un borbottio di tuono aveva rotto il silenzio e la pioggia era aumentata d’intensità, mentre restava lì, senza avere la forza di fare un passo, sentendo che l’umidità, le penetrava nelle ossa. Cristo Santo, ma cosa aveva fatto della sua vita? Come si era ridotta? Elemosinava amore di nuovo e, come sempre, non ne riceveva. A nulla era valso assecondare suo marito, venire a vivere in questo posto dimenticato da Dio…
Un brivido di freddo sulla pelle, il maglione bagnato che aderiva al corpo e la voce dei ragazzi che, già all’interno della casa, la chiamavano, l’aveva riportata alla realtà.
In cucina pane sbocconcellato, due salami decapitati e bottiglie di vino dappertutto. Mosche a volontà.
“Abbiamo fame, mamma. Cosa si mangia?”
Riordinando meccanicamente, aveva preparato la cena.
“Aspettiamo il babbo?”
Aspettiamo il babbo.
Le colline erano già nere contro il tramonto quando arrivò.
Si guardò intorno. Non fece una carezza ai bambini, il suo sguardo la trapassò quasi fosse diventata trasparente.
“Ho già mangiato”disse, prendendo il giornale sportivo dal tavolo.
Lei colse la delusione sul viso dei figli. Lucrezia gli si avvicinò, lui la scansò senza guardarla, senza vederla. Gli chiese qualcosa. Non rispose, forse non aveva sentito.
“La bambina sta parlando con te” disse.
Di nuovo non rispose. Alzò soltanto gli occhi e la guardò.
Cosa le si scatenò dentro in quel momento? Si vide per un istante come lui la vedeva: una donnetta noiosa che gli aveva scodellato tre marmocchi in rapida successione, un ingombro, un fastidio, un gravame di orari, di pranzi e cene con i ragazzini che si facevano i dispetti, favole raccontate a voce bassa, lunghi pomeriggi domenicali passati a sbadigliare davanti al televisore e fuori… il mondo, pieno di persone da conoscere, luoghi dove andare. Donne intriganti con i tacchi a spillo e gli occhi invitanti, altro che lei, trentenne che passava la vita a spignattare, correggere compiti, schiaffata in poltrona in tuta da ginnastica, un libro che la isolasse dal mondo sulle ginocchia. Una che odiava i cavalli, non si muoveva, delicata come le tette delle monache, un figlio sempre in braccio e il sorriso sulle labbra solo tra carrozzine e biberon. Per lui obliqui sguardi di disprezzo e silenzi colmi di tristezza. Lui non era fatto per la famiglia, lui aveva voglia di avventure, di viaggi, di liberà. Lei era la sua palla al piede. L’aveva capito!
Aveva gettato la maschera. Partita la suocera non avrebbe più dovuto fingere. Adeguarsi agli orari della famiglia? Lui la famiglia non la voleva. Gli usciva dagli occhi! L’aveva capito?
Il rifiuto, quello no, non poteva reggerlo. Altri rifiuti le salirono alla gola mentre lui, senza degnare di un’occhiata nessuno, a passi strascicati, andava verso la porta d’ingresso.
La rabbia l’accecò.
Volò il primo piatto, quello con la sua cena, schiantandosi contro il muro.
“Sei impazzita?”
Volò il secondo piatto.
Si riparò, codardo, dietro allo stipite della porta.
Poi si sporse dicendo: “Sei una pazza ister…”
Un altro piatto s’infranse a pochi centimetri dalla sua faccia attonita.
Quando sulla tavola non rimase più nulla lei si fermò, lasciando scivolare lo sguardo sul pavimento
coperto di cocci.
Poi avrebbe ricordato la coda irta del gatto terrorizzato e il lungo pianto spaventato di Alessandra. Aveva saltato il fosso, dimenticando la paura, il rischio di un domani incerto, la prudenza. Sapeva che avrebbe pagato il prezzo di una vita durissima, ma aveva deciso di andarsene, di riprendere in mano il filo spezzato della sua vita, di recuperare la sua dignità.
Rimase sveglia a pensare: tutta la notte.
Accanto a lei suo marito russava, tranquillo. (continua...)
Alla stazione, con il treno che arrivava sbuffando, baciandola in fretta le aveva sussurrato quella frase – che ormai stava diventando un ritornello stantio tra loro – quella frase che non le era né d’aiuto né di conforto: “Gli uomini sono tutti così… ”
Aveva affrontato l’ultima curva, sentendo una fitta di dolore al petto: lo sguardo che registrava l’abituale squallore della stalla cadente, la casa tetra e grigia, il giardinetto attraversato dal viottolo fangoso.
Era arrivata a casa.
Suo marito non c’era. Nemmeno il cane.
La sensazione di solitudine e di abbandono l’avevano presa alla gola.
Era sola sul cocuzzolo di quella collina aspra e silenziosa, in quella casa gelida, a combattere con le mosche, con i figli, con gli alunni, con le stufe, i polli e la disperazione.
Un cielo bigio gravava opprimente e qualche goccia di pioggia aveva cominciato a cadere.
Dov’era suo marito? Un borbottio di tuono aveva rotto il silenzio e la pioggia era aumentata d’intensità, mentre restava lì, senza avere la forza di fare un passo, sentendo che l’umidità, le penetrava nelle ossa. Cristo Santo, ma cosa aveva fatto della sua vita? Come si era ridotta? Elemosinava amore di nuovo e, come sempre, non ne riceveva. A nulla era valso assecondare suo marito, venire a vivere in questo posto dimenticato da Dio…
Un brivido di freddo sulla pelle, il maglione bagnato che aderiva al corpo e la voce dei ragazzi che, già all’interno della casa, la chiamavano, l’aveva riportata alla realtà.
In cucina pane sbocconcellato, due salami decapitati e bottiglie di vino dappertutto. Mosche a volontà.
“Abbiamo fame, mamma. Cosa si mangia?”
Riordinando meccanicamente, aveva preparato la cena.
“Aspettiamo il babbo?”
Aspettiamo il babbo.
Le colline erano già nere contro il tramonto quando arrivò.
Si guardò intorno. Non fece una carezza ai bambini, il suo sguardo la trapassò quasi fosse diventata trasparente.
“Ho già mangiato”disse, prendendo il giornale sportivo dal tavolo.
Lei colse la delusione sul viso dei figli. Lucrezia gli si avvicinò, lui la scansò senza guardarla, senza vederla. Gli chiese qualcosa. Non rispose, forse non aveva sentito.
“La bambina sta parlando con te” disse.
Di nuovo non rispose. Alzò soltanto gli occhi e la guardò.
Cosa le si scatenò dentro in quel momento? Si vide per un istante come lui la vedeva: una donnetta noiosa che gli aveva scodellato tre marmocchi in rapida successione, un ingombro, un fastidio, un gravame di orari, di pranzi e cene con i ragazzini che si facevano i dispetti, favole raccontate a voce bassa, lunghi pomeriggi domenicali passati a sbadigliare davanti al televisore e fuori… il mondo, pieno di persone da conoscere, luoghi dove andare. Donne intriganti con i tacchi a spillo e gli occhi invitanti, altro che lei, trentenne che passava la vita a spignattare, correggere compiti, schiaffata in poltrona in tuta da ginnastica, un libro che la isolasse dal mondo sulle ginocchia. Una che odiava i cavalli, non si muoveva, delicata come le tette delle monache, un figlio sempre in braccio e il sorriso sulle labbra solo tra carrozzine e biberon. Per lui obliqui sguardi di disprezzo e silenzi colmi di tristezza. Lui non era fatto per la famiglia, lui aveva voglia di avventure, di viaggi, di liberà. Lei era la sua palla al piede. L’aveva capito!
Aveva gettato la maschera. Partita la suocera non avrebbe più dovuto fingere. Adeguarsi agli orari della famiglia? Lui la famiglia non la voleva. Gli usciva dagli occhi! L’aveva capito?
Il rifiuto, quello no, non poteva reggerlo. Altri rifiuti le salirono alla gola mentre lui, senza degnare di un’occhiata nessuno, a passi strascicati, andava verso la porta d’ingresso.
La rabbia l’accecò.
Volò il primo piatto, quello con la sua cena, schiantandosi contro il muro.
“Sei impazzita?”
Volò il secondo piatto.
Si riparò, codardo, dietro allo stipite della porta.
Poi si sporse dicendo: “Sei una pazza ister…”
Un altro piatto s’infranse a pochi centimetri dalla sua faccia attonita.
Quando sulla tavola non rimase più nulla lei si fermò, lasciando scivolare lo sguardo sul pavimento
coperto di cocci.
Poi avrebbe ricordato la coda irta del gatto terrorizzato e il lungo pianto spaventato di Alessandra. Aveva saltato il fosso, dimenticando la paura, il rischio di un domani incerto, la prudenza. Sapeva che avrebbe pagato il prezzo di una vita durissima, ma aveva deciso di andarsene, di riprendere in mano il filo spezzato della sua vita, di recuperare la sua dignità.
Rimase sveglia a pensare: tutta la notte.
Accanto a lei suo marito russava, tranquillo. (continua...)
lunedì 11 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia)
Ludovica ricordava ancora la scena dell’arrivo della madre nella loro casa di campagna. Si era alzata prestissimo per rendere tutto lucido come uno specchio e, vedendo dalla finestra la macchina che s’inerpicava a fatica lungo il viottolo rischiando d’impantanarsi, era uscita in tempo per vederla affrontare l’ultima curva, per mano la figlia minore.
Era piovuto molto, un fango molle e limaccioso circondava la casa colonica e rendeva insidiosi i viottoli acciottolati e fangosi.
La macchina aveva frenato, schizzi di fango erano finiti sul grembiulino di Alessandra.
Sua madre era scesa dal taxi con un sorriso impacciato e si era guardata intorno, scacciando con la mano le mosche che si avventavano su di lei, mentre l’orrore le si dipingeva sul viso, notando la puzza di letame che ammorbava l’aria, la stalla cadente e la casa rozza e squadrata che le si parava davanti, affacciandosi sullo stitico giardinetto dove alcune galline marciando impettite devastavano quei pochi fiori che, ancora non si sa come e perché, si ostinavano a sbocciare.
L’aveva aiutata a scaricare le valige: la casa, nonostante le stufe accese, era gelida. Nella confusione del momento, andando in cucina, si era accorta di aver bruciato l’arrosto.
Avevano pranzato, affettando salumi e recuperando qualche fetta d’arrosto: l’atmosfera era tesissima e anche i ragazzini tacevano, pensierosi, sbirciando l’espressione sui volti degli adulti.
Avevano scambiato poche parole mentre tutti mangiavano in fretta, poi Giovanni si era alzato accostando la sedia con violenza ed esclamando:
“Io ho da fare, scendo al paese. Sarò di ritorno per la mungitura”.
“Mi porti con te, babbo?”.
“Non posso” aveva replicato suo marito, con evidente imbarazzo.
Appena uscito il genero sua madre le aveva detto, aspra: “Ma cosa ti è saltato in mente… Perché? Perché questa pazzia di trasferirvi in campagna, improvvisarvi contadini?”
“Siamo appena arrivati…” lei aveva borbottato.
“Con tre figli, cosa puoi fare con tre figli. Te l’ho sempre detto, non puoi dire che non te l’abbia sempre detto! Non era uomo al quale imporre tre figli”.
“Imporre?” lei aveva sussurrato, aggiungendo: “Ci sono i bambini di là, abbassa il tono di voce, per favore…” mentre si metteva un dito sulle labbra, per indurla a tacere.
“Dovevi pensarci prima ai bambini.”
Aveva sperato nel suo arrivo, nel suo aiuto. In quel momento per un abbraccio che le consentisse di sfogarsi, di esprimere la paura, l’umiliazione che provava, il dolore e la rabbia che si alternavano massacrandola, per un abbraccio avrebbe dato qualunque cosa. Mentre le lacrime le strozzavano la gola, pensò "Cristo! Ma non vedi in che condizione sono? Mamma, non lo senti l’odore della mia disperazione. Sono in trappola! Sono in trappola com’eri tu: non vedo vie di fuga”.
Ma sulla cucina, più eloquente di mille parole, era calato il silenzio.
“Ho capito mamma, non ho ancora pagato il conto? Non ho ancora scontato la colpa di essere nata?"
La scelta di vivere in campagna aveva obbligato Ludovica e il marito, per la prima volta dopo anni, a condividere le giornate. Lui la guardava infastidito, una punta di disprezzo in fondo allo sguardo più significativa di qualunque parola. Lei si chiedeva chi fosse quell’estraneo che invadeva la sua cucina trascinandosi dietro i contadini dei dintorni, ridendo in modo irritante e, dopo aver stappato una bottiglia di troppo, dando fondo alle sue provviste.
Strappando ore al sonno, leggeva come una pazza, per capire e forse capirsi, alla ricerca di risposte che aveva già chiare dentro se stessa, ma non trovava il coraggio di ascoltare. Delusa dal marito si attaccavo sempre più ai figli, per i quali ormai viveva e che lui sembrava ignorare.
Sua madre, che aveva deciso di fermarsi per qualche giorno per darle una mano, le ripeteva “Tutti gli uomini sono così” ma quella frase le suonava falsa. Legata a generalizzazioni di comodo, la infastidiva e basta.
“Ti devi rassegnare” aggiungeva, concludendo con quell’ormai a stento sussurrato che faceva assumere al suo viso un’espressione da vinta, da sconfitta, che le gelava il sangue.
Giovanni si era portato in campagna un cavallo, ne comperò un altro. Arrivarono facce nuove, appassionati di equitazione. Arrivò anche una ragazza che lo guardava adorante: lui così fuori dagli schemi, così trasgressivo nonostante una moglie e tre figli. Arrivava in stivali e camicetta, profumata, fresca come una rosa, i pantaloni attillati da cavallerizza che sottolineavano la linea rotonda dei fianchi sui quali lo sguardo di Giovanni, fino a quel momento spento, si posava, insistente, accendendosi di bagliori dimenticati. Parlavano di cavalli e lei pendeva dalle sue labbra. Poi, finita la stalla, partivano e Ludovica dalle finestre della cucina li vedeva rincorrersi lungo le colline chiare di sole o cavalcare affiancati.
Per convenienza, ogni tanto, partivano con qualche amico.
Con i figli aggrappati alla gonna, anzi al grembiule diventato la sua divisa d’ordinanza, cercava con lo sguardo le loro sagome in corsa, precipitando nel pozzo nero della sua solitudine e umiliazione.
Sua madre, evitando di guardarla, chiudeva le imposte sospirando.
Lei le grandinava addosso parole di disperazione. Di rabbia.
Cercava un’alleata.
Sua madre continuava a parlare di rassegnazione.
Poi, una mattina fece la valigia, porse una rigida guancia al genero, l’abbracciò scuotendo la testa e decise di ripartire. (continua...)
Era piovuto molto, un fango molle e limaccioso circondava la casa colonica e rendeva insidiosi i viottoli acciottolati e fangosi.
La macchina aveva frenato, schizzi di fango erano finiti sul grembiulino di Alessandra.
Sua madre era scesa dal taxi con un sorriso impacciato e si era guardata intorno, scacciando con la mano le mosche che si avventavano su di lei, mentre l’orrore le si dipingeva sul viso, notando la puzza di letame che ammorbava l’aria, la stalla cadente e la casa rozza e squadrata che le si parava davanti, affacciandosi sullo stitico giardinetto dove alcune galline marciando impettite devastavano quei pochi fiori che, ancora non si sa come e perché, si ostinavano a sbocciare.
L’aveva aiutata a scaricare le valige: la casa, nonostante le stufe accese, era gelida. Nella confusione del momento, andando in cucina, si era accorta di aver bruciato l’arrosto.
Avevano pranzato, affettando salumi e recuperando qualche fetta d’arrosto: l’atmosfera era tesissima e anche i ragazzini tacevano, pensierosi, sbirciando l’espressione sui volti degli adulti.
Avevano scambiato poche parole mentre tutti mangiavano in fretta, poi Giovanni si era alzato accostando la sedia con violenza ed esclamando:
“Io ho da fare, scendo al paese. Sarò di ritorno per la mungitura”.
“Mi porti con te, babbo?”.
“Non posso” aveva replicato suo marito, con evidente imbarazzo.
Appena uscito il genero sua madre le aveva detto, aspra: “Ma cosa ti è saltato in mente… Perché? Perché questa pazzia di trasferirvi in campagna, improvvisarvi contadini?”
“Siamo appena arrivati…” lei aveva borbottato.
“Con tre figli, cosa puoi fare con tre figli. Te l’ho sempre detto, non puoi dire che non te l’abbia sempre detto! Non era uomo al quale imporre tre figli”.
“Imporre?” lei aveva sussurrato, aggiungendo: “Ci sono i bambini di là, abbassa il tono di voce, per favore…” mentre si metteva un dito sulle labbra, per indurla a tacere.
“Dovevi pensarci prima ai bambini.”
Aveva sperato nel suo arrivo, nel suo aiuto. In quel momento per un abbraccio che le consentisse di sfogarsi, di esprimere la paura, l’umiliazione che provava, il dolore e la rabbia che si alternavano massacrandola, per un abbraccio avrebbe dato qualunque cosa. Mentre le lacrime le strozzavano la gola, pensò "Cristo! Ma non vedi in che condizione sono? Mamma, non lo senti l’odore della mia disperazione. Sono in trappola! Sono in trappola com’eri tu: non vedo vie di fuga”.
Ma sulla cucina, più eloquente di mille parole, era calato il silenzio.
“Ho capito mamma, non ho ancora pagato il conto? Non ho ancora scontato la colpa di essere nata?"
La scelta di vivere in campagna aveva obbligato Ludovica e il marito, per la prima volta dopo anni, a condividere le giornate. Lui la guardava infastidito, una punta di disprezzo in fondo allo sguardo più significativa di qualunque parola. Lei si chiedeva chi fosse quell’estraneo che invadeva la sua cucina trascinandosi dietro i contadini dei dintorni, ridendo in modo irritante e, dopo aver stappato una bottiglia di troppo, dando fondo alle sue provviste.
Strappando ore al sonno, leggeva come una pazza, per capire e forse capirsi, alla ricerca di risposte che aveva già chiare dentro se stessa, ma non trovava il coraggio di ascoltare. Delusa dal marito si attaccavo sempre più ai figli, per i quali ormai viveva e che lui sembrava ignorare.
Sua madre, che aveva deciso di fermarsi per qualche giorno per darle una mano, le ripeteva “Tutti gli uomini sono così” ma quella frase le suonava falsa. Legata a generalizzazioni di comodo, la infastidiva e basta.
“Ti devi rassegnare” aggiungeva, concludendo con quell’ormai a stento sussurrato che faceva assumere al suo viso un’espressione da vinta, da sconfitta, che le gelava il sangue.
Giovanni si era portato in campagna un cavallo, ne comperò un altro. Arrivarono facce nuove, appassionati di equitazione. Arrivò anche una ragazza che lo guardava adorante: lui così fuori dagli schemi, così trasgressivo nonostante una moglie e tre figli. Arrivava in stivali e camicetta, profumata, fresca come una rosa, i pantaloni attillati da cavallerizza che sottolineavano la linea rotonda dei fianchi sui quali lo sguardo di Giovanni, fino a quel momento spento, si posava, insistente, accendendosi di bagliori dimenticati. Parlavano di cavalli e lei pendeva dalle sue labbra. Poi, finita la stalla, partivano e Ludovica dalle finestre della cucina li vedeva rincorrersi lungo le colline chiare di sole o cavalcare affiancati.
Per convenienza, ogni tanto, partivano con qualche amico.
Con i figli aggrappati alla gonna, anzi al grembiule diventato la sua divisa d’ordinanza, cercava con lo sguardo le loro sagome in corsa, precipitando nel pozzo nero della sua solitudine e umiliazione.
Sua madre, evitando di guardarla, chiudeva le imposte sospirando.
Lei le grandinava addosso parole di disperazione. Di rabbia.
Cercava un’alleata.
Sua madre continuava a parlare di rassegnazione.
Poi, una mattina fece la valigia, porse una rigida guancia al genero, l’abbracciò scuotendo la testa e decise di ripartire. (continua...)
sabato 9 gennaio 2010
Lavoratori: cittadini di serie B
I banchieri delle più importanti istituzioni finanziarie, tra cui l'Italia, si riuniscono per fare il punto sulla situazione. Con notevole sussiego, a denti stretti com'è loro abitudine, rilasciano stitiche dichiarazioni, manifestando comprensibile preoccupazione per un debito pubblico in forte crescita. Quello privato, fortunatamente, risulta avere un andamento più virtuoso. Ma cosa nasconde l'arida elencazione dei numeri?
L'aumento del debito pubblico è dovuto sia al salvataggio di alcuni fra i colossi del credito, di cui questi signori occupano lo scranno più alto, sia agli interventi nel settore dell'occupazione a sostegno dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. E il contenuto aumento del debito privato è legato alla crisi industriale che non favorisce certamente gli investimenti, alla contrazione dei consumi, al crollo del credito immobiliare e a una politica di concessione di prestiti più attenta alle garanzie da fornire.
Quindi i registi occulti dello psicodramma a cui stiamo assistendo, dopo aver contribuito pesantemente a provocarlo, ora protestano. Loro? Sì, proprio loro. Si riuniscono a confabulare perché sono scesi i profitti, che l'introduzione dei famigerati prodotti derivati di loro invenzione aveva fatto crescere a dismisura, e perché si profila all'orizzonte una normativa di controllo sul loro operato che li renderebbe meno liberi di scorrazzare a loro piacimento sui mercati finanziari.
Il vertice ha quindi l'obiettivo di elaborare una strategia difensiva dei privilegi bancari e, non a caso, il ministro dell'Economia, Tremonti, punta il dito su di loro. Perché il bisogno di liquidità dello Stato si soddisfa stampando carta moneta, e/o facendo sottoscrivere titoli ai risparmiatori, e/o aumentando le tasse e/o chiedendo soldi alle banche. Non occorre essere esperti di economia per capire la forza contrattuale di cui dispongono i "Signori del Credito".
Troppo grandi e importanti per fallire - causando un inevitabile ma non quantificable "effetto domino" - molte tra le banche partecipanti hanno scaricato le perdite sul bilancio statale, dando vita a degli ibridi di fatto che, pur godendo dei privilegi della società privata, non disdegnano i vantaggi dell'ente pubblico.
La lunga marcia (meglio sarebbe dire il vorticoso balletto) dei prodotti derivati a quale terra è approdata? Non si sono volatilizzati nell'aria e non sono giunti tutti a scadenza. E allora dove sono? Molti dov'erano: nei Fondi d'Investimento, nei portafogli gestiti dalle banche per conto dei loro clienti e... e nei Fondi Pensione. Con questo il cerchio si chiude: i lavoratori dipendenti (gli unici che non evadono le imposte) hanno pagato le perdite della banche e hanno investito buona parte degli accantonamenti del Tfr in prodotti derivati.
Capisco che il presidente del Consiglio volendo adeguare la Costituzione all'attuale realtà del Paese non possa che modificarla. Infatti, il dettato costituzionale parla di eguaglianza dei cittadini...
L'aumento del debito pubblico è dovuto sia al salvataggio di alcuni fra i colossi del credito, di cui questi signori occupano lo scranno più alto, sia agli interventi nel settore dell'occupazione a sostegno dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. E il contenuto aumento del debito privato è legato alla crisi industriale che non favorisce certamente gli investimenti, alla contrazione dei consumi, al crollo del credito immobiliare e a una politica di concessione di prestiti più attenta alle garanzie da fornire.
Quindi i registi occulti dello psicodramma a cui stiamo assistendo, dopo aver contribuito pesantemente a provocarlo, ora protestano. Loro? Sì, proprio loro. Si riuniscono a confabulare perché sono scesi i profitti, che l'introduzione dei famigerati prodotti derivati di loro invenzione aveva fatto crescere a dismisura, e perché si profila all'orizzonte una normativa di controllo sul loro operato che li renderebbe meno liberi di scorrazzare a loro piacimento sui mercati finanziari.
Il vertice ha quindi l'obiettivo di elaborare una strategia difensiva dei privilegi bancari e, non a caso, il ministro dell'Economia, Tremonti, punta il dito su di loro. Perché il bisogno di liquidità dello Stato si soddisfa stampando carta moneta, e/o facendo sottoscrivere titoli ai risparmiatori, e/o aumentando le tasse e/o chiedendo soldi alle banche. Non occorre essere esperti di economia per capire la forza contrattuale di cui dispongono i "Signori del Credito".
Troppo grandi e importanti per fallire - causando un inevitabile ma non quantificable "effetto domino" - molte tra le banche partecipanti hanno scaricato le perdite sul bilancio statale, dando vita a degli ibridi di fatto che, pur godendo dei privilegi della società privata, non disdegnano i vantaggi dell'ente pubblico.
La lunga marcia (meglio sarebbe dire il vorticoso balletto) dei prodotti derivati a quale terra è approdata? Non si sono volatilizzati nell'aria e non sono giunti tutti a scadenza. E allora dove sono? Molti dov'erano: nei Fondi d'Investimento, nei portafogli gestiti dalle banche per conto dei loro clienti e... e nei Fondi Pensione. Con questo il cerchio si chiude: i lavoratori dipendenti (gli unici che non evadono le imposte) hanno pagato le perdite della banche e hanno investito buona parte degli accantonamenti del Tfr in prodotti derivati.
Capisco che il presidente del Consiglio volendo adeguare la Costituzione all'attuale realtà del Paese non possa che modificarla. Infatti, il dettato costituzionale parla di eguaglianza dei cittadini...
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