Il silenzio che per anni tra lei e il marito era stato mancanza di parole, ma mai di affetto, e complicità che bastava uno sguardo a sancire o un sorriso a suggellare, aveva assunto ora una valenza diversa. Inquietante. Le parole tra loro non più superflue, ma pericolose, rese taglienti come coltelli da lei che con quelle frasi sibilline sembrava trastullarsi, senza che Gualtiero ne cogliesse il senso pur percependone l'aggressività e la furia a stento trattenuta.
Incapace di tenere testa alla moglie sul piano dialettico - nei pochi anni in cui aveva frequentato quella scuola di paese che aveva vissuto come una gabbia, una galera che gli aveva fatto conoscere, per la prima volta nella sua vita, tedio e noia, insegnandogli solo a leggere e a scrivere stentatamente, perché a far di conto, velocemente e in modo corretto, glielo avevano già insegnato la sua miseria di contadino e le ruberie del padrone - si difendeva nell'unico modo che conosceva, trattando la moglie come in campagna aveva visto trattare le donne: con arroganza e disprezzo. Considerandole petulanti come galline, ciarliere come gazze e ottuse come vacche... ma indispensabili, ovviamente, al pari degli schiavi per i padroni.
Se Gualtiero avesse soltanto intuito che lei si sentiva, in quella cucina - che lui aveva così amorevolmente dipinto di verde, perché le desse la sensazione di trovarsi in un bosco - come lui si era sentito a scuola: in trappola e come lui allora, in gabbia, nonostante le finestre (abitavano all'ultimo piano) spalancate sul cielo e quella porta di cui possedeva le chiavi e che avrebbe potuto varcare in ogni momento... ma per andare dove? In un'altra galera, anche se più complessa da definire, con le sue sbarre non sempre visibili e le sue grandiose promesse. Vere o fasulle? Ma era lei, Marilena, con quel suo sentirsi fuori luogo, fuori posto, fuori tempo massimo, dentro e fuori casa, la nota sbagliata, stridente, che rovinava il coro?
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/06/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_21.html
mercoledì 22 giugno 2011
martedì 21 giugno 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°10)
"Ci vuole poco a farsi amare nella stagione dei gelsomini, quando fioriscono i giardini... " mormorò Marilena.
Gualtiero la guardò, interdetto. "Ma cosa stai dicendo?"
"Che le stagioni cambiano" lei gli rispose.
"E allora?"
Lei tacque e tornò ai fornelli. L'inverno cingeva d'assedio la casa, ma non soltanto quella.
Gualtiero non capiva, o fingeva di non capire? Cosa era cambiato in lui? Nulla. Era l'uomo di sempre, ordinato e metodico, che la cercava nelle notti più fredde, in silenzio, riscaldandosi a quel tepore momentaneo che la pelle di lei gli aveva sempre dato. Poi, si addormentava tenendola stretta. Come sempre, come allora nella casa sul fiume.
Ma erano passati gli anni, la casa era stata venduta, avevano comperato quell'appartamento nel casermone di periferia, vicino alla fabbrica. Gualtiero a volte, finito il lavoro, si fermava all'osteria a bere un bicchiere di vino, ad ascoltare i compagni. Ma li ascoltava o ruminando quel suo silenzio, ancorato alla sua abituale visione del mondo, si limitava a valutare la bontà del vino? - si chiedeva Marilena, muovendosi nervosamente avanti e indietro nella cucina, come un inquieto uccello in una gabbia troppo stretta.
"Mussolini non mi piace", e lo disse aggressiva, portando in tavola il risotto fumante.
"Perché?"
"E' ridicolo!"
Gualtiero affondò la forchetta rigirandola nel piatto e il calore del cibo gli arrossò il viso stanco. "Ha riportato l'ordine" disse.
"Con quali metodi?" e, senza attendere la sua risposta, ostinata, una ruga sottile che le si disegnava tra le sopracciglia, concluse "e comunque é ridicolo!"
"Un cane ringhioso lo devi picchiare, anche un toro che ti molla un calcio: una legnata e via.Voi donne... Cosa ne capite, voi donne,di quello che succede fuori, nel mondo " e, dopo una breve pausa, seccato, concluse " E, ora, lasciami mangiare in pace... "
Marilena avrebbe voluto rispondergli che l'eco di ciò che stava avvenendo nel mondo, arrivava fino a lei, invadeva la sua cucina, s'insinuava prepotente nei suoi pensieri, la faceva riflettere, rendendola inquieta, dubbiosa, ma il volto di Gualtiero, gli occhi abbassati sul piatto, la mascella rigida che si muoveva mentre ritmicamente masticava, escludevano ogni possibilità di comunicazione, conferendo al silenzio, calato bruscamente sulla cucina, una insolita e fastidiosa sonorità.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/06/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_20.html
(continua... )
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lunedì 20 giugno 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°9)
Gualtiero non avrebbe più dimenticato quel giorno d'agosto... e quel dubbio su quanto aveva visto, intravvisto?, attraverso quella coltre d'acqua che cadeva dal cielo, abbattendosi sui campi dove le spighe, ormai mature, crollavano a terra falciate da quella tempesta d'acqua che sembrava non avesse fine. Era arrivata la Guardia Regia; c'erano stati interrogatori, arresti. Alcuni erano riusciti a fuggire, tra loro anche Ninetto. Il Lambertini e Desmo si erano proclamati innocenti, affermando il primo di aver appoggiato il fucile - che era abituato a portare con sé, a tracolla, solo per sparare ai cani randagi o a qualche fagiano sorpreso nei campi - accanto al calesse, e il secondo spergiurando di non averlo, quel maledetto fucile, nemmeno visto. Le donne, spaventate da quanto era successo e intimorite dai gendarmi, avevano dato versioni confuse, contrastanti.
Rosina, la madre di Decimo, era quasi impazzita dal dolore: il ragazzino, l'ultimo dei suoi dieci figli, il più piccolo della fattoria, pulcino goffo tra galletti, era stato sepolto sotto una semplice croce di legno, poiché - come aveva detto il padre - "Era ai vivi, ed erano tanti, che si doveva pensare". Ma la madre di Decimo non era riuscita a darsi pace per quella sua creatura che non c'era più, e ogni mattina passava al cimitero, lo scialle nero sulla testa, una preghiera sulle labbra e un dono stretto tra le dita: una chiocciola vuota di lumaca, un fiordaliso, un quadrifoglio o un sassolino di fiume.
In quello sguardo disperato, che si posava sospettoso su chiunque le stesse di fronte, affiorava ora, accanto alla disperazione, anche un ostinato bisogno di giustizia, perché se non aveva più un figlio da amare avrebbe dovuto avere almeno il suo assassino da odiare.
Com'era prevedibile, il raccolto era andato quasi del tutto perduto, ad alcune vacche era venuta la mastite e anche il vino aveva fatto la sua parte, risultando acidulo e così aspro da farlo sputare anche ai bevitori più incalliti.
Era seguito un anno terribile per i contadini della Bassa, e non soltanto per loro; anche nelle città la vita si era fatta difficile, con tutti quegli uomini tornati dal fronte, senza più lavoro, costretti, gli operai come i braccianti agricoli, ad accettare paghe da fame. Un'ondata di scioperi si era abbattuta sul Paese: la piccola borghesia, i ceti industriali e agrari avevano tremato, ma anche tramato... E Mussolini aveva riunito intorno a sé uomini decisi a ristabilire l'ordine, a contenere la protesta. Desmo aveva aderito con entusiasmo al fascismo, entrando prima a far parte dei Fasci Italiani di Combattimento e iscrivendosi, poco dopo, al Partito Nazionale Fascista.
E Gualtiero, dietro, anche se non sempre del tutto convinto.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/06/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_17.html
Rosina, la madre di Decimo, era quasi impazzita dal dolore: il ragazzino, l'ultimo dei suoi dieci figli, il più piccolo della fattoria, pulcino goffo tra galletti, era stato sepolto sotto una semplice croce di legno, poiché - come aveva detto il padre - "Era ai vivi, ed erano tanti, che si doveva pensare". Ma la madre di Decimo non era riuscita a darsi pace per quella sua creatura che non c'era più, e ogni mattina passava al cimitero, lo scialle nero sulla testa, una preghiera sulle labbra e un dono stretto tra le dita: una chiocciola vuota di lumaca, un fiordaliso, un quadrifoglio o un sassolino di fiume.
In quello sguardo disperato, che si posava sospettoso su chiunque le stesse di fronte, affiorava ora, accanto alla disperazione, anche un ostinato bisogno di giustizia, perché se non aveva più un figlio da amare avrebbe dovuto avere almeno il suo assassino da odiare.
Com'era prevedibile, il raccolto era andato quasi del tutto perduto, ad alcune vacche era venuta la mastite e anche il vino aveva fatto la sua parte, risultando acidulo e così aspro da farlo sputare anche ai bevitori più incalliti.
Era seguito un anno terribile per i contadini della Bassa, e non soltanto per loro; anche nelle città la vita si era fatta difficile, con tutti quegli uomini tornati dal fronte, senza più lavoro, costretti, gli operai come i braccianti agricoli, ad accettare paghe da fame. Un'ondata di scioperi si era abbattuta sul Paese: la piccola borghesia, i ceti industriali e agrari avevano tremato, ma anche tramato... E Mussolini aveva riunito intorno a sé uomini decisi a ristabilire l'ordine, a contenere la protesta. Desmo aveva aderito con entusiasmo al fascismo, entrando prima a far parte dei Fasci Italiani di Combattimento e iscrivendosi, poco dopo, al Partito Nazionale Fascista.
E Gualtiero, dietro, anche se non sempre del tutto convinto.
(continua... )
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venerdì 17 giugno 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°8)
Ninetto non l'aveva vista arrivare: aveva il sole in faccia e rideva. Centrato in piena fronte, il sangue che mescolandosi al sudore e alla pioggia gli appannava la vista, era caduto in ginocchio. Ma, quasi subito, portandosi una mano al viso e bloccando con l'altra, perentorio, i due uomini che si erano avvicinati per sorreggerlo, si era rialzato ed era sceso, ancora barcollante, dal terrapieno, lo sforzo che gli strappava dalle labbra una sorta di urlo da animale ferito. Dietro a lui, seguendone ogni passo, si erano avvicinati minacciosi anche gli altri.
Poi, l'inferno. I Dellavilla erano stati i primi a mollare i falcetti e a darsela a gambe sotto il temporale estivo, mentre il Lambertini, il viso contratto dalla paura sotto il cappello fradicio di pioggia, persa la sua abituale baldanza, indietreggiava dicendo qualcosa tra i denti che i tuoni, le urla delle donne raggruppate intorno alla porta della stalla e i gemiti delle mucche, rendevano un incomprensibile balbettio.
Poi Ninetto era quasi rotolato addosso a Desmo mentre lui, Gualtiero, si era trovato davanti altri due braccianti inferociti. Sotto l'acqua che scendeva a secchi gli uomini avvinghiati, ansimando sotto i colpi che ricevevano e restituivano, si erano ritrovati a sguazzare nel fango, tra i sassi che volavano e le donne, che uscite dalla stalla, avevano invaso l'aia gridando e mescolando alle urla, totalmente inascoltate dagli uomini che continuavano a picchiarsi, segni di croce e preghiere.
Nessuno seppe mai, con certezza, da dove fosse spuntato quel fucile, chi l'avesse portato, se fosse stato il Lambertini a sparare, oppure uno dei braccianti di Ninetto, se non Ninetto stesso, o, presa dalla disperazione, pensando soltanto di sparare un colpo in aria, una delle donne... ma qualcuno lo puntò contro la spalla e fece partire un colpo, basso, ad altezza d'uomo, no, un po' più basso, ad altezza di bambino. Decimo, il nipote più piccolo di Gualtiero, sembrò per un attimo volare, come un passero nell'aria, per poi ricadere scomposto nel fango, la maglietta che s'inzuppava d'acqua e diventava rossa, sempre più rossa, come se il bambino tenesse tra le braccia, stretto al petto, un mazzo di papaveri.
(continua... )
Alla fine la vita ti prende sempre, o quasi, per i fondelli
Ho visto ieri La versione di Barney del regista Richard J. Lewis. Risulta sempre difficile portare sullo schermo (?) un romanzo, ma nel caso in questione tale scelta avrebbe richiesto, boh, una bravura sovrumana. Se il film si salva è soprattutto grazie alla indiscussa bravura di Dustin Hoffman e Paul Giamatti.
Ricordo di aver letto il libro, anzi di averlo divorato, in una notte o poco più, resa particolarmente percettiva da una febbre da cavallo per un'influenza che mi aveva costretta a letto. Mordecai Richler, quando decide di scrivere la sua autobiografia è appesantito, ma più che dagli anni, dalla vita e lo sa, ma vorrebbe conoscere le ragioni di quel peso, frugare nel sacco che gli pende sulle spalle, quel sacco gonfio di errori, bugie sussurrate a mezza voce, piccole e grandi vigliaccherie, intelligenza genialmente ignorata e presuntuosamente rivendicata. Ma è anche malato, e questo non lo sa, ma è troppo intelligente per non intuirlo. E allora, per non impazzire o esagerare con la depressione, si ancora alle parole, s'incatena alla terra attraverso i ricordi, i suoi ricordi, quelli che lui sceglierà di selezionare per costruirsi una vita che possa rendere accettabile, giustificandola, la violenza della morte. Ma è ateo, ebreo, ironico - ancora, disgraziatamente per lui, intelligente - e quindi dalla sua memoria tracima il vero Barney, un po' coglione, apparentemente disincantato ma tanto ingenuo e fragile da credere all'amore eterno, ben sapendo che è amore di sé e per sé, e che nulla, o ben poco, ha fatto per rispettare questo sentimento, per preservarlo dai miasmi mortali del suo egoismo. A fare da sfondo alla sua storia tutta l'arroganza di quel mondo americano, stereotipato e fasullo, in cui si agitano scrittori, pseudointellettuali, registi radical-scic che passano la vita a sbranarsi, malignando uno alle spalle dell'altro e, sempre a scapito di qualcun altro, ad arricchirsi. Ma la memoria - il serbatoio della sua vera vita, il porto sicuro dal quale fuggire ma sapendo di poter sempre tornare - gli si rivolterà contro... Smangiato dall'Alzheimer, riafferrerà brandelli di emozioni autentiche, squarci momentanei di una vita che, come quasi tutti noi, avrebbe voluto diversa, ma senza avere la capacità di renderla tale.
Nel film, purtroppo, la profondità, l'ironia e l'incanto che accendono il romanzo, sfumano, rendendo la storia piacevole, ma nulla di più.
Ricordo di aver letto il libro, anzi di averlo divorato, in una notte o poco più, resa particolarmente percettiva da una febbre da cavallo per un'influenza che mi aveva costretta a letto. Mordecai Richler, quando decide di scrivere la sua autobiografia è appesantito, ma più che dagli anni, dalla vita e lo sa, ma vorrebbe conoscere le ragioni di quel peso, frugare nel sacco che gli pende sulle spalle, quel sacco gonfio di errori, bugie sussurrate a mezza voce, piccole e grandi vigliaccherie, intelligenza genialmente ignorata e presuntuosamente rivendicata. Ma è anche malato, e questo non lo sa, ma è troppo intelligente per non intuirlo. E allora, per non impazzire o esagerare con la depressione, si ancora alle parole, s'incatena alla terra attraverso i ricordi, i suoi ricordi, quelli che lui sceglierà di selezionare per costruirsi una vita che possa rendere accettabile, giustificandola, la violenza della morte. Ma è ateo, ebreo, ironico - ancora, disgraziatamente per lui, intelligente - e quindi dalla sua memoria tracima il vero Barney, un po' coglione, apparentemente disincantato ma tanto ingenuo e fragile da credere all'amore eterno, ben sapendo che è amore di sé e per sé, e che nulla, o ben poco, ha fatto per rispettare questo sentimento, per preservarlo dai miasmi mortali del suo egoismo. A fare da sfondo alla sua storia tutta l'arroganza di quel mondo americano, stereotipato e fasullo, in cui si agitano scrittori, pseudointellettuali, registi radical-scic che passano la vita a sbranarsi, malignando uno alle spalle dell'altro e, sempre a scapito di qualcun altro, ad arricchirsi. Ma la memoria - il serbatoio della sua vera vita, il porto sicuro dal quale fuggire ma sapendo di poter sempre tornare - gli si rivolterà contro... Smangiato dall'Alzheimer, riafferrerà brandelli di emozioni autentiche, squarci momentanei di una vita che, come quasi tutti noi, avrebbe voluto diversa, ma senza avere la capacità di renderla tale.
Nel film, purtroppo, la profondità, l'ironia e l'incanto che accendono il romanzo, sfumano, rendendo la storia piacevole, ma nulla di più.
giovedì 16 giugno 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°7)
Desmo, alto e largo di spalle, il passo lento e sicuro del contadino, ignorando ostentatamente gli uomini schierati sul terrapieno, aveva raggiunto con un balzo il campo di grano, ponendosi alla testa dello sparuto gruppetto di braccianti che lo seguiva, come un cane il padrone, allarmato ma anche rassicurato da tale arrogante baldanza.
Anche il Lambertini - pure lui a gambe larghe come il Ninetto, le braccia conserte, l'aria truce, il sudore che, più per la paura che per il caldo, gli ammollava il viso sparuto e appuntito da faina - aveva tirato un sospiro di sollevo.
"Le donne possono andare a mungere... " aveva detto Desmo ad alta voce, per farsi sentire da tutti, aggiungendo: "Ora al grano ci pensiamo noi! Forza ragazzi, che il tempo sta cambiando... "
Il Lambertini, riacquistato colore, saltellava di qua e di là, dando consigli ormai inutili, poiché le spighe avevano ricominciato a cadere a terra in larghi mucchi dorati sotto i colpi dei falcetti.
Dall'alto gli altri braccianti guardavano, in silenzio.
Lui, Gualtiero, ricordava di essersi avvicinato a Desmo, quasi a cercare protezione dietro le larghe spalle dell'amico. Il sole sempre più alto nel cielo aveva reso la calura quasi insopportabile, facendo ronzavano mosche e calabroni e, in sottofondo, frinire grilli e cicale, quando a quel crepitio di steli spezzati si era unito un borbottio di tuono in lontananza.
Sul terrapieno, immobili, gli altri uomini continuavano a osservare, sempre in assoluto silenzio.
Poi, erano cadute le prime gocce di pioggia: lente, rade... Il cielo aveva repentinamente cambiato colore, si era alzato il vento a scompigliare le spighe a terra, facendole volare. Una, dritta come un siluro, era arrivato sul terrapieno davanti a Ninetto che l'aveva afferrata, infilandosela tra le labbra con un gesto lento e sicuro; un sorriso largo gli aveva rilassato la mascella contratta, e mentre le gocce di pioggia s'infittivano, le nubi si addensavano e i falcetti dei mietitori si fermavano uno a uno, gli era esplosa sulla bocca quella risata che aveva contagiato in un crescendo inarrestabile tutti gli uomini schierati sul terrapieno.
"Dai e dai, avete roto 'i bali anche... " aveva urlato Ninetto, alzando il dito verso il cielo.
A quel punto era volata, anch'essa dritta come un siluro, la prima pietra.
(continua...)
http://falilulela.blogspot.com/2011/06/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_15.html
Anche il Lambertini - pure lui a gambe larghe come il Ninetto, le braccia conserte, l'aria truce, il sudore che, più per la paura che per il caldo, gli ammollava il viso sparuto e appuntito da faina - aveva tirato un sospiro di sollevo.
"Le donne possono andare a mungere... " aveva detto Desmo ad alta voce, per farsi sentire da tutti, aggiungendo: "Ora al grano ci pensiamo noi! Forza ragazzi, che il tempo sta cambiando... "
Il Lambertini, riacquistato colore, saltellava di qua e di là, dando consigli ormai inutili, poiché le spighe avevano ricominciato a cadere a terra in larghi mucchi dorati sotto i colpi dei falcetti.
Dall'alto gli altri braccianti guardavano, in silenzio.
Lui, Gualtiero, ricordava di essersi avvicinato a Desmo, quasi a cercare protezione dietro le larghe spalle dell'amico. Il sole sempre più alto nel cielo aveva reso la calura quasi insopportabile, facendo ronzavano mosche e calabroni e, in sottofondo, frinire grilli e cicale, quando a quel crepitio di steli spezzati si era unito un borbottio di tuono in lontananza.
Sul terrapieno, immobili, gli altri uomini continuavano a osservare, sempre in assoluto silenzio.
Poi, erano cadute le prime gocce di pioggia: lente, rade... Il cielo aveva repentinamente cambiato colore, si era alzato il vento a scompigliare le spighe a terra, facendole volare. Una, dritta come un siluro, era arrivato sul terrapieno davanti a Ninetto che l'aveva afferrata, infilandosela tra le labbra con un gesto lento e sicuro; un sorriso largo gli aveva rilassato la mascella contratta, e mentre le gocce di pioggia s'infittivano, le nubi si addensavano e i falcetti dei mietitori si fermavano uno a uno, gli era esplosa sulla bocca quella risata che aveva contagiato in un crescendo inarrestabile tutti gli uomini schierati sul terrapieno.
"Dai e dai, avete roto 'i bali anche... " aveva urlato Ninetto, alzando il dito verso il cielo.
A quel punto era volata, anch'essa dritta come un siluro, la prima pietra.
(continua...)
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mercoledì 15 giugno 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°6)
Gualtiero, invece, ricordava ogni particolare di quella mattina d'agosto, con il sole che incendiava i campi di grano e l'aria che sembrava percorsa da un pulviscolo d'oro... e l'Antonia che correva lungo l'argine, gridando. Era stata lei, la moglie del Ninetto - bracciante che era diventato nella zona quasi una leggenda, - a portare la notizia della riduzione della paga oraria ai braccianti, con il grembiule ancora allacciato addosso e le mani impiastricciate di farina. Ninetto, il marito, dopo averla ascoltata calmo, almeno apparentemente, si era asciugato il sudore; poi, lentamente, aveva alzato il falcetto. A quel gesto, tutti gli uomini si erano fermati all'unisono, il silenzio che calava, irreale, avvolgendo quei falcetti levati in alto, quelle spighe recise a terra, mescolate al rosso dei papaveri.
"Boia d'un mond laeder..." aveva borbottato uno degli uomini, il più anziano, asciugandosi il sudore che gli bruciava gli occhi.
Il Lambertini, l'uomo di fiducia dei padroni, era diventato pallido sotto l'ala del cappello che gli riparava il viso dal sole e gli dava un'aria da "signore", anche se, quando beveva con i contadini, solo lo sguardo che gli scivolava, ingordo, sui fianchi delle donne, lo rendeva simile ai padroni. Poi, con fare sbrigativo, aveva detto a Ninetto: "Intanto falciate, che fa un caldo boia.... ci sono quelle nuvole che non mi piacciono; se non tirate su i covoni e viene la pioggia, qui possiamo dire addio al raccolto... "
Lui, Gualtiero, era stato mandato a cercare Desmo, e se lo ricordava bene poiché tutto era cominciato in quel dannato giorno. Mentre correva lungo il viottolo aveva sentito i primi tuoni e la cappa d'afa sulla pianura farsi più soffocante.
Sotto, il ragioniere Lambertini, la camicia chiazzata di sudore e le scarpe impolverate, tentava di fronteggiare la situazione, dando ordini alle donne e scrutando ora il cielo, ora la strada dalla quale li aveva visti arrivare.
(continua.... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/06/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_12.html
"Boia d'un mond laeder..." aveva borbottato uno degli uomini, il più anziano, asciugandosi il sudore che gli bruciava gli occhi.
Il Lambertini, l'uomo di fiducia dei padroni, era diventato pallido sotto l'ala del cappello che gli riparava il viso dal sole e gli dava un'aria da "signore", anche se, quando beveva con i contadini, solo lo sguardo che gli scivolava, ingordo, sui fianchi delle donne, lo rendeva simile ai padroni. Poi, con fare sbrigativo, aveva detto a Ninetto: "Intanto falciate, che fa un caldo boia.... ci sono quelle nuvole che non mi piacciono; se non tirate su i covoni e viene la pioggia, qui possiamo dire addio al raccolto... "
Lui, Gualtiero, era stato mandato a cercare Desmo, e se lo ricordava bene poiché tutto era cominciato in quel dannato giorno. Mentre correva lungo il viottolo aveva sentito i primi tuoni e la cappa d'afa sulla pianura farsi più soffocante.
Intanto il Lambertini, di fronte al rifiuto dei braccianti di riprendere il lavoro, aveva chiamato le donne di casa, affinché affastellassero almeno le spighe già recise, per portarle al coperto. Le vacche che venivano munte dalle donne, soprattutto d'estate quando il lavoro nei campi era più faticoso e adatto agli uomini, avevano intanto cominciato a muggire e a battere gli zoccoli sul terreno, assetate, le mammelle gonfie di latte fino a scoppiare.
Quando lui e Desmo erano arrivati, dopo essere riusciti a reclutare altri braccianti - tra i quali I Dellavilla, che erano i più poveri della zona e abitavano sotto il livello del fiume, là dove alla prima pioggia il Po esondava - avevano trovato Ninetto e gli altri schierati sul terrapieno che costeggiava l'argine. Per un effetto di prospettiva, visti dai campi, posti in basso, i braccianti apparivano più alti, qualcuno a gambe larghe, le braccia incrociate, negli occhi timore ma anche rabbia e determinazione. Scuri contro il cielo, incombevano come soldati posti a guardia del raccolto.Sotto, il ragioniere Lambertini, la camicia chiazzata di sudore e le scarpe impolverate, tentava di fronteggiare la situazione, dando ordini alle donne e scrutando ora il cielo, ora la strada dalla quale li aveva visti arrivare.
(continua.... )
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