Gualtiero entrò nello stabilimento ancora vuoto. Silenzioso. Gli piaceva arrivare prima degli altri, sentire rimbombare i suoi passi, scricchiolare la porta del suo ufficio... Poi, sedersi, aspettando che gli stanzoni della fabbrica si riempissero di gente, in un crescendo di voci e tonfi, e sbuffi, e cigolii. Con pochi gesti precisi raddrizzò alcuni oggetti sulla scrivania e si sistemò comodamente sulla seggiola lasciando scorrere un'occhiata soddisfatta intorno a sé. Sentì l'inconfondibile ticchettio che annunciava l'arrivo della Rosina, un po'affannata, con nello sguardo e nel passo quella voglia malcelata di scappare, di volar via, come un passero su un ramo troppo basso, troppo esposto.
"Sono in ritardo?" balbettò entrando, il maglioncino che già le scivolava dalle spalle, mentre afferrava il grembiule.
"No" rispose Gualtiero, seguendo il profilo di quel corpo sodo di donna che la luce del mattino illuminava,
mentre la sua fantasia maschile già volava e lui immaginava che al maglioncino seguisse la camicetta... Poi, con un fruscio di seta la sottoveste; quella sottoveste che aveva a volte intravvisto - o solo immaginato - in un rapido accavallarsi di gambe.
"No, sono io in anticipo" rispose brusco, recuperando il controllo d sé, mentre un esitante battere di nocche sulla porta dell'ufficio, richiamava la sua attenzione.
"Ah Benedetto sei tu? Vieni, vieni!"
Il ragazzo entrò, un po' impacciato, restando in piedi, il basco tra le mani, davanti alla scrivania. In attesa.
"Siediti e tu, Rosina, lasciaci soli!" esclamò perentorio Gualtiero.
Benedetto si sedette, in silenzio.
"Allora, cosa mi racconti? Hai saputo qualcosa di Primo? E di Giuseppe?"
"No, li ho seguiti all'osteria, ma si sono seduti a un tavolo a parte... " cominciò il ragazzo, al quale Gualtiero non dette il tempo di continuare, interrompendolo con un gesto seccato della mano, mentre borbottava: "Ma non ti sei seduto al loro tavolo... o sistemato accanto, o messo a gironzolare nei pressi... in modo da sentire qualcosa?"
"No" rispose, piccato, l'altro, concludendo "nell'osteria tutti parlavano ad alta voce, e loro sussurravano... e poi temevo s'insospettissero".
"Va bene, va bene, allora continua a seguirli e fammi sapere. Vai,vai... che non ti paghiamo per perdere tempo", concluse Gualtiero, indicando al ragazzo la porta con un gesto eloquente del braccio.
(continua... )
domenica 25 settembre 2011
domenica 4 settembre 2011
Sono fortunata...
Francesca, i grandi occhi scuri, accesi, che tradiscono le sue origini meridionali, mi sussurra: ".... Ancora per due anni mi terranno, poi... ? Ma, oggi, è già tanto!"
Ha 39 anni, parecchi dei quali passati a fare lavori precari, spesso "in nero", mal pagati, ben lontani dalle sue capacità, ed è stanca, sì!, Francesca è stanca, mortalmente stanca. Anche il suo rapporto di coppia è entrato in crisi; il compagno ha orari di lavoro inconciliabili con i suoi. Non si vedono mai, e quando succede, litigano. Perché non ci sono i soldi per pagare la rata del mutuo né per andare in vacanza in agosto e, tanto meno, per avere un figlio. Lavorando entrambi: almeno per ancora due anni.
Ha 39 anni, parecchi dei quali passati a fare lavori precari, spesso "in nero", mal pagati, ben lontani dalle sue capacità, ed è stanca, sì!, Francesca è stanca, mortalmente stanca. Anche il suo rapporto di coppia è entrato in crisi; il compagno ha orari di lavoro inconciliabili con i suoi. Non si vedono mai, e quando succede, litigano. Perché non ci sono i soldi per pagare la rata del mutuo né per andare in vacanza in agosto e, tanto meno, per avere un figlio. Lavorando entrambi: almeno per ancora due anni.
"E poi?" le domando incerta.
"Poi si vedrà" mi risponde.
"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro... ", borbotto.
Lei sorride. Stanca, troppo stanca per rispondere. La sua energia rubata in quello stanzone, con altre seicento operaie, china sulla macchina da cucire otto ore al giorno - ma se vuoi fare gli straordinari sei bene accolta - a fare occhielli.
Quando esce vede il mondo come un gruviera: tutto a buchi.
Come un topo.
"Sono fortunata, sono ancora fortunata.... " sussurra.
A Cernobbio, Mario Monti, agitando le nivee mani dalle lunghe dita, blatera di tassi d'interesse e recessione e prodotto interno lordo e manovra da approvare. Senza indugio. Il suo sguardo non tentenna: glaciale fissa l'ascoltatore: come un gatto, pronto a dare la zampata finale alla preda.
Come un gatto.
giovedì 25 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°34)
Primo dormì poco e male: inseguito, tallonato anche nei sogni da figure minacciose che emergevano dall'oscurità all'improvviso, afferrandolo. Finalmente il suono della sveglia e il primo, lattiginoso, chiarore dell'alba lo strapparono a quel sonno angoscioso, a quegli incubi che spesso turbavano le sue notti. Sentì qualcuno muoversi in cucina... poi, il miagolio familiare della gatta. La Nera reclamava un po' di cibo - pensò, rassicurato dai suoni che, piano, piano animavano il caseggiato.
Pochi minuti dopo la gatta, infilata la finestra, prendeva la via dei tetti, scivolando sicura tra le tegole e lui, dopo essersi chiuso la porta di casa alle spalle, scendeva le scale lentamente, con quel suo passo misurato di contadino che non è abituato a rispettare orari di lavoro, che non è solito affrettarsi.
L'aria era umida, una nebbia leggera sfumava i contorni delle case e lo scalpiccio dei passi rompeva il silenzio. Intorno a lui facce ancora assonnate, baschi di traverso, molti camiciotti scuri di operai che andavano al lavoro... Tutto regolare - pensò Primo, sbirciando quei volti così simili tra loro, mentre sulla strada passavano due macchine, guidate da autisti in camicia nera. Dietro, sul sedile posteriore, uomini in divisa, impettiti a imitazione del Capo; fascisti tronfi e sicuri di sé.
Davanti a lui, dopo pochi passi, la fermata del tram, e... Giuseppe, confuso tra la gente in attesa.
Lo raggiunse mentre la sagoma scura del mezzo emergeva dalla nebbia. La gente saliva, spintonandosi tra imprecazioni e battute: qualcuno si attaccava ai sostegni esterni delle porte, oscillando pericolosamente.
"Tutto bene?" chiese Giuseppe
"Ho rinchiuso la gatta in cucina. Niente topi da inseguire; per oggi si accontenterà di mangiare un po' di avanzi" borbottò Primo.
Giuseppe rise, poi, accostandosi all'amico, rispose: "I topi sono troppo grossi, la Nera rischierebbe di essere il loro pranzo... eh, eh... "
"Hai ragione, ne ho visto uno proprio ieri sera, grosso e nero come la tonaca di un prete... " continuò Primo.
"Ah! Scommetto che ti ha seguito fino alla porta di casa. Per non lasciarsi sfuggire un boccone prelibato come te!" mormorò Giuseppe, lanciando all'amico un'occhiata indagatrice.
Poi, tacquero entrambi, lasciandosi cullare dal dondolio del mezzo che, a intervalli regolari, si fermava scaricando viaggiatori giunti a destinazione, e caricandone altri in attesa sulla strada.
Lo stabilimento, dove i due compagni lavoravano, era il capolinea del percorso e, di conseguenza, nell'ultimo tratto sul mezzo era tutto un salutarsi e darsi qualche manata sulle spalle, quasi gli operai si trovassero non su un mezzo pubblico, ma sul luogo di lavoro.
"Ehi Primo, vengono a farci visita i tuoi amici... questa settimana si farà festa in città! E tu Giuseppe, cosa ne dici?" Era stato uno degli operai più giovani a parlare, piazzandosi, a gambe larghe, davanti ai due amici che sedevano uno accanto all'altro.
Primo non lo degnò di un'occhiata, ma Giuseppe rispose, apparentemente dispiaciuto: "Io sono fascista, lasciatemi un po' di tempo e convincerò anche questa testa dura... Il Primo non è stupido... " e, accentuando l'espressione contrita e facendo il pagliaccio, aggiunse: "E' ottuso!"
Poi scoppiando in una risata, concluse: "O con le buone o con le cattive capirà da che parte deve stare!"
"Io ho già capito!" rispose Primo, lanciandogli un'occhiata decisa, mentre il tram si fermava sferragliando di fronte all'ingresso dello stabilimento.
(continua... )
lunedì 22 agosto 2011
Come un fiume la terra...
Come un fiume la terra,
la vita
incide
ferisce,
mutila
poi
carezza,
abbaglia
La tua pelle
quando esonda possiede
Sotto la luna è argento
che scintilla
e sussurra,
è grigiore di nebbia
se la campagna è brulla
E' gorgo,
che prima o poi divora,
aspettando paziente
La vita,
questa morte che aspetta,
è... una beffa perfetta.
la vita
incide
ferisce,
mutila
poi
carezza,
abbaglia
La tua pelle
quando esonda possiede
Sotto la luna è argento
che scintilla
e sussurra,
è grigiore di nebbia
se la campagna è brulla
E' gorgo,
che prima o poi divora,
aspettando paziente
La vita,
questa morte che aspetta,
è... una beffa perfetta.
sabato 20 agosto 2011
Sincerità alla luce della crisi
Il Presidente del Consiglio, gettati alle ortiche maschera e sorriso, esprime sbalordimento, dolore e vergogna per ciò che sta facendo, per le decisioni che è (stato) costretto a prendere. Stringi e condensa, il succo è questo: a pagare per uscire dalla crisi saranno anche i ricchi. Pochi e poco - ché i loro avvocati dalle parcelle miliardarie cosa ci starebbero a fare in Parlamento, se non fossero stati e non fossero ancora in grado di suggerire vie di fuga per salvare il malloppo? E così il Presidente, per la prima volta sincero, piange, perché il suo obiettivo non era questo; era quello di tutelarli (i ricchi). E i poveri? Farli soltanto sognare con promesse vane e vaghe. Mentendo.
E se i poveri cristi cominciavano a capirlo e a essere arrabbiati, possiamo immaginare i ricchi... traditi! Da uno di loro! Dopo lo sbalordimento iniziale, ora sì che sono furiosi, e pensare che avrebbero dovuto saperlo che "On n'est jamais trahì que par les siens!".
Le poltrone vacillano e la "Casta" trema, boccheggia, e privata dei suoi privilegi rischia, non solo di essere dimezzata, ma anche di perdere quei diritti acquisiti che i poveri cristi di cui sopra hanno perso ormai da anni. I potenti, abituati a tuonare contro gli evasori fiscali, vengono smascherati come tali: primo fra tutti il Ministro dell'Economia, tale Giulio Tremonti, che paga l'affitto della sua lussuosa residenza romana "in nero", ma non ha tentennamenti di sorta quando abbatte, a colpi d'accetta, ciò che resta del welfare state.
La politica al servizio di un'ideologia - cattolica, liberale, marxista e via dicendo - non esisteva più. Si era trasformata in un sistema di accordi, finte contrapposizioni, false promesse fatte ai cittadini solo per tenere in piedi un Potere sempre più oppressivo, inefficiente, corrotto e ladresco, a favore di pochi privilegiati. Un potere che elargiva denaro (facendo aumentare a livelli insostenibili il Debito pubblico) ai cittadini (più precisamente alle corporazioni più importanti che li rappresentano, diventate
centri di potere) in cambio di consenso; non per governare e guidare il Paese, ma per auto conservarsi e tutelare i propri interessi.
Questo sta emergendo con chiarezza, grazie anche alla violenza della crisi che stiamo vivendo. Qualcosa si è rotto, si è spezzato... non solo nel sistema, in profondità. Un popolo ha anche un'anima, un substrato di emozioni, di sentimenti, d’ideali. Forse è da questo giardino, segreto e incolto, che dovremo ripartire, forse avremo e abbiamo bisogno di un po' di silenzio, di stordirci meno e pensare di più. Perché non basta capire, bisogna anche "sentire" prima di rischiare di trasformare l'ironia in cinismo, gli ideali in ideologie, l’onestà in ingenuità, imbastardendoci a misura di una classe politica che ormai, come il suo re, è nuda, assolutamente nuda nell'esibire le sue vergogne.
martedì 16 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°33)
Primo camminava lento, distratto dai suoi pensieri, ripensando alle parole pronunciate dal Professore la sera prima, al termine del loro ultimo incontro. Non si trovavano mai nello stesso posto, sarebbe stato troppo pericoloso... I fascisti avevano occhi e orecchi dappertutto. Si fermò a schiacciare con il piede il mozzicone di sigaretta che aveva tenuto tra le labbra, per sbirciare alle sue spalle. Un fruscio, una sagoma indistinta più scura del buio già incombente, gli avevano dato la sensazione di essere seguito. Sentì il sangue scorrergli più veloce nelle vene, allertandogli i sensi e tendendogli i muscoli, mentre la paura amplificava ogni suono e ingigantiva, rendendola minacciosa, ogni ombra. Nulla, la strada era quasi deserta; pochi i passanti, e dall'aria innocente.
Riprese il cammino verso casa. Forse aveva ragione il Professore... Non era il momento di organizzare attentati: avevano poco tempo, pochi uomini su cui contare... Era più importante cogliere il malcontento, utilizzarlo creando collegamenti: una rete - così la definiva il professore - una rete invisibile ma capillare: lavorando nelle fabbriche, nelle campagne, con pazienza, tenacia e senza azioni di forza che, data la superiorità dei fascisti, si sarebbero concluse con processi, condanne... l'invio al confine e l'indebolimento di quella che era ancora una opposizione gracile e disorganizzata.
Di nuovo quel passo che ora rallentava, ora accelerava, ma sembrava incollato al suo. Si fermò, con la scusa di accendere un'altra sigaretta, e sbirciò alle sue spalle... una sagoma scura, il cappello con la tesa abbassata a nascondere gli occhi, le mani in tasca. Come lui, si era fermato, apparentemente alla ricerca di un numero civico, reso scarsamente visibile dal buio della sera.
Primo riprese a camminare. Anche l'altro. Svoltò a sinistra, ad angolo retto, imboccando la strada di casa. Anche l'altro. S'impose di non correre, i pugni già contratti, pronto a difendersi... Il portone di casa gli si parò davanti, la chiave sembrò incastrarsi. Poi un cigolio rassicurante, uno sguardo a sinistra, uno alle sue spalle... Nessuno!, solo quell'atrio buio e maleodorante e il tonfo del portone che si chiudeva alle sue spalle. Mentre saliva le scale, la voce della Nina,
che al solito sbraitava contro i figli, l'abbaiare del cane del pensionato del secondo piano e gli altri abituali rumori del caseggiato gli sembrarono musica celestiale, marcia nuziale capace di rallentare il battito impazzito del suo cuore. Entrato in casa, si precipitò a spiare oltre il vetro della finestra, ma senza cogliere nulla di sospetto.
Mentre grondante di sudore crollava sul letto, dal campanile della chiesa che dominava la piazza alle spalle del suo caseggiato, cominciarono a echeggiare, uno dopo l'altro, rintocchi di campana, lugubri e lenti come rintocchi di campana a morto.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/08/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_12.html
Riprese il cammino verso casa. Forse aveva ragione il Professore... Non era il momento di organizzare attentati: avevano poco tempo, pochi uomini su cui contare... Era più importante cogliere il malcontento, utilizzarlo creando collegamenti: una rete - così la definiva il professore - una rete invisibile ma capillare: lavorando nelle fabbriche, nelle campagne, con pazienza, tenacia e senza azioni di forza che, data la superiorità dei fascisti, si sarebbero concluse con processi, condanne... l'invio al confine e l'indebolimento di quella che era ancora una opposizione gracile e disorganizzata.
Di nuovo quel passo che ora rallentava, ora accelerava, ma sembrava incollato al suo. Si fermò, con la scusa di accendere un'altra sigaretta, e sbirciò alle sue spalle... una sagoma scura, il cappello con la tesa abbassata a nascondere gli occhi, le mani in tasca. Come lui, si era fermato, apparentemente alla ricerca di un numero civico, reso scarsamente visibile dal buio della sera.
Primo riprese a camminare. Anche l'altro. Svoltò a sinistra, ad angolo retto, imboccando la strada di casa. Anche l'altro. S'impose di non correre, i pugni già contratti, pronto a difendersi... Il portone di casa gli si parò davanti, la chiave sembrò incastrarsi. Poi un cigolio rassicurante, uno sguardo a sinistra, uno alle sue spalle... Nessuno!, solo quell'atrio buio e maleodorante e il tonfo del portone che si chiudeva alle sue spalle. Mentre saliva le scale, la voce della Nina,
che al solito sbraitava contro i figli, l'abbaiare del cane del pensionato del secondo piano e gli altri abituali rumori del caseggiato gli sembrarono musica celestiale, marcia nuziale capace di rallentare il battito impazzito del suo cuore. Entrato in casa, si precipitò a spiare oltre il vetro della finestra, ma senza cogliere nulla di sospetto.
Mentre grondante di sudore crollava sul letto, dal campanile della chiesa che dominava la piazza alle spalle del suo caseggiato, cominciarono a echeggiare, uno dopo l'altro, rintocchi di campana, lugubri e lenti come rintocchi di campana a morto.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/08/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_12.html
domenica 14 agosto 2011
Dov'è finito il sorriso di Berlusconi?
Avrebbero potuto bloccare - immediatamente, appena scoppiata la crisi - le vendite a termine allo scoperto. Invece i nostri hanno aspettato, mugugnando sulla liceità di un intervento che avrebbe imbrigliato, anche se soltanto per un breve periodo, la libertà del mercato, aggiungendo che tale divieto avrebbe avuto valore soltanto all'interno dei mercati regolamentati, puntualizzando che, nel 2008, all'applicazione del divieto era seguito un calo consistente nelle quotazioni dei titoli bancari... e via discorrendo. Chi compie queste operazioni - introdotte inizialmente con fini di copertura dal rischio e divenute poi, date le altissime possibilità di guadagno, operazioni speculative e madri, con sofisticati opportuni aggiustamenti, di quei figli mostruosi che sono i prodotti derivati - non è certo l'idraulico o il commesso del negozio all'angolo: sono le banche, sì sempre le banche che fanno, però, il loro lavoro. Sporco, ma legale.
Le imprese private (categoria alla quale in gran parte le banche appartengono) hanno come obiettivo il profitto, non la tutela degli orfani o l'assistenza agli anziani, quindi fanno ciò che per statuto e per legge possono e devono fare. Per legge? Ma allora sarebbe sufficiente emanare leggi che regolamentassero il loro operato? Già fatto! Quando? Dopo la crisi del '29, negli Usa, ma anche in Italia. Avete mai sentito parlare della creazione dell'IMI e dell'IRI? La BCE oggi fa quello che fece L'IRI: compra titoli che il mercato considera carta straccia... Allora, negli anni Trenta erano azioni, le azioni delle maggiori imprese italiane e il prezzo da pagare fu la nascita di un'economia mista e di quegli ibridi giuridici che furono spa con il pacchetto di maggioranza in mano pubblica (il conflitto d'interesse non è un problema nuovo e nemmeno la spartizione delle poltrone nei consigli d'amministrazione). Gli americani, autentici fautori di un'economia liberista, appena superata la crisi, ricollocarono i titoli sul mercato, creando organismi di controllo, come la Sec, ben più seria della Consob, anche se ispirata agli stessi principi.
Poi, in sordina, il sistema di norme creato a tutela del risparmiatore venne smantellato, rottamato... Perché? Be', conteneva i guadagni delle banche e - dimenticavo - tra i sostenitori del Far West bancario (ampi spazi dove poter scorrazzare liberi per i predoni del credito) ci fu, allora, l'attuale Ministro del Tesoro, Giulio Tremonti.
Oggi sono le obbligazioni del Debito pubblico il problema più spinoso. Chi investe cerca titoli sicuri ed è facile intuire quanto basso sia il livello di credibilità del Paese del bunga, bunga... , quindi si cedono titoli italiani e si acquistano titoli tedeschi o francesi. Per evitarlo lo Stato rende i titoli più appettibili alzandone i rendimenti, ma così facendo aumenta il Debito pubblico, imponendo manovre finanziarie finalizzate al conseguimento della parità di bilancio, necessariamente recessive, socialmente devastanti... e avanti di questo passo, in un balletto mortale di cifre che sta portando il Paese allo sfascio. La BCE, che è una banca, chiede bilanci credibili e subordina l'acquisto dei titoli di Stato italiani a politiche "virtuose".
Ma il Paese non conosce virtù, il Paese è stato educato - educazione purtroppo in buona parte riuscita - alla corruzione, all'amoralità dilagante, al pressapochismo, alla superficialità. E la parte sana (del Paese) è stanca, demoralizzata, arrabbiata, terribilmente impoverita, tartassata da provvedimenti che la vedono sostenere il peso maggiore di un risanamento pasticcione e confuso, preparato in tutta fretta da un apparato di governo che si è occupato, per anni, soltanto di norme 'ad personam', in grado di tutelare il presidente del Consiglio, per evitargli la galera.
E ora? Ora aspettiamo che i parlamentari - persa una settimana delle loro dorate vacanze - rientrino dalle ferie e, ritemprati (il potere stanca!) si rimettano al lavoro. Pardon!, si mettano al lavoro, organizzino, elaborino, facciano... Facciano qualcosa, facciano finalmente qualcosa per il Paese: per il Paese, non per loro!
Le imprese private (categoria alla quale in gran parte le banche appartengono) hanno come obiettivo il profitto, non la tutela degli orfani o l'assistenza agli anziani, quindi fanno ciò che per statuto e per legge possono e devono fare. Per legge? Ma allora sarebbe sufficiente emanare leggi che regolamentassero il loro operato? Già fatto! Quando? Dopo la crisi del '29, negli Usa, ma anche in Italia. Avete mai sentito parlare della creazione dell'IMI e dell'IRI? La BCE oggi fa quello che fece L'IRI: compra titoli che il mercato considera carta straccia... Allora, negli anni Trenta erano azioni, le azioni delle maggiori imprese italiane e il prezzo da pagare fu la nascita di un'economia mista e di quegli ibridi giuridici che furono spa con il pacchetto di maggioranza in mano pubblica (il conflitto d'interesse non è un problema nuovo e nemmeno la spartizione delle poltrone nei consigli d'amministrazione). Gli americani, autentici fautori di un'economia liberista, appena superata la crisi, ricollocarono i titoli sul mercato, creando organismi di controllo, come la Sec, ben più seria della Consob, anche se ispirata agli stessi principi.
Poi, in sordina, il sistema di norme creato a tutela del risparmiatore venne smantellato, rottamato... Perché? Be', conteneva i guadagni delle banche e - dimenticavo - tra i sostenitori del Far West bancario (ampi spazi dove poter scorrazzare liberi per i predoni del credito) ci fu, allora, l'attuale Ministro del Tesoro, Giulio Tremonti.
Oggi sono le obbligazioni del Debito pubblico il problema più spinoso. Chi investe cerca titoli sicuri ed è facile intuire quanto basso sia il livello di credibilità del Paese del bunga, bunga... , quindi si cedono titoli italiani e si acquistano titoli tedeschi o francesi. Per evitarlo lo Stato rende i titoli più appettibili alzandone i rendimenti, ma così facendo aumenta il Debito pubblico, imponendo manovre finanziarie finalizzate al conseguimento della parità di bilancio, necessariamente recessive, socialmente devastanti... e avanti di questo passo, in un balletto mortale di cifre che sta portando il Paese allo sfascio. La BCE, che è una banca, chiede bilanci credibili e subordina l'acquisto dei titoli di Stato italiani a politiche "virtuose".
Ma il Paese non conosce virtù, il Paese è stato educato - educazione purtroppo in buona parte riuscita - alla corruzione, all'amoralità dilagante, al pressapochismo, alla superficialità. E la parte sana (del Paese) è stanca, demoralizzata, arrabbiata, terribilmente impoverita, tartassata da provvedimenti che la vedono sostenere il peso maggiore di un risanamento pasticcione e confuso, preparato in tutta fretta da un apparato di governo che si è occupato, per anni, soltanto di norme 'ad personam', in grado di tutelare il presidente del Consiglio, per evitargli la galera.
E ora? Ora aspettiamo che i parlamentari - persa una settimana delle loro dorate vacanze - rientrino dalle ferie e, ritemprati (il potere stanca!) si rimettano al lavoro. Pardon!, si mettano al lavoro, organizzino, elaborino, facciano... Facciano qualcosa, facciano finalmente qualcosa per il Paese: per il Paese, non per loro!
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