domenica 17 giugno 2012

Onesto, onestino, onestuccio...


All'interno del Parlamento si scannano. Vecchietti che parevano così distaccati, distinti, pardon, distanti (quando si trattava di aumentare le tasse e tagliare i servizi ai cittadini)  hanno il sangue agli occhi ... Eh, già, l'oggetto del contendere  è la corruzione, qualcosa  che li riguarda da vicino, qualcosa che per molti di loro (non tutti) è carne della loro carne, è struttura portante della personalità, è un modo di essere, prima che di fare, che si è evoluto raggiungendo livelli di complessità tali da richiedere l'inserimento nella normativa anti-corruzione di nuove modalità di reato come la concussione per induzione.
E' il tentativo che uno Stato di diritto fa di imporre per legge un limite al Potere quando mostra il suo volto peggiore, quando non deve nemmeno chiedere per ottenere, quando "induce", non "costringe" a dare o fare. Anche con una semplice telefonata o un aggrottare di sopracciglio. 
Punita in maniera inferiore consentirà la riduzione dei tempi di prescrizione e punirà anche il privato indotto alla dazione o alla promessa. Sappiamo "chi" si è salvato spesso (troppo spesso) grazie alla decorrenza dei termini di prescrizione, e non possiamo non prevedere che molti imprenditori pagheranno in silenzio nel timore di essere incriminati.
Luci e ombre di una legge difficile da scrivere e da far approvare... e mi sono limitata ad esaminarne un articolo, ma il motivo del mio turbamento è un altro. Povero quel Paese che ha bisogno di stilare norme che definiscano l'onestà, tracciandone i confini, differenziandola in classi di appartenenza: onesto, onestino, onestuccio... Povero, e non di denaro, di valori!

sabato 16 giugno 2012

La memoria dell'anima

Come tutti coloro che hanno commesso molti errori, aveva pochi rimpianti, ma uno, un rimpianto tardivo, si era fatto voluminoso, ingombrante: non avere cercato (o trovato?) testimonianze "dirette" della guerra. Si era accontentata di risposte sbrigative, sguardi obliqui... silenzi. Nei racconti dei parenti solo qualche storiella divertente - sempre la stessa - su  quegli anni, quasi la vita si fosse fermata, come nella favola de "La bella addormentata nel bosco" per quei cinque interminabili anni che si erano ingoiati anche la sua prima infanzia, di cui nessuno aveva più parlato.
"Tuo padre non era proprio in guerra... " e giù un sospiro, mentre a sua madre le parole morivano sulle labbra. "La fame, oh! la fame del tempo di guerra! Se l'avessi provata non ti sogneresti di lasciare il cibo nel piatto!" 
"Anche tu mamma avevi fame?" aveva chiesto..
"No, no, io ho sempre mangiato poco... " aveva risposto, cambiando discorso, sua madre.
A confondere le acque, ulteriormente, c'era una guerra "ufficiale" che veniva raccontata a scuola, ma era solo un arido elenco di date, nomi di battaglie, comportamenti eroici di combattenti - sempre gli stessi - che, incuranti del pericolo, morivano con il sorriso e un gagliardo "Viva l'Italia" sulle labbra. Era una guerra senza sangue, senza urla di dolore, senza bestemmie, senza stupri, furti, errori, vigliaccheria... una guerra senza audio e senza video. 
Il marito della zia aveva rischiato, appena ventenne, di perdere una gamba, in Russia, a Stalingrado, e quella ferita che gli percorreva la coscia dall'inguine al ginocchio, ogni tanto se l'accarezzava, mentre lo sguardo si perdeva, lontano, isolandolo da qualunque contesto. "E' la sordità causata, in guerra, dal fragore delle cannonate. E' la sordità che lo isola... " borbottava la zia, ma lei, confusamente, sentiva di non dover andare oltre, di poterla solo spiare quella terra di nessuno, quella terra in guerra, senza porre domande perché per nessuna ci sarebbe stata una risposta. 
La guerra era un mostro invisibile di cui s'intuiva la ferocia dalle unghiate con cui aveva sbriciolato carne e mattoni... Quanti mutilati (anche tedeschi) sulla spiaggia a Lignano, alla fine degli anni Cinquanta, e quante case sventrate lungo la strada che portava alla sua scuola. E suo padre che sputava per terra quando passava un tedesco, ma poi diceva che la colpa era delle sigarette.
"La peggiore delle guerre: una guerra civile!" Ma come?, la maestra le aveva insegnato che civile significava corretto, ammodo, ma suo padre litigava con i fratelli (gli zii) ogni volta che si vedevano in quella Trieste dove i soldati americani e inglesi passeggiavano sui moli con le "mule" triestine. Perché se la guerra era finita i soldati alleati erano rimasti? E la "Cortina di ferro" cos'era? E, anche se origliava, non capiva molto, solo che suo padre la pensava diversamente dal resto della famiglia e che loro (sua madre, sua sorella e lei) erano "messe male" con uno come lui, al quale la guerra non aveva insegnato proprio nulla. 
Non sapeva, allora, che non si parla proprio di ciò che fa più male, non si parla della sofferenza profonda, quella che scardina i principi del vivere civile; della violenza che ci portiamo dentro e che la guerra non solo esalta, ma legittima e premia... Non si parla. Per pudore, per vergogna? Di ciò che si è fatto o di ciò che non si è fatto?
Poi ci fu un vecchio partigiano, durante una manifestazione... Seduta accanto a lui, sui gradini del Duomo di Milano, lo ascoltò parlare e la guerra, il mostro invisibile, prese forma, si animò, ruggì, urlò, pianse, mostrò le ferite inferte per sempre all'anima. "Paura" lei chiese e lui le rispose: "Tanta!" e lo disse senza vergognarsi, fissandola con quegli occhi stanchi, da gatto, che hanno i vecchi. Poi, passandosi una mano gonfia, incerta, sulla faccia sudata, disse "Ho sparato e ucciso, con queste mani, e" aggiunse "è inutile che me lo chieda, se fosse necessario, lo rifarei... E' per questo, grazie a quell'orrore, che siamo qui, lei e io, in questa piazza, a manifestare, a poter manifestare, per evitare che quell'orrore si ripeta" concluse. E sorrise, travasandole dentro quella "memoria dell'anima" che fino a quel momento le era mancata, mentre intorno a loro, sopra il mare di folla, si gonfiavano di vento le bandiere. Come vele.

martedì 12 giugno 2012

Avrei voluto invecchiare...

Avrei voluto invecchiare, vestendomi di rughe e di saggezza: lo sguardo attento, partecipe, di chi ha visto tanto, ha lottato sempre, ha capito qualcosa, ma la curiosità se la porta ancora addosso, come le chiavi di casa... Avrei voluto viaggiare, prendere il treno, un treno e... andare: scoprire angoli di mondo che nulla hanno in comune se non gli sguardi della gente che vi abita. Avrei voluto ridere con i miei nipoti, vederli crescere, diventare uomini e donne... Avrei voluto un quadrato di terra davanti a casa per piantarci i pomodori, e un caminetto, un bicchiere di vino rosso tra le mani, il calore dell'amicizia che si fonde con quello del fuoco.
Ma il ron ron della gatta è l'unico rumore che turba questa notte che scolora nel giorno. Vivere sarà anche oggi fatica e immaginazione, brevi passi esitanti in questa prigione che la vita, la sfiga, il destino, gli errori, la probabilità statistica, mi hanno cucito addosso?

sabato 9 giugno 2012

Autonomia e competenza alla Rai

Autonomia (di scelta e di giudizio) nonchè competenza sembrano richiedere ai pubblici controllori  gli italiani. Non tutti, certamente, ma molti. O ancora troppo pochi? Il dubbio è d'obbligo in momenti, come quello che stiamo vivendo, di incertezza dilagante, della quale il terremoto pare farsi metafora. Sembra si debba ricominciare, sembra si debba cambiare... tutto, o quasi.
Non è da mettere in sicurezza solo - e sarebbe già un compito arduo - un territorio: è un sistema di valori che va salvaguardato, protetto. Dopo averlo recuperato, perché - come in terra d'Emilia - tanto è crollato, molto traballa.
Si rinnovano i vertici delle authority? Si nomina il nuovo presidente della Rai?  Ai candidati si richiede solo questo: autonomia e competenza. L'una e l'altra, non l'una o l'altra. Entrambe. Si ha l'impressione di chiedere la luna e, a proposito di nomine, solo coloro che si muovono nell'orbita della Bocconi, e/o del contiguo mondo bancario/finanziario, rispondono ai requisiti richiesti? Eh sì che la categoria in esame non risulta essere reduce da una stagione di successi... 

giovedì 7 giugno 2012

I gattopardi non sono una fauna in estinzione...

"La sordità dei gruppi dirigenti a ogni sollecitazione di cambiamento nella gestione delle istituzioni, è parte di un codice genetico incurabile... " scrive Norma Rangeri sul "manifesto" a commento delle nomine decise, ieri, ai vertici delle Authority. Io, come Salvatore Lo leggio (che ci invita a leggere l'articolo), vedo svanire di nuovo ogni speranza di cambiamento e non so se prevalga in me la rabbia o lo sconforto.
Di nuovo - dopo tante, troppe, belle parole - ci si siede a un tavolo non per discutere di competenze, di controlli efficaci a tutela dei cittadini in settori delicatissimi quali la privacy e le comunicazioni, ma per accordarsi sulla spartizione della torta. E' il potere l'oggetto del contendere: quello perso, quello da conquistare o riconquistare, da gestire per arricchirsi. E i cittadini? Sono solo polli da spennare, perché tutto continui a funzionare. Come prima, come sempre. 
E Bersani cosa fa? Mercanteggia? Con Berlusconi? In vista dei futuri accordi sul controllo televisivo, fa capire con chiarezza che si può trattare. 
Come prima, come sempre, perché nel nostro paese i gattopardi non sono una fauna in estinzione...

mercoledì 6 giugno 2012

Luce estiva

La gatta ti insegue
luce che saetti,
tenta di'imprigionarti
con zampe di velluto
poi,
trafitta da un raggio,
t'abbandona.

Luce sapiente
perché
ancor mi scruti
con occhi di topazio?

Della fatica
mia
ogni traccia conosci,
del pudore
mio
ogni batter di ciglia

Già tutto sai
sguaiata luce estiva
che
come femmina
incedi
su rossi sandaletti
e tacchi a spilllo...

Cosa vuoi?

Infuocar l'aria
a riportar dell'estate
il sapore?
E
di  quel ballo
il ricordo?
Quel lontano fruscio di seta,
le sue mani
le mie...

Luce stordente, invadente
che te ne fai dei ricordi,
manciata di scintille
rubata a un fuoco spento...


domenica 3 giugno 2012

La speranza non presenta il conto


La speranza è sempre lì, untuosa come un prete cattolico, a sussurrarti: “Prega, prega… Dio ti ha voluto mettere alla prova!”
La speranza non demorde: è illogica, non consequenziale, fa pensieri da bambina sventata perché dei bambini possiede l’ottusa innocenza. Altrimenti che speranza sarebbe?
Non occorre tenerla viva, alimentarla, tanto lei non cede mai. Le basta uno squarcio azzurro in un cielo nuvoloso per immaginare il sereno, il riflesso appena accennato dell’alba per “vedere” il giorno. E’ paziente. Sa attendere, ma non supinamente in silenzio, oh no, scorrazzandoti intorno festosa in un’atmosfera da vigilia di nozze.
E’ gratuita, non presenta il conto come farebbe uno psicanalista, e in tempi di vacche magre come quelli in cui viviamo non é poco. Non è bugiarda, solo fantasiosa, creativa.
Vola… e qualche volta arriva nel posto giusto, al  momento giusto. E sorride. Un po’ impacciata.
Suppongo non ci credesse più, nemmeno lei...