domenica 22 febbraio 2009

La notte ci piace perché, come il ricordo, sopprime i particolari oziosi. (Borges)

Scrittura

Ho finito ieri il mio secondo libro. Si è staccato, forse sarebbe meglio dire che me lo sono strappato di dosso, come un maglione bagnato di pioggia. Cosa ci mettiamo, in un libro, di noi che lo scriviamo? Le nostre emozioni e una storia che è, o era la nostra storia, ma che ora non lo è più.
Perché il potere della scrittura, uno dei tanti, è anche quello di cambiarla la storia, piegarla a un destino diverso. Si arriva a un bivio e invece di svoltare a destra, si prende la strada a sinistra, oppure ci si ferma. Era inverno?, e noi cambiamo il colore del cielo, e spruzziamo di margherite il bordo del fosso. E ci sediamo a riflettere, mettendo in bocca al personaggio scaturito dalla nostra penna, un monologo, una riflessione articolata, consequenziale, lucida che mai la nostra impulsività personale ci avrebbe consentito. E lo seguiamo, questo personaggio che è un nostro doppio dai contorni ancora non definiti, con la sollecitudine e lo stupore di una madre. Come madri vorremmo vederlo crescere e andarsene, indipendente e autonomo, come madri veniamo lacerate dal distacco.
Ora è lì, imprigionato in quel pacco di fogli che, stranamente, non vagano più per tutta la casa, ma sono ben impilati uno sopra l’altro,e occupano così poco spazio... e pensare che sono costati tanto lavoro, tanta fatica.
Costruire un romanzo non è facile, anche se, paradossalmente lo abbiamo già tutto scritto dentro. Dentro dove? Nel cervello, nella pelle, nell’anima. Nelle decine di osservazioni appuntate in giro per la casa: sul libro delle ricette, sulla prescrizione medica, ma anche nelle rabbie, nella leggerezza di certi momenti, nello struggimento dei rimpianti, nei ricordi che ci sorprendono o ci hanno sorpreso a tradimento Lui, il romanzo, con la sua storia, è fatto di noi, delle nostre parole, idee, speranze, tic, sogni, paure e illusioni e da noi è completamente diverso.
Come un figlio.
E come un figlio che se ne fosse andato, a conquistare il suo posto nel mondo, questa mia storia parallela che ha riempito di sé tanta parte delle mie giornate, oggi, mi manca.

sabato 21 febbraio 2009

L'ISOLA SIGNORA

Mi è arrivato il libro "L'isola signora" di Marilena Monti e di getto, dopo un paio di racconti, le emozioni che mi comunca le devo condividere con i lettori del mio blog.

E' ghiaccio che circonda la collina, mi assedia e mi protegge. Rintanata nel gelo, soffio su vetri assiderati aria che sa di mandorle. Amare. Intorno a me balenano i coltelli che han reciso l’infanzia, muri si alzan di nebbia a imprigionar gli sguardi. Scivolo lungo l’ombra del giardino, dove anche il muretto crolla, anzi rovina. E’ degli sterpi il regno, dei sassi, delle pietre e della brina. Poi mi ingoio i racconti, in fretta con quell’ingordigia da folletto che tutto vuole conoscere, che teme il pensiero che piano sprofonda, trivella e affonda e arriva chissà dove. I tuoi racconti fondono i pensieri, reclamano risate, sono rosolio e vino, e gli aranceti al tramonto tutti in fiore, e notti di velluto in cieli estivi. Leggo le tue parole, di cristallo e di luce, e dentro qualche cosa mi si incrina: è un dolore lontano, un freddo antico che ogni inverno indurisce.
Per un istante sconfitti i cieli bigi della mia terra, la nebbia si disperde…

venerdì 20 febbraio 2009

Carnevale

Nelle vie d'Italia impazza il carnevale: ghigna sinistro e avanza...un po' irreale.
Prima i pagliacci poi, dietro, i buffoni: son tanti in un Paese di sbruffoni. Dopo i buffoni, a ritmo di carioca, ancheggian spumeggianti ballerine: le brasiliane son le più eccitanti, ai loro fianchi arrancan cardinali, purpurei o viola, tolgon la parola. Chi? I preti? No, le ballerine, le brasiliane, quelle più carine.
Tra loro un papa, che ha perso la tiara e, per dispetto, in testa si è ficcato un bell' elmetto...Gli dona e agli occhi suoi s'intona: ma quell'elmetto, non dimenticate, in testa a un papa stona. Eppure a lui stranamente s'intona. Chi arriva adesso? Il Re del carnevale? Irrompe col suo fascino bestiale, campeggia sopra ai carri, in alto vola, ride, sghignazza, su tutto sorvola, con grande levità a tutti toglie un po' di libertà, propone una riforma qua e là.'Na cantatina chi con me la fa? sembra dire cotesto personaggio, il cui nome vi invito a indovinare e qui davvero il gioco si fa duro perché costui sul bel paese impera e sembra dire che ogni scherzo vale, per lui, ma sempre e non soltanto a carnevale.

giovedì 19 febbraio 2009

Maschere

"A carnevale mettiamo una maschera diversa da quella che abitualmente indossiamo e chi ci sta intorno finge di non riconoscerci. Il mondo si regge sulla finzione e il carnevale la festeggia, esaltandone l’aspetto giocoso, ridanciano…” lei concluse, didattica e noiosa come soltanto un’ insegnante sa essere. Guardò l’orologio che portava al polso: ancora pochi minuti e il suono della campanella avrebbe liberato oppressi e oppressori.
Faceva ancora freddo e il cielo che s’intravedeva dalla finestra dell’aula prometteva neve.
“Prof. domani interroga?”
“No, faremo un ripasso del programma svolto nell'ultimo mese” rispose.
“Allora potremo festeggiare il carnevale?”
Annuì, composta e misurata come sempre. Il suono stridulo dalla campanella fece scattare i ragazzi verso la porta dell’aula che, nel giro di pochi secondi, si vuotò. Un berretto dimenticato, una merendina sbocconcellata sotto un banco, la lavagna polverosa e il silenzio, davano ora alla stanza quell’aria di abbandono che l’aveva sempre immalinconita.
Prese la borsa, il registro e, senza voltarsi indietro, uscì dall'aula.
Non sarebbe più tornata in quella classe, in quella scuola: aveva chiesto e ottenuto il pensionamento anticipato per malattia.
Anche lei, come tutti, aveva finto: una serenità, una sicurezza che era stata bel lungi dal possedere. E loro, gli alunni: che reazione avrebbero avuto non vedendola? Sorrise, ironica, immaginando l’urlo di gioia che sarebbe esploso nella classe all’annuncio della sua assenza. Erano ancora giovani e sinceri. Avrebbero imparato a mentire con gli anni, qualcuno però era già sulla buona strada, non potè fare a meno di pensare ricordando nonni che morivano tre volte in un anno, per evitare compiti o interrogazioni. E rivide lo sguardo astuto del Govini, che le rispondeva guardingo, falso come Giuda: “ E’ la quarta volta che mi muore un nonno, prof.? Beh, sa…le famiglie allargate.”
Era arrivata davanti al portone d’ingresso della scuola.
La bidella, che stava spazzando in fretta lamentandosi come quotidianamente faceva per la maleducazione degli alunni che la obbligava a raccattare da terra matite, biro, carte di caramelle e chewing gum spiaccicati, la salutò: “A domani, prof”.
“A domani” rispose, sorridendo educata, il portone che si chiudeva alle sue spalle con un tonfo sordo a sprangare trent’anni della sua vita.

lunedì 16 febbraio 2009

I sogni son desideri

Ci sono persone che non hanno mai preso una sbornia. Non bevono, non fumano. Non eccedono nel cibo e…nemmeno nelle parole. Temono la perdita di controllo.
Cosa succederebbe se si lasciassero andare, scivolare senza freni inibitori lungo il crinale delle passioni, delle emozioni? Chissà quali segreti hanno mandato in castigo, faccia contro il muro come bambini disobbedienti relegati in un angolo, dimenticandosi di loro? Se illuminassero gli angoli bui del loro cervello, abbattessero la porta dei ricordi, frugassero nel pattume di ciò che hanno nascosto, cosa potrebbero trovare? L’altra faccia della luna, quella in ombra…valli senza sole, in cui si rintanano i lupi per sgozzare gli agnelli. A volte è il sogno, questa terra senza tempo, questo spazio dove tutto è possibile, che manda una sciabolata di luce sui segreti, snidandoli dall’ombra e allora, eccoli riemergere, per un istante: invecchiati, bavosi, laidi, le mani adunche allungate nel tentativo di afferrarci. A chi non è capitato? Tutti sogniamo. Dietro ai segreti si spalanca un palcoscenico, suona una musica che pensavamo dimenticata, urla o sussurri, parole che non vorremmo risentire rimbombano. Il dramma esplode: torniamo bambini, o siamo i vecchi che saremo…Il sogno è diventato un incubo per concedere una possibilità di fuga ai segreti. Terrorizzati riemergiamo dal sonno.
Lo psicologo sussurra ”I sogni son desideri”.

Raccontino

Si erano appena sposati e lei non aveva ancora conosciuto i parenti del marito, suocera in testa. Erano partiti subito dopo la cerimonia diretti a quel paesino, poco più di una spruzzata di case, a qualche chilometro da Chieti, dove lui, il marito, era nato e cresciuto.
Arrivarono di sera; entrarono sospinti verso il salotto buono. Valeria, un po’ intimidita, oltre a stringere molte mani, fu quasi soffocata di baci e complimenti ai quali si sottrasse con la scusa di sistemare i bagagli.
“ Non avete fatto festa per il matrimonio, festeggeremo il carnevale; che vestito ha portato?” le chiese una signora che le volteggiava intorno curiosa, aggiungendo: “La maschera più bella sarà premiata”. Valeria sorrise, scusandosi e sottraendosi con sollievo a quell’atmosfera un po’ soffocante.
Entrò nella camera: sul letto un abito ‘Charleston,’ in velluto di seta nero, una cloche che risultò essere della sua misura e scarpine di vernice. Di lato una maschera, nera e avorio come le scarpe.
Eccitata come una bambina, indossò il vestito e si voltò verso lo specchio dell’armadio.
Guardandosi, ebbe la sensazione di vedere un’estranea. La stanza sembrò animarsi di presenze furtive, vibrarono nell’aria sospiri, mormorii di parole appena sussurrate e una risatina.
Alle sue spalle?
Che sciocca! La stanchezza e l’emozione di quella lunga giornata le stavano giocando un brutto scherzo – pensò, annodando il nastrino di velluto intorno al collo e fermandolo con un bocciolo di rosa color avorio. Troppo stretto, le dette una sensazione di soffocamento. Tentò di allentarlo, ma riuscì soltanto a stringere ulteriormente il nodo. Le sue mani afferrarono la rosa di tulle. Sentì sotto le dita inturgidirsi i petali, una spina le punse la mano. La rosa si apriva, viva. Viva? Spalancò la bocca cercando l’aria. Il nastro, quasi fosse stretto da mani invisibili la stava strangolando. Si gettò contro la finestra annaspando con le mani intorno alla gola e con le ultime forze la spalancò, sbilanciandosi nel movimento.
Il suo corpo piombò nel cortile, senza un grido, mentre il nastro di velluto si scioglieva, roteando libero nell’aria della sera in uno spampanio di petali luccicanti.
Nel salotto tutti commentavano, stupiti, la straordinaria somiglianza di Valeria con la bisnonna del marito, morta suicida precipitando dalla finestra, “oh, mio Dio!, alla vigilia di carnevale alle otto di sera del….”
L’orologio a pendolo emise il primo rintocco. Tacquero le voci, mentre altri sette colpi rimbombavano uno dopo l’altro nel silenzio attonito della casa.