Il brusco passaggio dalla luce al buio gli snebbiò il cervello. Doveva calmarsi - pensò Sigismondo mentre, incespicando negli ostacoli che non riusciva a vedere, chiamava Teresina.
" Teresina, porta un lume...Teresina!"
Poco dopo la porta si spalancava e la ragazza, appoggiata la lampada sul tavolo, spariva con la stessa velocità con cui era apparsa, quasi il vento, che andava aumentando d'intensità, se la fosse portata via. Sigismondo, alzando gli occhi verso il Moro, gli chiese: "Allora, come sono andati gli affari?" aggiungendo, con una pausa significativa "Pensavo che non ti avrei più rivisto, e forse sarebbe stato meglio".
" Ho riportato la nave e ho salvato il carico. Siamo incappati in una brutta tempesta, una delle peggiori che io abbia mai visto". Parlava lentamente, studiando il suo ex padrone, conscio della pessima accoglienza che gli era stata riservata e di quel furore, appena trattenuto, che alterava il Veneziano. Maria aveva abbandonato la stanza troppo in fretta, senza nemmeno guardarlo e la servetta sembrava terrorizzata. Forse Sigismondo aveva saputo? Ma, in tal caso, sarebbe andato subito da lui e l'avrebbe passato a fil di spada davanti ai suoi uomini. Che idiota era! Attribuiva al suo vecchio padrone le reazioni che avrebbe avuto lui. Era l' avidità, il suo bisogno di denaro che gli gelavano le parole in bocca, permettendogli solo quelle battutine da educanda per fargli capire che sapeva, ma che avrebbe finto di non sapere. E, ora, nascondeva la sua vigliaccheria dietro all'arroganza, tentando di umiliarlo, tenendolo in piedi là davanti a lui, seduto, stravaccato sulla sedia, a incenerirlo con quello sguardo carico d'odio.
Lo fissò, cogliendo la pinguedine che lo appesantiva, il colore giallognolo di chi vive di notte, l'alone scuro degli occhi che brillavano di un eccitazione malata, frutto della rabbia che l'aveva assalito alla sua vista e non certamente di una vitalità, che era ben lontano dal possedere.
Anche il Veneziano, lo studiava pensando:" Ci sei arrivato, finalmente, diavolo di un nero, che nemmeno i tuoi compari dell'inferno ti hanno voluto...Hai capito che so. Hai paura? Non si direbbe a guardarti. E allora perché non ti fai sotto, perché non reagisci alle mie provocazioni? Cosa pensi di fare?"
Ma, quando aprì la bocca per parlare, disse soltanto" Be', sei qui. Ora sono stanchissimo, Ti aspetto domani al magazzino" e, effettivamente, appariva provato, mentre con un ultimo gesto di spregio indicava la porta all'uomo, sussurrando: "Non ti trattengo oltre" e il Moro, che era rimasto immobile, quasi pietrificato fino a quel momento, dopo un'ultimo sguardo, che sanciva una tregua stabilita dai bisogni, di denaro del Veneziano, di quella donna che aveva invano tentato di dimenticare nelle bettole e nei bordelli di ogni porto, infilava la porta lasciando il Veneziano in compagnia dei suoi pensieri e dell'urlo del vento che si abbatteva con violenza sulla casa, quasi tentasse di sradicarla facendola volare nel cielo cupo dove fredde brillavano le stelle. (continua...)
martedì 28 luglio 2009
lunedì 27 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Il Moro, l'andatura elastica e sicura, entrò, fece qualche passo, accennò, piegando il tronco mentre le palpebre si abbassavano a nascondere il suo sguardo, un saluto in direzione di Maria e poi, la mano appoggiata sull'impugnatura del pugnale infilato nella cintura di seta rossa, si voltò verso Sigismondo che, ostentatamente, né si alzava, né lo invitava a sedersi, lasciandolo lì, in piedi impalato, come un servo. Sulla stanza calò il silenzio che Teresina infranse borbottando:" Vado in cucina..." mentre Maria si alzava e, rivolta ai due uomini, diceva: "Vi lascio ai vostri discorsi d'affari" aggiungendo, con un accenno di sorriso, "Avrete molte cose di cui parlare". Quindi, con un breve cenno formale in direzione del Moro che, a sua volta, chinato leggermente il capo in risposta si scostava per farla uscire dalla stanza, sussurrava "Bentornato a Trieste!" prima di chiudersi la porta alle spalle.
" Ma che bel minuetto!" borbottò sarcastico Sigismondo, versandosi da bere. Il Moro, davanti a lui, non muoveva un muscolo. In attesa. Il padrone di casa si agitò sulla seggiola, a disagio.
Quel traditore del Moro, convinto che ignorasse ciò che era accaduto, era tornato, aveva osato tornare e presentarsi a casa sua - pensò mentre, scrutandone il volto, aveva la fugace impressione di scorgere una scintilla d'ironia nello sguardo dell'uomo che, apparentemente, non denotava il minimo disagio per l'insolenza di cui il Veneziano lo faceva oggetto. Sentimenti contrastanti s'incrociavano scontrandosi dentro di lui, mentre le mani gli tremavano tradendo più che l'intensità delle sue emozioni, l'incapacità di una scelta chiara e decisa alla quale ispirare il suo comportamento. Era già stato informato - le chiacchiere volavano come il vento di bocca in bocca nell'ambiente del porto - di quel carico che riempiva la stiva e che, venduto, avrebbe risolto tutti i suoi guai con i creditori, che lo tormentavano come mosche con il ronzio fastidioso e continuo delle loro richieste. Ma il desiderio di vendicare il suo onore ferito gli mordeva l'anima e ora, ora che se lo trovava finalmente di fronte, la rabbia gli saliva al cervello, offuscandoglielo. Lo sguardo gli cadde sul pugnale che il Moro teneva infilato nella fusciacca e sulla mano che si appoggiava - o stringeva? - l'impugnatura. Lui era disarmato! E se l'altro avesse voluto...?
Sentì che il sudore gli imperlava la fronte. Incrociò, cercando di leggervi dentro i pensieri e le emozioni, lo sguardo dell'altro, ma Il Moro non si muoveva, limitandosi a seguire i suoi movimenti, il volto che sembrava privo d'espressione.
Poi, Sigismondo si alzò: lentamente. Fuori il vento aveva cominciato a soffiare. Un refolo, infilatosi nella stanza da qualche fessura, spense il lume, precipitando il locale nel buio. (continua...)
" Ma che bel minuetto!" borbottò sarcastico Sigismondo, versandosi da bere. Il Moro, davanti a lui, non muoveva un muscolo. In attesa. Il padrone di casa si agitò sulla seggiola, a disagio.
Quel traditore del Moro, convinto che ignorasse ciò che era accaduto, era tornato, aveva osato tornare e presentarsi a casa sua - pensò mentre, scrutandone il volto, aveva la fugace impressione di scorgere una scintilla d'ironia nello sguardo dell'uomo che, apparentemente, non denotava il minimo disagio per l'insolenza di cui il Veneziano lo faceva oggetto. Sentimenti contrastanti s'incrociavano scontrandosi dentro di lui, mentre le mani gli tremavano tradendo più che l'intensità delle sue emozioni, l'incapacità di una scelta chiara e decisa alla quale ispirare il suo comportamento. Era già stato informato - le chiacchiere volavano come il vento di bocca in bocca nell'ambiente del porto - di quel carico che riempiva la stiva e che, venduto, avrebbe risolto tutti i suoi guai con i creditori, che lo tormentavano come mosche con il ronzio fastidioso e continuo delle loro richieste. Ma il desiderio di vendicare il suo onore ferito gli mordeva l'anima e ora, ora che se lo trovava finalmente di fronte, la rabbia gli saliva al cervello, offuscandoglielo. Lo sguardo gli cadde sul pugnale che il Moro teneva infilato nella fusciacca e sulla mano che si appoggiava - o stringeva? - l'impugnatura. Lui era disarmato! E se l'altro avesse voluto...?
Sentì che il sudore gli imperlava la fronte. Incrociò, cercando di leggervi dentro i pensieri e le emozioni, lo sguardo dell'altro, ma Il Moro non si muoveva, limitandosi a seguire i suoi movimenti, il volto che sembrava privo d'espressione.
Poi, Sigismondo si alzò: lentamente. Fuori il vento aveva cominciato a soffiare. Un refolo, infilatosi nella stanza da qualche fessura, spense il lume, precipitando il locale nel buio. (continua...)
domenica 26 luglio 2009
Lettera a una donna geniale
Mia cara B... (con il giusto rispetto della privacy) ho cominciato a conoscerti leggendo il tuo libro e andando a curiosare sul tuo blog, già sprangato come un portone chiuso e che, pur consentendo ancora la lettura dei tuoi post, già rimandava a un altro luogo della vasta blogosfera, dove la tua presenza era, però, vaga, quasi fantasmatica. Il tuo libro mi aveva sconvolta in tutti i sensi: non soltanto per la crudeltà, l'orrore, l'incubo che raccontava e così efficacemente descriveva - la guerra si sa non è argomento per stomaci delicati - ma anche, e soprattutto, per la qualità della tua scrittura, che poteva piacere o meno ma era Scrittura: forte, esasperata, martellante, greve da non scendere nella strozza ma anche aerea e struggente come una terra che, allontanandosi, si facesse profilo sempre più esile sulla linea dell'orizzonte, lacerandosi da noi. Sei apparsa, hai brillato - luminosa, scintillante come un fuoco d'artificio in una notte estiva - sei scomparsa. Perché? Potrebbe essere stata una tua scelta, ma una persona che la scrittura se la porta nelle pelle, se la strappa dalle budella, se la sente gorgogliare in gola come rosolio, non rinuncia a scrivere e, inoltre, non rinuncia a farsi leggere, perché si scrive per essere letti, i manoscritti nei cassetti sono come le perle non indossate: muoiono.
Ti sei ricordata, quando il successo ti ha baciata di essere una donna? Hai fatto tesoro degli insegnamenti di tua madre? Te la sei ripetuta la sua esortazione alla modestia, alla ritrosia. Hai saputo arrossire al momento giusto, parlare a voce bassa, lasciare agli altri, uomini di esperienza e - prepotenza dici? - la parola? Hai creduto, per un attimo, che il successo e la genialità in una donna fossero dolci come il miele d'acacia e avessero la stessa valenza che hanno per un uomo. E sì che mamma e babbo ti hanno fatta studiare: le donne, se e quando scoprivano un erba che aiutava a partorire, non venivano premiate: venivano bruciate. Capisco, l'avevi scordato pensando che il mondo, la società fossero cambiati. La Levi Montalcini? Eccezionale! purtroppo, e quindi adatta a confermare la regola, che altro non è se non il più bieco piattume. Avresti dovuto guardarti intorno: nei luoghi dell'esercizio del potere non ci sono donne - al G8 dici? - se non, appunto, stavo per arrivarci, a dare un tocco di classe, ma leggero mi raccomando: molti sorrisi e poche parole, poiché è sempre preferibile per una donna sposare un uomo di successo, che averlo il successo. E' dello stesso avviso il nostro illuminato premier che suggerisce alle belle ragazze italiane, per superare la crisi, non di studiare e specializzarsi, ma di sposare un uomo ricco come il suo splendido rampollo, tale Piersilvio. Ascoltate la mamma ragazze e, se avete avuto la sfortuna di nascere un po' troppo sveglie, fingetevi tonte: la genialità sulle labbra di una donna non è miele. E' fiele.
Ti sei ricordata, quando il successo ti ha baciata di essere una donna? Hai fatto tesoro degli insegnamenti di tua madre? Te la sei ripetuta la sua esortazione alla modestia, alla ritrosia. Hai saputo arrossire al momento giusto, parlare a voce bassa, lasciare agli altri, uomini di esperienza e - prepotenza dici? - la parola? Hai creduto, per un attimo, che il successo e la genialità in una donna fossero dolci come il miele d'acacia e avessero la stessa valenza che hanno per un uomo. E sì che mamma e babbo ti hanno fatta studiare: le donne, se e quando scoprivano un erba che aiutava a partorire, non venivano premiate: venivano bruciate. Capisco, l'avevi scordato pensando che il mondo, la società fossero cambiati. La Levi Montalcini? Eccezionale! purtroppo, e quindi adatta a confermare la regola, che altro non è se non il più bieco piattume. Avresti dovuto guardarti intorno: nei luoghi dell'esercizio del potere non ci sono donne - al G8 dici? - se non, appunto, stavo per arrivarci, a dare un tocco di classe, ma leggero mi raccomando: molti sorrisi e poche parole, poiché è sempre preferibile per una donna sposare un uomo di successo, che averlo il successo. E' dello stesso avviso il nostro illuminato premier che suggerisce alle belle ragazze italiane, per superare la crisi, non di studiare e specializzarsi, ma di sposare un uomo ricco come il suo splendido rampollo, tale Piersilvio. Ascoltate la mamma ragazze e, se avete avuto la sfortuna di nascere un po' troppo sveglie, fingetevi tonte: la genialità sulle labbra di una donna non è miele. E' fiele.
sabato 25 luglio 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Nella sala da pranzo dei Dellapicca, le prime ombre della sera danzavano sulla tovaglia prima di acquattarsi negli angoli, in silenziosa attesa.
Sigismondo mangiava svogliatamente e Maria, davanti a lui, lo osservava incredula chiedendosi come fosse possibile che non avesse saputo dell'arrivo della Capinera. Oppure ne era a conoscenza, ma stava archittettando qualcosa? e, mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lasciava scorrere lo sguardo su quel volto maschile dalla bocca rapace e dalle guance molli e gonfie che ne lasciavano intuire l'avidità e la debolezza. Con il passare degli anni, aveva perso, a contatto con la gente del porto, anche quella patina formale di raffinatezza che l'ambiente dal quale proveniva gli aveva dato e, ora, trasudavano dai gesti e dagli sguardi la noia, il disincanto velato di cinismo e la mancanza d'iniziativa e interessi. Tutto lo infastidiva a esclusione di quel suo, sempre più stanco, rincorrere le femmine e sedere al tavolo da gioco, le carte in mano, il tacco della scarpa che, quando s'intestardiva a perdere, picchiava sul pavimento con un gesto che ne denunciava la mai superata arroganza.
Perchè non diceva nulla? Cosa aveva intenzione di fare? La gola strozzata, Maria cercava di darsi un contegno, mentre Teresina le lanciava occhiate sgomente, alludendo con il mento al padrone, il viso tondo di ragazzina che assumeva un'espressione interrogativa. Il silenzio gravava sulla stanza, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Nella mente di Maria il ricordo di due notti: quella delle nozze, con Sigismondo addormentato, senza una parola, una carezza, il peso di quel corpo estraneo che la opprimeva e, poi, l'altra, quella rubata... Il marito partito per un viaggio d'affari, e il Moro a cena. Avevano parlato tutta la notte: lui le aveva raccontato dei tramonti sul mare quando nello spazio fugace in cui la notte scaccia il giorno l'aria si riempie di sussurri e le donne pesce cantano. Pur avendo percorso tutti i mari e visto tutti i paesi, quell'uomo ricordava soprattutto i giardini della sua terra e il loro profumo in notti in cui lo scirocco non faceva dormire e la mente, stanca, partoriva sogni o incubi. L'aveva amata con una passionalità sconcertante...
Un rumore attraversò l'aria, spezzando il silenzio, scacciando i ricordi. Qualcuno aveva bussato al portone d'ingresso. Maria vide raggrinzirsi il volto del marito, mentre il cuore le balzava nel petto e il suo viso sbiancava. Poi un rumore di passi lungo il corridoio, la porta che si apriva e Teresina che, balbettante, annunciava il Moro che, alle su spalle, sfumava indistinto come un fantasma nell'oscurità del corridoio.
Sigismondo mangiava svogliatamente e Maria, davanti a lui, lo osservava incredula chiedendosi come fosse possibile che non avesse saputo dell'arrivo della Capinera. Oppure ne era a conoscenza, ma stava archittettando qualcosa? e, mentre questi pensieri le attraversavano la mente, lasciava scorrere lo sguardo su quel volto maschile dalla bocca rapace e dalle guance molli e gonfie che ne lasciavano intuire l'avidità e la debolezza. Con il passare degli anni, aveva perso, a contatto con la gente del porto, anche quella patina formale di raffinatezza che l'ambiente dal quale proveniva gli aveva dato e, ora, trasudavano dai gesti e dagli sguardi la noia, il disincanto velato di cinismo e la mancanza d'iniziativa e interessi. Tutto lo infastidiva a esclusione di quel suo, sempre più stanco, rincorrere le femmine e sedere al tavolo da gioco, le carte in mano, il tacco della scarpa che, quando s'intestardiva a perdere, picchiava sul pavimento con un gesto che ne denunciava la mai superata arroganza.
Perchè non diceva nulla? Cosa aveva intenzione di fare? La gola strozzata, Maria cercava di darsi un contegno, mentre Teresina le lanciava occhiate sgomente, alludendo con il mento al padrone, il viso tondo di ragazzina che assumeva un'espressione interrogativa. Il silenzio gravava sulla stanza, rotto soltanto dal tintinnio delle posate. Nella mente di Maria il ricordo di due notti: quella delle nozze, con Sigismondo addormentato, senza una parola, una carezza, il peso di quel corpo estraneo che la opprimeva e, poi, l'altra, quella rubata... Il marito partito per un viaggio d'affari, e il Moro a cena. Avevano parlato tutta la notte: lui le aveva raccontato dei tramonti sul mare quando nello spazio fugace in cui la notte scaccia il giorno l'aria si riempie di sussurri e le donne pesce cantano. Pur avendo percorso tutti i mari e visto tutti i paesi, quell'uomo ricordava soprattutto i giardini della sua terra e il loro profumo in notti in cui lo scirocco non faceva dormire e la mente, stanca, partoriva sogni o incubi. L'aveva amata con una passionalità sconcertante...
Un rumore attraversò l'aria, spezzando il silenzio, scacciando i ricordi. Qualcuno aveva bussato al portone d'ingresso. Maria vide raggrinzirsi il volto del marito, mentre il cuore le balzava nel petto e il suo viso sbiancava. Poi un rumore di passi lungo il corridoio, la porta che si apriva e Teresina che, balbettante, annunciava il Moro che, alle su spalle, sfumava indistinto come un fantasma nell'oscurità del corridoio.
venerdì 24 luglio 2009
Romanzo a puntate e carica dei "101"
Ricordo le solite frasi fatte degli insegnanti (anche perché ho fatto parte della categoria) del tipo "I ragazzi di oggi non scrivono più...", "oggi usano soltanto il telefono per comunicare, noi invece..". Poi la tecnologia innestò il turbo e la nostra vita cambiò. Arrivò il pc e quei ragazzi, che non sapevano tenere una penna in mano né, secondo noi insegnanti, leggere, ci costrinsero per l'ennesima volta a prendere atto dell'ottusità rassicurante delle generalizzazioni. Cominciarono infatti a scrivere e molti tra loro rivelarono doti notevoli. Fiorirono i blog che, come ben sappiamo, non sono soltanto bla, bla, bla.
Scrissero racconti, romanzi. La narrativa di tipo onnicomprensivo si diversificò, anche formalmente, nei generi letterari. Scrivere decentemente su un blog non è facilissimo: è necessario essere sintetici, chiari nonché corretti, interessanti, esaurienti, preparati, capaci di reggere il confronto dialettico imposto dai commenti, appassionati e, perché no, un tantino ironici. Be', molti di loro, scrivi che ti scrivi, si scoprirono aspiranti scrittori e, manoscritti sotto il braccio (o chiavetta USB in tasca) decisero di affrontare quel girone dell'inferno che è il mondo dell'editoria, che non è diverso dal resto del mondo. Manco per nulla! E', come ogni settore oggi, finalizzato soprattutto al guadagno e quindi un po' miope, o soltanto disinteressato a cogliere specificità interessanti e originalità che, in quanto tali, risultino nuove e/o di rottura. Meglio andare sul sicuro e non rischiare i propri soldi.
Ma "i nostri", che sono giovani, giustamente arroganti, pieni di forza, di idee, che sono una carica dei "101", non disposta a farsi sbattere una porta in faccia, girare i tacchi e andarsene con la coda tra le gambe, hanno aggirato o, perlomeno, tentato di aggirare l'ostacolo. Questi non soltanto le pensano tutte, ma utilizzano, al meglio e con originalità, gli strumenti informatici, che fanno ormai parte del loro mondo e della loro cultura. Mescolando Balzac (chino a scrivere la puntata di uno dei suoi romanzi nell'alone di luce tremolante di un lume, per tacitare i creditori) alla tecnologia più sofisticata, bypassano con la loro vitalità, fantasia e creatività l'ostacolo di un'editoria ferma, incancrenita e stantia . In che modo? Raggiungendo il lettore direttamente, senza intermediazioni: il romanzo lo si legge su un blog, si riceve per posta oppure sul telefonino mentre, appesi ai sostegni del tram, si sta andando al lavoro: direttamente dal produttore al consumatore.
E, a proposito di Balzac, hanno rispolverato anche il romanzo a puntate, carico di colpi di scena o romanzo popolare a tutti gli effetti.
La sottoscritta ne sta scrivendo uno che, iniziato per esplorare un'altra modalità di comunicazione scritta romanzata, si sta rivelando per me molto interessante per i problemi che mi costringe a affrontare, ma anche molto divertente. Anche se la mia età anagrafica mi colloca nella terza età, e quindi fuori dalla mischia, la scoperta della scrittura mi ha caricata dello stesso entusiasmo di questi ragazzi, dei quali seguo con passione e interesse il percorso, curiosa di vedere ciò che riusciranno a combinare perché loro hanno già un piede là dove io non camminerò mai...Loro sono già il nostro futuro.
Con voi ragazzi mi piacerebbe confrontarmi. Vi aspetto.
Scrissero racconti, romanzi. La narrativa di tipo onnicomprensivo si diversificò, anche formalmente, nei generi letterari. Scrivere decentemente su un blog non è facilissimo: è necessario essere sintetici, chiari nonché corretti, interessanti, esaurienti, preparati, capaci di reggere il confronto dialettico imposto dai commenti, appassionati e, perché no, un tantino ironici. Be', molti di loro, scrivi che ti scrivi, si scoprirono aspiranti scrittori e, manoscritti sotto il braccio (o chiavetta USB in tasca) decisero di affrontare quel girone dell'inferno che è il mondo dell'editoria, che non è diverso dal resto del mondo. Manco per nulla! E', come ogni settore oggi, finalizzato soprattutto al guadagno e quindi un po' miope, o soltanto disinteressato a cogliere specificità interessanti e originalità che, in quanto tali, risultino nuove e/o di rottura. Meglio andare sul sicuro e non rischiare i propri soldi.
Ma "i nostri", che sono giovani, giustamente arroganti, pieni di forza, di idee, che sono una carica dei "101", non disposta a farsi sbattere una porta in faccia, girare i tacchi e andarsene con la coda tra le gambe, hanno aggirato o, perlomeno, tentato di aggirare l'ostacolo. Questi non soltanto le pensano tutte, ma utilizzano, al meglio e con originalità, gli strumenti informatici, che fanno ormai parte del loro mondo e della loro cultura. Mescolando Balzac (chino a scrivere la puntata di uno dei suoi romanzi nell'alone di luce tremolante di un lume, per tacitare i creditori) alla tecnologia più sofisticata, bypassano con la loro vitalità, fantasia e creatività l'ostacolo di un'editoria ferma, incancrenita e stantia . In che modo? Raggiungendo il lettore direttamente, senza intermediazioni: il romanzo lo si legge su un blog, si riceve per posta oppure sul telefonino mentre, appesi ai sostegni del tram, si sta andando al lavoro: direttamente dal produttore al consumatore.
E, a proposito di Balzac, hanno rispolverato anche il romanzo a puntate, carico di colpi di scena o romanzo popolare a tutti gli effetti.
La sottoscritta ne sta scrivendo uno che, iniziato per esplorare un'altra modalità di comunicazione scritta romanzata, si sta rivelando per me molto interessante per i problemi che mi costringe a affrontare, ma anche molto divertente. Anche se la mia età anagrafica mi colloca nella terza età, e quindi fuori dalla mischia, la scoperta della scrittura mi ha caricata dello stesso entusiasmo di questi ragazzi, dei quali seguo con passione e interesse il percorso, curiosa di vedere ciò che riusciranno a combinare perché loro hanno già un piede là dove io non camminerò mai...Loro sono già il nostro futuro.
Con voi ragazzi mi piacerebbe confrontarmi. Vi aspetto.
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Romanzo a puntate I Dellapicca
Borbottando tra sé e sé, l'uomo camminava veloce lungo la stretta via del ghetto, gettando rapidi sguardi alle sue spalle, quasi temesse di essere seguito. Alzato lo sguardo, identificò la casa che cercava e bussò, rispondendo a bassa voce a chi, dall'interno, chiedeva chi fosse.
" Sono Amos, aprite: ho una notizia urgente per il Rabbi".
La porta si schiuse e una donna lo accompagnò fino allo studio dove, dopo aver bussato, venne fatto entrare.
" Felice di rivedervi, so che siete appena arrivato in città " e, dopo una misurata pausa, il vecchio concluse "con la Capinera".
" Vi porto il Moro su un piatto d'argento, anzi, a voler considerare la mercanzia che contiene la stiva della sua nave e che il sottoscritto ha inventariato, d'oro", rispose l'altro, agitandosi a disagio sotto lo sguardo del Rabbi.
" Il Moro è tornato di sua volontà: sappiamo - da uomini - quanto potente possa essere il richiamo esercitato da una donna...Non ha fatto la scelta migliore, ma la più prevedibile si! E, ora, spiegatemi il motivo della vostra visita, a un'ora così insolita".
" C'è un compenso..."
" Per che cosa?"
" Io so molte cose sul Moro".
E il giovane Amos tacque, saggiando l'effetto delle parole appena pronunciate sull'altro, ma il Rabbi, del tutto indifferente, sembrava interessato soltanto all'alone dorato che il lume disegnava sulla scrivania.
" Non vi interessa sapere che..." e la voce di Amos, che stava salendo d'intensità, assunse un timbro acuto e sgradevole che sembrò infastidire il vecchio, inducendolo a intervenire interrompendo l'altro, mentre accompagnava le sue parole con un gesto inequivocabile di commiato.
" Ho il Moro, ho la mercanzia. Mi mancano, in questo momento, solamente il silenzio e l'isolamento necessari per le mie preghiere".
Amos uscì borbottando dalla stanza dietro a quella figura di donna che si era materializzata nel buio e che lo condusse alla porta, accomiatandosi con un " Portate i miei saluti a vostra madre. Sarà felice di rivedervi" e, mentre già si chiudeva il portoncino,
" Bentornato in città e che il Signore vi protegga".
L'uomo, stizzito, borbottando qualcosa tra i denti, a lunghi passi nervosi, girò all'angolo allontanandosi lungo le vie del ghetto, mentre quel pensiero " Mi vendicherò" gli attraversava il cervello tanto da impedirgli di notare la donna chegli veniva incontro lungo la strada.
" Bentornato Amos "
" Scusatemi Yael, non vi avevo vista" e, pronunciando queste parole, lo sguardo gli cadde sulla bambina che la donna portava in braccio. Osservò stupito il contrasto tra gli occhi azzurri e le caratteristiche negroidi che conferivano una bellezza tutta particolare alla creatura che si nascose, intimidita, tra le braccia della madre.
" Che splendida figlia..." borbottò, mentre la donna, salutandolo, gli rispondeva:
" Il Signore è stato generoso con me", allontanandosi in fretta e stringendosi addosso la bambina quasi a volerla proteggere da un immaginario pericolo.
" Sono Amos, aprite: ho una notizia urgente per il Rabbi".
La porta si schiuse e una donna lo accompagnò fino allo studio dove, dopo aver bussato, venne fatto entrare.
" Felice di rivedervi, so che siete appena arrivato in città " e, dopo una misurata pausa, il vecchio concluse "con la Capinera".
" Vi porto il Moro su un piatto d'argento, anzi, a voler considerare la mercanzia che contiene la stiva della sua nave e che il sottoscritto ha inventariato, d'oro", rispose l'altro, agitandosi a disagio sotto lo sguardo del Rabbi.
" Il Moro è tornato di sua volontà: sappiamo - da uomini - quanto potente possa essere il richiamo esercitato da una donna...Non ha fatto la scelta migliore, ma la più prevedibile si! E, ora, spiegatemi il motivo della vostra visita, a un'ora così insolita".
" C'è un compenso..."
" Per che cosa?"
" Io so molte cose sul Moro".
E il giovane Amos tacque, saggiando l'effetto delle parole appena pronunciate sull'altro, ma il Rabbi, del tutto indifferente, sembrava interessato soltanto all'alone dorato che il lume disegnava sulla scrivania.
" Non vi interessa sapere che..." e la voce di Amos, che stava salendo d'intensità, assunse un timbro acuto e sgradevole che sembrò infastidire il vecchio, inducendolo a intervenire interrompendo l'altro, mentre accompagnava le sue parole con un gesto inequivocabile di commiato.
" Ho il Moro, ho la mercanzia. Mi mancano, in questo momento, solamente il silenzio e l'isolamento necessari per le mie preghiere".
Amos uscì borbottando dalla stanza dietro a quella figura di donna che si era materializzata nel buio e che lo condusse alla porta, accomiatandosi con un " Portate i miei saluti a vostra madre. Sarà felice di rivedervi" e, mentre già si chiudeva il portoncino,
" Bentornato in città e che il Signore vi protegga".
L'uomo, stizzito, borbottando qualcosa tra i denti, a lunghi passi nervosi, girò all'angolo allontanandosi lungo le vie del ghetto, mentre quel pensiero " Mi vendicherò" gli attraversava il cervello tanto da impedirgli di notare la donna chegli veniva incontro lungo la strada.
" Bentornato Amos "
" Scusatemi Yael, non vi avevo vista" e, pronunciando queste parole, lo sguardo gli cadde sulla bambina che la donna portava in braccio. Osservò stupito il contrasto tra gli occhi azzurri e le caratteristiche negroidi che conferivano una bellezza tutta particolare alla creatura che si nascose, intimidita, tra le braccia della madre.
" Che splendida figlia..." borbottò, mentre la donna, salutandolo, gli rispondeva:
" Il Signore è stato generoso con me", allontanandosi in fretta e stringendosi addosso la bambina quasi a volerla proteggere da un immaginario pericolo.
giovedì 23 luglio 2009
Nomen omen
Era superstiziosa e nello sguardo che si fissava insolente sull'interlocutore affiorava spesso una muta domanda, come se l'essenza ultima delle cose le sfuggisse, oppure percepisse il sapore del mistero nel mondo che la circondava. Senza un briciolo di mistero vivere sarebbe stato troppo difficile: l'imponderabile concatenarsi di una serie di circostanze insensibili al suo controllo avrebbe potuto fare fallire qualunque sua iniziativa o, esporla, brutalmente e suo malgrado a un impensabile successo...Quindi quel suo senso del mistero, il suo riferirsi a un arcano incomprensibile le permetteva di non assumersi mai la totale responsabilità di ciò che faceva. Aveva iniziato a scrivere con quel cognome importante, assurdo, che molti, quasi a alleggerirlo, pronunciavano con l'accento sulla prima sillaba mentre lei, pazientemente rettificava, pronunciandolo con l'accento sulla seconda sillaba. Si sprecavano le domande idiote nelle quali veniva tirato in ballo l'autore dell'Iliade e dell'Odissea. A scuola aveva dovuto sopportare ironie pesanti, mentre fioccavano altre domande senza senso sull'origine della famiglia e lei sentiva che quel cognome non le era stata assegnato dal caso. Nomen omen, un destino già segnato? Quanto a fantasia non le mancava certo, ma, a dirla tutta, fino a quel momento le aveva causato incredibili guai, dovuti alla sua marcatissima sbadataggine che le aveva complicato a dismisura la vita. Sua madre, nel tentativo di renderla meno svagata le aveva imposto studi tecnici e una laurea in Economia e Commercio che, nonostante fosse stata conseguita nei tempi regolamentari, non aveva ottenuto i risultati sperati. Lei era nata per raccontare storie e la vita l'aveva portata per mano, attraverso svolte apparentemente casuali, a quel bivio. Aveva svoltato a destra - e sì che era sempre stata di sinistra! - e era finita tra le braccia della Scrittura, come un morto di sonno in grembo a Orfeo.
E, ora, viveva per scrivere, anche se - grazie alla mamma! - non scriveva per vivere.
"Omero?"
"Sono io" rispose e gli occhi pesti le brillarono, curiosi, nel grigiore indistinto di quella giornata invernale.
E, ora, viveva per scrivere, anche se - grazie alla mamma! - non scriveva per vivere.
"Omero?"
"Sono io" rispose e gli occhi pesti le brillarono, curiosi, nel grigiore indistinto di quella giornata invernale.
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