Blanko appoggiò il bicchiere sul bancone con un gesto deciso, si calcò il berretto sulla testa e poi, dopo esersi girato, si avviò verso l'ingresso della taverna, mentre gli avventori si scostavano, rispettosi, per farlo passare. Il Moro che lo seguiva, appena varcata la soglia, gli si affiancò. Blanko si fermò, squadrandolo senza parlare, vagamente sorpreso nel constatare che l'uomo davanti a lui non sembrava a disagio sotto il suo sguardo freddo che teneva a distanza la gente.
"Mi hanno detto che state cercando un uomo che vi aiuti nelle operazioni d'imbarco del legname..."
"Cosa sapete fare?" chiese Blanko.
"Riempire una stiva a puntino, controllare gli scaricatori, reclutare marinai, organizzare un trasporto via mare... Cosa vi serve?"
"A parlare son bravi tutti" rispose lo slavo, misurando le parole, mentre lo sguardo gli scivolava sulle braccia muscolose, le spalle e il collo taurino dell'uomo davanti a lui che la giubba conteneva a stento.
"Mettetemi alla prova" e la voce del Moro era calma e ferma.
"Da dove venite? Siete solo?"
"Vengo da Trieste" e, dopo una breve esitazione, aggiunse "No, non sono solo".
"Cosa facevate a Trieste?"
"Mi occupavo di spedizioni marittime" e, altra breve pausa, "Avevo un socio".
"Avevo?" chiese Blanko.
"Vi interessa il mio lavoro o la mia storia?"
Blanko sorrise: quell'uomo, di cui aveva intuito la forza e l'attitudine al comando, gli piaceva.
Ora che il fratello, che già aveva iniziato a lavorare con lui, era morto, gli avrebbe fatto comodo poter contare su qualcuno che lo aiutasse. Valeva la pena di dargli un'opportunità. Se non si fosse dimostrato all'altezza... be', avrebbe sempre potuto cambiare idea. Però qualcosa di ciò che il Moro aveva detto l'aveva colpito: era strano che avesse scelto di andarsene da una città come Trieste per sbarcare sulle coste istriane a cercare lavoro; anche la storia del socio era poco chiara, ma in fondo quell'uomo aveva ragione: erano fatti suoi che non lo riguardavano...
Un cenno del capo pose fine al colloquio, mentre con un gesto della mano Blanko faceva segno al Moro di seguirlo, infilandosi nel caos del porto tra una pila di merce da una parte e alcuni marinai che contrattavano un ingaggio dall'altra.
La nave della Serenissima ondeggiava maestosa davanti a loro: una catasta di pali si andava innalzando sulla banchina, circondata da alcuni marinai che agganciavano i tronchi con delle funi, sollevandoli tra imprecazioni in cui s'incrociavano il veneziano, il croato e altri dialetti locali. Il palo agganciato per ultimo, dopo aver oscillato pesantemente, piombò a terra sfiorando un caricatore che, con un guizzo, lo evitò per un pelo.
"L'imbagatura è fatta male: deve essere collegato anche al centro" disse il Moro, precedendo Blanko che stava per dire la stessa cosa. Dunque - pensò - il Moro aveva parlato con cognizione di causa.
"Provate a dirigere voi le operazioni d'imbarco" gli disse e si sedette su un muretto che aveva alle spalle, pensoso, senza mai distogliere l'attenzione dall'uomo che aveva già cominciato a dare ordini. I marinai e i caricatori, dopo un momento di incertezza iniziale, ora attendevano i suoi ordini come se fosse per loro normale obbedirgli. (continua...)
venerdì 4 settembre 2009
mercoledì 2 settembre 2009
Cambiamento
Leggeva sul monitor e il sudore le si gelava addosso.
Malattie neurologiche
Era notte, una notte estiva e, dopo una giornata interminabile sotto un sole infernale, finalmente si respirava. Sotto le sue finestre, in quella Milano arrabbiata, morsa dalla crisi economica, ‘la movida’ animava la notte di clacson irritati, drogati lamentosi, coppie allacciate che si baciavano in macchina nella sosta davanti al rosso del semaforo.
Sommario.
Sferragliavano ansimando i tram…
Ululava un’ambulanza.
Sintomatologia: Cristo!,la sua. Senza ombra di dubbio
Alla radio suonavano Mozart: “Eine kleine nach musik”.
Progressiva
Aveva cinquantanove anni: era andata in pensione due anni prima e quella stanchezza tenace - refrattaria a complessi multivitaminici, rimedi omeopatici, riposo e sonno - era, ormai, una costante.
“ Sindrome da nido vuoto, depressione da pensionamento” le dicevano e lei scuoteva la testa spiegando che la depressione le sarebbe venuta se avesse continuato a battagliare, in casa e fuori casa, con adolescenti…
Degenerativa.
Poi era cominciata la rigidità: il suo corpo sottile e scattante si era come ingrippato, aveva cominciato a muoversi come una marionetta manovrata da un puparo distratto: a scatti, ogni movimento uno sforzo. Ortopedico, radiografie non avevano evidenziato nulla. Lei stava sempre peggio. “ E’ la menopausa” aveva detto sua madre.
Incurabile.
Aveva cambiato nome, non più Morbo ma Malattia, a renderla una handicappata. Pardon: una diversamente abile. Si diventa precisi per agganciare il cervello a qualcosa, qualsiasi cosa
allontani quelle parole scarne che cadono addosso come macigni.
La musica continuava, la movida anche, il tram frenava cigolando.
Lei, spento il computer, si lasciava alle spalle una vita normale.
Per sempre.
Il cambiamento entrava prepotente nella sua vita, quella sera, tracciando un ipotetico confine tra il prima e il dopo.
Nella notte estiva il verso di una civetta spezza il silenzio, fari gialli d’automobili animano a tratti la parete alle sue spalle.
Alla radio musica di Mozart: “Eine kleine nach musik”.
Ricorda quella sera e non soltanto quando sente "Una notte senza musica".
Il monitor del pc le rimanda immagini in rapida sequenza. Scrive, da quando si è ammalata scrive, come se la malattia avesse infranto il muro, il confine che la separava dalla scrittura.
Un romanzo: Confine immaginario.
Sorride. Sorride anche se ha paura.
Ancora e, nonostante tutto, sorride.
Malattie neurologiche
Era notte, una notte estiva e, dopo una giornata interminabile sotto un sole infernale, finalmente si respirava. Sotto le sue finestre, in quella Milano arrabbiata, morsa dalla crisi economica, ‘la movida’ animava la notte di clacson irritati, drogati lamentosi, coppie allacciate che si baciavano in macchina nella sosta davanti al rosso del semaforo.
Sommario.
Sferragliavano ansimando i tram…
Ululava un’ambulanza.
Sintomatologia: Cristo!,la sua. Senza ombra di dubbio
Alla radio suonavano Mozart: “Eine kleine nach musik”.
Progressiva
Aveva cinquantanove anni: era andata in pensione due anni prima e quella stanchezza tenace - refrattaria a complessi multivitaminici, rimedi omeopatici, riposo e sonno - era, ormai, una costante.
“ Sindrome da nido vuoto, depressione da pensionamento” le dicevano e lei scuoteva la testa spiegando che la depressione le sarebbe venuta se avesse continuato a battagliare, in casa e fuori casa, con adolescenti…
Degenerativa.
Poi era cominciata la rigidità: il suo corpo sottile e scattante si era come ingrippato, aveva cominciato a muoversi come una marionetta manovrata da un puparo distratto: a scatti, ogni movimento uno sforzo. Ortopedico, radiografie non avevano evidenziato nulla. Lei stava sempre peggio. “ E’ la menopausa” aveva detto sua madre.
Incurabile.
Aveva cambiato nome, non più Morbo ma Malattia, a renderla una handicappata. Pardon: una diversamente abile. Si diventa precisi per agganciare il cervello a qualcosa, qualsiasi cosa
allontani quelle parole scarne che cadono addosso come macigni.
La musica continuava, la movida anche, il tram frenava cigolando.
Lei, spento il computer, si lasciava alle spalle una vita normale.
Per sempre.
Il cambiamento entrava prepotente nella sua vita, quella sera, tracciando un ipotetico confine tra il prima e il dopo.
Nella notte estiva il verso di una civetta spezza il silenzio, fari gialli d’automobili animano a tratti la parete alle sue spalle.
Alla radio musica di Mozart: “Eine kleine nach musik”.
Ricorda quella sera e non soltanto quando sente "Una notte senza musica".
Il monitor del pc le rimanda immagini in rapida sequenza. Scrive, da quando si è ammalata scrive, come se la malattia avesse infranto il muro, il confine che la separava dalla scrittura.
Un romanzo: Confine immaginario.
Sorride. Sorride anche se ha paura.
Ancora e, nonostante tutto, sorride.
martedì 1 settembre 2009
"...risvegliarci al mattino e scoprire che non siamo soli, che sui tetti di 10, 100, 1000 scuole e uffici scolastici, una moltitudine di colleghi, tecnici, studenti, hanno acceso altre centinaia di candele della speranza e della ribellione.
Arrampicatevi sui tetti, se saremo in tanti, vinceremo con la forza della nostra determinazione.
Perchè in gioco non c'è solo il nostro posto di lavoro, ma il sapere e la conoscenza, la speranza e il futuro di un domani migliore".
dafemminismo a sud
FORZA RAGAZZE!!
Arrampicatevi sui tetti, se saremo in tanti, vinceremo con la forza della nostra determinazione.
Perchè in gioco non c'è solo il nostro posto di lavoro, ma il sapere e la conoscenza, la speranza e il futuro di un domani migliore".
dafemminismo a sud
FORZA RAGAZZE!!
lunedì 31 agosto 2009
Laborit e la classe operaia
Eccone un altro: alle quattro del mattino, il cielo ancora nero come i suoi pensieri, si è alzato e ha massacrato tutti: moglie, figli, la padrona di casa. Poi, si è gettato dalla finestra. La cronaca recita: operaio, disoccupato. Quarantasettenne. Uno dei tanti che le piccole imprese - struttura portante dell'industria italiana - licenziano ogni giorno, uno dei tanti seguiti dai Centri di salute mentale. Oh Cristo! gli operai non solamente sono pochi, ma anche matti? Prova tu a restare savio quando ti inviano una lettera di licenziamento, hai una famiglia e non hai diritto nemmeno alla Cassa Integrazione, perché chi ti licenzia è il padrone di una fabbrica con pochi dipendenti. Piccola.
Ma - a proposito - come la mettiamo con "piccolo è bello"? Non erano le nostre micro imprese considerate più duttili, in grado di reggere, adattandovisi, alla crisi?
Ho davanti agli occhi questi uomini ancora prestanti, apparentemente solidi, che improvvisamente non vanno più al lavoro. Quando trilla la sveglia è la moglie ad alzarsi, a preparare la colazione(come sempre), e magari, se ne ha il tempo, anche a mettere su il sugo. Farebbe anche il letto, ma lui, il marito, non si alza, dorme della grossa, dopo essersi rigirato tutta la notte nel letto senza prendere sonno,disturbando lei. Lei che ora mantiene la famiglia, lui compreso.
E il marito, che ha soltanto chiuso gli occhi, ma non dorme, lo sente il nervosismo della moglie, lo avverte in quei gesti tirati, in quella porta che sbatte quando lei se ne va.
Cosa fa un uomo in casa tutto il giorno? Usa "stira e ammira", fa brillare il water? E' probabile che ciondoli in pigiama e poi si piazzi davanti alla tivù, i pensieri in testa che si fanno ripetitivo/ossessivi, la rabbia che incomincia a montare. Ha chiesto agli amici, ai conoscenti, ha inviato curricula, ha lasciato brandelli di dignità, la sua dignità, nelle agenzie interinali. Ora non ce la fa più: si sente in trappola. E come Laborit insegna il topino in trappola che non vede vie d'uscita, scarica la sua aggressività sul topino che gli sta accanto, prima di scaricarla su se stesso. Ha a che fare con il cervello rettile - Laborit spiega.
E' tutto logico, drammaticamente consequenziale.
Il paradiso può attendere, la classe operaia ha appena imboccato la via dell'inferno!
Ma - a proposito - come la mettiamo con "piccolo è bello"? Non erano le nostre micro imprese considerate più duttili, in grado di reggere, adattandovisi, alla crisi?
Ho davanti agli occhi questi uomini ancora prestanti, apparentemente solidi, che improvvisamente non vanno più al lavoro. Quando trilla la sveglia è la moglie ad alzarsi, a preparare la colazione(come sempre), e magari, se ne ha il tempo, anche a mettere su il sugo. Farebbe anche il letto, ma lui, il marito, non si alza, dorme della grossa, dopo essersi rigirato tutta la notte nel letto senza prendere sonno,disturbando lei. Lei che ora mantiene la famiglia, lui compreso.
E il marito, che ha soltanto chiuso gli occhi, ma non dorme, lo sente il nervosismo della moglie, lo avverte in quei gesti tirati, in quella porta che sbatte quando lei se ne va.
Cosa fa un uomo in casa tutto il giorno? Usa "stira e ammira", fa brillare il water? E' probabile che ciondoli in pigiama e poi si piazzi davanti alla tivù, i pensieri in testa che si fanno ripetitivo/ossessivi, la rabbia che incomincia a montare. Ha chiesto agli amici, ai conoscenti, ha inviato curricula, ha lasciato brandelli di dignità, la sua dignità, nelle agenzie interinali. Ora non ce la fa più: si sente in trappola. E come Laborit insegna il topino in trappola che non vede vie d'uscita, scarica la sua aggressività sul topino che gli sta accanto, prima di scaricarla su se stesso. Ha a che fare con il cervello rettile - Laborit spiega.
E' tutto logico, drammaticamente consequenziale.
Il paradiso può attendere, la classe operaia ha appena imboccato la via dell'inferno!
domenica 30 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Blanko aveva faticosamente ripreso a lavorare portandosi nel corpo l'impaccio di quel braccio che gli faceva male e nell'anima una non sopita voglia di vendetta, ma la catasta di legname non poteva attendere e inumidirsi sotto le piogge primaverili. Quella mattina aveva ripreso il lavoro e i tronchi stavano già ordinatamente scendendo a valle uno dietro l'altro quando Blanko, dopo aver incaricato il suo uomo di fiducia di controllare il lavoro a monte, riempita la bisaccia, era salito sul suo mulo e aveva preso la strada a tornanti che portava alla costa per seguire le operazioni di imbarco. Avanzava lento, insensibile alla bellezza del panorama che il sole nascente svelava davanti ai suoi occhi. La strada tagliava boschi fitti di vegetazione che si stagliavano, in tutte le tonalità del verde, contro l'azzurro di un cielo che il mare rifletteva, trasparente in prossimità della costa, più intenso al largo, dove le onde mosse dal vento ne increspavano la supeficie in riccioli spumosi che il sole rendeva cangianti. Nel porto si muovevano neri come formiche uomini e carretti e un brusio indistinto cominciava ad arrivare fino a lui nel silenzio della mulattiera, rotto, fino a quel momento, soltanto dal canto degli uccelli e da qualche fruscio di animale selvatico che sentendo gli zoccoli del mulo s'acquattava nel sottobosco. Ancora un paio di curve e sarebbe stato in grado di stabilire, dalle bandiere che garrivano al vento sui pennoni dei velieri, i loro paesi di provenienza. Quello che faceva la spola con l'Istria e che apparteneva alla Serenissima, l'aveva già individuato, ma quello accanto... ah eccola, ora la bandiera gonfia di vento lasciava intravedere qualcosa: l'aquila imperiale della marina austriaca. Quel veliero veniva da Trieste, la città dove si era recato per affari un paio di volte e che gli era rimasta nel cuore. Abituato alla vita di paese, legato a tradizioni e usanze del tutto diverse, era rimasto sbalordito da quella città in pieno sviluppo, dove il denaro si guadagnava con facilità ma si perdeva con altrettanta rapidità. Gli era sembrata una città affascinante, ma anche pericolosa, con i suoi bordelli e le taverne dove i marinai appena sbarcati si giocavano tutto ciò che avevano, ai dadi o alle carte. Immerso nei suoi pensieri non si era nemmeno reso conto di essere ormai giunto all'ultima curva che, in mezzo a pini marittimi che davano un sottile profumo di resina all'aria, si allargava in una strada più ampia che portava direttamente al porto. Alla sua sinistra la locanda - dove legato l'asino, si beveva qualcosa di forte d'inverno e di fresco d'estate - era piena di avventori. Blanko scese dall'animale. Conosceva quasi tutti e quando, dopo aver assicurato il mulo alla staccionata, fece il suo ingresso nel locale, il silenzio, pesante come una scure fatta calata su un ceppo, scese sul locale.
Poi, uno degli uomini, che seduto davanti al bancone stava bevendo, gli si fece incontro e lo abbracciò. Altri lo seguirono dimostrandogli, nel loro modo rude e privo di convenevoli, la loro partecipazione alla tragedia che l'aveva colpito. Evidentemente a notizia dell'agguato aveva già fatto il giro, di bocca in bocca, di tutto il circondario. Gli arrrivavano manate sulle spalle e parole di conforto, mentre tutti ordinavano al banconiere di versargli da bere. Blanko, che si stava chiedendo cosa pensassero di lui, della sua mancata vendetta, li guardava negli occhi cercando di coglier ciò che le parole non svelavano.
Ad un tratto gli si parò davanti un negro gigantesco, alto come lui e altrettanto prestante.
Lo guardò sorpreso: non l'aveva mai visto da quelle parti. L'uomo che gli stava accanto gli sussurrò: "E' un foresto, appena arrivato da Trieste. Si fa chiamare Il Moro ed è uno con il quale non è il caso di scherzare: ha con sé una donna d'incredibile bellezza e una bambina. Hanno preso alloggio in una delle locande del porto..."
Blanko gli porse la mano e ne incrociò lo sguardo. Stupito ebbe la sensazione di cogliervi lo stesso disperato dolore che rendeva febbricitanti e smarriti i suoi occhi.(continua...)
Poi, uno degli uomini, che seduto davanti al bancone stava bevendo, gli si fece incontro e lo abbracciò. Altri lo seguirono dimostrandogli, nel loro modo rude e privo di convenevoli, la loro partecipazione alla tragedia che l'aveva colpito. Evidentemente a notizia dell'agguato aveva già fatto il giro, di bocca in bocca, di tutto il circondario. Gli arrrivavano manate sulle spalle e parole di conforto, mentre tutti ordinavano al banconiere di versargli da bere. Blanko, che si stava chiedendo cosa pensassero di lui, della sua mancata vendetta, li guardava negli occhi cercando di coglier ciò che le parole non svelavano.
Ad un tratto gli si parò davanti un negro gigantesco, alto come lui e altrettanto prestante.
Lo guardò sorpreso: non l'aveva mai visto da quelle parti. L'uomo che gli stava accanto gli sussurrò: "E' un foresto, appena arrivato da Trieste. Si fa chiamare Il Moro ed è uno con il quale non è il caso di scherzare: ha con sé una donna d'incredibile bellezza e una bambina. Hanno preso alloggio in una delle locande del porto..."
Blanko gli porse la mano e ne incrociò lo sguardo. Stupito ebbe la sensazione di cogliervi lo stesso disperato dolore che rendeva febbricitanti e smarriti i suoi occhi.(continua...)
sabato 29 agosto 2009
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
La gatta miagola contrariata, osservando la pioggia in questa mattina di fine agosto che è già preludio d'autunno. Oltre i vetri della finestra il pino trasuda umidità, mentre sbocciano gli ombrelli. Anche oggi sarà giornata da bollino rosso sulle strade. Rientrano i vacanzieri.
Il primo dell'anno non cade a gennaio, cade a settembre.
Gli operai, rappresentanti di una classe sociale data per dispersa, ritornano: abbarbicati alle gru, pericolanti dai tetti, in pieno sciopero della fame, difendono con la forza della disperazione il loro lavoro. E i padroni difendono i loro profitti, comprimendo i costi di produzione, in primis stipendi e salari, poiché i prezzi non possono essere aumentati, vista la contrazione dei consumi e la concorrenza dei paesi emergenti.
I giochi sporchi si fanno di nascosto: ricordo Trentin, con gli occhi bassi, a borbottare di concertazione, comunicandoci l'abolizione della scala mobile decisa in agosto. E la copertura dall'inflazione? Ci avrebbero pensato economisti e banchieri a manovrare tassi d'interesse, riserve bancarie, emissione di titoli di Stato... Abbiamo visto come. Ora uno di loro, il ministro Tremonti, spara a zero sulla categoria, invitando al silenzio i suoi rappresentanti.
Condivido: un minuto per commemorare i morti sul lavoro e il massacro di una generazione che, in larga parte, non avrà mai un posto di lavoro stabile, né una pensione, né una casa, né dei figli.
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
Il primo dell'anno non cade a gennaio, cade a settembre.
Gli operai, rappresentanti di una classe sociale data per dispersa, ritornano: abbarbicati alle gru, pericolanti dai tetti, in pieno sciopero della fame, difendono con la forza della disperazione il loro lavoro. E i padroni difendono i loro profitti, comprimendo i costi di produzione, in primis stipendi e salari, poiché i prezzi non possono essere aumentati, vista la contrazione dei consumi e la concorrenza dei paesi emergenti.
I giochi sporchi si fanno di nascosto: ricordo Trentin, con gli occhi bassi, a borbottare di concertazione, comunicandoci l'abolizione della scala mobile decisa in agosto. E la copertura dall'inflazione? Ci avrebbero pensato economisti e banchieri a manovrare tassi d'interesse, riserve bancarie, emissione di titoli di Stato... Abbiamo visto come. Ora uno di loro, il ministro Tremonti, spara a zero sulla categoria, invitando al silenzio i suoi rappresentanti.
Condivido: un minuto per commemorare i morti sul lavoro e il massacro di una generazione che, in larga parte, non avrà mai un posto di lavoro stabile, né una pensione, né una casa, né dei figli.
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
La madre di tutte le libertà
In un linguaggio contenuto, mai enfatico, chiaro e, ripeto, elegante nella sua sobrietà, un internauta mi parla della sua esperienza di blogger e mi colpisce non tanto per la sua competenza, ma forse perché il suo amore per la Rete - questo mare virtuale che la tecnologia ci ha messo a disposizione che ogni giorno lascia sulla spiaggia, come conchiglie, migliaia di post - così diverso, nella modalità in cui si manifesta, dal mio, è perfettamente eguale al mio in un altro aspetto.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
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