Nella notte scura e silenziosa soltanto un brusio di fondo, ma poco più d un bisbiglio, un ronzio come di calabroni in un prato a caccia di nettare, ma meno ingordo, più contenuto. Intorno a lei, appena intuibili attraverso i vetri della finestra, sfumavano nel buio i contorni delle case con le finestre chiuse. Solo qualche fanale spandeva un alone di luce opaca lottando con le brume della notte per conquistarsi uno spazio circolare che sembrava vibrasse, come di freddo. Le sue dita scivolavano sui tasti leggere, carezzevoli, e, in quel mondo che sembrava essersi addormentato di botto, quasi per effetto di un colpo di bacchetta magica, un altro mondo vegliava ritagliandosi uno spazio - una dimensione aerea e sconfinata senza case, né cemento, né terra , né macchine, - nel quale incontrarsi grazie a quegli schermi luminosi che accendevano la notte e a quelle cascate di numeri e lettere che volavano disperdendosi in quel cielo nero, appena soffuso di stelle, a colmarlo di parole.
Lei ,vecchia signora malandata, spintonata fuori dalla mischia della vita attiva, rinchiusa in quella sua casa silenziosa, le parole racchiuse nei libri - vorticanti nel cervello come falene impazzite intorno a una luce - che, come predoni affamati di spazio, si mangiavano le sue case, che cosa avrebbe potuto fare per sentirsi ancora parte di quel flusso vitale? Per riprovare l'eccitazione che le pervadeva il sangue, facendola camminare avanti e indietro lungo i percorsi obbligati delle tante aule dove aveva insegnato, quando riusciva ad afferrare, e a tenere tra le dita, la curiosità di quegli occhi troppo spesso distratti sottraendoli alla noia e alla fatica di quelle ore, troppe, passate sui banchi a ingoiare nozioni come oche da foie gras, il mangime.
Ai margini della vita attiva, con la prospettiva dell'uncinetto e dei pomeriggi con i, pur adorabili, nipotini la vita le aveva offerto un'altra chance. Era stato... Divertente? Direi di più: esaltante! La sua curiosità, che si stava spegnendo per mancanza di stimoli, avevo ripreso forza, come un fuoco quasi spento, per effetto di una energica soffiata. Quell'età anagrafica, che sembrava l'avesse confinata in un ghetto e, non paga, in un ghetto ancora più limitato, la malattia, ora pareva non esistessero più.
All'interno della Rete, i suoi fruitori avevano diritto di cittadinanza per ciò che avevano da dire e i sentimenti che riuscivano a esprimere: l'età non era così importante, anche perché gli internauti sembravano essere mediamente preparati, curiosi e ... Appassionati? Sì, molti erano lettori accaniti, parecchi scrivevano, altri erano musicisti o pittori, se non grafici. Be', era un bel mondo e il fatto che fosse virtuale, lungi dall'essere un limite, gli conferiva una leggerezza che gli consentiva da volare di fiore in fiore in quella blogosfera costellata di blog come un prato in primavera di margherite.
Erano stati quello strumento, il pc, e quel mondo, la blogosfera, l'uno a facilitare e l'altro a far divampare quella passione che, affogata per troppi anni nella risciacquatura dei piatti, si era svilita in quelle pagine d'agenda dove l'avvio di un racconto s'incagliava sulla stanchezza della giornata - che prendeva il sopravvento - o s'inframmezzava a un "portare i compiti corretti in quinta", " comperare frutta e formaggio" e altre simili amenità. La passione per la scrittura era diventata la sua vita. Aveva conosciuto molte persone, erano nate alcune amicizie: importanti, con persone sulla sua lunghezza d'onda - pensò, sistemandosi comodamente sulla seggiola e digitando sulla tastiera il titolo dell'ultimo racconto, mentre intorno a lei il silenzio s'impadroniva della casa e la gatta, occupata la sua postazione prediletta, si acciambellava sulla stampante, mentre la notte s'incollava ai vetri della finestra, origliando curiosa.
http://falilulela.blogspot.com/2009/12/blog-mon-amour.html Blog, mon amour
http://falilulela.blogspot.com/2009/12/ancora-blog.html Ancora blog
giovedì 27 maggio 2010
martedì 25 maggio 2010
Il folletto
Come sua madre, invecchiando, aveva fatto sua quella frase "Buona salute e cattiva memoria" per alzare difese che la proteggessero dal dolore, per rintanarsi in un angolo, sperando che la vita la dimenticasse, sfiorandola appena nel suo irrompere cieco e violento. Camminava, più che pigramente, lentamente, un po' distratta, persa nei suoi pensieri che non erano granché, ma comunque le occupavano la mente. Intorno a lei vecchie case, terrazzini miseri, gerani rossi striminziti che lasciavano intravedere tende, dai colori accesi, stirate con cura. Tutto anonimo, ricco soltanto di quella attenzione e precisione che sono gli unici elementi in grado di differenziare il lavoro di una casalinga da quello di un'altra. Il cielo si stava rannuvolando e l'inverno se lo sentiva ancora attaccato ai calcagni come un cane rabbioso, mentre affrettava il passo, sbirciando quelle nuvole sempre più scure, diretta al negozio di alimentari che era appena dietro l'angolo. Arrivò un po' ansante davanti all'ingresso lasciandosi alle spalle le prime gocce di poggia; entrò ripulendosi energicamente le suole delle scarpe sullo zerbino, poi alzò la testa e... incrociò il suo sguardo. Non sorpreso: divertito.
Lui non era uomo che la vita potesse sorprendere: era lì, davanti a lei che restava immobile come un baccalà messo a seccare, i capelli un po' spenti, gli occhiali che le scivolavano sul naso, quel suo naso che era stato spiritoso, dirtto e puntato all'insù, e che continuava a dare al suo viso un'espressione vagamente spavalda che ben poco aveva a che fare ormai con lei.
Sorrideva, ma nemmeno le rughe - fitte intorno ai suoi occhi scuri e, quasi un fuoco interiore li illuminasse, accesi come sono spesso gli occhi dei meridionali - riuscivano a imprigionare l'ironia, la passionalità, quella corrente elettrica che sembrava attraversarlo rendendolo affascinante, caldo come una carezza rubata ma non respinta.
Sorrideva, ma nemmeno le rughe - fitte intorno ai suoi occhi scuri e, quasi un fuoco interiore li illuminasse, accesi come sono spesso gli occhi dei meridionali - riuscivano a imprigionare l'ironia, la passionalità, quella corrente elettrica che sembrava attraversarlo rendendolo affascinante, caldo come una carezza rubata ma non respinta.
" Pensavo a te... " e le si avvicinò.
Bugiardo come sempre e quindi inaccettabile per il rigore e il pudore, quasi vittoriano, di lei che lui ignorava, scavalcava come avrebbe fatto con un sassolino posto di traverso sulla sua strada.
"Ma cosa ci fai qui? Come mai... ?"
"Passavo da queste parti... Sì per affari e mi sono ricordato..."
"Di me non credo" lei lo interruppe.
"Se mi inviti a pranzo te lo racconto... Comperiamo qualcosa di pronto?" lui concluse, mentre già afferrava un carrello e partiva verso il banco degli affettati, camminando non come un cinquantenne sorpreso a fare la spesa, ma come un corsaro che alla testa dei suoi predoni li guidasse all'assalto di un galeone, la voglia di battaglia nello sguardo per ritrovare il gusto dello scontro fisico, per risentire il sangue scorrere nelle vene e rombare come l'acqua quando tra pietre e sassi s'infila nelle viscere della terra, lungo percorsi sconosciuti.
Lei lo seguiva, impacciata, ma la sua forza, quella vitalità traboccante la stavano contagiando. Già il fermaglio che le ingabbiava i capelli conferendole quell'aria dimessa era scivolato via, e anche il suo passo si era fatto più sicuro. Il capo, eretto, che ritrovava l'orgoglio per quei capelli chiari, soffici come quelli di un bambino, a incorniciare il viso pallido che l'eccitazione rendeva opalescente. Le donne se lo mangiavano con gli occhi, quasi squittendo al suo passaggio per attirare la sua attenzione e lui saggiava su di loro il suo potere di seduzione, cedendo il passo cavallerescamente, un sorriso per ciascuna, conscio ma quasi appesantito, suo malgrado, da quel fascino che lo contraddistingueva e lo avvolgeva, come un'aureola il capo di un sant'uomo.
Lei avvertì il morso della gelosia, quella sensazione tanta volte provata di non possedere di quell'uomo nulla o quasi, mentre il bisogno di averlo tutto per sé, di legarlo a sé, di sottrarlo a quegli occhi femminili che nascondevano profferte amorose più o meno abilmente dissimulate, l'afferrava alla bocca dello stomaco.
Quando lui si voltò a cercarla non la trovò. In un balzo fu davanti alla porta d'ingresso; si affacciò. Diluviava e l'acqua, ripulendo dalla polvere le case e le strade, gorgogliava fangosa ai suoi piedi. Tutto era grigio, sporco e umido. Per un attimo, provando la sensazione di scorgere una macchia di un grigio più scuro in mezzo a quel diluvio d'acqua, si chiese quale fosse il colore del golfino che lei indossava, ma al suo fianco era spuntata, come un fungo non mangereccio dopo la pioggia in un bosco, l'ombrello rosso spalancato verso il cielo, una donna piccola, l'aria vivace, che, allusiva, gli stava sussurrando: "Vuole un passaggio? Vedo che non ha l'ombrello... " e lui era troppo impegnato a sfoderare sorrisi, per distinguerla dalla pioggia, passandole davanti, mentre lei, incuneata nel profilo sporgente di un portone, lo guardava allontanarsi leggero, il passo elastico e sciolto.
Come un folletto dei boschi.
Evanescente e inconsistente.
Come un miraggio per un assetato, ma altrettanto illusorio - pensò affrontando la pioggia che rimbalzava violenta sul selciato confondendosi con il rumore dei suoi passi.
Lei avvertì il morso della gelosia, quella sensazione tanta volte provata di non possedere di quell'uomo nulla o quasi, mentre il bisogno di averlo tutto per sé, di legarlo a sé, di sottrarlo a quegli occhi femminili che nascondevano profferte amorose più o meno abilmente dissimulate, l'afferrava alla bocca dello stomaco.
Quando lui si voltò a cercarla non la trovò. In un balzo fu davanti alla porta d'ingresso; si affacciò. Diluviava e l'acqua, ripulendo dalla polvere le case e le strade, gorgogliava fangosa ai suoi piedi. Tutto era grigio, sporco e umido. Per un attimo, provando la sensazione di scorgere una macchia di un grigio più scuro in mezzo a quel diluvio d'acqua, si chiese quale fosse il colore del golfino che lei indossava, ma al suo fianco era spuntata, come un fungo non mangereccio dopo la pioggia in un bosco, l'ombrello rosso spalancato verso il cielo, una donna piccola, l'aria vivace, che, allusiva, gli stava sussurrando: "Vuole un passaggio? Vedo che non ha l'ombrello... " e lui era troppo impegnato a sfoderare sorrisi, per distinguerla dalla pioggia, passandole davanti, mentre lei, incuneata nel profilo sporgente di un portone, lo guardava allontanarsi leggero, il passo elastico e sciolto.
Come un folletto dei boschi.
Evanescente e inconsistente.
Come un miraggio per un assetato, ma altrettanto illusorio - pensò affrontando la pioggia che rimbalzava violenta sul selciato confondendosi con il rumore dei suoi passi.
sabato 22 maggio 2010
Cicale indemoniate
Come luna che il pozzo rispecchia
danza la notte che l'amore incanta,
stordente di cicale indemoniate,
solitaria
e bugiarda
è la notte che più non dividiamo
che,
ognuno con il suo egoismo gramo,
libertà chiamiamo.
danza la notte che l'amore incanta,
stordente di cicale indemoniate,
solitaria
e bugiarda
è la notte che più non dividiamo
che,
ognuno con il suo egoismo gramo,
libertà chiamiamo.
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°23)
Ero in quella condizione dell'anima che in natura trova una corrispondenza forse nell'apparizione effimera e imprevedibile dell'arcobaleno a sottolineare dopo l'urlo e la violenza del temporale, con le nuvole ancora minacciose a sfidare il vento, l'insopprimibile stupore che suscita la coesistenza, anche se fugace, degli opposti.
Gli avvenimenti sconvolgenti degli ultimi giorni, infatti, spogliandomi di ogni difesa, mi stavano facendo percepire la realtà esterna con una passionalità e una capacità di emozionarmi che non riuscivo più a controllare ma, nonostante l'angoscia, la presenza del musicista mi riportava a una pienezza del vivere di cui avevo smarrito perfino il ricordo.
Le ore passavano, la luce del giorno perdeva di lucentezza: noi, un panino tra i denti, continuavamo ostinati, di ora in ora più disperati, a passare al setaccio la casa, fino a quel momento in cui, passandomi accanto, Enrico mi sfiorò e io voltandomi incrociai il suo sguardo notando, stupidamente, quanto gli somigliasse nostra figlia, quanto fossero eguali i loro occhi, mentre lui mi attirava a sé e Venezia mi esplodeva dentro riportandomi all'urlo rauco del gondoliere, allo sciabordio dell'acqua che s'infrangeva incessante sui muri dei palazzi in una lunga inesausta carezza, a quelle notti in cui il cielo sopra ai canali scoppiava di stelle che specchiandosi nell'acqua l'accendevano di bagliori dimenticati.
Ci ritrovammo riconoscendoci a pelle: lo stesso odore, gli stessi gesti , lo stesso disperato tentativo di dimenticare una realtà che non sapevamo gestire, pur amandoci. Ci ritrovammo perché mai c'eravamo lasciati e, mentre ancora le nostre mani si cercavano, sbirciai l'orologio.
Un'ora all'ultimatum.
Il cuore mi si contrasse.
"Abbiamo guardato dappertutto" disse Enrico, poi aggiunse: "Mi fai venire sempre la voglia di suonare. Ricordi? Io suonavo e tu canticchiavi. Canticchiavi a Letizia quella tiritera, quando tentavi di addormentarla in quelle sere estive che Venezia ci donava, trasformando ogni piazzetta in un palcoscenico teatrale degno di una commedia goldoniana... ".
"Ambarabà, ciccì coccò, Cappucetto si mangiò tre gelati, ben ghiacciati. Poi dal gelataio andò e altri cinque ne comprò. Ne pagò cinque più tre... "
All'unisono esclamammo: "Ma è questa?"
"Come continua? Chi te la insegnò?" mi stava chiedendo, frenetico, Enrico.
"Che non fanno 23, né 21, né 28, ma soltanto e solo 8!" gridai, un po' ridendo e un po' piangendo: di gioia, di sollievo.
Grata a mia madre, a Enrico, all'amore, al desiderio. Al mondo intero.
continua...
Gli avvenimenti sconvolgenti degli ultimi giorni, infatti, spogliandomi di ogni difesa, mi stavano facendo percepire la realtà esterna con una passionalità e una capacità di emozionarmi che non riuscivo più a controllare ma, nonostante l'angoscia, la presenza del musicista mi riportava a una pienezza del vivere di cui avevo smarrito perfino il ricordo.
Le ore passavano, la luce del giorno perdeva di lucentezza: noi, un panino tra i denti, continuavamo ostinati, di ora in ora più disperati, a passare al setaccio la casa, fino a quel momento in cui, passandomi accanto, Enrico mi sfiorò e io voltandomi incrociai il suo sguardo notando, stupidamente, quanto gli somigliasse nostra figlia, quanto fossero eguali i loro occhi, mentre lui mi attirava a sé e Venezia mi esplodeva dentro riportandomi all'urlo rauco del gondoliere, allo sciabordio dell'acqua che s'infrangeva incessante sui muri dei palazzi in una lunga inesausta carezza, a quelle notti in cui il cielo sopra ai canali scoppiava di stelle che specchiandosi nell'acqua l'accendevano di bagliori dimenticati.
Ci ritrovammo riconoscendoci a pelle: lo stesso odore, gli stessi gesti , lo stesso disperato tentativo di dimenticare una realtà che non sapevamo gestire, pur amandoci. Ci ritrovammo perché mai c'eravamo lasciati e, mentre ancora le nostre mani si cercavano, sbirciai l'orologio.
Un'ora all'ultimatum.
Il cuore mi si contrasse.
"Abbiamo guardato dappertutto" disse Enrico, poi aggiunse: "Mi fai venire sempre la voglia di suonare. Ricordi? Io suonavo e tu canticchiavi. Canticchiavi a Letizia quella tiritera, quando tentavi di addormentarla in quelle sere estive che Venezia ci donava, trasformando ogni piazzetta in un palcoscenico teatrale degno di una commedia goldoniana... ".
"Ambarabà, ciccì coccò, Cappucetto si mangiò tre gelati, ben ghiacciati. Poi dal gelataio andò e altri cinque ne comprò. Ne pagò cinque più tre... "
All'unisono esclamammo: "Ma è questa?"
"Come continua? Chi te la insegnò?" mi stava chiedendo, frenetico, Enrico.
"Che non fanno 23, né 21, né 28, ma soltanto e solo 8!" gridai, un po' ridendo e un po' piangendo: di gioia, di sollievo.
Grata a mia madre, a Enrico, all'amore, al desiderio. Al mondo intero.
continua...
…
domenica 16 maggio 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°22)
"Allora? " Era lei.
"Non so nemmeno cosa cercare: dammi un indizio!" e, in fretta, con l'angoscia che straripa rendendo tremante la mia voce, sussurrai: "Letizia?".
"Sta bene".
"Passamela!"
"Sta dormendo". Poi, gelida - mi sembrò di vederlo, quel suo sguardo vuoto che tradiva il baratro di solitudine, di mancanza di emozioni a cui il suo corpo offriva asilo - concluse con quell'ultimatum "Ti do un giorno, non di più. Fatti aiutare dal... tuo amico".
Seguì il rumore secco della cornetta abbassata.
"Un giorno" balbettai "un giorno per cercare qualcosa che non so nemmeno cosa sia? E mi stanno pedinando".
Lui, il musicista - non riuscivo a chiamarlo Enrico - sarebbe stato come riappropriarmi del rapporto privilegiato che ci aveva uniti, mi stava dicendo, una ruga sulla fronte a indicare lo sforzo di concatenare in modo logico gli indizi che gli avevo fornito: "Stanno cercando una chiave d'accesso a qualcosa, e l'anello ha già consentito a questi maledetti bastardi d'imbroccare la strada giusta, ma ora hanno bisogno di una ulteriore informazione... Sono andati a Trieste e l'hanno cercata nella casa di tua madre. A partire dal ladro che s'introdusse nella casa di Gloria, tutti cercano una bambola, una bambola che dovrebbe contenere un'informazione. Allora partiamo da questo dato, che ne dici?"
"La bambola la ricordo... "
"Che fine ha fatto?"
"Questo proprio non riesco a rammentarlo... "
Mi versò un bicchiere di vino e io lo sorseggiai pensierosa.
"Hai guardato in soffitta?"
"Sì, ma torniamoci, magari tu... "
La soffitta è il luogo dove il mio disordine si manifesta in modo esplosivo. Enrico rise guardandosi intorno, mentre diceva: "Non sei cambiata, come fai a vivere in questo caos?"
"Non vivo in soffitta" protestai, ma senza risentirmi dell'osservazione; poi cominciammo a cercare.
Brandelli di vita si riaffacciavano alla mia memoria, si incastravano uno nell'altro, vite parallele dimenticate o negate si affiancavano a quella che io, con un'attenta selezione dei ricordi, avevo voluto privilegiare. Un libro per l'infanzia "Il brutto anatroccolo" affiorò da un baule. Seduta sul pavimento, Enrico accanto, cominciai a sfogliarlo.
"Me lo regalò mia madre per il mio compleanno. Frequentavo la prima elementare" sussurrai quasi pensando ad alta voce.
"Mi dicesti un giorno che tua madre non ti aveva mai regalato un libro, pur conoscendo la tua passione per la lettura" mi risponde.
Un passato di affetti, mia madre, si congiungeva con un futuro di legami, mia figlia, cingendomi d'assedio, obbligandomi a un cambiamento di prospettiva profondo, ineludibile. Nulla avviene per caso - pensai, leggendo la dedica "Al mio buffo, mai brutto anatroccolo, destinato a diventare uno splendido cigno... dalla sua mamma". Poi passai il libro a Enrico. In silenzio.
Riprendemmo a cercare. Da chi avrò preso la mania di conservare tutto? Mio padre era molto ordinato, mia madre addirittura meticolosa. E io? Ma non sapevo nulla del mio vero padre! Dall'uomo con il quale ero vissuta considerandolo uno dei miei genitori, potevo aver preso o appreso solo per imitazione... Gloria mi aveva detto che assomigliavo al mio vero padre, ma di lui non possedevo nemmeno una fotografia. Quanto incide l'educazione, l'ambiente in cui si vive e quanto quella che sbrigativamente chiamiamo indole, sulla nostra formazione?
Lo sguardo mi cadde sulla finestra: nel buio tremava accendendosi un vago chiarore. Stava spuntando l'alba. Continuammo a cercare per tutta la notte, soffermandoci ora su una cosa, ora su un'altra. Trovammo anche una vecchia bambola di celluloide che venne fatta a pezzi.
Mi rimanevano, ci rimanevano soltanto poche ore per salvare nostra figlia.
Enrico si rizzò da terra e passandosi una mano sul viso si lasciò una ditata nera sulla guancia che mi intenerì. "Sembri un carbonaio" e gli allungai una carezza. Con una smorfia mi mormorò: "Qui non c'è niente! Scendiamo, ho bisogno di bere un caffè".
Lo seguii, lungo la scala che portava alla cucina, gravida, come una gestante alla soglia del parto, di passato, quel passato dal quale sarebbe scaturito il ricordo che avrebbe assicurato un futuro a mia figlia. Era lì, lo sentivo, c'era soltanto un velo di polvere che lo nascondeva - pensai. O mi illudevo che così fosse per non impazzire? (continua...)
"Non so nemmeno cosa cercare: dammi un indizio!" e, in fretta, con l'angoscia che straripa rendendo tremante la mia voce, sussurrai: "Letizia?".
"Sta bene".
"Passamela!"
"Sta dormendo". Poi, gelida - mi sembrò di vederlo, quel suo sguardo vuoto che tradiva il baratro di solitudine, di mancanza di emozioni a cui il suo corpo offriva asilo - concluse con quell'ultimatum "Ti do un giorno, non di più. Fatti aiutare dal... tuo amico".
Seguì il rumore secco della cornetta abbassata.
"Un giorno" balbettai "un giorno per cercare qualcosa che non so nemmeno cosa sia? E mi stanno pedinando".
Lui, il musicista - non riuscivo a chiamarlo Enrico - sarebbe stato come riappropriarmi del rapporto privilegiato che ci aveva uniti, mi stava dicendo, una ruga sulla fronte a indicare lo sforzo di concatenare in modo logico gli indizi che gli avevo fornito: "Stanno cercando una chiave d'accesso a qualcosa, e l'anello ha già consentito a questi maledetti bastardi d'imbroccare la strada giusta, ma ora hanno bisogno di una ulteriore informazione... Sono andati a Trieste e l'hanno cercata nella casa di tua madre. A partire dal ladro che s'introdusse nella casa di Gloria, tutti cercano una bambola, una bambola che dovrebbe contenere un'informazione. Allora partiamo da questo dato, che ne dici?"
"La bambola la ricordo... "
"Che fine ha fatto?"
"Questo proprio non riesco a rammentarlo... "
Mi versò un bicchiere di vino e io lo sorseggiai pensierosa.
"Hai guardato in soffitta?"
"Sì, ma torniamoci, magari tu... "
La soffitta è il luogo dove il mio disordine si manifesta in modo esplosivo. Enrico rise guardandosi intorno, mentre diceva: "Non sei cambiata, come fai a vivere in questo caos?"
"Non vivo in soffitta" protestai, ma senza risentirmi dell'osservazione; poi cominciammo a cercare.
Brandelli di vita si riaffacciavano alla mia memoria, si incastravano uno nell'altro, vite parallele dimenticate o negate si affiancavano a quella che io, con un'attenta selezione dei ricordi, avevo voluto privilegiare. Un libro per l'infanzia "Il brutto anatroccolo" affiorò da un baule. Seduta sul pavimento, Enrico accanto, cominciai a sfogliarlo.
"Me lo regalò mia madre per il mio compleanno. Frequentavo la prima elementare" sussurrai quasi pensando ad alta voce.
"Mi dicesti un giorno che tua madre non ti aveva mai regalato un libro, pur conoscendo la tua passione per la lettura" mi risponde.
Un passato di affetti, mia madre, si congiungeva con un futuro di legami, mia figlia, cingendomi d'assedio, obbligandomi a un cambiamento di prospettiva profondo, ineludibile. Nulla avviene per caso - pensai, leggendo la dedica "Al mio buffo, mai brutto anatroccolo, destinato a diventare uno splendido cigno... dalla sua mamma". Poi passai il libro a Enrico. In silenzio.
Riprendemmo a cercare. Da chi avrò preso la mania di conservare tutto? Mio padre era molto ordinato, mia madre addirittura meticolosa. E io? Ma non sapevo nulla del mio vero padre! Dall'uomo con il quale ero vissuta considerandolo uno dei miei genitori, potevo aver preso o appreso solo per imitazione... Gloria mi aveva detto che assomigliavo al mio vero padre, ma di lui non possedevo nemmeno una fotografia. Quanto incide l'educazione, l'ambiente in cui si vive e quanto quella che sbrigativamente chiamiamo indole, sulla nostra formazione?
Lo sguardo mi cadde sulla finestra: nel buio tremava accendendosi un vago chiarore. Stava spuntando l'alba. Continuammo a cercare per tutta la notte, soffermandoci ora su una cosa, ora su un'altra. Trovammo anche una vecchia bambola di celluloide che venne fatta a pezzi.
Mi rimanevano, ci rimanevano soltanto poche ore per salvare nostra figlia.
Enrico si rizzò da terra e passandosi una mano sul viso si lasciò una ditata nera sulla guancia che mi intenerì. "Sembri un carbonaio" e gli allungai una carezza. Con una smorfia mi mormorò: "Qui non c'è niente! Scendiamo, ho bisogno di bere un caffè".
Lo seguii, lungo la scala che portava alla cucina, gravida, come una gestante alla soglia del parto, di passato, quel passato dal quale sarebbe scaturito il ricordo che avrebbe assicurato un futuro a mia figlia. Era lì, lo sentivo, c'era soltanto un velo di polvere che lo nascondeva - pensai. O mi illudevo che così fosse per non impazzire? (continua...)
sabato 15 maggio 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate -- (n°21)
"Tua, nostra figlia.... " balbettai, aggiungendo "Non posso parlarne per telefono".
" Immagino sia una cosa seria... " e, dopo una lieve esitazione, deciso, mi comunicasti che saresti partito immediatamente, chiedendomi ancora, prima di riagganciare: "E' all'ospedale... è ferita?""No", ti risposi; poi quelle poche parole "E' in pericolo!" ma, dopo un secondo, avevi riagganciato e lentamente appoggiai la cornetta. Anch'io. Ripresi a
vagare per la casa, senza riuscire a fare nulla o quasi. Maldestramente cercavo, non sapevo nemmeno cosa: vuotavo cassetti sul pavimento, frugavo tra oggetti inutili, dimenticati. Dopo un po' il disordine della casa finì per riflettere quello della testa, che era un groviglio di ricordi spezzati, frammentati, immagini che mi attraversava, scomparendo, come su un treno in corsa, attimi rubati alla vita dallo sguardo di un viaggiatore incollato al finestrino. Di bambole nemmeno l'ombra.
Quando sentii suonare alla porta mi accorsi che stava scendendo la sera, gli oggetti sfumavano nell'oscurità che entrava dalle finestre. Accesi la luce e andai ad aprire.
Quanti anni erano passati dall'ultima volta in cui l'avevo visto? Non lo sapevo, non li avevo contati, ma lui mi sembrò eguale: alto, magro, quel sorriso che curva, come allora, le labbra ma non accende gli occhi, quei suoi occhi chiari che cambiavano colore come l'acqua di quella Venezia con cui viveva in simbiosi. Ora, intorbiditi, avevano il colore dei canali d'inverno, e comunicavano la stessa sottile angoscia.
Mi abbracciò e io respirai il suo odore, quel profumo di dopobarba - sempre lo stesso - tabacco, spartiti musicali e polvere. Che scema, erano gli spartiti musicali ad avere il suo odore, non viceversa. Mi rigurgitavano dentro Vivaldi, Albinoni, Marcello e la leggerezza nervosa delle sue mani che scivolavano sulla tastiera, mentre la musica sembrava accordarsi con la voce dei canali e con le sonorità morbide e roche della parlata veneziano. Anni vibranti di emozioni e suoni, in quella città che di prepotenza s'incuneava tra terra e cielo a rompere quegli azzurri che si moltiplicavano cangianti fino all'orizzonte, senza soluzione di continuità.
"Te son uguale, non te son cambià" gli sussurrai e lui ridendo "Sempre bea anca ti" mi rispose, in quel dialetto, triestino il mio, veneziano il suo che, fin dal nostro primo incontro era stato la nostra lingua, quella che avevamo scelto per comunicare, la lingua in cui si ama, si odia e si canta fin da bambini.
Poi, in cucina, mentre preparavo gli spaghetti, gli raccontai tutto; lui mi ascoltava disorientato, dandomi l'impressione di considerare poco credibile il mi racconto.
"Perché hai continuato a frequentarla anche quando ti sei resa conto... " mi chiese, aggiungendo: "Non è per non crederti, ma è una storia strana... Tua madre" e, mentre io balbettavo confusa, lui mi guardava con quell'attenzione che aveva sempre messo in tutto ciò che faceva, che lo caratterizzava: un anelito di perfezione che a volte sembrava bruciarlo, sfinirlo, o a volte sfiorare la pedanteria, cozzando contro il mio disordine balcanico, le mie insicurezze, una distimia che affondava le radici nel disamore della mia infanzia. Oppure no? Non sapevo più niente: non avevo più certezze, soltanto paura.
"Mia madre è morta, e non potrà più aiutarmi" gli mormorai in un sussurro.
" Oh mio Dio, mi dispiace..." E allungò una mano sfiorandomi con le dita.
Da quanto tempo non dividevo un pasto con un uomo, non ne incrociavo lo sguardo che scivolando sulla mia bocca si fermava un secondo di troppo?"
Da quanto tempo non dividevo un pasto con un uomo, non ne incrociavo lo sguardo che scivolando sulla mia bocca si fermava un secondo di troppo?"
"E se ci rivolgessimo alla polizia?"
La sua domanda mi riportò bruscamente a quell'angoscia che era ormai parte di me e con me respirava e parlava e guardava.
La sua domanda mi riportò bruscamente a quell'angoscia che era ormai parte di me e con me respirava e parlava e guardava.
"E' da escludersi!" gli risposi perentoria.
In quel momento lo squillo del telefono tagliò l'aria.
Io, mettendomi un dito davanti alla bocca per invitarlo a non fare rumore, sollevai la cornetta. (continua...)
venerdì 14 maggio 2010
La perfezione è tutto e niente
A cancellar del piede tuo l'impronta
che, forse inopportuna, spezza
del mare sulla spiaggia la carezza
l'onda ritorna, incessantemente.
La perfezione è tutto e niente.
che, forse inopportuna, spezza
del mare sulla spiaggia la carezza
l'onda ritorna, incessantemente.
La perfezione è tutto e niente.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)