La mia schiena va sempre peggio: non regge il sia pur esilissimo peso del mio corpo. Mi avvilisco, rumino sull'idea di scaraventare il pc in cantina e rinunciare alla scrittura, poi ho un soprassalto d'orgoglio ( la struttura portante della personalità non te la cambia nemmeno la malattia!) e telefono a un falegname: anzi a tre appartenenti alla categoria. Il primo non ha tempo, il secondo spara prezzi assurdi, il terzo non ne vuol saper di redigere un preventivo, ma sembra competente e assicura, a parole, che il prezzo sarà equo. E così, tre giorni dopo, mi arriva a casa una specie di carrello, girevole, su ruote, che si può infilare sotto il letto e che mi consentirà di scrivere al computer stando distesa sul letto, sorretta da una incastro di cuscini e cuscinetti.
Sono (quasi) felice... Riprendo a scrivere: a fatica, ma riprendo.
Il giorno successivo alla consegna del carrello, questo simpatico signore - con il quale ho anche amabilmente conversato del più e del meno - vedendomi tra le mani il libretto degli assegni, cambia espressione e, sbrigativo, esclama: "No, no, non voglio assegni, solo contanti.... Non converrebbe nemmeno a lei: 20%, anzi 21% di Iva!!"
Mi guarda negli occhi deciso, senza il ben che minimo imbarazzo; "Tanti libri alle pareti, ma se non ci fossi io a farle due conti.... " sembra pensare mentre mi allunga uno sguardo dove stupore e commiserazione s'intrecciano. La cosa strana non è questa, la cosa strana è che sono io che mi sento imbarazzata: imbarazzata a chiedere la fattura. Come se stessi facendo una proposta indecente!
Eccolo qui, davanti a me, un esemplare di quella fauna che ha contribuito - e contribuisce - pesantemente al disastro economico e sociale cui stiamo assistendo, eccolo qui ad ammettere, non candidamente ma con forza, quasi spiegasse a un interlocutore un po' ottuso come stanno le cose, che aggirare la legge ( nella fattispecie quella sull'obbligo della fatturazione e del pagamento dell'Iva da parte degli artigiani, nonché dell'Irpef sui proventi percepiti) è normale, se non doveroso. Perché? Perché conviene. Ovviamente!
Mi rammenta, caso mai l'avessi scordato, il mio vantaggio economico; non menziona il suo. E io, ottusa ex professoressa in pensione, malata e un po' rincitrullita, capisco: sì!, di botto trovo la risposta a una domanda, che ne riassume però molte altre, che mi frullava in testa da settimane, mentre correvo dietro a proposte e controproposte, manovre ed emendamenti, articoli di giornalisti e commenti....
Cosa possiamo fare noi, noi semplici cittadini senza potere, noi come singoli individui, di fronte a una crisi di questa portata? Mi sono data tante risposte, ma nessuna soddisfacente e men che meno risolutiva, mi sono affannata a cercare soluzioni di tipo tecnico e/o politico e ora, guardando questo ometto emiliano, dall'aria bonaria (che assomiglia un po' a Bersani) mi verrebbe quasi voglia di abbracciarlo... Sì, perché mi toglie dall'incertezza, mi permette di tracciare di nuovo linee nette per identificare confini precisi, mi riporta all'orgoglio dell'onestà.
E' l'onestà - parola abusata e forse desueta - che ci rende diversi. E' difficile essere onesti ed è maledettamente costoso. Assumere la responsabilità delle proprie scelte non è comodo, per niente! E' da fessi per intendersi. Ma è l'unica arma che abbiamo, individualmente, per cambiare rotta.
domenica 25 settembre 2011
Storia di nebbie e acquitrini n°35
Gualtiero entrò nello stabilimento ancora vuoto. Silenzioso. Gli piaceva arrivare prima degli altri, sentire rimbombare i suoi passi, scricchiolare la porta del suo ufficio... Poi, sedersi, aspettando che gli stanzoni della fabbrica si riempissero di gente, in un crescendo di voci e tonfi, e sbuffi, e cigolii. Con pochi gesti precisi raddrizzò alcuni oggetti sulla scrivania e si sistemò comodamente sulla seggiola lasciando scorrere un'occhiata soddisfatta intorno a sé. Sentì l'inconfondibile ticchettio che annunciava l'arrivo della Rosina, un po'affannata, con nello sguardo e nel passo quella voglia malcelata di scappare, di volar via, come un passero su un ramo troppo basso, troppo esposto.
"Sono in ritardo?" balbettò entrando, il maglioncino che già le scivolava dalle spalle, mentre afferrava il grembiule.
"No" rispose Gualtiero, seguendo il profilo di quel corpo sodo di donna che la luce del mattino illuminava,
mentre la sua fantasia maschile già volava e lui immaginava che al maglioncino seguisse la camicetta... Poi, con un fruscio di seta la sottoveste; quella sottoveste che aveva a volte intravvisto - o solo immaginato - in un rapido accavallarsi di gambe.
"No, sono io in anticipo" rispose brusco, recuperando il controllo d sé, mentre un esitante battere di nocche sulla porta dell'ufficio, richiamava la sua attenzione.
"Ah Benedetto sei tu? Vieni, vieni!"
Il ragazzo entrò, un po' impacciato, restando in piedi, il basco tra le mani, davanti alla scrivania. In attesa.
"Siediti e tu, Rosina, lasciaci soli!" esclamò perentorio Gualtiero.
Benedetto si sedette, in silenzio.
"Allora, cosa mi racconti? Hai saputo qualcosa di Primo? E di Giuseppe?"
"No, li ho seguiti all'osteria, ma si sono seduti a un tavolo a parte... " cominciò il ragazzo, al quale Gualtiero non dette il tempo di continuare, interrompendolo con un gesto seccato della mano, mentre borbottava: "Ma non ti sei seduto al loro tavolo... o sistemato accanto, o messo a gironzolare nei pressi... in modo da sentire qualcosa?"
"No" rispose, piccato, l'altro, concludendo "nell'osteria tutti parlavano ad alta voce, e loro sussurravano... e poi temevo s'insospettissero".
"Va bene, va bene, allora continua a seguirli e fammi sapere. Vai,vai... che non ti paghiamo per perdere tempo", concluse Gualtiero, indicando al ragazzo la porta con un gesto eloquente del braccio.
(continua... )
"Sono in ritardo?" balbettò entrando, il maglioncino che già le scivolava dalle spalle, mentre afferrava il grembiule.
"No" rispose Gualtiero, seguendo il profilo di quel corpo sodo di donna che la luce del mattino illuminava,
mentre la sua fantasia maschile già volava e lui immaginava che al maglioncino seguisse la camicetta... Poi, con un fruscio di seta la sottoveste; quella sottoveste che aveva a volte intravvisto - o solo immaginato - in un rapido accavallarsi di gambe.
"No, sono io in anticipo" rispose brusco, recuperando il controllo d sé, mentre un esitante battere di nocche sulla porta dell'ufficio, richiamava la sua attenzione.
"Ah Benedetto sei tu? Vieni, vieni!"
Il ragazzo entrò, un po' impacciato, restando in piedi, il basco tra le mani, davanti alla scrivania. In attesa.
"Siediti e tu, Rosina, lasciaci soli!" esclamò perentorio Gualtiero.
Benedetto si sedette, in silenzio.
"Allora, cosa mi racconti? Hai saputo qualcosa di Primo? E di Giuseppe?"
"No, li ho seguiti all'osteria, ma si sono seduti a un tavolo a parte... " cominciò il ragazzo, al quale Gualtiero non dette il tempo di continuare, interrompendolo con un gesto seccato della mano, mentre borbottava: "Ma non ti sei seduto al loro tavolo... o sistemato accanto, o messo a gironzolare nei pressi... in modo da sentire qualcosa?"
"No" rispose, piccato, l'altro, concludendo "nell'osteria tutti parlavano ad alta voce, e loro sussurravano... e poi temevo s'insospettissero".
"Va bene, va bene, allora continua a seguirli e fammi sapere. Vai,vai... che non ti paghiamo per perdere tempo", concluse Gualtiero, indicando al ragazzo la porta con un gesto eloquente del braccio.
(continua... )
domenica 4 settembre 2011
Sono fortunata...
Francesca, i grandi occhi scuri, accesi, che tradiscono le sue origini meridionali, mi sussurra: ".... Ancora per due anni mi terranno, poi... ? Ma, oggi, è già tanto!"
Ha 39 anni, parecchi dei quali passati a fare lavori precari, spesso "in nero", mal pagati, ben lontani dalle sue capacità, ed è stanca, sì!, Francesca è stanca, mortalmente stanca. Anche il suo rapporto di coppia è entrato in crisi; il compagno ha orari di lavoro inconciliabili con i suoi. Non si vedono mai, e quando succede, litigano. Perché non ci sono i soldi per pagare la rata del mutuo né per andare in vacanza in agosto e, tanto meno, per avere un figlio. Lavorando entrambi: almeno per ancora due anni.
Ha 39 anni, parecchi dei quali passati a fare lavori precari, spesso "in nero", mal pagati, ben lontani dalle sue capacità, ed è stanca, sì!, Francesca è stanca, mortalmente stanca. Anche il suo rapporto di coppia è entrato in crisi; il compagno ha orari di lavoro inconciliabili con i suoi. Non si vedono mai, e quando succede, litigano. Perché non ci sono i soldi per pagare la rata del mutuo né per andare in vacanza in agosto e, tanto meno, per avere un figlio. Lavorando entrambi: almeno per ancora due anni.
"E poi?" le domando incerta.
"Poi si vedrà" mi risponde.
"L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro... ", borbotto.
Lei sorride. Stanca, troppo stanca per rispondere. La sua energia rubata in quello stanzone, con altre seicento operaie, china sulla macchina da cucire otto ore al giorno - ma se vuoi fare gli straordinari sei bene accolta - a fare occhielli.
Quando esce vede il mondo come un gruviera: tutto a buchi.
Come un topo.
"Sono fortunata, sono ancora fortunata.... " sussurra.
A Cernobbio, Mario Monti, agitando le nivee mani dalle lunghe dita, blatera di tassi d'interesse e recessione e prodotto interno lordo e manovra da approvare. Senza indugio. Il suo sguardo non tentenna: glaciale fissa l'ascoltatore: come un gatto, pronto a dare la zampata finale alla preda.
Come un gatto.
giovedì 25 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°34)
Primo dormì poco e male: inseguito, tallonato anche nei sogni da figure minacciose che emergevano dall'oscurità all'improvviso, afferrandolo. Finalmente il suono della sveglia e il primo, lattiginoso, chiarore dell'alba lo strapparono a quel sonno angoscioso, a quegli incubi che spesso turbavano le sue notti. Sentì qualcuno muoversi in cucina... poi, il miagolio familiare della gatta. La Nera reclamava un po' di cibo - pensò, rassicurato dai suoni che, piano, piano animavano il caseggiato.
Pochi minuti dopo la gatta, infilata la finestra, prendeva la via dei tetti, scivolando sicura tra le tegole e lui, dopo essersi chiuso la porta di casa alle spalle, scendeva le scale lentamente, con quel suo passo misurato di contadino che non è abituato a rispettare orari di lavoro, che non è solito affrettarsi.
L'aria era umida, una nebbia leggera sfumava i contorni delle case e lo scalpiccio dei passi rompeva il silenzio. Intorno a lui facce ancora assonnate, baschi di traverso, molti camiciotti scuri di operai che andavano al lavoro... Tutto regolare - pensò Primo, sbirciando quei volti così simili tra loro, mentre sulla strada passavano due macchine, guidate da autisti in camicia nera. Dietro, sul sedile posteriore, uomini in divisa, impettiti a imitazione del Capo; fascisti tronfi e sicuri di sé.
Davanti a lui, dopo pochi passi, la fermata del tram, e... Giuseppe, confuso tra la gente in attesa.
Lo raggiunse mentre la sagoma scura del mezzo emergeva dalla nebbia. La gente saliva, spintonandosi tra imprecazioni e battute: qualcuno si attaccava ai sostegni esterni delle porte, oscillando pericolosamente.
"Tutto bene?" chiese Giuseppe
"Ho rinchiuso la gatta in cucina. Niente topi da inseguire; per oggi si accontenterà di mangiare un po' di avanzi" borbottò Primo.
Giuseppe rise, poi, accostandosi all'amico, rispose: "I topi sono troppo grossi, la Nera rischierebbe di essere il loro pranzo... eh, eh... "
"Hai ragione, ne ho visto uno proprio ieri sera, grosso e nero come la tonaca di un prete... " continuò Primo.
"Ah! Scommetto che ti ha seguito fino alla porta di casa. Per non lasciarsi sfuggire un boccone prelibato come te!" mormorò Giuseppe, lanciando all'amico un'occhiata indagatrice.
Poi, tacquero entrambi, lasciandosi cullare dal dondolio del mezzo che, a intervalli regolari, si fermava scaricando viaggiatori giunti a destinazione, e caricandone altri in attesa sulla strada.
Lo stabilimento, dove i due compagni lavoravano, era il capolinea del percorso e, di conseguenza, nell'ultimo tratto sul mezzo era tutto un salutarsi e darsi qualche manata sulle spalle, quasi gli operai si trovassero non su un mezzo pubblico, ma sul luogo di lavoro.
"Ehi Primo, vengono a farci visita i tuoi amici... questa settimana si farà festa in città! E tu Giuseppe, cosa ne dici?" Era stato uno degli operai più giovani a parlare, piazzandosi, a gambe larghe, davanti ai due amici che sedevano uno accanto all'altro.
Primo non lo degnò di un'occhiata, ma Giuseppe rispose, apparentemente dispiaciuto: "Io sono fascista, lasciatemi un po' di tempo e convincerò anche questa testa dura... Il Primo non è stupido... " e, accentuando l'espressione contrita e facendo il pagliaccio, aggiunse: "E' ottuso!"
Poi scoppiando in una risata, concluse: "O con le buone o con le cattive capirà da che parte deve stare!"
"Io ho già capito!" rispose Primo, lanciandogli un'occhiata decisa, mentre il tram si fermava sferragliando di fronte all'ingresso dello stabilimento.
(continua... )
lunedì 22 agosto 2011
Come un fiume la terra...
Come un fiume la terra,
la vita
incide
ferisce,
mutila
poi
carezza,
abbaglia
La tua pelle
quando esonda possiede
Sotto la luna è argento
che scintilla
e sussurra,
è grigiore di nebbia
se la campagna è brulla
E' gorgo,
che prima o poi divora,
aspettando paziente
La vita,
questa morte che aspetta,
è... una beffa perfetta.
la vita
incide
ferisce,
mutila
poi
carezza,
abbaglia
La tua pelle
quando esonda possiede
Sotto la luna è argento
che scintilla
e sussurra,
è grigiore di nebbia
se la campagna è brulla
E' gorgo,
che prima o poi divora,
aspettando paziente
La vita,
questa morte che aspetta,
è... una beffa perfetta.
sabato 20 agosto 2011
Sincerità alla luce della crisi
Il Presidente del Consiglio, gettati alle ortiche maschera e sorriso, esprime sbalordimento, dolore e vergogna per ciò che sta facendo, per le decisioni che è (stato) costretto a prendere. Stringi e condensa, il succo è questo: a pagare per uscire dalla crisi saranno anche i ricchi. Pochi e poco - ché i loro avvocati dalle parcelle miliardarie cosa ci starebbero a fare in Parlamento, se non fossero stati e non fossero ancora in grado di suggerire vie di fuga per salvare il malloppo? E così il Presidente, per la prima volta sincero, piange, perché il suo obiettivo non era questo; era quello di tutelarli (i ricchi). E i poveri? Farli soltanto sognare con promesse vane e vaghe. Mentendo.
E se i poveri cristi cominciavano a capirlo e a essere arrabbiati, possiamo immaginare i ricchi... traditi! Da uno di loro! Dopo lo sbalordimento iniziale, ora sì che sono furiosi, e pensare che avrebbero dovuto saperlo che "On n'est jamais trahì que par les siens!".
Le poltrone vacillano e la "Casta" trema, boccheggia, e privata dei suoi privilegi rischia, non solo di essere dimezzata, ma anche di perdere quei diritti acquisiti che i poveri cristi di cui sopra hanno perso ormai da anni. I potenti, abituati a tuonare contro gli evasori fiscali, vengono smascherati come tali: primo fra tutti il Ministro dell'Economia, tale Giulio Tremonti, che paga l'affitto della sua lussuosa residenza romana "in nero", ma non ha tentennamenti di sorta quando abbatte, a colpi d'accetta, ciò che resta del welfare state.
La politica al servizio di un'ideologia - cattolica, liberale, marxista e via dicendo - non esisteva più. Si era trasformata in un sistema di accordi, finte contrapposizioni, false promesse fatte ai cittadini solo per tenere in piedi un Potere sempre più oppressivo, inefficiente, corrotto e ladresco, a favore di pochi privilegiati. Un potere che elargiva denaro (facendo aumentare a livelli insostenibili il Debito pubblico) ai cittadini (più precisamente alle corporazioni più importanti che li rappresentano, diventate
centri di potere) in cambio di consenso; non per governare e guidare il Paese, ma per auto conservarsi e tutelare i propri interessi.
Questo sta emergendo con chiarezza, grazie anche alla violenza della crisi che stiamo vivendo. Qualcosa si è rotto, si è spezzato... non solo nel sistema, in profondità. Un popolo ha anche un'anima, un substrato di emozioni, di sentimenti, d’ideali. Forse è da questo giardino, segreto e incolto, che dovremo ripartire, forse avremo e abbiamo bisogno di un po' di silenzio, di stordirci meno e pensare di più. Perché non basta capire, bisogna anche "sentire" prima di rischiare di trasformare l'ironia in cinismo, gli ideali in ideologie, l’onestà in ingenuità, imbastardendoci a misura di una classe politica che ormai, come il suo re, è nuda, assolutamente nuda nell'esibire le sue vergogne.
martedì 16 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°33)
Primo camminava lento, distratto dai suoi pensieri, ripensando alle parole pronunciate dal Professore la sera prima, al termine del loro ultimo incontro. Non si trovavano mai nello stesso posto, sarebbe stato troppo pericoloso... I fascisti avevano occhi e orecchi dappertutto. Si fermò a schiacciare con il piede il mozzicone di sigaretta che aveva tenuto tra le labbra, per sbirciare alle sue spalle. Un fruscio, una sagoma indistinta più scura del buio già incombente, gli avevano dato la sensazione di essere seguito. Sentì il sangue scorrergli più veloce nelle vene, allertandogli i sensi e tendendogli i muscoli, mentre la paura amplificava ogni suono e ingigantiva, rendendola minacciosa, ogni ombra. Nulla, la strada era quasi deserta; pochi i passanti, e dall'aria innocente.
Riprese il cammino verso casa. Forse aveva ragione il Professore... Non era il momento di organizzare attentati: avevano poco tempo, pochi uomini su cui contare... Era più importante cogliere il malcontento, utilizzarlo creando collegamenti: una rete - così la definiva il professore - una rete invisibile ma capillare: lavorando nelle fabbriche, nelle campagne, con pazienza, tenacia e senza azioni di forza che, data la superiorità dei fascisti, si sarebbero concluse con processi, condanne... l'invio al confine e l'indebolimento di quella che era ancora una opposizione gracile e disorganizzata.
Di nuovo quel passo che ora rallentava, ora accelerava, ma sembrava incollato al suo. Si fermò, con la scusa di accendere un'altra sigaretta, e sbirciò alle sue spalle... una sagoma scura, il cappello con la tesa abbassata a nascondere gli occhi, le mani in tasca. Come lui, si era fermato, apparentemente alla ricerca di un numero civico, reso scarsamente visibile dal buio della sera.
Primo riprese a camminare. Anche l'altro. Svoltò a sinistra, ad angolo retto, imboccando la strada di casa. Anche l'altro. S'impose di non correre, i pugni già contratti, pronto a difendersi... Il portone di casa gli si parò davanti, la chiave sembrò incastrarsi. Poi un cigolio rassicurante, uno sguardo a sinistra, uno alle sue spalle... Nessuno!, solo quell'atrio buio e maleodorante e il tonfo del portone che si chiudeva alle sue spalle. Mentre saliva le scale, la voce della Nina,
che al solito sbraitava contro i figli, l'abbaiare del cane del pensionato del secondo piano e gli altri abituali rumori del caseggiato gli sembrarono musica celestiale, marcia nuziale capace di rallentare il battito impazzito del suo cuore. Entrato in casa, si precipitò a spiare oltre il vetro della finestra, ma senza cogliere nulla di sospetto.
Mentre grondante di sudore crollava sul letto, dal campanile della chiesa che dominava la piazza alle spalle del suo caseggiato, cominciarono a echeggiare, uno dopo l'altro, rintocchi di campana, lugubri e lenti come rintocchi di campana a morto.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/08/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_12.html
Riprese il cammino verso casa. Forse aveva ragione il Professore... Non era il momento di organizzare attentati: avevano poco tempo, pochi uomini su cui contare... Era più importante cogliere il malcontento, utilizzarlo creando collegamenti: una rete - così la definiva il professore - una rete invisibile ma capillare: lavorando nelle fabbriche, nelle campagne, con pazienza, tenacia e senza azioni di forza che, data la superiorità dei fascisti, si sarebbero concluse con processi, condanne... l'invio al confine e l'indebolimento di quella che era ancora una opposizione gracile e disorganizzata.
Di nuovo quel passo che ora rallentava, ora accelerava, ma sembrava incollato al suo. Si fermò, con la scusa di accendere un'altra sigaretta, e sbirciò alle sue spalle... una sagoma scura, il cappello con la tesa abbassata a nascondere gli occhi, le mani in tasca. Come lui, si era fermato, apparentemente alla ricerca di un numero civico, reso scarsamente visibile dal buio della sera.
Primo riprese a camminare. Anche l'altro. Svoltò a sinistra, ad angolo retto, imboccando la strada di casa. Anche l'altro. S'impose di non correre, i pugni già contratti, pronto a difendersi... Il portone di casa gli si parò davanti, la chiave sembrò incastrarsi. Poi un cigolio rassicurante, uno sguardo a sinistra, uno alle sue spalle... Nessuno!, solo quell'atrio buio e maleodorante e il tonfo del portone che si chiudeva alle sue spalle. Mentre saliva le scale, la voce della Nina,
che al solito sbraitava contro i figli, l'abbaiare del cane del pensionato del secondo piano e gli altri abituali rumori del caseggiato gli sembrarono musica celestiale, marcia nuziale capace di rallentare il battito impazzito del suo cuore. Entrato in casa, si precipitò a spiare oltre il vetro della finestra, ma senza cogliere nulla di sospetto.
Mentre grondante di sudore crollava sul letto, dal campanile della chiesa che dominava la piazza alle spalle del suo caseggiato, cominciarono a echeggiare, uno dopo l'altro, rintocchi di campana, lugubri e lenti come rintocchi di campana a morto.
(continua... )
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