Inquietanti, nelle sale grigie, senza finestre, ovattate, si materializzano le immagini. All'inizio tradizionali: bellissime e immediatamente percettibili danno la misura di un'abilità tecnica ormai acquisita, ma contemporaneamente preannunciano, attraverso l'inquietudine che comunicano, l'esigenza di una ricerca che porti a un approdo più complesso, che forse accorci la distanza che intercorre tra il vero, a cui l'artista attinge, e il verosimile che ne costituisce la deformazione in chiave artistica, ma soprattutto contenga la traccia di questo percorso.
Un artista deve (è costretto) a comunicare le emozioni che la realtà che lo circonda gli accende nella mente e nell'anima. Testimone di guerre feroci, Picasso vive il dolore, lo sgomento e l'orrore (che esprimerà a livello pittorico in quel capolavoro che è Guernica) sintetizzandoli nel pianto: accorato, impotente, disperato pianto di donna. Ogni donna che piange è una rappresentazione diversa di quello stesso potente, insondabile e universale sentimento che è il dolore. Ma questa sintesi è frutto di un percorso acquisito assemblando immagine a immagine, sensazione a sensazione nell'animo e nella mente di Picasso. Esattamente come succede a noi tutti. Uno sguardo schiude un'anima, un profilo si fa netto illuminato da un sole nascente, una bocca ridente richiama il suono di una risata, un seno svetta, giovane e prepotente, a svelare il desiderio maschile che pervade l'immaginario di ogni uomo. Ma l'emozione che affiora compatta è il frutto di un "disordine" temporale/ rievocativo, di "componenti" essenziali che danno vita quasi miracolosamente, grazie al potere di sintesi della mente e dell'anima, a sentimenti che hanno una loro unicità armoniosa. La mano traccia un segno che materializza i frammenti che sfrecciano nella mente e accendono i sentimenti dell'anima. L'immagine dipinta contiene, smembrandoli, tutti gli elementi che hanno segnato il percorso di formazione di qualunque sentimento.
In modo disordinato? No, soltanto non convenzionale. Nuovo.
sabato 29 dicembre 2012
mercoledì 12 dicembre 2012
Tentando un bilancio...
E' difficile sfuggire alla tentazione di redigere il solito bilancio di fine anno, prima di archiviare, tra i ricordi, anche questo 2012. Nel Paese un doppio governo: quello tecnico impegnato a salvarci dal "baratro" e quello politico/istituzionale, responsabile del baratro, impegnato a salvarsi dalle indagini della Magistratura e dalla furia popolare.
In corso d'opera il governo tecnico si è rivelato profondamente politico, facendo scelte che hanno penalizzato la classe media, messo il bavaglio ai lavoratori e tutelato i "ricchi". Lo hanno fatto però con grande... garbo, rendendo di nuovo presentabile il Paese nei consessi internazionali. I politici, quelli veri (?), dietro un accordo di facciata finalizzato a puntellare il governo tecnico, hanno continuato a sbranarsi, rubare, dividersi ecc. dando di sé ben misero spettacolo.
I cittadini, pur di prendere le distanze da una classe politica ormai sinceramente ripugnante e non più credibile, oltre ad allontanarsi dalla politica (scelta evidenziata dal livello raggiunto dall'astensionismo quando si è votato) sono arrivati al punto di prendere sul serio (ma ci credono davvero?) un comico come Grillo che ha saputo, a suon di sberleffi e parolacce, dare la stura alla loro rabbia. Ora, primo regalo sotto l'albero di questo Natale da ricordare, è tornato in pista il "grande ammaliatore", quel Berlusconi Silvio che tanto danno ha creato al Paese. Sarà ancora pericoloso o soltanto patetico?
Non snocciolo i numeri della crisi che, greve come una cappa di nebbia sulla Padania, rinserra il Paese in un abbraccio mortale. Fino a quando durerà? L'incertezza, unica certezza, regna sovrana...
Mi gravano, e mi graveranno, sull'anima certi sguardi che lo schermo televisivo ha rubato di soppiatto alle gente: la disperazione di chi ha perso il lavoro, la paura negli occhi dei terremotati, il dolore infinito delle madri che hanno perso le figlie, vittime di femminicidio...
A livello personale, con la malattia che mi porto in spalla, archivio un anno di vita: dura, difficile, con vuoti pesantissimi, paure, ansie, incertezze... ma anche emozioni, speranze, qualche battaglia vinta, nuove conoscenze, il calore e la complicità dell'amicizia.
Insomma un altro anno di Vita.
domenica 9 dicembre 2012
Si avvicina Natale...
La cucina esala vapori azzurrini e mormorii femminili. E risate. Si muovono, a loro agio, le due giovani donne in quella che fino a poco tempo fa è stata la mia cucina. "Possiamo?" hanno chiesto, educate. Ho fatto un cenno d'assenso con la testa, un semplice segno d'assenso che ha sancito un passaggio di consegne. Ora guardo, seduta. Loro affettano cipolle, sminuzzano noci e mandorle, dosano, poi assaggiano. Preparano la tavola e chiacchierano: di lavoro, di politica di uomini. Parlano anche di figli, cambiando tono di voce ed espressione. E' arrivato il tempo (e il desiderio) della maternità? Non indago.
Le ragazzine, che appena ieri mi giravano per casa, ora sono due donne: belle, intelligenti, profondamente amiche. Hanno deciso di sottrarmi non alla tempesta di neve che investirà il paese per le festività natalizie, ma alla tempesta dei ricordi, ai bilanci affettivi in "rosso", a quella casa troppo ordinata dove i miei nipoti non irromperanno confusionari e rumorosi, dove la loro madre non porterà più (a Natale) la solita confezione di tè, infiocchettata di rosso con il nastro dorato, dimenticandosi che, da anni ormai, la teina e la caffeina sono veleno per me. Mi porteranno altrove, hanno già organizzato tutto.
Il risotto è buonissimo; il mio stomaco, abitualmente contratto, gradisce e non protesta. Telefonano il padre dell'una e il moroso dell'altra: sono preoccupati per il ghiaccio che potrebbero trovare al ritorno, ma loro, dopo aver riordinato la cucina, si fanno un caffè e saltano in macchina. Dalla finestra vedo la strada e la notte inghiottirle.
Prima di partire mi hanno abbracciato. Stretta. Sapevano di giovinezza, spezie e... affetto.
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lunedì 3 dicembre 2012
Bersani sembrava ringiovanito, felice, come una sposa il giorno delle nozze...
Com'è strana la vita. Bersani esulta... niente come la vittoria cancella i dubbi dalla nostra mente. Si analizzano le sconfitte, minutamente, sotto ogni aspetto, ma mai nulla di simile si fa o si farebbe in caso di vittoria: è la stessa vittoria che convalida la correttezza delle scelte fatte. Ma chi ha votato alle primarie del centrosinistra per la sinistra tradizionale? Non certo chi, come spesso i giovani, ricerca un cambiamento ma gli elettori tradizionalmente di sinistra, quelli che si sentono rassicurati dalla continuità delle tradizioni, che non amano i ribaltoni. I "fedeli" a oltranza, quelli della critica sì, ma non distruttiva e... soprattutto dall'interno. Non dimentichiamo che i panni sporchi si lavano in famiglia.
E così la vittoria, nello stesso momento in cui si delinea all'orizzonte, in un tripudio di sorrisi, risate e bandiere al vento, incomincia a scavarsi la fossa. Ha ben poco da ridere Bersani: il lavoro che gli si presenta davanti è difficile, spaventosamente difficile e, non dimentichiamolo, gli errori che il partito che rappresenta ha commesso sono stati elencati, sviscerati, analizzati e... sbandierati. Ai quattro venti. Altri non saranno consentiti.
Il "ragazzino" ribelle che ha sfidato l'autorità del padre ha perso. Sì, ha perso, ma si è fatto un'esperienza sul campo, ha fatto entrare aria fresca nelle stanze del potere e ha acceso dubbi, non convalidato certezze.
Non ho mai nascosto la mia scarsa simpatia per Renzi, certe sue frequentazioni mi hanno insospettita, il "fuoco amico" è quello che causa la morti più dolorose da accettare... Ebbene sì, però è al linguaggio gestuale che ricorro nei momenti in cui la diffidenza per le parole si fa più acuta, e il volto della sconfitta del ragazzino era una faccia da uomo: sconfitto ma non perdente. Il sorriso scomparso, la parola più lenta, soppesata finalmente, la stanchezza nello sguardo mescolata al dubbio... ma anche, e non paradossalmente, la precisa consapevolezza che la sconfitta possa aprire le porte a una futura vittoria. Perché, a differenza delle storie (dove il finale scontato è "E vissero per sempre felici e contenti"), la Storia ci ha insegnato che i vincenti di oggi saranno quasi sempre i perdenti di domani e viceversa. Per questo a quel Bersani ringiovanito, felice come una sposa il giorno delle nozze, vorrei raccomandare prudenza, attenzione, e ricordargli che vincere una battaglia, a suon di chiacchiere, non significa vincere una guerra.
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sabato 1 dicembre 2012
Che nottata, ragazzi...
Cosa starà facendo Renzi? Alle 5 e trentasette minuti è probabile che stia dormendo, sfiancato dalla fatica accumulata in questa ultima settimana di propaganda elettorale. Ha tre figli e una moglie. Parla nel sonno: a raffica, com'è sua abitudine. Ma lei, la moglie, a quel mormorio ininterrotto ha fatto l'abitudine e, nel cassetto del comodino, ha i tappi per le orecchie. Oggi niente camicia (rigorosamente bianca) con le maniche rimboccate e i jeans un po' stinti, oggi giacca e cravatta. Si raccoglie, non si semina, non occorre convincere.. Forse, oggi, è giunto il momento di vincere. Una macchina sfreccia nella notte e illumina, per un istante, il volto del marito. Lo staff ha preso la decisione: i nei andranno tolti. Disturbano, non sono lentiggini. Non ispirano sentimenti di simpatia: fanno pensare piuttosto a Bruno Vespa e a "Porta a Porta"... Eppure lei l'ha conosciuto così e a quei nei è abituata: la rassicura sentirli sotto le dita quando gli fa una carezza. Almeno quelli sono rimasti eguali, a differenza del sorriso. Il sorriso non è più il suo: è diventato meccanico, non contagia gli occhi; appare e scompare a comando; non l'aveva notato: Matteo sorride molto, ma non ride mai. Parla a raffica, sorride, gesticola: convincerebbe chiunque. Le ricorda qualcuno, ma è meglio non ne faccia il nome...
"Dormi, Matteo, dormi... " sussurra e lui le risponde "Dormire sì, sarebbe la cosa migliore, ma tre ore per notte possono bastare: Mussolini e Berlusconi..."
Lei di politica ci capisce poco ma Mussolini e Berlusconi sarebbe meglio lasciarli stare - pensa, mentre la sveglia inizia a suonare e Matteo a... parlare. Lei sbuffa, non risponde. Le viene il dubbio che l'abbia conquistata così: a chiacchiere. Forse lo ha sposato come si compera un'edizione extralusso della Divina Commedia da un venditore incollato alla porta. Per sfinimento.
Lei di politica ci capisce poco ma Mussolini e Berlusconi sarebbe meglio lasciarli stare - pensa, mentre la sveglia inizia a suonare e Matteo a... parlare. Lei sbuffa, non risponde. Le viene il dubbio che l'abbia conquistata così: a chiacchiere. Forse lo ha sposato come si compera un'edizione extralusso della Divina Commedia da un venditore incollato alla porta. Per sfinimento.
Bersani, che pure lui ha moglie e due figli, non ha quasi dormito. Ha bevuto troppi caffè, ha digerito male e non è sicurissimo di vincere. Matteo gli ricorda quei botoli ringhiosi che si attaccano agli stinchi e non mollano.
Per tutta la notte, appena si assopiva Matteo gli appariva in sogno e attaccava. Critiche: in buona parte valide, ma... ma lui ha fatto quello che ha potuto. Il conflitto d'interesse, beh, si sarebbe potuto fare meglio, ma c'era in ballo la Bicamerale e poi... D'Alema e Veltroni non la pensavano come lui. Se avessero avuto più tempo, ma già rivede Matteo che alza la mano e allarga le dita... Sì, cinque anni non sono pochi. E la Politica industriale, la lotta all'evasione fiscale? Il botolo ringhioso non smette di attaccare. Ma scusa, una volta - quanto tempo fa? - le critiche feroci te le facevano gli avversari, non i "tuoi". Vabbè che non c'è più rispetto per gli anziani, ma c'è un limite a tutto! Perché il "ragazzo" non si è messo con Berlusconi o Casini (no Casini è meglio tenerlo di riserva) o Fini? Perché vuole vincere e governare? Ma basta parlare con chiarezza, se serve le lucciole le lustriamo per benino anche a novembre...
"Dormi, Pier Luigi, smettila di agitarti" gli dice la moglie, ma fan presto le donne - pensa lui, Bersani, vinca o perda quel Matteo, perché stanotte ha sognato di essere a Troia a rimirare quel cavallo di legno, così bello e misterioso, abbandonato sulla spiaggia... Reminescenze scolastiche?
giovedì 29 novembre 2012
Anna e noi (donne)
Ho riletto Anna Karenina... Perché proprio quel libro a farmi compagnia in queste giornate sempre più corte, scure, fitte di nebbia che avvolge case, colline e pensieri? L'avevo letto anni fa: al mio fianco un uomo che pensavo mi amasse di un amore della stessa qualità del mio - perchè, e già allora lo sapevo, esistono tanti tipi d'amore - nella mia casa la baraonda di tre figli adolescenti, faticosissimi ma vivi, frizzanti e feschi come l'acqua di un ruscello estivo.
L'avevo divorato in fretta quel libro, con quella velocità da folletto che allora caratterizzava il mio modo di leggere, rubando ore al sonno, seguendo soprattutto la storia di Anna, la bellissima, spavalda Anna che alla passione tutto sacrifica, circondata da un mondo falso, stantio, imbalsamato e, apparentemente, immobile.
Mi aveva colpita che uno scrittore, un uomo, avesse potuto tratteggiare con tanta abilità una figura femminile, dimostrando una conoscenza del "sentire" di una donna così profonda. Amiamo tutti, uomini e donne, ma in modo diverso.
Tolstoj analizza l'amore, inserendolo non solo all'interno di una società che lo imbriglia e lo codifica, ma anche all'interno di caratterialità diversamente sfaccettate. Chi l'avrà tenuto per mano in questo suo percorso di conoscenza, oltre alla sua capacità di scandagliare l'animo umano? La moglie? La madre? Un universo femminile non solo sfiorato ma penetrato con lo sguardo acuto di uno scrittore geniale?
Tolstoj si ferma, basito, solo di fronte al mistero della nascita: il parto della moglie è descritto con occhi e sensibilità (e terrore) maschili. La descrizione che ne fa è puramente fisica: la donna che partorisce non è più la "sua" donna, è carne strappata e urlante, che si sdoppia dando vita a un fagottino rosso, dal pianto stizzito che lo spaventa e lo allontana. La paternità è fatta di un'altra pasta, è un'acquisizione lenta, legata alla frequentazione, è candela che si accende, fiamma tremula che soltanto nel tempo diventerà incendio. Ma anche la maternità non è la stessa per tutte le donne; Tolstoj infrange il tabù: la passione femminile può sfiorare e modificare il sentimento materno. Anna non ama la figlia avuta dall'amante e - quel che è peggio - non lo nasconde agli altri e soprattutto a se stessa. Anna vive e mostra tutte le sue contraddizioni...
Sullo sfondo la Russia, con i suoi contadini, la nobiltà e l'esercito, i funzionari dello Stato, i salotti, le dame incipriate, i club esclusivamente e rigorosamente maschili. Un mondo che non è immobile, se non agli occhi di chi non vuole cogliere i segnali di un cambiamento che tenta di farsi strada. Intorno ad Anna una folla di personaggi: abilmente descritti e che, ad eccezione del giovane, dubbioso, tormentato Levin (che mi fa pensare a Tolstoj) fa da cornice (perfetta) al personaggio che dà il nome al romanzo.
In Anna lo scrittore racchiude ed esalta la femminilità esasperandone la bellezza, il fascino intrigante, il bisogno di possesso, la dipendenza, gli inganni, il gioco perverso dei ricatti...
Cosa vuole Anna? Vuole l'amore di quel bellissimo ufficiale che incontra in una stazione ferroviaria e che, spudoratamente, la corteggia? O vuole l'uomo, tutto intero, con le sue passioni, la sua mascolinità, il suo mondo che a lui concede ciò che a lei non darà mai? O vuole essere amata di un amore eguale a quello che lei è in grado di dare? Vuole l'imposssibile Anna? Vuole stabilire le regole del gioco, ma (non paga) vorrebbe anche cambiarle?
E sarà questo a perderla?
mercoledì 14 novembre 2012
Albe e... pensieri
C'è un momento del giorno in cui, liberi dalla prigione della notte, ma non ancora ingabbiati nelle regole del giorno, siamo più lucidi, più scoperti e sinceri. Sono quelle albe nebulose nelle quali chi ha la fortuna allungando una mano di sentire il calore di un altro corpo si avvicina e a quel calore si riscalda, per sentirsi meno solo nell'oscurità, nel fredddo, nell'umidità sgradevole di una giornata che si si preannuncia piovosa... E' in quei momenti che, improvviso come un coniglio bianco estratto per magia da un cilindro, ci passa per la mente il pensiero "perfetto". Quello che mancava per far quadrare il cerchio, quello sul quale ruminavamo da giorni...
Quando mi succede, io penso "Appena mi alzo lo scrivo", poi mi abbandono al sonno. Quando mi sveglio, il sole già alto nel cielo che illumina la stanza e illumina quel pensiero, quello "perfetto", mi accorgo che non appare più così valido, inattaccabile. Ha la saggezza di una di quelle frasi che si leggono sui baci Perugina, è banale, è scontato. E allora capisco che la perfezione non è di questo mondo, è pura llusione, è soltanto un'ipotesi, tra le tante, resa possibile da una combinazione di bisogni, paure ancestrali e arroganza. E se fosse questo il pensiero perfetto? No, non è il caso che m'illuda, questa altro non è che una considerazione, venata di saggezza, che qualunque vecchietta della mia età potrebbe fare. E senza attendere il momento magico in cui notte e giorno, per un istante si fondono... e ti confondono.
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