giovedì 11 marzo 2010

Milano da bere?

Dieci marzo 2010. Su Milano scende una manciata di fiocchi di neve. Striminziti, a contatto con l'asfalto, si sciolgono in un soffio appena accennato di vapore che si confonde con i gas di scarico dei tubi di scappamento. Il mio treno dovrebbe partire alle 15.20. Il condizionale è d'obbligo. All'interno della stazione centrale viaggiatori raggelati vagano come spettri o siedono rigidi su ciò che resta delle sale d'attesa passeggeri, rigorosamente chiuse. Forse in ristrutturazione? L'aria freddissima s'insinua sotto le volte mussoliniane facendo oscillare i tendoni di plastica macchiati di calce. Gente in fila batte i piedi e si soffia sulle mani davanti all'unico bar di quattro metri per tre che promette nell'insegna intermittente un po' di calore. Non c'è una sola seggiola, questa è una città che non concede soste, si beve in fretta, quello davanti che paga, quello dietro che spinge. Una persona come me con problemi a stare in piedi, soprattutto al gelo e immobile, a causa di una malattia neurologica se ne stia a casa. Cerco di tradurre in parole di senso compiuto quel gracidare che erutta dagli autoparlanti comunicando ritardi, treni soppressi e cambi di binari. Intanto salgo e scendo su scale mobili che percorrono in lungo e in largo la stazione seguendo indicazioni che dovrebbero portare a... A? Ai treni, decine di indicazioni portano ai treni? Ma se a sinistra c'è la città, a destra cosa diavolo ci potrebbe essere se non i treni? Cerco disperatatamente un posto dove sedermi a bere qualcosa di caldo. Dietro a un vetro, al coperto, qualcuno è seduto. Arrancando esausta mi avvicino. Entro, sottraendomi alla sferzata d'aria fredda che mi ha letteralmente gelata. Sono seduti: sì, per terra. La spruzzata di neve ha intanto mandato in tilt le partenze dei treni. Ripercorro scale mobili, che come moderni gironi dell'inferno dantesco lastricati d'acciaio inargentano la stazione, e mi infilo tra la folla che staziona sotto la tabella luminosa che dà le indicazioni sulle partenze.
Mancano cinque minuti alla partenza del mio treno che risulta indicato ma senza il riferimento al binario. Che fare? Forse partirà, uno tra i pochi, dal binario indicato nell'orario generale? Ne intravvedo uno che appare e scompare tra schiene e cappelli. Faticosamente lo raggiungo e tento d'infilarmi. Nonostante gli spintoni rimango in piedi, sostenuta dalla gente che mi circonda, anche se provo la spiacevole sensazione del pesce in barile Dovrebbe partire dal binario 18. Guardo l'orologio: mancano due minuti alla partenza. Riesco a districarmi, ma con un movimento brusco e, quando mi ritrovo sotto al tabellone delle partenze una fitta alla schiena mi blocca. Il treno è in partenza, il binario è il numero 18.
Io ho un dolore alla schiena che mi attanaglia. Forse è il freddo che mi impedisce di svenire - penso, mentre mi sento Lara de "Il dottor Zigavo" e salgo su quel maledetto treno che sembra una tradotta di soldati mandati a morire in Russia.
Mi lascio alle spalle la Milano da bere con un solo desiderio: quello di vomitarla!

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