Ricordo ancora certi film dell'orrore, i figli spaventatissimi che rassicuravo dicendo "E' tutto finto", mentre loro, a rimarcare il ben diverso impatto dell'immagine sulla parola scritta, rispondevano "Sembrava vero". Era inventato, ma verosimile. Chi di noi riuscirà mai a dimenticare le due Torri Gemelle di New York che crollano al suolo? E quel commento "Sembrava un film"?
Il confine tra ciò che è e ciò che sembra si sta facendo labile? E se la risposta suonasse affermativa quali sarebbero i rischi? Pensiamo a un leader politico sul palco di una piazza o inquadrato da uno schermo televisivo. Alla televisione la mimica facciale, difficile da cogliere dal vivo a distanza, darebbe una ben diversa rilevanza alla comunicazione gestuale. Il sorriso o sorrisetto, gli sguardi, la mascella che si fa rigida, la strizzata d'occhio, la postura, il gioco delle mani potrebbero convincere quasi più delle parole. Certamente i più fragli, i meno preparati, come un falso piazzista che per mettere a segno i propri colpi li indirizzasse alle vecchiette. Ma, con una popolazione che invecchia, le vecchiette e i vecchietti sono numerosi. E poi ci sono i giovani che ancora non sanno che le parole non hanno padrone e si prestano a tutti i giochi. E i ragazzi apprendono dalla scuola ma anche dalla televisione e quasi nulla dai giornali. Ma cosa può una scuola ridotta, da interventi demagogici e velleitari, a brandelli, su cui la famiglia - mai come ora in affanno - ha scaricato anche la responsabilità dell'educazione dei propri figli, di fronte al pifferaio magico in cui la televisione s'incarna? Il giornalista verifica la notizia prima di scriverla, a differenza del cronista televisivo il cui merito è di darla in tempo reale, spiazzando, ovviamente, il giornale. Quante volte i miei alunni a scuola, facendomi imbufalire, mi buttavano là quel " L'ho sentito alla televisione!" con la deferenza che avrebbero manifestato per un versetto biblico. Nel nostro Paese il confronto tra televisione pubblica e privata, con la televisione pubblica già parzialmente asservita al potere politico attraverso le nomine dei dirigenti, è ora, dopo la fusione tra Rai e Mediset che ha dato vita a Raiset, inesistente. A Berlusconi è stato consegnato praticamente l'intero sistema della comunicazione televisiva.
Il Grande Venditore di sogni irrealizzabli è ancora più forte.
Spegnamo le televisioni, comperiamo i giornali, parliamo con i nostri figli,percorriamo con loro le vie della blogsfera e, soprattutto, facciamoli studiare per sviluppare il loro senso critico, abituarli al confronto dialettico,porli in grado di spostare l'attenzione sui fatti. Questa è una guerra anche se sono le parole e le immagini le nuove armi.
Ricordo un film di Nicolas Roeg con uno splendido e inquietante David Bowie: L'uomo che cadde sulla Terra. L'alieno, mandato in missione sul nostro pianeta con il compito di reperire energia per il suo asfittico mondo, seduto al centro di una stanza tappezzata di televisori, s'ingozzava di programmi, convinto che ciò che vedeva fosse la fotocopia del mondo che lo circondava. Era il Settantasei, il film mi lasciò addosso un'inquietudine strana. Tenace. Ormai siamo abituati a questa pluridimensionalità: accanto al reale c'è l'immaginario - che c'è sempre stato -, ma al quale la tecnologia ha dato sfumature diverse. Luccicano attraenti la copia del reale, il falso verosimile e l'ultima nuova dimensione della realtà che è la dimensione virtuale a dare l'impressione di un immenso luna park nel quale può risultare sempre più facile e piacevole perdersi.L'avrà visto l'uomo che ha inventato la televisione d'intrattenimento nel nostro Paese, ma non ha mai permesso ai propri figli, bambini, di vederla? Raccontiamolo ai nostri figli. Regaliamoli per un compleanno l'abbonamento a un quotidiano, una di quelle ormai pochissime testate giornalistiche che ancora osano schierarsi contro Berlusconi, non soltanto una giochino elettronico.
Sarà come mettere nelle loro mani una bussola per muoversi in un mondo così complesso.
Prima o poi ci ringrazieranno.
lunedì 3 agosto 2009
domenica 2 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Maria fu svegliata dal chiarore che filtrava dalla finestra e da una sensazione di fastidio che, da vaga, si faceva, mentre prendeva coscienza, più precisa. La testa le ronzava e la camera, quando scivolò giù dal letto, prese a girarle attorno come una trottola. Uscì senza fare rumore e raggiunse la cucina. Si riscaldò un po' di latte e lo buttò giù, ma l'aveva appena ingoiato quando un violento dolore allo stomaco la fece quasi crollare su una seggiola. Un minuto dopo vomitava il latte, mentre una domanda angosciosissima si faceva strada dentro di lei. " Che giorno era? IL venti, no il ventuno...Oh, Santo Paradiso, aveva un ritardo di cinque giorni. Un ritardo mestruale e il vomito potevano significare una cosa soltanto: era di nuovo incinta! Il ricordo del parto le tornò alla mente e, violento dentro di lei, scattò il rifiuto per quella maternità. Non era un altro figlio che non voleva: era un figlio di Sigismondo, di quell'uomo che non stimava, che la teneva chiusa in gabbia, che non l'amava e probabilmente non l'aveva mai amata. Era il frutto, quella creatura che le cresceva dentro, di quegli amori coniugali frettolosi, invadenti, che iniziavano e si concludevano senza una parola, senza una carezza. Abbracci che la lasciavano insonne a fantasticare su possibili fughe, mentre il respiro del marito si faceva regolare e profondo e il senso di estraneità che lei provava la faceva raggomitolare sul bordo estremo del letto ad aspettate il primo chiarore dell'alba per alzarsi e darsi da fare, dare gli ordini per il pranzo a Teresina e scendere a controllare il magazzino. Con la merce scaricata dalla stiva della Capinera, era di nuovo pieno e le vendite andavano benissimo. Il problema, come al solito, riguardava Sigismondo, che aveva perso molto denaro al gioco e che attingeva continuamente alla cassa, nonstante le sue proteste e le sue raccomandazioni.
L'arrivo di Teresina, alla quale fu sufficiente notare il pallore della padrona e il pavimento sporco di vomito per mettersi le mani nei capelli, la distolse dai suoi pensieri. La ragazza borbottando:" La xe de novo incinta. Gesù Maria questa no la ghe voleva", si affrettò a passare lo straccio sul pavimento, aggiungendo: "E' il nostro destino di donne, dobbiamo avere pazienza", ma Maria, guardandola con decisione, le rispose: "Vestiti, devi andare dalla levatrice e spiegarle la situazione. Ho avuto pazienza fino a questo momento, ora basta!So che ci sono delle pozioni a base di erbe..."
La domestica impallidì:" Non vorrà prendere quella porcheria. Una mia cugina è morta con quella roba e poi...". "E poi, cosa? E' un peccato! Perché portarmi via una figlia non è stato un peccato? E ora non voglio discutere con te. Domanda alla levatrice quello che ti ho chiesto e quanto vuole. E ora fila che el sol magna le ore e io ho un sacco di cose da fare. Quando Teresina uscì dalla cucina lei la seguì e, percorso il corridoio, entrò nella camera dove il marito dormiva ancora, si avvicinò al lettino della figlia e la osservò, a lungo, pensosa, mentre quel bambino dentro di lei diventava reale, e ne immaginava i capelli, gli occhi, il carattere. E lo vedeva già gattonare per casa e ridere e ascoltare, a bocca spalancata, le sue favole.
Come sarebbe stato quel bambino fantasticato che lei non poteva e non voleva mettere al mondo in quel momento? Avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza per scacciare il desiderio che la vista del Moro aveva riacceso in lei, doveva tenere saldamente in mano le redini della famiglia e degli affari. Doveva pensare a quella figlia, la cui serenità dipendeva da lei, e doveva cercare l'altra, scoprire se fosse ancora viva, nelle mani di chi, magari poco amata se non maltrattata, umiliata. Si voltò, un'espressione di odio negli occhi, lo sguardo che scivolava sul corpo massiccio del marito. Togliendole la figlia l'aveva punita, ma anche perduta e, mentre un pianto silenzioso la scuoteva, dopo essersi chinata a prendere la figlia, badando a non fare rumore, scivolò fuori dalla stanza.
L'arrivo di Teresina, alla quale fu sufficiente notare il pallore della padrona e il pavimento sporco di vomito per mettersi le mani nei capelli, la distolse dai suoi pensieri. La ragazza borbottando:" La xe de novo incinta. Gesù Maria questa no la ghe voleva", si affrettò a passare lo straccio sul pavimento, aggiungendo: "E' il nostro destino di donne, dobbiamo avere pazienza", ma Maria, guardandola con decisione, le rispose: "Vestiti, devi andare dalla levatrice e spiegarle la situazione. Ho avuto pazienza fino a questo momento, ora basta!So che ci sono delle pozioni a base di erbe..."
La domestica impallidì:" Non vorrà prendere quella porcheria. Una mia cugina è morta con quella roba e poi...". "E poi, cosa? E' un peccato! Perché portarmi via una figlia non è stato un peccato? E ora non voglio discutere con te. Domanda alla levatrice quello che ti ho chiesto e quanto vuole. E ora fila che el sol magna le ore e io ho un sacco di cose da fare. Quando Teresina uscì dalla cucina lei la seguì e, percorso il corridoio, entrò nella camera dove il marito dormiva ancora, si avvicinò al lettino della figlia e la osservò, a lungo, pensosa, mentre quel bambino dentro di lei diventava reale, e ne immaginava i capelli, gli occhi, il carattere. E lo vedeva già gattonare per casa e ridere e ascoltare, a bocca spalancata, le sue favole.
Come sarebbe stato quel bambino fantasticato che lei non poteva e non voleva mettere al mondo in quel momento? Avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza per scacciare il desiderio che la vista del Moro aveva riacceso in lei, doveva tenere saldamente in mano le redini della famiglia e degli affari. Doveva pensare a quella figlia, la cui serenità dipendeva da lei, e doveva cercare l'altra, scoprire se fosse ancora viva, nelle mani di chi, magari poco amata se non maltrattata, umiliata. Si voltò, un'espressione di odio negli occhi, lo sguardo che scivolava sul corpo massiccio del marito. Togliendole la figlia l'aveva punita, ma anche perduta e, mentre un pianto silenzioso la scuoteva, dopo essersi chinata a prendere la figlia, badando a non fare rumore, scivolò fuori dalla stanza.
Stazione di Bologna
Uscì correndo dal portone.
Avevano litigato, una baruffa tra innamorati,
come capita quando si è giovani e ci si vuole bene.
Via come un refolo di bora,
con la merenda per lui nella borsa,
per fare pace.
Il treno le passò davanti al naso…
Che giornata di m...a,
se lo sarebbe ricordato quel due agosto,
l’occhio fisso sui fanalini di coda
del treno Ancona /Chiasso,
arrivo alla stazione di Bologna.
Alle 10.25 del mattino.
Uscì correndo dal portone.
Avevano litigato, una baruffa tra innamorati,
come capita quando si è giovani e ci si vuole bene.
Via come un refolo di bora,
con la merenda per lui nella borsa,
per fare pace.
Il treno le passò davanti al naso…
Che giornata di m...a,
se lo sarebbe ricordato quel due agosto,
l’occhio fisso sui fanalini di coda
del treno Ancona /Chiasso,
arrivo alla stazione di Bologna.
Alle 10.25 del mattino.
sabato 1 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Amos, allungato sul letto, rifletteva. Yael gli era sempre piaciuta e incontrarla lo turbava ogni volta, ma ciò che in quel momento gli risultava strano era quella piccola mulatta che la donna si teneva stretta al collo, quando si era fermato a salutarla, come se temesse qualcosa. Ma cosa? Yael era la nipote del rabbi e nessuno all'interno del ghetto avrebbe osato importunarla, quindi cos'era che l'aveva spaventata? Gli era già giunta all'orecchio la notizia che la bambina cresciuta da Yael oltre a non essere la figlia delle coppia, nata morta facendo rischiare alla madre di fare la stessa fine, era un'orfanella che la donna aveva raccolto in segno di ringraziamento al Signore per essere sopravvissuta a quel terribile parto. Non c'erano molti uomini di colore in città e soltanto alcuni tra loro avevano famiglia. Ma quella bambina era evidentemente una mulatta, figlia di un bianco e una donna di colore o viceversa. Era deciso a vederci chiaro in questa faccenda e magari, indagando, sarebbe incappato in qualche segreto di famiglia. I segreti, per restare tali, richiedono bocche cucite. Eh, eh...- pensò - magari ci si rimedia qualche soldo. Mi è andata buca con il rabbi e il Moro. Vediamo di mettere il naso in giro a annusare l'aria, e, con un sorriso, palpando con la mano il suo notevole naso, si girò nel letto e si addormentò.
Yael, appena giunta a casa dal rabbi, si precipitò nello studio, tutta agitata, Angela inquieta al collo che cercava invano di attirare la sua attenzione.
" Quando è arrivato Amos?" chiese allo zio.
" E' appena sbarcato dalla Capinera. Perché ti interessa tanto?"
La piccola Angela cominciò a piangere infastidita.
" La Capinera non è la nave del Moro?"
" Sì, e con questo?"
" Non lo so, quando l'ho visto ho avvertito una sensazione di pericolo, non per me, per Angela".
" E' perché sei troppo legata a questa bambina, guarda come la vizi. Devi anche educarla Yael. E ora vai a casa, vai a casa e stai tranquilla."
" Non vorrei che Amos..." e Yael, lasciando la frase in sospeso, cercò di calmare Angela che manifestava tutto il suo disagio, quasi lo studio buio e soffocante del vecchio la racchiudesse come un animale in trappola. Dicono che il corpo ricordi e forse la bambina ricordava la fame di quelle sue prime ore di vita, ricollegandola all'odore di libri di quel luogo e al rifiuto, soprattutto al rifiuto che in quella stanza si era concretizzato in uno scambio che, come un fagotto, l'aveva fatta passare da una mano a un altra, mentre il suo pianto lacerante, allora come oggi, riempiva quell'aria spessa, stantia che sapeva di chiuso, di lacrime, sussurri e problemi che venivano quotidianamente riversati sulle spalle del vecchio rabbi.
" Amos cosa?" la interruppe il vecchio, gli occhi dallo sguardo calmo e fermo e la barba bianca ben pettinata, che era solito accarezzare quando aveva bisogno di riflettere, come ora, per comunicare poi all'interlocutore un po' della sua sicurezza.
" Vado, la bambina è vivacissima: ha voglia di camminare" e, così dicendo, la giovane Yael uscì dalla stanza raggiungendo l'ingresso. " Fidati del rabbi..." le sussurrò la zia, prima di abbracciarla e aprirle il portoncino, mentre lei, con un sospiro di sollievo, scivolava rapida lungo il vicolo, stringendosi addosso Angela che, già rasserenata, si stava addormentando sulla sua spalla.
(continua...)
Yael, appena giunta a casa dal rabbi, si precipitò nello studio, tutta agitata, Angela inquieta al collo che cercava invano di attirare la sua attenzione.
" Quando è arrivato Amos?" chiese allo zio.
" E' appena sbarcato dalla Capinera. Perché ti interessa tanto?"
La piccola Angela cominciò a piangere infastidita.
" La Capinera non è la nave del Moro?"
" Sì, e con questo?"
" Non lo so, quando l'ho visto ho avvertito una sensazione di pericolo, non per me, per Angela".
" E' perché sei troppo legata a questa bambina, guarda come la vizi. Devi anche educarla Yael. E ora vai a casa, vai a casa e stai tranquilla."
" Non vorrei che Amos..." e Yael, lasciando la frase in sospeso, cercò di calmare Angela che manifestava tutto il suo disagio, quasi lo studio buio e soffocante del vecchio la racchiudesse come un animale in trappola. Dicono che il corpo ricordi e forse la bambina ricordava la fame di quelle sue prime ore di vita, ricollegandola all'odore di libri di quel luogo e al rifiuto, soprattutto al rifiuto che in quella stanza si era concretizzato in uno scambio che, come un fagotto, l'aveva fatta passare da una mano a un altra, mentre il suo pianto lacerante, allora come oggi, riempiva quell'aria spessa, stantia che sapeva di chiuso, di lacrime, sussurri e problemi che venivano quotidianamente riversati sulle spalle del vecchio rabbi.
" Amos cosa?" la interruppe il vecchio, gli occhi dallo sguardo calmo e fermo e la barba bianca ben pettinata, che era solito accarezzare quando aveva bisogno di riflettere, come ora, per comunicare poi all'interlocutore un po' della sua sicurezza.
" Vado, la bambina è vivacissima: ha voglia di camminare" e, così dicendo, la giovane Yael uscì dalla stanza raggiungendo l'ingresso. " Fidati del rabbi..." le sussurrò la zia, prima di abbracciarla e aprirle il portoncino, mentre lei, con un sospiro di sollievo, scivolava rapida lungo il vicolo, stringendosi addosso Angela che, già rasserenata, si stava addormentando sulla sua spalla.
(continua...)
venerdì 31 luglio 2009
Sua Santità e la RU486
Perché Santo Padre, pur portando questo nome, Lei le donne non le ama?
Capisco che come femmine possano inquietarla e sorvolo sulla questione. Per delicatezza. Ma, le donne, Lei non le ama nemmeno come figlie che, altrimenti, preferirebbe non vederle soffrire.
E, mi perdoni, mi sembra che essendosi fratturato un polso - eh sì anche i papi piangono, pardon cadono - Lei non abbia stoicamente chiesto di rinunciare all'anestesia, ma si sia avvalso della tecnologia medico/ospedaliera più avanzata. Noi, donne intendo, partoriamo già con dolore e, se la sofferenza nobilita, invochiamola per tutti, anche per i preti e per i papi.
La pillola, la RU486, si usa già in molti paesi dell'Unione Europea e, a tutela della libertà di scelta, non sarà imposta a nessuno. Lei si indigna, Santo Padre, per la morte dell'embrione e la rilassatezza dei costumi, ma non ho sentito la sua voce levarsi alta a additare il comportamento di un altro padre - più affettuosamente chiamato papi - che le donne, diversamente da Lei, le ama tutte, specie se giovanissime e bellissime.
E posso immaginare il Suo imbarazzo quando il nostro ha precisato di non essere un santo, prendendo da lei le distanze: padre, pardon papi sì, ma non santo papi. Sarebbe stato troppo anche per Lei. Capisco, Santità, perché è motivo di costante imbarazzo anche per noi, ma non s'illuda, si è salvato soltanto perché il nostro mira alto, al suo capo. Lui si sente Dio.
E, ultima cosa, la scomunica vale anche per quel presidente americano che ha sulla coscienza migliaia di bambini iracheni morti? Bambini, non embrioni, Sua Santità.
Devo dedurre che Sua Santità, pur non amando le donne, nutra simpatia per i presidenti?
Capisco che come femmine possano inquietarla e sorvolo sulla questione. Per delicatezza. Ma, le donne, Lei non le ama nemmeno come figlie che, altrimenti, preferirebbe non vederle soffrire.
E, mi perdoni, mi sembra che essendosi fratturato un polso - eh sì anche i papi piangono, pardon cadono - Lei non abbia stoicamente chiesto di rinunciare all'anestesia, ma si sia avvalso della tecnologia medico/ospedaliera più avanzata. Noi, donne intendo, partoriamo già con dolore e, se la sofferenza nobilita, invochiamola per tutti, anche per i preti e per i papi.
La pillola, la RU486, si usa già in molti paesi dell'Unione Europea e, a tutela della libertà di scelta, non sarà imposta a nessuno. Lei si indigna, Santo Padre, per la morte dell'embrione e la rilassatezza dei costumi, ma non ho sentito la sua voce levarsi alta a additare il comportamento di un altro padre - più affettuosamente chiamato papi - che le donne, diversamente da Lei, le ama tutte, specie se giovanissime e bellissime.
E posso immaginare il Suo imbarazzo quando il nostro ha precisato di non essere un santo, prendendo da lei le distanze: padre, pardon papi sì, ma non santo papi. Sarebbe stato troppo anche per Lei. Capisco, Santità, perché è motivo di costante imbarazzo anche per noi, ma non s'illuda, si è salvato soltanto perché il nostro mira alto, al suo capo. Lui si sente Dio.
E, ultima cosa, la scomunica vale anche per quel presidente americano che ha sulla coscienza migliaia di bambini iracheni morti? Bambini, non embrioni, Sua Santità.
Devo dedurre che Sua Santità, pur non amando le donne, nutra simpatia per i presidenti?
La macchina americana.
E così la vecchia casa, palcoscenico privilegiato di tanti drammi e alcune commedie era stata venduta. A uno del paese emigrato, da ragazzo, in America. Erano passati tanti anni e quasi nessuno lo ricordava se non come un ragazzetto scarno, scuro, i capelli sempre sul viso a coprire gli occhi dallo sguardo selvatico, sfuggente. Aveva fatto fortuna vendendo automobili, poi aveva investito i suoi guadagni in borsa, a uollestrit o come diavolo si chiamava. Toniuzzo 'o Scaccolino aveva investito in borsa? E al paese, davanti al bancone del bar della piazza, si erano meravigliati, ma proprio di brutto, fino a pensare che quel paesano che aveva comperato la casa più bella del posto fosse un altro, non quel Toniuzzo che pochi ricordavano e che non aveva certamente l'aria di uno sveglio. Si era aggiudicato la casa all'asta e l'impiegato del Comune aveva raccontato alla moglie che l'impiegato del Catasto che aveva una nipote che lavorava presso l'Ufficio Pignoramenti e Esecuzioni del Tribunale...Be', tanto per farla breve, sarebbe arrivato alle quattro a ritirare le chiavi e a prendere possesso della casa. Chi? Lui, naturalmente: Toniuzzo 'o Scaccolino. In persona.
Tonino il barista sbirciò l'orologio. Segnava le quattro e un quarto. Non viene! - esclamò soddisfatto, aggiungendo:- Non è lui, avete capito male. Ma, mentre parlava, si udì il fruscio lieve di una frenata, seguito dal rumore di una portiera sbattuta. Il bar si svuotò: perfino Giovanni 'o ciuccio, che piuttosto di lasciare un bicchiere di vino non bevuto fino in fondo si sarebbe strafogato, era uscito a curiosare e, a questo punto, anche il barista non riuscì a resistere alla curiosità e, slacciatosi dai fianchi il grembiule, seguì gli altri sulla piazza.
Davanti all'ingresso della casa sostava una macchina bellissima, americana sicuramente! Una macchina così, non eguale ma simile, l'avevano vista soltanto al matrimonio della figlia del sindaco: bianca, candida come la sposa e, come lei, tutta infiocchettata. Era lunga, lunghissima e, nelle stradine strette del paese, ci sarebbe passata a stento. Aveva fatto bene Tonizzo a parcheggiarla nella piazza, così sarebbe stata al sicuro Avrebbero controllato loro che qualche ragazzino non ci strusciasse contro un chiodo, che la gioventù non era più quella di una volta. Era cambiata anche al paese.
Toniuzzo era già entrato, perché il portone d'ingresso era aperto, ma nessuno l'aveva visto.
Mentre commentavano a voce sommessa, si udì un rumore metallico e una delle finestre al piano nobile si spalancò, lasciando intravedere un uomo.
Toniuzzo 'o Scaccolino si voltò, lentamente, allontanandosi dalla finestra. La stanza era rimasta uguale: il pianoforte nell'angolo, il divano vicino alla finestra e le due poltrone una accanto al'altra. Come allora. Soltanto il caminetto, ora spento, quella sera era acceso, anche se lui, nonostante il calore del fuoco, ricordava il freddo pungente di quella giornata inverale, là alle pendici del Gran Sasso. Ma forse il freddo lui l'aveva avvertito quando lei gli aveva detto: "Non possiamo più vederci. Sposo Alessandro, devo salvare la casa...". Lui era ammutolito e per un istante aveva pensato di aver capito male, poi, afferrandola, le aveva gridato: "Aspettami, parto, vado in America. Vedrai diventerò ricco. Questa casa, la casa dalle novantanove stanze sarà mia..."
Lei aveva riso, con quelle labbra di miele che lui ben conosceva. "Sei povero Toniuzzo, sei povero e lo sarai sempre" gli aveva sussurrato, prima di uscire dalla stanza, l'aroma del suo profumo che ondeggiava nell'aria come se la primavera la seguisse.
Lui era rimasto lì, il cappello tra le mani, lo sguardo fisso sulla porta, e la speranza dentro che quella porta si riaprisse, facendola passare, volare fino a lui, facendole dire: "Vengo con te Toniuzzo... Partiamo". Ma i battenti si erano aperti soltanto per far passare la domestica che l'aveva accompagnato alla porta.
Uscito dalla stanza, Toniuzzo percorse il corridoio entrando in quella che era stata la camera che lei aveva occupato da bambina. L'avevano distesa sul suo letto da ragazza vestita di bianco, le margherite gialle, il suo fiore preferito, tra le mani. Si era uccisa,così gli avevano raccontato, sparandosi con il fucile da caccia del marito, quando lui era fallito, prima che i creditori mettessero la casa all'asta. In paese ne avevano parlato per mesi, poi quella morte era stata dimenticata. C'era una sua fotografia, il giorno delle nozze. Vestita di azzurro, sgomenta, più pallida dell'abito che indossava, non rideva, non sorrideva nemmeno. Lui era partito la sera stessa per Napoli e il mattino dopo si era imbarcato per andarsene in America.
Il dolore di averla persa l'aveva reso forte impedendogli di sentire la fatica, rendendolo insensibile alla solitudine che lo ingoiava, feroce, appena rientrava in quella stamberga da cui usciva alle prime luci dell'alba per rientrarci quando il sole già tramontava, in rossi cieli di fuoco sulla sua testa. Aveva il sole al tramonto lo stesso colore del pomodoro che mangiava lentamente, condendolo con un po' di sale e una fetta larga di pane. Poi restava lì, pensando a lei, alla curva dei suoi fianchi, ai seni eretti che aveva stretto tra le mani
quella sera, nella vigna viola di grappoli maturi. Non l'aveva più mangiata l'uva scura e quando la vedeva esposta dal verduraio, voltava la testa perché il lavoro, la stanchezza, la miseria le reggeva, ma la sua mancanza ancora gli faceva male.
Allungò una mano a sfiorare la fotografia.
Era arrivato troppo tardi - pensò, ma aveva mantenuto la promessa.
Si affacciò alla finestra del salotto che dava sulla piazza. Intorno alla sua macchina, come api sul miele, si muovevano cauti i paesani, sfiorandola con la punta delle dita, quasi fossero al cospetto di una reliquia.
" Paisa' che ci vuoi fare un giro?" gridò e i berretti dei paesani volarono nel cielo, alti e neri contro l'azzurro, come rondini in un cielo estivo.
Tonino il barista sbirciò l'orologio. Segnava le quattro e un quarto. Non viene! - esclamò soddisfatto, aggiungendo:- Non è lui, avete capito male. Ma, mentre parlava, si udì il fruscio lieve di una frenata, seguito dal rumore di una portiera sbattuta. Il bar si svuotò: perfino Giovanni 'o ciuccio, che piuttosto di lasciare un bicchiere di vino non bevuto fino in fondo si sarebbe strafogato, era uscito a curiosare e, a questo punto, anche il barista non riuscì a resistere alla curiosità e, slacciatosi dai fianchi il grembiule, seguì gli altri sulla piazza.
Davanti all'ingresso della casa sostava una macchina bellissima, americana sicuramente! Una macchina così, non eguale ma simile, l'avevano vista soltanto al matrimonio della figlia del sindaco: bianca, candida come la sposa e, come lei, tutta infiocchettata. Era lunga, lunghissima e, nelle stradine strette del paese, ci sarebbe passata a stento. Aveva fatto bene Tonizzo a parcheggiarla nella piazza, così sarebbe stata al sicuro Avrebbero controllato loro che qualche ragazzino non ci strusciasse contro un chiodo, che la gioventù non era più quella di una volta. Era cambiata anche al paese.
Toniuzzo era già entrato, perché il portone d'ingresso era aperto, ma nessuno l'aveva visto.
Mentre commentavano a voce sommessa, si udì un rumore metallico e una delle finestre al piano nobile si spalancò, lasciando intravedere un uomo.
Toniuzzo 'o Scaccolino si voltò, lentamente, allontanandosi dalla finestra. La stanza era rimasta uguale: il pianoforte nell'angolo, il divano vicino alla finestra e le due poltrone una accanto al'altra. Come allora. Soltanto il caminetto, ora spento, quella sera era acceso, anche se lui, nonostante il calore del fuoco, ricordava il freddo pungente di quella giornata inverale, là alle pendici del Gran Sasso. Ma forse il freddo lui l'aveva avvertito quando lei gli aveva detto: "Non possiamo più vederci. Sposo Alessandro, devo salvare la casa...". Lui era ammutolito e per un istante aveva pensato di aver capito male, poi, afferrandola, le aveva gridato: "Aspettami, parto, vado in America. Vedrai diventerò ricco. Questa casa, la casa dalle novantanove stanze sarà mia..."
Lei aveva riso, con quelle labbra di miele che lui ben conosceva. "Sei povero Toniuzzo, sei povero e lo sarai sempre" gli aveva sussurrato, prima di uscire dalla stanza, l'aroma del suo profumo che ondeggiava nell'aria come se la primavera la seguisse.
Lui era rimasto lì, il cappello tra le mani, lo sguardo fisso sulla porta, e la speranza dentro che quella porta si riaprisse, facendola passare, volare fino a lui, facendole dire: "Vengo con te Toniuzzo... Partiamo". Ma i battenti si erano aperti soltanto per far passare la domestica che l'aveva accompagnato alla porta.
Uscito dalla stanza, Toniuzzo percorse il corridoio entrando in quella che era stata la camera che lei aveva occupato da bambina. L'avevano distesa sul suo letto da ragazza vestita di bianco, le margherite gialle, il suo fiore preferito, tra le mani. Si era uccisa,così gli avevano raccontato, sparandosi con il fucile da caccia del marito, quando lui era fallito, prima che i creditori mettessero la casa all'asta. In paese ne avevano parlato per mesi, poi quella morte era stata dimenticata. C'era una sua fotografia, il giorno delle nozze. Vestita di azzurro, sgomenta, più pallida dell'abito che indossava, non rideva, non sorrideva nemmeno. Lui era partito la sera stessa per Napoli e il mattino dopo si era imbarcato per andarsene in America.
Il dolore di averla persa l'aveva reso forte impedendogli di sentire la fatica, rendendolo insensibile alla solitudine che lo ingoiava, feroce, appena rientrava in quella stamberga da cui usciva alle prime luci dell'alba per rientrarci quando il sole già tramontava, in rossi cieli di fuoco sulla sua testa. Aveva il sole al tramonto lo stesso colore del pomodoro che mangiava lentamente, condendolo con un po' di sale e una fetta larga di pane. Poi restava lì, pensando a lei, alla curva dei suoi fianchi, ai seni eretti che aveva stretto tra le mani
quella sera, nella vigna viola di grappoli maturi. Non l'aveva più mangiata l'uva scura e quando la vedeva esposta dal verduraio, voltava la testa perché il lavoro, la stanchezza, la miseria le reggeva, ma la sua mancanza ancora gli faceva male.
Allungò una mano a sfiorare la fotografia.
Era arrivato troppo tardi - pensò, ma aveva mantenuto la promessa.
Si affacciò alla finestra del salotto che dava sulla piazza. Intorno alla sua macchina, come api sul miele, si muovevano cauti i paesani, sfiorandola con la punta delle dita, quasi fossero al cospetto di una reliquia.
" Paisa' che ci vuoi fare un giro?" gridò e i berretti dei paesani volarono nel cielo, alti e neri contro l'azzurro, come rondini in un cielo estivo.
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scrittura
Stessa spiaggia, stesso mare
Le vacanze, come i regali di Natale, mi hanno sempre immalinconita, forse perché ho la sensazione di cogliervi una forzatura, uno sforzo a essere ciò che non siamo. Quella domanda che - quando la temperatura sale e le giornate diventano interminabili - fiorisce, distratta, sulle labbra di chi incontriamo, quel "Dove andrai in vacanza?" mi ha sempre dato fastidio. Perché è, appunto, distratta e codifica un rito. Collettivo. Quasi si trattasse di "Tenere calmi gli indigeni" , i quali, di tutto avrebbero bisogno fuorché di essere tenuti sotto controllo.
La vacanza allontana dai problemi senza risolverli, forse perché i problemi vanno, o andrebbero, affrontati. La vacanza attenua il sintomo, non cura la causa del malessere. Se così non fosse, perché quei rientri stizziti, quel traffico che a settembre - lo ricordo a Milano - si incattiviva più del solito, digrignava i denti, gente nera di pelle e di rabbia, tacchi che picchiavano sull'asfalto, il conto corrente andata in rosso per conquistarsi un ombrellone sulla spiaggia ingorgata di gente come la tangenziale nell'ora di punta. Però, se rito è ne ha tutte le caratteristiche e, quindi, fornisce alibi: il tempo è stato pessimo, gli amici, con i quali abbiamo condiviso il soggiorno, insopportabili, il mal di denti, imprevisto, il tutto a giustificazione di quella inquietudine, quelle malinconie improvvise e tenaci da cui siamo stati colti a tradimento alla sera, in quelle stanze d'albergo anonime, in quei luoghi di villeggiatura che si sono improvvisamente mostrati in tutta la loro estraneità, facendoci sentire la voglia di rientrare in quel mondo da cui siamo fuggiti armati di zaino e mille progetti, qualche aspettativa e uno scampolo di libertà che siamo convinti di desiderare più di ogni altra cosa al mondo. Ma che, ora che la stringiamo tra le dita, ci accorgiamo di non saper gestire.
Forse è da qui che dovremmo partire, riflettendo sul fatto che la libertà concede scelte. E noi scegliamo? O subiamo? Scegliamo sulla base dei desideri o subiamo in base ai bisogni? Qual è la sottile linea di demarcazione che divide i bisogni dai desideri se non il nostro personale livello di libertà e autonomia personale. Solo chi è libero sceglie. E chi non lo è? Cambia: la conquista più ardua, più complessa, la sfida più difficile che la vita ci propone: il cambiamento. Il nostro, non quello di chi ci sta accanto e che non abbiamo nè il potere, nè il diritto, nè il dovere di cambiare.
Se fossimo davvero autonomi forse non avremmo bisogno di vacanze, ma, se stanchi, di riposo, se curiosi, di luoghi e/o esperienze in grado di soddisfare la nostra curiosità, se stufi del tran, tran, di una botta di novità. Insomma di tutto potremmo avere bisogno ma non della ripetitività stantia della stessa spiaggia e dello stesso mare.
La vacanza allontana dai problemi senza risolverli, forse perché i problemi vanno, o andrebbero, affrontati. La vacanza attenua il sintomo, non cura la causa del malessere. Se così non fosse, perché quei rientri stizziti, quel traffico che a settembre - lo ricordo a Milano - si incattiviva più del solito, digrignava i denti, gente nera di pelle e di rabbia, tacchi che picchiavano sull'asfalto, il conto corrente andata in rosso per conquistarsi un ombrellone sulla spiaggia ingorgata di gente come la tangenziale nell'ora di punta. Però, se rito è ne ha tutte le caratteristiche e, quindi, fornisce alibi: il tempo è stato pessimo, gli amici, con i quali abbiamo condiviso il soggiorno, insopportabili, il mal di denti, imprevisto, il tutto a giustificazione di quella inquietudine, quelle malinconie improvvise e tenaci da cui siamo stati colti a tradimento alla sera, in quelle stanze d'albergo anonime, in quei luoghi di villeggiatura che si sono improvvisamente mostrati in tutta la loro estraneità, facendoci sentire la voglia di rientrare in quel mondo da cui siamo fuggiti armati di zaino e mille progetti, qualche aspettativa e uno scampolo di libertà che siamo convinti di desiderare più di ogni altra cosa al mondo. Ma che, ora che la stringiamo tra le dita, ci accorgiamo di non saper gestire.
Forse è da qui che dovremmo partire, riflettendo sul fatto che la libertà concede scelte. E noi scegliamo? O subiamo? Scegliamo sulla base dei desideri o subiamo in base ai bisogni? Qual è la sottile linea di demarcazione che divide i bisogni dai desideri se non il nostro personale livello di libertà e autonomia personale. Solo chi è libero sceglie. E chi non lo è? Cambia: la conquista più ardua, più complessa, la sfida più difficile che la vita ci propone: il cambiamento. Il nostro, non quello di chi ci sta accanto e che non abbiamo nè il potere, nè il diritto, nè il dovere di cambiare.
Se fossimo davvero autonomi forse non avremmo bisogno di vacanze, ma, se stanchi, di riposo, se curiosi, di luoghi e/o esperienze in grado di soddisfare la nostra curiosità, se stufi del tran, tran, di una botta di novità. Insomma di tutto potremmo avere bisogno ma non della ripetitività stantia della stessa spiaggia e dello stesso mare.
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