Girando pochi giorni fa per Milano, dove ogni trecento metri si trova una banca, mi chiedevo cosa ci facciano in un'economia alle corde, consumi al lumicino e fabbriche che chiudono, tutte quelle banche?
Aspettano i clienti in difficoltà per concedere loro credito. Anche se non possono garantire con il lavoro? Ma cosa volete che sia, una firmetta qua e una là e opslà, tutto, ma proprio tutto compresa la catenina d'oro della nonna è ancora tuo, ma non è più tuo. Se non fossi in grado di onorare il debito la banca si rifarebbe sui tuoi beni. Anche su quelli di tua moglie, suocera, figlia. Ti hanno chiesto una firmetta in più, data dai tuoi familiari. Si chiama fideiussione: è una trappola mortale.
Quando cominciò il cambiamento, il predominio delle banche all'interno del sistema? Quando non bastò più la delocalizzazione delle imprese, in paesi dove si pagavano stipendi da fame, quando ci si rese conto che si poteva guadagnare di più, e più in fretta, con la gestione finanziaria che con quela industriale? Stanco dell'economia reale, dei suoi tempi lunghi, della fatica del produrre un bene dopo l'altro, l'Occidente vide brillare il miraggio di un'economia finanziaria che viaggiava sui computer con sposatmenti velocissimi di moneta scritturale, intestata a nomi di comodo, libera da lacci e lacciuoli e imposizione fiscale. Il Paese di Bengodi aveva acceso le sue luminarie. La globalizzazione lo consentiva: denaro per tutti. Si compra oggi, si pagherà in futuro. L'economia finanziaria, però, si basa sui debiti. Non è solo immorale, è stupido e si rivelerà devastante. Ma che cosa se ne fa una banca, al di là delle garanzie che la mettono al riparo dalle perdite, di crediti di dubbia esazione? Non li tiene, sono esosi ma non stupidi, li cede a intermediari finanziari che, a loro volta, li cederanno a altri intermediari sul mercato. Più la pende più la rende - dicono dalle mie parti.
Questa facilità di trasferimento dei crediti ha un altro nome - che ai più astuti dovrebbe far drizzare le orecchie. Si chiama cartolarizzazione. Forse perché quello che stanno vendendo è carta straccia? Ma qualcuno i soldi li dovrà pur dare? A darli saranno i risparmiatori, opportunamente indirizzati dai consulenti per gli investimenti. Mai sentito parlare di Hedge Found? Più alto diventa il rischio, più alto il rendimento e così i gonzi ci cadono. Il cliente risparmiatore conferisce i suoi risparmi alla banca e lei li investe. In cosa? In titoli che compera in giro per il mondo oltre che a casa propria. In Argentina per esempio. Dove il rischio paese è alto? Sì, ma anche il rendimento. Poi le informazioni sul titolo sono buone...soltanto che chi le dà sono le società di rating, è pagato dalle banche che dovrebbero controllare. Qui si prefigura un conflitto d'interesse, ma sappiamo che è una mania, una sorta di chiodo fisso in questo paese! Quindi sorvoliamo...
La banca lucra le commissioni di sottoscrizione, il cliente poco dopo perde il capitale. Chiedete, se avete dei dubbi, a chi ha sottoscritto bond argentini, o Cirio o Parmalat.
Ma ci sono anche prodotti finanziari più complessi, per palati fini. Sono pezzi di carta che "derivano" il loro valore da un'attività sottostante: azioni, obbligazioni, ma anche tassi d'interesse o tassi di cambio. Nati con una funzione di copertura dal rischio sono diventati strumenti d'investimento. Sono il nulla per eccellenza, in una realtà che fa i conti con il virtuale, sono un miraggio di ricchezza e di potenza, ma come al tavolo da gioco, alla fine, vince solo il banco, pardon la banca, ma soltanto perché lo Stato interviene a sovvenzionarla. Con i soldi dei contribuenti naturalmente, ma il gioco d'azzardo, assurto a regola del mercato capitalistico, permette ancora quel tenore di vita che al mondo occidentale non è più consentito. Sono investimenti finanziari che ricalcano i vecchi contratti a premio ma riveduti e corretti sulla base di un'innovazione finanziaria folle e truffaldina. Consentono guadagni altissimi, ma perdite altrettanto elevate. Hanno nomi nuovi, si chiamono option, swap, call ecc. Li hanno stipulati anche Comuni e Regioni italiani per continuare a fornire servizi ai cittadini che le entrate fiscali non potrebbero più permettere.
Chi li ha introdotti, sapeva e ha taciuto. Le autorità monetarie hanno smantellato, con la connivenza del potere normativo e esecutivo, tutta la normativa che regolamentava, a tutela del risparmiatore, l'attività bancaraia e che era stata introdotta nel nostro Paese, negli anni Trenta, per uscire dalla crisi di Wall Street, ma soprattutto per evitare di ricaderci.
Perché e stato consentito? Perché la deregulation del settore del credito avrebbe consentito maggiori guadagni alle banche. Seguite la via dei soldi e vi sarà tutto chiaro- ha detto qualcuno.
Vi risulta che sia stata emanata una normativa per dichiarare i "derivati" prodotto finanziario fuorilegge? Che sia stato creato un organismo di controllo al di sopra delle parti per regolamentare i flussi di capitale che circolano fuori dai confini dei singoli paesi?
In Italia esiste ancora il segreto bancario che di tutti i segreti che fanno capo alle banche dovrebbe essere il primo ad essere smantellato.
Sapete su cosa indagava Falcone quando è stato ucciso? Sui conti correnti della mafia e sugli uomini che nelle banche lavorano per riciclare e investire i proventi derivanti dalle attività criminali mafiose. Li chiamano "uomini cerniera" e sono la nuova mafia in guanti bianchi che con uno zip ha saldato l'attività del crimine al mondo dell'alta finanza.
Erano almeno due anni che non tornavo a Milano e ho notato che il numero degli sportelli è ulteriormente aumentato.
Inquietante come vedere, in paziente attesa, degli avvoltoi girare in tondo sopra un moribondo.
E dovremmo credere a chi, con incauto ottimismo, ci vede fuori dalla crisi? Gli strozzini legalizzati stanno arrotando i denti.
Brutto segno, ragazzi, brutto segno!
venerdì 7 agosto 2009
mercoledì 5 agosto 2009
CAMBIARE E' MORIRE MA PER RINASCERE
Mi è capitato recentemente d'incontrare, dopo parecchi anni in cui non c'eramo viste, una vecchia amica diventata, inevitabilmente, anche un'amica vecchia. Il tempo passato, che implacabile l'aveva segnata, mi fece cogliere immediatamente nelle sue rughe il riflesso delle mie. Ci sedemmo a prendere un tè, a raccontarci...Quanti anni, quanti ricordi. Lei non era cambiata. Per niente. Era stata una belle donna, formosa, vestita in modo da sottolineare quella sua femminilità un po' esuberante. Anche quel giorno indossava sandaletti legati alla caviglia, una gonna stretta, una maglietta scollata e attillata. Si era truccata pesantemente: il rimmel appesantiva le palpebre gonfie e il fondotinta accentuava le zampe di gallina, creando l'effetto cerone. Era coinvolta in una turbinosa storia d'amore con un uomo sposato. Come allora. Mi chiesi, non le chiesi, se fosse lo stesso. Mi raccontava, con le stesse parole, una storia nuova che, vissuta con le stesse modalità, diventava una replica di un dejà vu. Come allora mi ascoltò distrattamente, lasciando scivolare uno sguardo di commiserazione sui miei pantaloni neri con camicia dello stesso colore, rigorosamente fuori dai pantaloni, che il girovito non è più quello di una volta, poi, sorpresa, mi chiese: " Perché non ti tingi i capelli? Eri bionda"
" Ero " le risposi, e in quel verbo al passato sintetizzai un cambiamento che partendo dai capelli aveva investito tutta la mia vita.Mi guardò senza capire. Non le parlai della fatica che mi era costato, della guerra furibonda che avevo ingaggiato con me stessa, dello sforzo iniziale di spostare la mia attenzione dai problemi di chi amavo ( attribuendo a questi problemi la mia infelicità) ai miei problemi. Se risulta difficile cambiare un'abitudine, che è soltanto ripetitività di comodo, è durissimo cambiare qualcosa nella struttura portante della personalità che così si è formata sulla base dei cromosomi che ci hanno caricato in spalla al momento della nascita, dell'ambiente in cui siamo cresciuti e delle persone con cui abbiamo condiviso soprattutto le esperienze fondamentali dei primi anni di vita. Cambiare aveva significato per me andare all'origine, alle motivazioni di certi comportamenti, ripescare ricordi rimossi - i sogni e un'ottima terapeuta mi avevano aiutata - scoprire l'umiltà del dubbio e consegnarmi al ciclone del cambiamento sapendo che ci sarebbe stato quel momento terribile in cui, gettate a mare tutte le sicurezze reali o fasulle alle quali mi ero aggrappata per sopravvivere, mi sarei trovata, inerme, vulnerabile, ancora priva delle nuove sicurezze che avevo elaborato per vivere.
Vivere o sopravvivere?
Sceglier o subire?
Vivere nei bisogni o soddisfare i propri desidei?
"Come sei cambiata! Non ti avrei riconosciuta" mi disse.
"Cambiare è morire, ma per rinascere" le risposi prima di lasciarci.
Mi guardò inquieta, perplessa, poi dopo avermi baciata, attenta a non sbavare il rossetto, si allontanò, caracollando incerta sui suoi tacchi stratosferici.
" Ero " le risposi, e in quel verbo al passato sintetizzai un cambiamento che partendo dai capelli aveva investito tutta la mia vita.Mi guardò senza capire. Non le parlai della fatica che mi era costato, della guerra furibonda che avevo ingaggiato con me stessa, dello sforzo iniziale di spostare la mia attenzione dai problemi di chi amavo ( attribuendo a questi problemi la mia infelicità) ai miei problemi. Se risulta difficile cambiare un'abitudine, che è soltanto ripetitività di comodo, è durissimo cambiare qualcosa nella struttura portante della personalità che così si è formata sulla base dei cromosomi che ci hanno caricato in spalla al momento della nascita, dell'ambiente in cui siamo cresciuti e delle persone con cui abbiamo condiviso soprattutto le esperienze fondamentali dei primi anni di vita. Cambiare aveva significato per me andare all'origine, alle motivazioni di certi comportamenti, ripescare ricordi rimossi - i sogni e un'ottima terapeuta mi avevano aiutata - scoprire l'umiltà del dubbio e consegnarmi al ciclone del cambiamento sapendo che ci sarebbe stato quel momento terribile in cui, gettate a mare tutte le sicurezze reali o fasulle alle quali mi ero aggrappata per sopravvivere, mi sarei trovata, inerme, vulnerabile, ancora priva delle nuove sicurezze che avevo elaborato per vivere.
Vivere o sopravvivere?
Sceglier o subire?
Vivere nei bisogni o soddisfare i propri desidei?
"Come sei cambiata! Non ti avrei riconosciuta" mi disse.
"Cambiare è morire, ma per rinascere" le risposi prima di lasciarci.
Mi guardò inquieta, perplessa, poi dopo avermi baciata, attenta a non sbavare il rossetto, si allontanò, caracollando incerta sui suoi tacchi stratosferici.
martedì 4 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Teresina, lo scialle sulla testa, imboccò la strada che portava al ghetto. Non amava quelle strade strettissime che il sole non illuminava e che lei percorreva in fretta, il passo agitato e il volto paffuto, al quale la preoccupazione dava un'espressione finalmente adulta, teso, mentre cercava la casa della levatrice. Doveva essere nei paraggi, sempre che ricordasse bene. Non si era sbagliata - pensò, attaccandosi al battacchio il cui suono sembrò rimbombare all'interno della casa. La levatrice si affacciò e, riconoscendo Teresina, un'espressione spaventata le alterò il viso, mentre, aggressiva, le diceva: "Ancora voi! Se riguarda la vostra padrona non ne voglio sapere nulla. Andatevene!", facendo il gesto di accostare il portoncino. "Per l'amor di Dio, datele una mano prima che faccia una pazzia". La donna sembrò esitare e Teresina ne approfittò per infilarsi nell'ingresso, mentre l'altra, quasi parlando tra sé e sé, borbottava: "E non sarebbe la prima".
Poi, aggiunse:" E, ora, che problema ha?"
Teresina, stropicciandosi le mani, disse:" E' incinta".
" Di nuovo? Ma di chi? Questa volta si è fatta furba, la vostra padrona..." e la levatrice aggiunse "Non voglio problemi con il Veneziano".
Teresina borbottò:" Vi pagherà bene" ma la donna di fronte a lei, che appariva irremovibile, le stava già indicando la porta con un gesto e un'espressione che non denotavano tentennamenti. Pochi secondi dopo, nel vicolo rimbombava il rumore del portone sbattuto con violenza.
La servetta ripercorreva il vicolo, tradendo un'agitazione che andava aumentando all'idea di trovarsi di fronte alla padrona senza essere riuscita a combinare nulla. Andava come un refolo di vento, incontrando rari passanti, che scansava senza quasi vederli, conscia di trovarsi in strade poco sicure.
Con un sospiro di sollievo, uscì dall'intrico dei vicoli e, dopo aver attraversato una piazza, si trovò in una strada più ampia. La brezza sapeva già di mare e oltre le case spuntavano gli alberi più alti dei velieri ormeggiati nel porto. Un marinaio ubriaco le fece un complimento, tentando di afferrarla, e Teresina gli sfuggì dalle mani, urlandogli " Ma va in malora!" mentre, quasi di corsa, infilava l'ultima strada e alzando gli occhi intravedeva alla finestra Maria, con Angela tra le braccia.
Entrò nell'atrio, mentre la padrona scendeva lungo le scale.
"Allora?" e Maria era ancora più pallida della camicetta che indossava. Soltanto gli occhi le brillavano, febbricitanti, nel volto teso, mentre la servetta, sgomenta, allargava le braccia e faceva un cenno di diniego con la testa. In quell'istante la porta si apriva e il Veneziano, seguito dal Moro, entrava nell'ingresso, diretto all'ufficio del pianterreno. Un silenzio, carico d'imbarazzo, calava sull locale. Gli occhi del Moro scivolarono sul volto di Maria, sul profilo da cammeo, inchiodandosi sulla bocca, piena e tremante, sulla quale sembrava essersi arenato, come una nave in secca, il saluto. Si mosse per primo il Veneziano dicendo: "Teresina, dove Diavolo ti eri cacciata? Quando servi non ci sei mai! Portaci del caffè, bello forte. Siamo nello studio", poi, senza degnare di uno sguardo la moglie, imboccava deciso il corridoio davanti a lui, seguito dal Moro. (continua...)
Poi, aggiunse:" E, ora, che problema ha?"
Teresina, stropicciandosi le mani, disse:" E' incinta".
" Di nuovo? Ma di chi? Questa volta si è fatta furba, la vostra padrona..." e la levatrice aggiunse "Non voglio problemi con il Veneziano".
Teresina borbottò:" Vi pagherà bene" ma la donna di fronte a lei, che appariva irremovibile, le stava già indicando la porta con un gesto e un'espressione che non denotavano tentennamenti. Pochi secondi dopo, nel vicolo rimbombava il rumore del portone sbattuto con violenza.
La servetta ripercorreva il vicolo, tradendo un'agitazione che andava aumentando all'idea di trovarsi di fronte alla padrona senza essere riuscita a combinare nulla. Andava come un refolo di vento, incontrando rari passanti, che scansava senza quasi vederli, conscia di trovarsi in strade poco sicure.
Con un sospiro di sollievo, uscì dall'intrico dei vicoli e, dopo aver attraversato una piazza, si trovò in una strada più ampia. La brezza sapeva già di mare e oltre le case spuntavano gli alberi più alti dei velieri ormeggiati nel porto. Un marinaio ubriaco le fece un complimento, tentando di afferrarla, e Teresina gli sfuggì dalle mani, urlandogli " Ma va in malora!" mentre, quasi di corsa, infilava l'ultima strada e alzando gli occhi intravedeva alla finestra Maria, con Angela tra le braccia.
Entrò nell'atrio, mentre la padrona scendeva lungo le scale.
"Allora?" e Maria era ancora più pallida della camicetta che indossava. Soltanto gli occhi le brillavano, febbricitanti, nel volto teso, mentre la servetta, sgomenta, allargava le braccia e faceva un cenno di diniego con la testa. In quell'istante la porta si apriva e il Veneziano, seguito dal Moro, entrava nell'ingresso, diretto all'ufficio del pianterreno. Un silenzio, carico d'imbarazzo, calava sull locale. Gli occhi del Moro scivolarono sul volto di Maria, sul profilo da cammeo, inchiodandosi sulla bocca, piena e tremante, sulla quale sembrava essersi arenato, come una nave in secca, il saluto. Si mosse per primo il Veneziano dicendo: "Teresina, dove Diavolo ti eri cacciata? Quando servi non ci sei mai! Portaci del caffè, bello forte. Siamo nello studio", poi, senza degnare di uno sguardo la moglie, imboccava deciso il corridoio davanti a lui, seguito dal Moro. (continua...)
lunedì 3 agosto 2009
Il Grande Venditore di sogni irrealizzabili è ancora più forte.
Ricordo ancora certi film dell'orrore, i figli spaventatissimi che rassicuravo dicendo "E' tutto finto", mentre loro, a rimarcare il ben diverso impatto dell'immagine sulla parola scritta, rispondevano "Sembrava vero". Era inventato, ma verosimile. Chi di noi riuscirà mai a dimenticare le due Torri Gemelle di New York che crollano al suolo? E quel commento "Sembrava un film"?
Il confine tra ciò che è e ciò che sembra si sta facendo labile? E se la risposta suonasse affermativa quali sarebbero i rischi? Pensiamo a un leader politico sul palco di una piazza o inquadrato da uno schermo televisivo. Alla televisione la mimica facciale, difficile da cogliere dal vivo a distanza, darebbe una ben diversa rilevanza alla comunicazione gestuale. Il sorriso o sorrisetto, gli sguardi, la mascella che si fa rigida, la strizzata d'occhio, la postura, il gioco delle mani potrebbero convincere quasi più delle parole. Certamente i più fragli, i meno preparati, come un falso piazzista che per mettere a segno i propri colpi li indirizzasse alle vecchiette. Ma, con una popolazione che invecchia, le vecchiette e i vecchietti sono numerosi. E poi ci sono i giovani che ancora non sanno che le parole non hanno padrone e si prestano a tutti i giochi. E i ragazzi apprendono dalla scuola ma anche dalla televisione e quasi nulla dai giornali. Ma cosa può una scuola ridotta, da interventi demagogici e velleitari, a brandelli, su cui la famiglia - mai come ora in affanno - ha scaricato anche la responsabilità dell'educazione dei propri figli, di fronte al pifferaio magico in cui la televisione s'incarna? Il giornalista verifica la notizia prima di scriverla, a differenza del cronista televisivo il cui merito è di darla in tempo reale, spiazzando, ovviamente, il giornale. Quante volte i miei alunni a scuola, facendomi imbufalire, mi buttavano là quel " L'ho sentito alla televisione!" con la deferenza che avrebbero manifestato per un versetto biblico. Nel nostro Paese il confronto tra televisione pubblica e privata, con la televisione pubblica già parzialmente asservita al potere politico attraverso le nomine dei dirigenti, è ora, dopo la fusione tra Rai e Mediset che ha dato vita a Raiset, inesistente. A Berlusconi è stato consegnato praticamente l'intero sistema della comunicazione televisiva.
Il Grande Venditore di sogni irrealizzabli è ancora più forte.
Spegnamo le televisioni, comperiamo i giornali, parliamo con i nostri figli,percorriamo con loro le vie della blogsfera e, soprattutto, facciamoli studiare per sviluppare il loro senso critico, abituarli al confronto dialettico,porli in grado di spostare l'attenzione sui fatti. Questa è una guerra anche se sono le parole e le immagini le nuove armi.
Ricordo un film di Nicolas Roeg con uno splendido e inquietante David Bowie: L'uomo che cadde sulla Terra. L'alieno, mandato in missione sul nostro pianeta con il compito di reperire energia per il suo asfittico mondo, seduto al centro di una stanza tappezzata di televisori, s'ingozzava di programmi, convinto che ciò che vedeva fosse la fotocopia del mondo che lo circondava. Era il Settantasei, il film mi lasciò addosso un'inquietudine strana. Tenace. Ormai siamo abituati a questa pluridimensionalità: accanto al reale c'è l'immaginario - che c'è sempre stato -, ma al quale la tecnologia ha dato sfumature diverse. Luccicano attraenti la copia del reale, il falso verosimile e l'ultima nuova dimensione della realtà che è la dimensione virtuale a dare l'impressione di un immenso luna park nel quale può risultare sempre più facile e piacevole perdersi.L'avrà visto l'uomo che ha inventato la televisione d'intrattenimento nel nostro Paese, ma non ha mai permesso ai propri figli, bambini, di vederla? Raccontiamolo ai nostri figli. Regaliamoli per un compleanno l'abbonamento a un quotidiano, una di quelle ormai pochissime testate giornalistiche che ancora osano schierarsi contro Berlusconi, non soltanto una giochino elettronico.
Sarà come mettere nelle loro mani una bussola per muoversi in un mondo così complesso.
Prima o poi ci ringrazieranno.
Il confine tra ciò che è e ciò che sembra si sta facendo labile? E se la risposta suonasse affermativa quali sarebbero i rischi? Pensiamo a un leader politico sul palco di una piazza o inquadrato da uno schermo televisivo. Alla televisione la mimica facciale, difficile da cogliere dal vivo a distanza, darebbe una ben diversa rilevanza alla comunicazione gestuale. Il sorriso o sorrisetto, gli sguardi, la mascella che si fa rigida, la strizzata d'occhio, la postura, il gioco delle mani potrebbero convincere quasi più delle parole. Certamente i più fragli, i meno preparati, come un falso piazzista che per mettere a segno i propri colpi li indirizzasse alle vecchiette. Ma, con una popolazione che invecchia, le vecchiette e i vecchietti sono numerosi. E poi ci sono i giovani che ancora non sanno che le parole non hanno padrone e si prestano a tutti i giochi. E i ragazzi apprendono dalla scuola ma anche dalla televisione e quasi nulla dai giornali. Ma cosa può una scuola ridotta, da interventi demagogici e velleitari, a brandelli, su cui la famiglia - mai come ora in affanno - ha scaricato anche la responsabilità dell'educazione dei propri figli, di fronte al pifferaio magico in cui la televisione s'incarna? Il giornalista verifica la notizia prima di scriverla, a differenza del cronista televisivo il cui merito è di darla in tempo reale, spiazzando, ovviamente, il giornale. Quante volte i miei alunni a scuola, facendomi imbufalire, mi buttavano là quel " L'ho sentito alla televisione!" con la deferenza che avrebbero manifestato per un versetto biblico. Nel nostro Paese il confronto tra televisione pubblica e privata, con la televisione pubblica già parzialmente asservita al potere politico attraverso le nomine dei dirigenti, è ora, dopo la fusione tra Rai e Mediset che ha dato vita a Raiset, inesistente. A Berlusconi è stato consegnato praticamente l'intero sistema della comunicazione televisiva.
Il Grande Venditore di sogni irrealizzabli è ancora più forte.
Spegnamo le televisioni, comperiamo i giornali, parliamo con i nostri figli,percorriamo con loro le vie della blogsfera e, soprattutto, facciamoli studiare per sviluppare il loro senso critico, abituarli al confronto dialettico,porli in grado di spostare l'attenzione sui fatti. Questa è una guerra anche se sono le parole e le immagini le nuove armi.
Ricordo un film di Nicolas Roeg con uno splendido e inquietante David Bowie: L'uomo che cadde sulla Terra. L'alieno, mandato in missione sul nostro pianeta con il compito di reperire energia per il suo asfittico mondo, seduto al centro di una stanza tappezzata di televisori, s'ingozzava di programmi, convinto che ciò che vedeva fosse la fotocopia del mondo che lo circondava. Era il Settantasei, il film mi lasciò addosso un'inquietudine strana. Tenace. Ormai siamo abituati a questa pluridimensionalità: accanto al reale c'è l'immaginario - che c'è sempre stato -, ma al quale la tecnologia ha dato sfumature diverse. Luccicano attraenti la copia del reale, il falso verosimile e l'ultima nuova dimensione della realtà che è la dimensione virtuale a dare l'impressione di un immenso luna park nel quale può risultare sempre più facile e piacevole perdersi.L'avrà visto l'uomo che ha inventato la televisione d'intrattenimento nel nostro Paese, ma non ha mai permesso ai propri figli, bambini, di vederla? Raccontiamolo ai nostri figli. Regaliamoli per un compleanno l'abbonamento a un quotidiano, una di quelle ormai pochissime testate giornalistiche che ancora osano schierarsi contro Berlusconi, non soltanto una giochino elettronico.
Sarà come mettere nelle loro mani una bussola per muoversi in un mondo così complesso.
Prima o poi ci ringrazieranno.
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domenica 2 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Maria fu svegliata dal chiarore che filtrava dalla finestra e da una sensazione di fastidio che, da vaga, si faceva, mentre prendeva coscienza, più precisa. La testa le ronzava e la camera, quando scivolò giù dal letto, prese a girarle attorno come una trottola. Uscì senza fare rumore e raggiunse la cucina. Si riscaldò un po' di latte e lo buttò giù, ma l'aveva appena ingoiato quando un violento dolore allo stomaco la fece quasi crollare su una seggiola. Un minuto dopo vomitava il latte, mentre una domanda angosciosissima si faceva strada dentro di lei. " Che giorno era? IL venti, no il ventuno...Oh, Santo Paradiso, aveva un ritardo di cinque giorni. Un ritardo mestruale e il vomito potevano significare una cosa soltanto: era di nuovo incinta! Il ricordo del parto le tornò alla mente e, violento dentro di lei, scattò il rifiuto per quella maternità. Non era un altro figlio che non voleva: era un figlio di Sigismondo, di quell'uomo che non stimava, che la teneva chiusa in gabbia, che non l'amava e probabilmente non l'aveva mai amata. Era il frutto, quella creatura che le cresceva dentro, di quegli amori coniugali frettolosi, invadenti, che iniziavano e si concludevano senza una parola, senza una carezza. Abbracci che la lasciavano insonne a fantasticare su possibili fughe, mentre il respiro del marito si faceva regolare e profondo e il senso di estraneità che lei provava la faceva raggomitolare sul bordo estremo del letto ad aspettate il primo chiarore dell'alba per alzarsi e darsi da fare, dare gli ordini per il pranzo a Teresina e scendere a controllare il magazzino. Con la merce scaricata dalla stiva della Capinera, era di nuovo pieno e le vendite andavano benissimo. Il problema, come al solito, riguardava Sigismondo, che aveva perso molto denaro al gioco e che attingeva continuamente alla cassa, nonstante le sue proteste e le sue raccomandazioni.
L'arrivo di Teresina, alla quale fu sufficiente notare il pallore della padrona e il pavimento sporco di vomito per mettersi le mani nei capelli, la distolse dai suoi pensieri. La ragazza borbottando:" La xe de novo incinta. Gesù Maria questa no la ghe voleva", si affrettò a passare lo straccio sul pavimento, aggiungendo: "E' il nostro destino di donne, dobbiamo avere pazienza", ma Maria, guardandola con decisione, le rispose: "Vestiti, devi andare dalla levatrice e spiegarle la situazione. Ho avuto pazienza fino a questo momento, ora basta!So che ci sono delle pozioni a base di erbe..."
La domestica impallidì:" Non vorrà prendere quella porcheria. Una mia cugina è morta con quella roba e poi...". "E poi, cosa? E' un peccato! Perché portarmi via una figlia non è stato un peccato? E ora non voglio discutere con te. Domanda alla levatrice quello che ti ho chiesto e quanto vuole. E ora fila che el sol magna le ore e io ho un sacco di cose da fare. Quando Teresina uscì dalla cucina lei la seguì e, percorso il corridoio, entrò nella camera dove il marito dormiva ancora, si avvicinò al lettino della figlia e la osservò, a lungo, pensosa, mentre quel bambino dentro di lei diventava reale, e ne immaginava i capelli, gli occhi, il carattere. E lo vedeva già gattonare per casa e ridere e ascoltare, a bocca spalancata, le sue favole.
Come sarebbe stato quel bambino fantasticato che lei non poteva e non voleva mettere al mondo in quel momento? Avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza per scacciare il desiderio che la vista del Moro aveva riacceso in lei, doveva tenere saldamente in mano le redini della famiglia e degli affari. Doveva pensare a quella figlia, la cui serenità dipendeva da lei, e doveva cercare l'altra, scoprire se fosse ancora viva, nelle mani di chi, magari poco amata se non maltrattata, umiliata. Si voltò, un'espressione di odio negli occhi, lo sguardo che scivolava sul corpo massiccio del marito. Togliendole la figlia l'aveva punita, ma anche perduta e, mentre un pianto silenzioso la scuoteva, dopo essersi chinata a prendere la figlia, badando a non fare rumore, scivolò fuori dalla stanza.
L'arrivo di Teresina, alla quale fu sufficiente notare il pallore della padrona e il pavimento sporco di vomito per mettersi le mani nei capelli, la distolse dai suoi pensieri. La ragazza borbottando:" La xe de novo incinta. Gesù Maria questa no la ghe voleva", si affrettò a passare lo straccio sul pavimento, aggiungendo: "E' il nostro destino di donne, dobbiamo avere pazienza", ma Maria, guardandola con decisione, le rispose: "Vestiti, devi andare dalla levatrice e spiegarle la situazione. Ho avuto pazienza fino a questo momento, ora basta!So che ci sono delle pozioni a base di erbe..."
La domestica impallidì:" Non vorrà prendere quella porcheria. Una mia cugina è morta con quella roba e poi...". "E poi, cosa? E' un peccato! Perché portarmi via una figlia non è stato un peccato? E ora non voglio discutere con te. Domanda alla levatrice quello che ti ho chiesto e quanto vuole. E ora fila che el sol magna le ore e io ho un sacco di cose da fare. Quando Teresina uscì dalla cucina lei la seguì e, percorso il corridoio, entrò nella camera dove il marito dormiva ancora, si avvicinò al lettino della figlia e la osservò, a lungo, pensosa, mentre quel bambino dentro di lei diventava reale, e ne immaginava i capelli, gli occhi, il carattere. E lo vedeva già gattonare per casa e ridere e ascoltare, a bocca spalancata, le sue favole.
Come sarebbe stato quel bambino fantasticato che lei non poteva e non voleva mettere al mondo in quel momento? Avrebbe avuto bisogno di tutta la sua forza per scacciare il desiderio che la vista del Moro aveva riacceso in lei, doveva tenere saldamente in mano le redini della famiglia e degli affari. Doveva pensare a quella figlia, la cui serenità dipendeva da lei, e doveva cercare l'altra, scoprire se fosse ancora viva, nelle mani di chi, magari poco amata se non maltrattata, umiliata. Si voltò, un'espressione di odio negli occhi, lo sguardo che scivolava sul corpo massiccio del marito. Togliendole la figlia l'aveva punita, ma anche perduta e, mentre un pianto silenzioso la scuoteva, dopo essersi chinata a prendere la figlia, badando a non fare rumore, scivolò fuori dalla stanza.
Stazione di Bologna
Uscì correndo dal portone.
Avevano litigato, una baruffa tra innamorati,
come capita quando si è giovani e ci si vuole bene.
Via come un refolo di bora,
con la merenda per lui nella borsa,
per fare pace.
Il treno le passò davanti al naso…
Che giornata di m...a,
se lo sarebbe ricordato quel due agosto,
l’occhio fisso sui fanalini di coda
del treno Ancona /Chiasso,
arrivo alla stazione di Bologna.
Alle 10.25 del mattino.
Uscì correndo dal portone.
Avevano litigato, una baruffa tra innamorati,
come capita quando si è giovani e ci si vuole bene.
Via come un refolo di bora,
con la merenda per lui nella borsa,
per fare pace.
Il treno le passò davanti al naso…
Che giornata di m...a,
se lo sarebbe ricordato quel due agosto,
l’occhio fisso sui fanalini di coda
del treno Ancona /Chiasso,
arrivo alla stazione di Bologna.
Alle 10.25 del mattino.
sabato 1 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Amos, allungato sul letto, rifletteva. Yael gli era sempre piaciuta e incontrarla lo turbava ogni volta, ma ciò che in quel momento gli risultava strano era quella piccola mulatta che la donna si teneva stretta al collo, quando si era fermato a salutarla, come se temesse qualcosa. Ma cosa? Yael era la nipote del rabbi e nessuno all'interno del ghetto avrebbe osato importunarla, quindi cos'era che l'aveva spaventata? Gli era già giunta all'orecchio la notizia che la bambina cresciuta da Yael oltre a non essere la figlia delle coppia, nata morta facendo rischiare alla madre di fare la stessa fine, era un'orfanella che la donna aveva raccolto in segno di ringraziamento al Signore per essere sopravvissuta a quel terribile parto. Non c'erano molti uomini di colore in città e soltanto alcuni tra loro avevano famiglia. Ma quella bambina era evidentemente una mulatta, figlia di un bianco e una donna di colore o viceversa. Era deciso a vederci chiaro in questa faccenda e magari, indagando, sarebbe incappato in qualche segreto di famiglia. I segreti, per restare tali, richiedono bocche cucite. Eh, eh...- pensò - magari ci si rimedia qualche soldo. Mi è andata buca con il rabbi e il Moro. Vediamo di mettere il naso in giro a annusare l'aria, e, con un sorriso, palpando con la mano il suo notevole naso, si girò nel letto e si addormentò.
Yael, appena giunta a casa dal rabbi, si precipitò nello studio, tutta agitata, Angela inquieta al collo che cercava invano di attirare la sua attenzione.
" Quando è arrivato Amos?" chiese allo zio.
" E' appena sbarcato dalla Capinera. Perché ti interessa tanto?"
La piccola Angela cominciò a piangere infastidita.
" La Capinera non è la nave del Moro?"
" Sì, e con questo?"
" Non lo so, quando l'ho visto ho avvertito una sensazione di pericolo, non per me, per Angela".
" E' perché sei troppo legata a questa bambina, guarda come la vizi. Devi anche educarla Yael. E ora vai a casa, vai a casa e stai tranquilla."
" Non vorrei che Amos..." e Yael, lasciando la frase in sospeso, cercò di calmare Angela che manifestava tutto il suo disagio, quasi lo studio buio e soffocante del vecchio la racchiudesse come un animale in trappola. Dicono che il corpo ricordi e forse la bambina ricordava la fame di quelle sue prime ore di vita, ricollegandola all'odore di libri di quel luogo e al rifiuto, soprattutto al rifiuto che in quella stanza si era concretizzato in uno scambio che, come un fagotto, l'aveva fatta passare da una mano a un altra, mentre il suo pianto lacerante, allora come oggi, riempiva quell'aria spessa, stantia che sapeva di chiuso, di lacrime, sussurri e problemi che venivano quotidianamente riversati sulle spalle del vecchio rabbi.
" Amos cosa?" la interruppe il vecchio, gli occhi dallo sguardo calmo e fermo e la barba bianca ben pettinata, che era solito accarezzare quando aveva bisogno di riflettere, come ora, per comunicare poi all'interlocutore un po' della sua sicurezza.
" Vado, la bambina è vivacissima: ha voglia di camminare" e, così dicendo, la giovane Yael uscì dalla stanza raggiungendo l'ingresso. " Fidati del rabbi..." le sussurrò la zia, prima di abbracciarla e aprirle il portoncino, mentre lei, con un sospiro di sollievo, scivolava rapida lungo il vicolo, stringendosi addosso Angela che, già rasserenata, si stava addormentando sulla sua spalla.
(continua...)
Yael, appena giunta a casa dal rabbi, si precipitò nello studio, tutta agitata, Angela inquieta al collo che cercava invano di attirare la sua attenzione.
" Quando è arrivato Amos?" chiese allo zio.
" E' appena sbarcato dalla Capinera. Perché ti interessa tanto?"
La piccola Angela cominciò a piangere infastidita.
" La Capinera non è la nave del Moro?"
" Sì, e con questo?"
" Non lo so, quando l'ho visto ho avvertito una sensazione di pericolo, non per me, per Angela".
" E' perché sei troppo legata a questa bambina, guarda come la vizi. Devi anche educarla Yael. E ora vai a casa, vai a casa e stai tranquilla."
" Non vorrei che Amos..." e Yael, lasciando la frase in sospeso, cercò di calmare Angela che manifestava tutto il suo disagio, quasi lo studio buio e soffocante del vecchio la racchiudesse come un animale in trappola. Dicono che il corpo ricordi e forse la bambina ricordava la fame di quelle sue prime ore di vita, ricollegandola all'odore di libri di quel luogo e al rifiuto, soprattutto al rifiuto che in quella stanza si era concretizzato in uno scambio che, come un fagotto, l'aveva fatta passare da una mano a un altra, mentre il suo pianto lacerante, allora come oggi, riempiva quell'aria spessa, stantia che sapeva di chiuso, di lacrime, sussurri e problemi che venivano quotidianamente riversati sulle spalle del vecchio rabbi.
" Amos cosa?" la interruppe il vecchio, gli occhi dallo sguardo calmo e fermo e la barba bianca ben pettinata, che era solito accarezzare quando aveva bisogno di riflettere, come ora, per comunicare poi all'interlocutore un po' della sua sicurezza.
" Vado, la bambina è vivacissima: ha voglia di camminare" e, così dicendo, la giovane Yael uscì dalla stanza raggiungendo l'ingresso. " Fidati del rabbi..." le sussurrò la zia, prima di abbracciarla e aprirle il portoncino, mentre lei, con un sospiro di sollievo, scivolava rapida lungo il vicolo, stringendosi addosso Angela che, già rasserenata, si stava addormentando sulla sua spalla.
(continua...)
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