Era notte fonda quando quel trillo perforante mi strappò al sonno. Allungai una mano e la stanza s'illuminò della luce discreta e ovattata che spandeva all'intorno la lampada posta sul comodino. L'orologio segnava le due di notte. Mi alzai, rinunciando a infilare le ciabatte e, con il cuore che aveva incominciato a saltarmi nel petto togliendomi il respiro, entrai nel soggiorno e alzai il ricevitore.
"Pronto, Giovanna Marini?"
Voce sconosciuta quasi quanto la mia che, strozzata , tanto da rendermela irriconoscibile, infranse il silenzio della notte " Sì, è successo qualcosa?"
"Qui Ospedale Maggiore di Trieste: lei è una parente di Maria Marini?"
"Sì" risposi, senza osare chiedere altro.
"Figlia?"
"E' mia madre... "
In gola, messe di traverso come un boccone indigesto, parole che non riuscivo a pronunciare.
"E' ricoverata nel reparto di terapia intensiva; ha avuto un infarto", continuò quella voce dall'accento triestino che mi riportava alla città dove ero nata e cresciuta, sprofondandomi nell'angoscia del presente che sembrò, in quel momento, ricongiungersi senza soluzione di continuità al passato, come se nella mia vita la costante sotterranea appena venuta alla luce fosse, da sempre, l'angoscia.
"Parto immediatamente!".
"Va ben, ma la se movi".
Tornai in camera e, in pochi minuti, mi ritrovai sulla porta d'ingresso, con un borsone tra i piedi, lo sguardo che scivolava sulla casa e sugli oggetti, a imprimere nella memoria l'ultima immagine di me, figlia, inserita in un contesto noto. Percepivo con chiarezza che al mio ritorno sarei stata orfana, e non solo di madre. Avrei potuto infilare la testa sotto la sabbia e ritenere Gloria una mitomane, ma ormai eravamo andate troppo oltre. Il destino aveva deciso di togliermi ogni sicurezza - pensai, mentre mi chiudevo la porta alle spalle e pigiavo il pulsante dell'ascensore.
Il cielo era nero, qualche stella appariva e scompariva, brillando fiocamente prima di celarsi dietro a una nuvola. L'aria della notte, brusca e umida, annunciava pioggia, o quella sensazione di pioggia era un bisogno di lacrime che non riuscivo a versare?
La macchina aggrediva ora la notte, volando sull'asfalto, strade vuote e silenziose, curve, semafori dalla luce intermittente che mi sfilavano davanti agli occhi. Riuscivo a non divagare, concentrata su un unico pensiero: arrivare in fretta, più in fretta possibile per dirle... Cosa? Le parole che non avevo mai osato pronunciare? O rinunciare a sapere, chiudendomi nella falsità facendomene scudo. La verità è una gran balla se qualcuno non te la carica subito in spalla. Alla verità, come alla libertà, è necessario essere abituati fin da bambini, per identificarla in mezzo alle bugie e per avere il coraggio di viverla.
Il cielo cominciava a schiarire a Oriente, alla mia destra riconobbi Marghera e il baluginio d'oro delle cupole delle chiese veneziane. Stridiì di gabbiani si incrociavano nell'aria e ora, evocati dai luoghi, i ricordi arrivavano a folate: stavo infatti costeggiando le città che mi avevano visto sposa, stregata dalla malia di una terra di uomini che su imbarcazioni nere come rondini e sinuose come corpi di donne scivolano sul pelo dell'acqua come cigni in uno stagno. A Venezia avevo amato un musicista...
Ora sorgeva il sole e quando mi si parò davanti il Carso con le doline bianche di margherite, i muretti a secco a delimitare vigneti piccoli e contorti battuti dal vento e strappati alla roccia, capii che ero a casa. Infilai la strada che portava a Trieste: davanti a me si spalancavano spazi azzurri di cielo e mare che si rincorrevano all'infinito, pigre le prime barche sfidavano il borin . Orlate di effimeri pizzi di schiuma, si schiantavano sulle rocce le onde. lImmutabile la voce del mare si univa al canto del vento e mi accoglieva una marcia trionfale, consacrandomi Sposa del Mare e Signora del Vento, come da bambina, quando nelle notti di tempesta andavo nel letto di mia madre che ordinava alle padrone del mare di calmarsi, per non disturbare il mio sonno.
Quando frenai davanti all'ospedale singhiozzavo ancora, ma dolcemente. (continua... )
venerdì 30 aprile 2010
giovedì 29 aprile 2010
Amarcord scolastico
Ieri alla televisione commentavano l'ultimo crollo di borsa, amplificato dalla speculazione. Servono nervi d'acciaio per speculare al ribasso, ma si guadagna di più e in tempi brevi.
E i risparmiatori? Ricorderanno i miei alunni quelle lezioni? Gli argomenti esaminati secondo ottiche diverse cogliendone i vari aspetti: giuridico, tecnico, fiscale e, ultimo, quello etico? I mercati finanziari non sono, ma soprattutto non devono essere il Far West: ci sono interessi che vanno tutelati, ci sono leggi, a salvaguardia dei risparmiatori, a imbrigliare l'avidità dei raider. Ci sono? Non più: l'ingordigia è libera e cavalca nel Far West. Ricorderanno quei ragazzi, che ora sono adulti, che concludevo dicendo che l'aspetto etico era il più importante? Capitalismo e etica: un ossimoro? Era una domanda che ponevo a me stessa prima che a loro in quella Milano che si stava imbarbarendo, in quella Milano craxiana che avrebbe partorito il leghismo e Forza Italia... Avremmo potuto fare di più? A molti, troppi tra i miei alunni, mancava il supporto della famiglia. Erano soprattutto le madri lavoratrici ad avere abdicato a quel delicato compito educativo, fatto di presenza, esempio e attenzione, senza il quale un adolescente è allo sbando. Arrivavano ai colloqui con l'insegnante stravolte, ingabbiate all'interno di troppi ruoli; molte divorziate, inserite in famiglie allargate non soltanto nel numero dei componenti, ma anche nelle problematiche. Si coglievano i segnali del disastro che si stava preparando, soprattutto in quella città che amplificava problemi e opportunità e anticipava i tempi di reazione.
La televisione e il gruppo dei coetanei avevano la meglio sulle lezioni degli insegnanti. La scuola era faticosa, impegnativa; la televisione distraeva, divertiva, come andare a zonzo con il gruppo che dava un'appartenenza, ma omologava, e di solito verso il basso. Il mondo degli adulti scandiva una sola parola: denaro.
Loro, gli adolescenti, aggressivi per nascondere la vulnerabilità e la timidezza, erano frastornati. Noi insegnanti come strumenti didattici avevamo poco o nulla. Le scuole al pomeriggio erano chiuse, i laboratori antiquati, obsoleti. La normativa scolastica affidata a ministri impreparati era sempre più velleitaria e contradditoria, ispirata prioritariamente al conseguimento della riduzione dei fondi assegnati alla scuola.
La materia che insegnavo era squisitamente tecnica e nel corso dell'ultimo anno si affrontavano, analizzandoli, i mercati finanziari. Partire dalla definizione di mercato finanziario sarebbe stato decisamente scontato e noioso... Dovevo raccontare e incuriosire, stupire… Dovevo coinvolgere e far sognare. Con i mercati finanziari? I giovani hanno ancora un forte senso della giustizia, possono essere dei furfanti in boccio ma sanno perfettamente cosa è giusto e cosa non lo è e non di rado l'insegnante in classe è un attore in scena: cammina o si immobilizza, modula il tono di voce, sorride, ride, diventa serio di colpo... e racconta: una storia. "Chi di voi non ha sognato almeno una volta, di diventare milionario?" Ai rampanti di domani luccicavano gli occhi, guardavano l'insegnante... e mollavano La Gazzetta dello Sport. L'argomento interessava. Come tutti coloro che hanno poche risorse, noi insegnanti , aguzzavamo l'ingegno, cercavamo di insegnare aggirando la fatica dell'apprendimento, stimolando gli studenti, il loro senso critico e non solo quello. In borsa si giocava o s'investiva? Era una considerazione etica che differenziava i due concetti? Etica e affari? Cominciavo a porre domande...La campanella era accolta con fastidio; l'ora era passata in fretta, l'operazione era stata impostata.
Compito a casa: ipotizzare la lezione di domani.
Ogni tanto una lezione mi veniva bene, come una frittella con il buco; sentivo che avevo catturato la loro attenzione, tacevano e non volava una mosca. Solo la mia voce risuonava… Il livello della comunicazione era alto: la classe, stranamente omogenea e compatta, ed io.
Era bello, ma era poco. Come combattere con un fucile contro un carro armato.
I ricordi si mescolano alle domande. Sarà dalla scuola che si dovrà ripartire? Dalla famiglia? Da quell'ossimoro: capitalismo etico, che già allora mi inquietava tanto?
Forse, forse proprio dall'etica.
"Non dalla morale, prof?"
"No!"
"Perché?"
"Troppo addomesticabile..."
Se lo ricorderanno ancora i miei ragazzi e le mie ragazze?
E i risparmiatori? Ricorderanno i miei alunni quelle lezioni? Gli argomenti esaminati secondo ottiche diverse cogliendone i vari aspetti: giuridico, tecnico, fiscale e, ultimo, quello etico? I mercati finanziari non sono, ma soprattutto non devono essere il Far West: ci sono interessi che vanno tutelati, ci sono leggi, a salvaguardia dei risparmiatori, a imbrigliare l'avidità dei raider. Ci sono? Non più: l'ingordigia è libera e cavalca nel Far West. Ricorderanno quei ragazzi, che ora sono adulti, che concludevo dicendo che l'aspetto etico era il più importante? Capitalismo e etica: un ossimoro? Era una domanda che ponevo a me stessa prima che a loro in quella Milano che si stava imbarbarendo, in quella Milano craxiana che avrebbe partorito il leghismo e Forza Italia... Avremmo potuto fare di più? A molti, troppi tra i miei alunni, mancava il supporto della famiglia. Erano soprattutto le madri lavoratrici ad avere abdicato a quel delicato compito educativo, fatto di presenza, esempio e attenzione, senza il quale un adolescente è allo sbando. Arrivavano ai colloqui con l'insegnante stravolte, ingabbiate all'interno di troppi ruoli; molte divorziate, inserite in famiglie allargate non soltanto nel numero dei componenti, ma anche nelle problematiche. Si coglievano i segnali del disastro che si stava preparando, soprattutto in quella città che amplificava problemi e opportunità e anticipava i tempi di reazione.
La televisione e il gruppo dei coetanei avevano la meglio sulle lezioni degli insegnanti. La scuola era faticosa, impegnativa; la televisione distraeva, divertiva, come andare a zonzo con il gruppo che dava un'appartenenza, ma omologava, e di solito verso il basso. Il mondo degli adulti scandiva una sola parola: denaro.
Loro, gli adolescenti, aggressivi per nascondere la vulnerabilità e la timidezza, erano frastornati. Noi insegnanti come strumenti didattici avevamo poco o nulla. Le scuole al pomeriggio erano chiuse, i laboratori antiquati, obsoleti. La normativa scolastica affidata a ministri impreparati era sempre più velleitaria e contradditoria, ispirata prioritariamente al conseguimento della riduzione dei fondi assegnati alla scuola.
La materia che insegnavo era squisitamente tecnica e nel corso dell'ultimo anno si affrontavano, analizzandoli, i mercati finanziari. Partire dalla definizione di mercato finanziario sarebbe stato decisamente scontato e noioso... Dovevo raccontare e incuriosire, stupire… Dovevo coinvolgere e far sognare. Con i mercati finanziari? I giovani hanno ancora un forte senso della giustizia, possono essere dei furfanti in boccio ma sanno perfettamente cosa è giusto e cosa non lo è e non di rado l'insegnante in classe è un attore in scena: cammina o si immobilizza, modula il tono di voce, sorride, ride, diventa serio di colpo... e racconta: una storia. "Chi di voi non ha sognato almeno una volta, di diventare milionario?" Ai rampanti di domani luccicavano gli occhi, guardavano l'insegnante... e mollavano La Gazzetta dello Sport. L'argomento interessava. Come tutti coloro che hanno poche risorse, noi insegnanti , aguzzavamo l'ingegno, cercavamo di insegnare aggirando la fatica dell'apprendimento, stimolando gli studenti, il loro senso critico e non solo quello. In borsa si giocava o s'investiva? Era una considerazione etica che differenziava i due concetti? Etica e affari? Cominciavo a porre domande...La campanella era accolta con fastidio; l'ora era passata in fretta, l'operazione era stata impostata.
Compito a casa: ipotizzare la lezione di domani.
Ogni tanto una lezione mi veniva bene, come una frittella con il buco; sentivo che avevo catturato la loro attenzione, tacevano e non volava una mosca. Solo la mia voce risuonava… Il livello della comunicazione era alto: la classe, stranamente omogenea e compatta, ed io.
Era bello, ma era poco. Come combattere con un fucile contro un carro armato.
I ricordi si mescolano alle domande. Sarà dalla scuola che si dovrà ripartire? Dalla famiglia? Da quell'ossimoro: capitalismo etico, che già allora mi inquietava tanto?
Forse, forse proprio dall'etica.
"Non dalla morale, prof?"
"No!"
"Perché?"
"Troppo addomesticabile..."
Se lo ricorderanno ancora i miei ragazzi e le mie ragazze?
mercoledì 28 aprile 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°15)
Non le bastava l'anello? Evidentemente no - pensai, mentre lei mi chiedeva: "Ho bisogno di bere qualcosa di caldo. Mi... ". Alzandomi, la interruppi prima che completasse la frase.
Mi sentivo soffocare in quel solaio. Era cambiato soltanto il mio passato o anche il mio futuro? Ero frastornata, perché quello che era avvenuto, se da un lato mi toglieva tutta una serie di sicurezze, dall'altro mi confermava la validità delle mie intuizioni e io, io che mi ero sentita - e quel che era peggio - ero stata giudicata una persona dall'immaginazione eccessiva, portata a perdesi in fantasticherie senza senso, improvvisamente scoprivo che la capacità d' intuire, quella percezione dell'esistenza che è tipicamente femminile, che si rifà a una saggezza antica, legata alla Grande Madre, mi apparteneva. Scoprivo che quella voce, che spesso avevo udito, non era malia infantile, ma suggerimento prezioso che riannodava il filo rosso della continuità tra me e mia madre. Era con lei che volevo e dovevo parlare per riannodare quel filo...
Alzai gli occhi dalla tazza e li piantai addosso a Gloria che resse il mio sguardo senza abbassare il suo.
Nessuna delle due parlava: lei aveva alzato le paratie di sempre e non faceva più nemmeno la fatica di fingere per me un'affettuosa sollecitudine.
"Hai trovato ciò che cercavi, sarai contenta?" le chiesi.
"Per essere contenta avrei bisogno di ben altro e tu lo sai. Non dobbiamo più fingere una con l'altra" rispose, alzandosi per andarsene, come avesse fretta, come se, anche per lei, l'aria della mia casa si fosse fatta improvvisamente irrespirabile.
Pochi minuti dopo, mi attaccavo al telefono e chiamavo mia madre, investendola, quasi sommergendola di fatti ed emozioni. Quale non fu la mia meraviglia nel sentirle dire: "Mia cara Giovanna, sei sempre stata una credulona... fin da bambina. Quella donna l'ho conosciuta: è una mitomane. Sono stata costretta a rivolgermi alla polizia per togliermela di dosso. Ti ha raccontato la storia di una presunta relazione tra me e suo padre? Ti ha detto... "
"Sì, mi ha detto proprio questo. Io... " la interruppi, ormai totalmente confusa.
"Tu saresti sua sorella? Giovanna non cambi mai!"
"Mamma, ma io ricordo quella lite terribile tra il babbo e te, la sera, la notte... " balbettai.
"Non ci fu nessuna lite Giovanna: è stato un sogno, soltanto un sogno infantile. E ora calmati. Mi raccomando: stai lontana da quella donna. Spero che tu non le abbia dato nulla?" concluse.
Sentii un brivido serpeggiarmi lungo la schiena mentre le rispondevo: "E' all'anello che ti riferisci?"
"Sì" lei rispose "L'anello che trovai nella scrivania di tuo padre! Ma anche alla bambola".
"Quale bambola?"
"Ah, non te ne ha parlato? No, niente, farneticazioni da pazza... " balbettò.
Perché non le rammentai che soltanto il giorno prima aveva negato l'esistenza di quell'anello? E cosa significava l'accenno alla bambola?
"Mamma stai tranquilla, verrò a trovarti la prossima settimana e ne parleremo con calma" le risposi.
"Stai lontana da quella donna. E' pericolosa, molto pericolosa" concluse.
Io abbassai la cornetta, salutandola.
Quale delle due donne mentiva? Mia madre o Gloria? E, soprattutto, perché? (contina...)
Mi sentivo soffocare in quel solaio. Era cambiato soltanto il mio passato o anche il mio futuro? Ero frastornata, perché quello che era avvenuto, se da un lato mi toglieva tutta una serie di sicurezze, dall'altro mi confermava la validità delle mie intuizioni e io, io che mi ero sentita - e quel che era peggio - ero stata giudicata una persona dall'immaginazione eccessiva, portata a perdesi in fantasticherie senza senso, improvvisamente scoprivo che la capacità d' intuire, quella percezione dell'esistenza che è tipicamente femminile, che si rifà a una saggezza antica, legata alla Grande Madre, mi apparteneva. Scoprivo che quella voce, che spesso avevo udito, non era malia infantile, ma suggerimento prezioso che riannodava il filo rosso della continuità tra me e mia madre. Era con lei che volevo e dovevo parlare per riannodare quel filo...
Alzai gli occhi dalla tazza e li piantai addosso a Gloria che resse il mio sguardo senza abbassare il suo.
Nessuna delle due parlava: lei aveva alzato le paratie di sempre e non faceva più nemmeno la fatica di fingere per me un'affettuosa sollecitudine.
"Hai trovato ciò che cercavi, sarai contenta?" le chiesi.
"Per essere contenta avrei bisogno di ben altro e tu lo sai. Non dobbiamo più fingere una con l'altra" rispose, alzandosi per andarsene, come avesse fretta, come se, anche per lei, l'aria della mia casa si fosse fatta improvvisamente irrespirabile.
Pochi minuti dopo, mi attaccavo al telefono e chiamavo mia madre, investendola, quasi sommergendola di fatti ed emozioni. Quale non fu la mia meraviglia nel sentirle dire: "Mia cara Giovanna, sei sempre stata una credulona... fin da bambina. Quella donna l'ho conosciuta: è una mitomane. Sono stata costretta a rivolgermi alla polizia per togliermela di dosso. Ti ha raccontato la storia di una presunta relazione tra me e suo padre? Ti ha detto... "
"Sì, mi ha detto proprio questo. Io... " la interruppi, ormai totalmente confusa.
"Tu saresti sua sorella? Giovanna non cambi mai!"
"Mamma, ma io ricordo quella lite terribile tra il babbo e te, la sera, la notte... " balbettai.
"Non ci fu nessuna lite Giovanna: è stato un sogno, soltanto un sogno infantile. E ora calmati. Mi raccomando: stai lontana da quella donna. Spero che tu non le abbia dato nulla?" concluse.
Sentii un brivido serpeggiarmi lungo la schiena mentre le rispondevo: "E' all'anello che ti riferisci?"
"Sì" lei rispose "L'anello che trovai nella scrivania di tuo padre! Ma anche alla bambola".
"Quale bambola?"
"Ah, non te ne ha parlato? No, niente, farneticazioni da pazza... " balbettò.
Perché non le rammentai che soltanto il giorno prima aveva negato l'esistenza di quell'anello? E cosa significava l'accenno alla bambola?
"Mamma stai tranquilla, verrò a trovarti la prossima settimana e ne parleremo con calma" le risposi.
"Stai lontana da quella donna. E' pericolosa, molto pericolosa" concluse.
Io abbassai la cornetta, salutandola.
Quale delle due donne mentiva? Mia madre o Gloria? E, soprattutto, perché? (contina...)
martedì 27 aprile 2010
Poesia
Trovo questi versi di Umbero Saba sul blog
di Salvatore Lo leggio , e me ne approprio
O mio cuore dal nascere in due scisso,
Quante pene durai per uno farne!
Quante rose a nascondere un abisso!
Preludio e fughe (1928-1929)
di Salvatore Lo leggio , e me ne approprio
O mio cuore dal nascere in due scisso,
Quante pene durai per uno farne!
Quante rose a nascondere un abisso!
Preludio e fughe (1928-1929)
Pazzerella
"Datemi un PC e una parola, oppure un'immagine o l'espressione di un volto e io vi restituirò una storia". Risero. Poi nel silenzio si sentì una voce e la parola “fagotto” sembrò materializzare l'ingombro della pazzerella, quella sua sventata leggerezza che tanto infastidiva i parenti.
"Non un'immagine?" lei chiese con lo sguardo che già inseguiva la sua fantasia.
"Nessuna immagine, ti diamo venti minuti per confezionare la tua storia" le risposero.
Qualcuno verificò l'ora.
Fagotto nel suo diminutivo, fagottino, potrebbe essere un pupetto... E pupetto sia - lei pensò, e cominciò a narrare.
.....
Nacque in una giornata di primavera Fagottino e, anche se il suo nome era Giacomo, per tutti lui fu Fagottino, bello, biondo e, eh no ragazzi!, non esageriamo, ricciolino no. Passarono i primi mesi, un po' convulsi, che nella vita di una donna un figlio, il primo soprattutto, è uno tsunami, ma anche all'arrivo dell'inverno Fagottino continuava a non dormire e, durante la notte, in quel corridoio striminzito che sua madre percorreva in lungo e in largo come fosse una cella, il freddo si faceva sentire, mentre quel pianto monotono, snervante, sembrava sottolineare il fruscio dei passi. Quando a quel pianto si associò la parola cella? O prigione, galera, reclusione, gattabuia - oh mio Dio, quanti modi per indicare quel corridoio rinserrato tra le mura di uno dei tanti condomini spuntati come asparagi dal cemento grigio della metropoli. E quando cominciò a girare nella sua testa, in tondo, sempre più velocemente come quei giorni che scivolavano uno sull'altro tanto in fretta da incespicare aggrovigliandosi? La fagottino's mammy, laureata in lingue con una brillante tesi, non avrebbe saputo dirlo. Lei sapeva soltanto che Fagottino, incappucciato nel berretto e avvolto stretto in una coperta, lo riscaldava con il calore del suo corpo. E che lo saziava con il suo latte. E che diventava sempre più grosso e pesante, ancora più grosso, ancora più ingombrante. E urlante. Cella d'isolamento, cella di rigore... e quel fagottino, che era ormai un fagotto, come lei sempre tra i piedi a infastidire. Un intralcio? Due intralci - pensò mentre volava. La pazzerella aveva imparato a volare... in alto, sempre più in alto nel cielo dove le stelle si facevano sempre più vicine, a portata di mano, prima di spegnersi di colpo, tutte insieme nella notte metropolitana, mentre rosso, sull'asfalto, un papavero sbocciava.
"Non un'immagine?" lei chiese con lo sguardo che già inseguiva la sua fantasia.
"Nessuna immagine, ti diamo venti minuti per confezionare la tua storia" le risposero.
Qualcuno verificò l'ora.
Fagotto nel suo diminutivo, fagottino, potrebbe essere un pupetto... E pupetto sia - lei pensò, e cominciò a narrare.
.....
Nacque in una giornata di primavera Fagottino e, anche se il suo nome era Giacomo, per tutti lui fu Fagottino, bello, biondo e, eh no ragazzi!, non esageriamo, ricciolino no. Passarono i primi mesi, un po' convulsi, che nella vita di una donna un figlio, il primo soprattutto, è uno tsunami, ma anche all'arrivo dell'inverno Fagottino continuava a non dormire e, durante la notte, in quel corridoio striminzito che sua madre percorreva in lungo e in largo come fosse una cella, il freddo si faceva sentire, mentre quel pianto monotono, snervante, sembrava sottolineare il fruscio dei passi. Quando a quel pianto si associò la parola cella? O prigione, galera, reclusione, gattabuia - oh mio Dio, quanti modi per indicare quel corridoio rinserrato tra le mura di uno dei tanti condomini spuntati come asparagi dal cemento grigio della metropoli. E quando cominciò a girare nella sua testa, in tondo, sempre più velocemente come quei giorni che scivolavano uno sull'altro tanto in fretta da incespicare aggrovigliandosi? La fagottino's mammy, laureata in lingue con una brillante tesi, non avrebbe saputo dirlo. Lei sapeva soltanto che Fagottino, incappucciato nel berretto e avvolto stretto in una coperta, lo riscaldava con il calore del suo corpo. E che lo saziava con il suo latte. E che diventava sempre più grosso e pesante, ancora più grosso, ancora più ingombrante. E urlante. Cella d'isolamento, cella di rigore... e quel fagottino, che era ormai un fagotto, come lei sempre tra i piedi a infastidire. Un intralcio? Due intralci - pensò mentre volava. La pazzerella aveva imparato a volare... in alto, sempre più in alto nel cielo dove le stelle si facevano sempre più vicine, a portata di mano, prima di spegnersi di colpo, tutte insieme nella notte metropolitana, mentre rosso, sull'asfalto, un papavero sbocciava.
venerdì 23 aprile 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate - (n°14)
"Assomigli a mio padre più di quanto non gli assomigli io" disse. Poi tacque, mentre io crollavo a sedere sul pavimento ingombro di cianfrusaglie, afferrando il bandolo dell'arruffata matassa che era stata la mia vita. "Le domande, quando meno ce lo aspettiamo, trovano una risposta" sussurrò Gloria, aggiungendo "Davvero non avevi capito nulla? Ti ho raccontato anche delle bugie per vedere la tua reazione. Non è stato mio... nostro padre che mi ha insegnato ad aggiustare le bambole. Io ero piccola quando lui morì ad Auschwitz". Ma io non l'ascoltavo. Alla luce di quella rivelazione tutti i punti oscuri e le sensazioni contrastanti, che mi avevano reso incerta e diffidente di fronte a un "sentire" che troppo spesso avevo avvertito come irrazionale e derivante da una mia illogicità di fondo, mi apparivano chiari e... Ma contemporaneamente mi saliva alla gola una rabbia profonda. Al centro di quel trito triangolo amorosa ero stata io a pagare il prezzo più alto, a essere ingannata da coloro di cui mi ero fidata ciecamente e che mi avevano fatto credere di essere ciò che non ero.
"Devo parlare con mia madre e, quanto a te, non mi sento di gettarti le braccia al collo, perché anche tu mi hai ingannata. Come tutti gli altri... " le gridai. Lei assunse quell'espressione contrita che le era congeniale e, tenendo l'anello sul palmo della mano, mi chiese:"Posso tenerlo?"
"Per me... Ha portato soltanto disgrazie. Ma mio padre, l'uomo che mi ha allevato, sapeva che non ero sua figlia? E tu come hai fatto a arrivare fino a me? Ci sono molti punti oscuri: in fondo potresti anche essere una pazza visionaria?"
Lei mi ascoltò in silenzio, senza interrompermi, poi, scuotendo la testa, disse: "Affronta la verità, per dolorosa che sia, come ho deciso di fare io, smettila di vivere nella menzogna". La interruppi: "C'è un particolare: tu non vivi, tu ha scelto di consacrare la tua vita al ricordo di ciò che è stato. Sei diventata la personificazione della memoria: sei la Shoà fatta donna. Non ti sei fatta scrupolo, nessuno scrupolo a travolgere la mia vita, pur di frugare nell'orrore di quel passato che hai reso presente e futuro, perchè sei ancora lì, in quella cuccia di cane dove ti hanno lasciata... "
Lei restò impassibile, non allungò una mano a sfiorare la mia, non mi si avvicinò, si limitò a rispondere alle domande che le avevo fatto e, dopo essersi accovacciata, ritagliandosi uno spazio tra gli oggetti che la circondavano, rispose: "Ricordi quell'investigatore?" e vedendo che annuivo continuò: "E' stato lui il segugio che ti o vi ha ritrovati, quanto a tuo padre... Non so cosa sapesse. Questa è una domanda che dovresti fare a tua madre o... a te stessa".
Non le interessavo più; io, la simpatica Giovanna non la incuriosivo, non era una sorellastra che aveva cercato. Io le avevo consentito di avanzare di un passo sulla strarda della sua vendetta personale. Avvertivo sentimenti contrastanti, ma era un lucido rancore quello che sentivo prevalere, un rancore che osavo tirare fuori per quell'infanzia senza affetto, senza serenità, di cui si era incolpata la guerra, che era diventata il grande alibi di cui tutti si erano fatti scudo per affogarvi i loro piccoli e grandi peccati
Poi, mentre la soffitta si scuriva delle ombre della sera, con tono volutamente leggero, mormorò: "Conservati da qualche parte, ci sono ancora i tuoi giocattoli. Hai mai avuto in dono una bambola?"
Conoscevo quell'intonazione di voce e conoscevo quell'espressione: il segugio era sulle tracce della preda, ma non l'aveva ancora stanata. (racconto a puntate...)
"Devo parlare con mia madre e, quanto a te, non mi sento di gettarti le braccia al collo, perché anche tu mi hai ingannata. Come tutti gli altri... " le gridai. Lei assunse quell'espressione contrita che le era congeniale e, tenendo l'anello sul palmo della mano, mi chiese:"Posso tenerlo?"
"Per me... Ha portato soltanto disgrazie. Ma mio padre, l'uomo che mi ha allevato, sapeva che non ero sua figlia? E tu come hai fatto a arrivare fino a me? Ci sono molti punti oscuri: in fondo potresti anche essere una pazza visionaria?"
Lei mi ascoltò in silenzio, senza interrompermi, poi, scuotendo la testa, disse: "Affronta la verità, per dolorosa che sia, come ho deciso di fare io, smettila di vivere nella menzogna". La interruppi: "C'è un particolare: tu non vivi, tu ha scelto di consacrare la tua vita al ricordo di ciò che è stato. Sei diventata la personificazione della memoria: sei la Shoà fatta donna. Non ti sei fatta scrupolo, nessuno scrupolo a travolgere la mia vita, pur di frugare nell'orrore di quel passato che hai reso presente e futuro, perchè sei ancora lì, in quella cuccia di cane dove ti hanno lasciata... "
Lei restò impassibile, non allungò una mano a sfiorare la mia, non mi si avvicinò, si limitò a rispondere alle domande che le avevo fatto e, dopo essersi accovacciata, ritagliandosi uno spazio tra gli oggetti che la circondavano, rispose: "Ricordi quell'investigatore?" e vedendo che annuivo continuò: "E' stato lui il segugio che ti o vi ha ritrovati, quanto a tuo padre... Non so cosa sapesse. Questa è una domanda che dovresti fare a tua madre o... a te stessa".
Non le interessavo più; io, la simpatica Giovanna non la incuriosivo, non era una sorellastra che aveva cercato. Io le avevo consentito di avanzare di un passo sulla strarda della sua vendetta personale. Avvertivo sentimenti contrastanti, ma era un lucido rancore quello che sentivo prevalere, un rancore che osavo tirare fuori per quell'infanzia senza affetto, senza serenità, di cui si era incolpata la guerra, che era diventata il grande alibi di cui tutti si erano fatti scudo per affogarvi i loro piccoli e grandi peccati
Poi, mentre la soffitta si scuriva delle ombre della sera, con tono volutamente leggero, mormorò: "Conservati da qualche parte, ci sono ancora i tuoi giocattoli. Hai mai avuto in dono una bambola?"
Conoscevo quell'intonazione di voce e conoscevo quell'espressione: il segugio era sulle tracce della preda, ma non l'aveva ancora stanata. (racconto a puntate...)
giovedì 22 aprile 2010
Benedetto XVI Obama e Berlusconi
Benedetto XVI è uomo incapace di dare e darsi. Chiuso, avvolto in una morale che enuncia principi, regole e, soprattutto, divieti, è probabile sia a suo agio più nelle asettiche stanze del Vaticano che a contatto diretto con la vita fatta di lavoro, amore, sesso, figli, sudore e sangue: quando e se, anche solo come un'eco lontana, ne venga sfiorato. E' sulla base di quel soffio che anche Benedetto XVI parla di sessualità, aborto, reati contro i minori, miseria, degrado e immigrazione, tanto per fare un rapido elenco? Rigorosamente a bassa voce - i peccati si sussurrano non si urlano - con quel suo volto che esprime una compunta misura. E la gente lo sente, sente che sotto quelle assurde e scenografiche vesti non c'è calore, non ci sono emozioni. Sul palcoscenico, tra canti gregoriani e fumi d'incenso, va in scena non la vita, ma la sua rappresentazione, magistralmente orchestrata, ma fasulla. E' in parte lo stesso problema che sta alla base del distacco della gente dalla politica. Dagli schermi televisivi un uomo, che vive una realtà privilegiata, suggerisce, consiglia, propone ricette miracolose per stare a galla in una dimensione del reale... irreale.
E consequeziale sentirsi doppiamente presi in giro, poiché non solo la nostra vita è lotta quotidiana e feroce, ma dobbiamo pure sorbirci le prediche di chi questa lotta non la conosce. Inoltre, sono la nostra frustrazione, la nostra rabbia e la nostra sofferenza che ne giustificano, almeno in parte, la presenza.
Perchè mai, allora, dovrebbero risolvere i nostri problemi? Della grande recita forse fa anche parte, come promessa, il lieto fine anche se, quasi d'obbligo a teatro, trova raramente riscontro nella realtà.
C'è qualcosa di sbagliato in tutto questo, di profondamente sbagliato.
Mi sorge spontaneo il confronto con gli Usa e con l'elezione alla Casa Bianca di un uomo di colore. L'America ferita e umiliata, ha deciso di non farsi più rappresentare da un pasciuto bianco figlio di papà, ovviamente miiardario, ma da quello sconosciuto Barak Obama, di cui ha colto la fierezza ma intuendone e riconoscendone le radici nell'umiliazione che molti americani stanno vivendo sulla propria pelle e che ha fatto scattare un'identificazione sul piano delle emozioni dettate dal comune sentire.
Con il servo di Cristo che, dotto e misurato, approfondisce tematiche inerenti alla fede e con l'imprenditore che colleziona ville faraoniche e guadagni miliardari con le proprie aziende, cosa abbiamo da spartire? Nulla, io credo, e, forse anche per questo motivo, le chiese e le sedi dei seggi sono, nel nostro Paese, sempre più vuote.
E consequeziale sentirsi doppiamente presi in giro, poiché non solo la nostra vita è lotta quotidiana e feroce, ma dobbiamo pure sorbirci le prediche di chi questa lotta non la conosce. Inoltre, sono la nostra frustrazione, la nostra rabbia e la nostra sofferenza che ne giustificano, almeno in parte, la presenza.
Perchè mai, allora, dovrebbero risolvere i nostri problemi? Della grande recita forse fa anche parte, come promessa, il lieto fine anche se, quasi d'obbligo a teatro, trova raramente riscontro nella realtà.
C'è qualcosa di sbagliato in tutto questo, di profondamente sbagliato.
Mi sorge spontaneo il confronto con gli Usa e con l'elezione alla Casa Bianca di un uomo di colore. L'America ferita e umiliata, ha deciso di non farsi più rappresentare da un pasciuto bianco figlio di papà, ovviamente miiardario, ma da quello sconosciuto Barak Obama, di cui ha colto la fierezza ma intuendone e riconoscendone le radici nell'umiliazione che molti americani stanno vivendo sulla propria pelle e che ha fatto scattare un'identificazione sul piano delle emozioni dettate dal comune sentire.
Con il servo di Cristo che, dotto e misurato, approfondisce tematiche inerenti alla fede e con l'imprenditore che colleziona ville faraoniche e guadagni miliardari con le proprie aziende, cosa abbiamo da spartire? Nulla, io credo, e, forse anche per questo motivo, le chiese e le sedi dei seggi sono, nel nostro Paese, sempre più vuote.
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