domenica 17 luglio 2011

Casta (ma non pura!)

Torno da un tentativo (fallito) di vacanza, e cosa mi ritrovo? La casa svaligiata dai ladri. Si sa, rubare, quando le case sono vuote e la gente è al mare, risulta più facile... La Banda Bassotti, in tutta fretta, ha varato una manovra finanziaria che è un vero e proprio furto ai danni, soprattutto, delle fasce sociali più deboli: i lavoratori a reddito fisso. Come sempre a sostenere il peso maggiore saranno quelli che hanno sempre pagato le tasse, quelli già penalizzati dall'introduzione dell'euro, quelli che hanno fatto studiare i figli per vederli andare all'estero onde evitare il precariato a vita... Sempre quelli, sempre gli stessi. E, come se non bastasse, mentre il Bassotto, alla testa dei suoi, s'introduceva nelle case a rubare l'argenteria, la Sinistra faceva il "palo", fuori, sulla strada.
Divisi su tutto, incapaci di trovare un valore ideale condiviso, i nostri politici hanno fatto fronte comune e, velocissimi ed efficienti come non mai, hanno legalizzato il furto, ma - ciliegina sulla torta - lo hanno fatto per noi, il popolo italiano, per evitarci il disastro, per frenare l'attacco della speculazione finanziaria.
La speculazione finanziaria fa soltanto il suo (sporco) lavoro. E' la classe politica che non fa il suo (lavoro); infatti si salva ma non ci salva!
Lunga vita alla Casta, che non potrebbe essere più casta (ma non pura) di così!

domenica 10 luglio 2011

Il racconto va in vacanza.

Parto per alcuni giorni... Il racconto riprenderà al mio ritorno a casa.
Buone vacanze a tutti e... grazie per l'attenzione.

sabato 9 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°22)

"Marilena stai male?" e, guardandola negli occhi, la voce incerta, Gualtiero le aveva chiesto: "Cosa ti succede?"
Raddrizzandosi, lei aveva borbottato: "Ma chi erano quegli uomini? Cosa volevano?".
"Stavano cercando qualcuno... e lo hanno trovato", aveva risposto Gualtiero. Nello scompartimento i viaggiatori sussurravano tra loro, guardandosi intorno diffidenti, mentre il treno rallentava per fermarsi poco dopo, con uno stridio acuto di ferraglia, alla stazione successiva. Anche qui, aperti gli sportelli dei vagoni, c'era chi saliva e chi scendeva. Ma la fermata si protraeva più del solito... Cosa stava aspettando il capostazione per usare il fischietto e dare il via libera al macchinista?
Qualcuno sussurrò: "Come mai non si parte?" e nessuno rispose. In quel momento sulla banchina apparvero i due uomini che avevano appena controllato i documenti: tra loro, piegato in avanti, le braccia intrecciate a tenersi lo stomaco, camminava a fatica l'uomo che aveva tentato di fuggire. S'intravedeva dai finestrini la piazzetta antistante la stazione e la parte posteriore di una macchina. In attesa. Mentre il treno riprendeva il viaggio, l'uomo - un ragazzo alto, magro - voltò la testa, come se cercasse qualcuno, e Marilena ne incrociò per la seconda volta lo sguardo: sempre spaventato ma con un fondo di fierezza. Vedendola aveva cercato di raddrizzare la schiena, con uno sforzo evidente e... le aveva sorrise. O era stato soltanto uno stiramento di labbra, dovuto al dolore? - aveva pensato, socchiudendo le labbra per parlare, ma Gualtiero l'aveva bloccata con uno sguardo, sussurrandole: "Non è il caso di fare commenti! Non lasciarti commuovere e... " 
Nello scompartimento, avvolto in un silenzio impacciato e timoroso, una voce aveva sussurrato: "Sono quelli dell'OVRA e con loro non si scherza!" 
Il treno correva ora sbuffando fumo nella pianura e Marilena cercava di scacciare dalla mente quel ragazzo, chiedendosi il motivo di quel suo comportamento, a dire poco, strano. Aveva già tanti problemi... Che ne capiva lei di politica? E Gualtiero si era reso conto? Ma cosa avrebbe dovuto capire, il suo era stato un gesto istintivo... Istintivo e sciocco - pensò, mentre di nuovo il treno rallentava e il marito, già in piedi, raccoglieva  valigia e pacchi, invitandola ad affrettarsi. 
Appena scesi sulla banchina si trovarono di fronte altri poliziotti in borghese che fermavano i viaggiatori, chiedendo i documenti. "Oggi è giornata di controlli... "aveva borbottato Gualtiero, seccato.
" Non soltanto oggi" lei gli aveva risposto, ma senza guardarlo  negli occhi.
(continua... )

venerdì 8 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°21)

Grazie a Dio si torna a casa! - pensava, a sua volta, Marilena, guardando dal finestrino del treno la campagna che le sfilava davanti agli occhi. Accanto a lei sedeva Gualtiero, silenzioso come sempre. Intorno, famiglie con madri che scartocciavano pane e marmellata per i bambini e padri che dormicchiavano o chiacchieravano tra loro. Le abituali chiacchiere da treno tra sconosciuti, con i figli che piagnucolavano o si rincorrevano - i più grandicelli - scansando fagotti e pacchi, infilandosi in ogni spazio libero, rimproverati dai genitori. Il treno si fermava in continuazione, caricando e scaricando passeggeri che si facevano spazio a fatica, sistemando cesti e fagotti. Marilena e Gualtiero viaggiavano in terza classe e molti tra i viaggiatori erano contadini, riconoscibili sia dall'impaccio che procurava loro indossare 'l'abito buono', sia dalle mani callose e abbronzate che tenevano in grembo, sedendo rigidi come davanti al medico o al notaio. Le donne sposate vestivano di scuro, i capelli raccolti in crocchie o annodati in trecce, coperti dai fazzoletti, rigorosamente neri. Alcune allattavano appoggiando sul seno, pudicamente, lo scialle; altre chiacchieravano scambiandosi informazioni sui paesi di provenienza, sul tempo e... sui bambini dei quali, chissà poi perché, comunicavano età, nome, anno scolastico frequentato, come fossero davanti a un impiegato dello Stato civile.
Sto diventando acida - pensò Marilena, notando che nessuno si rivolgeva a lei, divisa, quasi isolata dalla gente che la circondava da un muro invisibile. Non le era sfuggito che, invece, si rivolgevano al marito come fosse uno di loro: quando quella bottiglia di vino, spuntata da un fagotto, era arrivata - di mano in mano e di bocca in bocca -  fino a Gualtiero, era bastato ne bevesse una sorsata esclamando: "Frizzante al punto giusto come dev'essere il nostro vino" per consentirgli di dire la sua su vini, vitigni e tappi e cantine... mentre lei, Marilena,  fissava quelle sue mani bianche, lunghe e sottili, mani da 'signora', abituate a stringere matite colorate e penne, a sfogliare pagine di libri...  mani che, ora, le giacevano in grembo leggere e bianche come ali di farfalla.
Ma un brusio allarmato, seguito da un innaturale silenzio - anche i bambini sembravano essersi improvvisamente zittiti - la distolse dai suoi pensieri. Due uomini in borghese erano entrati nello scompartimento e uno dei due, quello più alto, portandosi una mano al cappello quasi fosse abituato alla divisa e a scattare sull'attenti, aveva detto a voce alta, per farsi sentire da tutti: "Controllo dei documenti!".
Marilena aveva aperto la borsetta, alcuni viaggiatori, sbottonate le giacche, avevano infilato le dita nei taschini interni, mani di donna avevano iniziato a rovistare tra i fagotti, mentre i due uomini passavano di posto in posto, di passeggero in passeggero - un'occhiata al documento e una al proprietario - veloci. Efficienti. Soltanto in quel momento Marilena aveva incrociato lo sguardo del suo dirimpettaio. Muto, opaco di terrore. In quelle mani tremanti, in quella fronte imperlata di sudore aveva colto una disperata richiesta di aiuto: fingendo di sentirsi male, aveva spostato le gambe piombando sulla spalla del marito, per lasciare all'uomo la possibilità di aprirsi un varco in quell'intrico di borse, gambe, fagotti e bambini. Lui era scattato, balzando in piedi, il terrore che lo faceva volare calpestando tutto ciò che trovava sul suo cammino. Dietro a lui, altrettanto veloci, come cani su una preda stanata, erano partiti all'inseguimento i due uomini in borghese.
(continua... )

mercoledì 6 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°20)

Erano ripartiti in tutta fretta, il giorno seguente, e sul treno Gualtiero, seduto accanto al finestrino, si era perso in quel mare verde che il tepore della primavera aveva fatto dilagare sulla terra della Bassa. Qua e là emergevano a tratti vigneti, casolari e boschetti  che svanivano immediatamente nel nulla come fantasmi nella notte, facendogli provare un dolore acuto in mezzo al petto. In lui - sempre più spesso gli accadeva - affiorava acidulo il rimpianto, facendo smarrire la sua mente nei ricordi del passato, quasi non ci fosse più un futuro da sognare e, prima che i sogni potessero acquistare il gusto amaro dell'illusione, realizzare. Certamente non era più un ragazzo, ma era ben lontano dall'essere un vecchio... Perfino suo padre gli era sembrato più, più... , ci sarebbe voluta Marilena per dare le giuste parole al suo malessere, ma la moglie, che cercò con lo sguardo, appariva anche lei spersa nella contemplazione del paesaggio che il finestrino del treno inquadrava. Non riusciva ad analizzare le motivazioni del suo malessere, ne coglieva solo il disagio e i  motivi che anche un osservatore superficiale avrebbe individuato, come la mancanza di un figlio e il rimpianto per il mondo nel quale era nato e cresciuto. Suo padre - stappando il vino per aspirarne il profumo prima di berlo, tastando il ventre delle vacche per valutare il tempo mancante alla nascita del vitello, macellando il maiale e gustandone il sanguinaccio -  aveva convalidato, con quei gesti antichi, un modo di essere, stabilito una gerarchia  rispettata e da rispettare, muovendosi nel solco già tracciato di una tradizione che lui, Gualtiero, non aveva continuato. Come il fiume della sua terra, aveva rotto gli argini infrangendo un equilibrio... Era stata Marilena, con quella frase buttata lì alcuni giorni prima, a dare la stura al suo malessere, Marilena che, ora, sedeva accanto a lui silenziosa, con quell'aria un po' austera , riservata, che tanto l'aveva colpito e che la rendeva così diversa dalle donne che si era visto intorno fin da bambino. Sua madre, quando l'aveva conosciuta, scrollando la testa aveva detto: "Ma con tutte le ragazze che ci sono qui... Perché con questa che viene da lontano, che non sa nemmeno 'tirare la sfoglia' o ammazzare una gallina... E' diversa da noi, è estranea al nostro mondo". E così la diversità di Marilena era diventata estraneità, estraneità che aveva finito per contagiare anche lui, insinuandosi tra loro... Ma non solo tra loro. Al pranzo pasquale del giorno prima, ai suoi riti, lui, Gualtiero,si era piegato, ma senza riuscire più a sentirsene parte. Contadino mancato, padre mancato e... ? Desmo, se fosse stato presente, avrebbe aggiunto "fascista mancato". Se fosse stato ancora vivo, davanti a un bicchiere di vino o a caccia, con il fucile a tracolla, a fare strage di anatre, lo avrebbe ascoltato e poi, assestandogli una pacca sulla spalla, sarebbe scoppiato in una delle sue risate... e tutto gli sarebbe parso più chiaro, comprensibile.
Ma l'amico non c'era più: riposava accanto a Decimo, nel cimitero vicino al fiume. Decimo! Decimo volato  nell'aria e ricaduto nel fango in quel pomeriggio d'estate, Decimo dal quale era partita la scia di lacrime e disperazione, rabbia e dolore che avevano insanguinato il paese e fatto strage anche dentro di lui.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_05.html

martedì 5 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°19)

L'ultima volta in cui Gualtiero era ritornato al paese, approfittando delle festività pasquali, aveva colto in quella tavolata allestita sull'aia, all'ombra di quell'albero di noci secolare, i primi segni del disincanto...
Le donne andavano avanti e indietro come sempre, quasi fossero formiche intente a trasportare provviste per l'inverno, reggendo tra le mani i piatti dove fumavano e profumavano i tortelli di zucca, l'agnello, le patatine novelle ben rosolate. Gli uomini assaggiavano per primi, anche perché nessuno di loro si alzava a servire, limitandosi a scegliere il vino e a stappare le bottiglie, poi, la bocca ancora piena, era stato l'uomo più anziano a esprimere il suo giudizio.
"Come li fa tua madre i tortelli, mio caro Gualtiero... " aveva detto suo padre e gli occhi di sua madre erano diventati lucidi d'orgoglio.
"Approfitta, servitene in abbondanza" aveva aggiunto, passandogli il piatto di portata; poi, rivolto all'Adenore, il figlio della Rosina, gli aveva ordinato: "Vai in cantina e prendi un paio di bottiglie di quelle che ti ho fatto mettere da parte questa mattina. E, mi raccomando, attento a non romperle!"
Pochi minuti dopo avevano sentito quell'inconfondibile schianto di vetro rotto e il bambino era spuntato, umiliato  e spaventato, dalla porta di casa: a mani vuote.
"L'era stiupid de fiol dela lupa, e l'è stupid de balila" aveva detto suo padre, aggiungendo, mentre faceva cenno al cugino più grande di alzarsi "e non è il solo. Non basta una divisa a fare di una testa vuota un uomo con i piedi per terra".
Sulla tavolata era calato il silenzio, interrotto nuovamente dalla voce, questa volta ironica del vecchio patriarca, che aveva detto: "Non sarebbe il caso che una piccola italiana o una giovane italiana  si alzasse per raccattare i vetri da terra, o vogliamo aspettare che qualcuno si faccia male?"
Poi, aveva scosso la testa e rivolgendosi a Gualtiero, che gli sedeva accanto, aveva borbottato pensieroso:
"Ora che Desmo non c'è più... ", ma lui l'avevo interrotto subito dicendo, le mani appoggiate sul tavolo che si stringevano a pugno: "Se fosse stato a questa tavola, a questa festa, avresti parlato diversamente".
"Sarei stato zitto, ma avrei pensato ciò che ho detto. Sono troppo vecchio per credere  alle favole... Vivere in campagna, spaccarsi la schiena arando, trebbiando, seminando è una guerra, oh questo nessuno meglio di me può saperlo! Ogni tanto una battaglia vinta, sì, ma poche e a duro prezzo... E non è bastato 'Lui' a torso nudo e falce in pugno a farci vincere la 'Battaglia del Grano'! Così l'ha chiamata, perché battaglie e guerre Lui le ama, tanto non le fa... "
Tremebondo, lo zio Aldo, fratello di suo padre, aveva continuato a guardarsi intorno, quasi a verificare che non ci fossero orecchie estranee alla famiglia a sentire quello sfogo, borbottando alla moglie, seduta accanto a lui: "Ci farà passare un  guaio, prima o poi ... "
A quel punto, la madre di Gualtiero era intervenuta dicendo:
"Non roviniamoci la festa, oggi ho saputo che diventerò di nuovo nonna... " e, alzando il bicchiere, aveva concluso con quel "brindiamo, brindiamo... " che aveva raggelato Marilena, già turbata da quanto era successo.
Pallida e magra, stonata in mezzo alle cognate, corpulente e chiacchierone, con quel suo abito di seta a fiori rossi e la borsetta elegante - l'unica, tra le donne sposate, a non portare il grembiule allacciato sui fianchi e a non rimbrottare, allattare o a seguire con lo sguardo un figlio - non aveva fatto sentire la sua voce, limitandosi a stringere la mano del marito quando il suocero aveva fatto il nome di Desmo. Ora, all'annuncio della suocera, sgomento e invidia le erano dilagati nello sguardo, mentre la mascella di Gualtiero si contraeva  e le donne di casa si alzavano tutte per andare ad abbracciare la futura madre, che raggiante, anche se un po' vergognosa, si accarezzava il ventre che cominciava a d arrotondarsi.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_03.html

domenica 3 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°18)

Desmo aveva fatto balenare davanti agli occhi di Gualtiero un mondo nuovo, diverso. Fatto di uomini non più solo chini sulla terra, sotto il sole, a far crescere il grano, grandine  e siccità permettendo, soggetti al padre a vita, legati a quella catena di obbedienza a tutto e tutti... miseria, per prima. Fatica tanta, continua, costante, ma scarso guadagno e nessuna considerazione. 'Contadino, scarpe grosse e cervello fino', ma per le scarpe i soldi non c'erano mai e il cervello fino era solo  l'atteggiamento di estrema diffidenza di chi troppe volte era stato imbrogliato. E ora che alla grandine, alla siccità, alla mastite delle vacche, alla furia del grande fiume, che esondava sistematicamente per ricordare a tutti che sulla pianura lui era il re, capriccioso come ogni re che si rispetti, si aggiungeva la rivolta dei più poveri, dei derelitti, dei miserabili  (l'ultimo anello della catena sul quale fino ad allora si era potuto contare)... E no! Era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso: non c'era spazio per altre incertezze, per altre ansie. Quelle spighe, costate sudore, passate indenni attraverso i capricci non gestibili di una natura matrigna, e quelle vacche, con quel bendiddio di latte pronto per essere munto nelle mammelle rosate e ciondolanti, non potevano finire nel nulla per una ribellione, un rifiuto dei braccianti a fare ciò che fino a quel momento avevano elemosinato, con il cappello in mano e un 'grazie siur parun' sussurrato a mezza voce. Non bastavano più il sudore e i lavoratori pagati a giornata per racccogliere il frutto del proprio lavoro? Ci voleva anche il sangue? E allora che sangue fosse!
Così, con la foga che gli era abituale, trovando le parole che a Gualtiero facevano difetto ma sull'onda, apparentemente, delle stesse emozioni, Desmo aveva convinto lui, Gualtiero, ad aderire a quei principi che erano alla base del fascismo e s'incarnavano nella figura del suo capo, quel Mussolini che non soltanto loro, ma tutto (be', la maggior parte) del popolo italiano, idolatrava. Il fascismo era diventato per l'amico la grande speranza su cui contare, il sogno da realizzare, la giustificazione alla sua violenza e alla sua prepotenza che, da difetti e limiti, erano diventate pregi, virtù delle quali andare fieri.
Nella sua divisa, alto e biondo, la camicia nera che gli dava un'appartenenza e un potere che mai avrebbe pensato di poter avere, Desmo si era sentito un guerriero legittimato a combattere per una giusta causa.
Lui, Gualtiero, l'aveva delegato a pensare anche per lui, a trovare il modo giusto per  preservare i suoi tesori, quella casa sul fiume con il suo fazzoletto di terra e Marilena, che aveva scacciato finalmente la solitudine dalla sua vita.
Ma ora, ora che gli anni erano passati e che Desmo non c'era più - e rabbia e dolore s'intrecciavano furibondi al solo pensarlo, ricordando com'era avvenuto - aveva ripreso, era stato costretto, a riprendere a ragionare di nuovo con la sua testa: attività che non gli era congeniale, che lo turbava e lo affaticava più di una giornata passata in fabbrica a sfornare viti e bulloni.
Ma troppe cose stavano cambiando intorno a lui; non soltanto in casa con la moglie, anche in fabbrica e perfino in campagna dove, quando andava per le feste a trovare la famiglia, gli sembrava che anche i tortellini avessero un altro sapore... Ma, forse, era soltanto lui che aveva la bocca amara e aveva perso il gusto dei cibi genuini.
(continua... )