Sigismondo si fermò, in bilico sul tetto, affascinato dalla vista che gli si spalancava davanti.
Dopo giorni passati come un topo in trappola a misurare a larghi e concitati passi la sua prigione, respirava a pieni polmoni quell'aria frizzante che gli regalava il profumo brusco del mare. Nel ghetto stava succedendo qualcosa: dall'alto, lasciando scorrere lo sguardo sull'intrico dei vicoli che, angusti e bui, disegnavano la sbilenca geometria del luogo, poteva cogliere maleodoranti fumi d'incendio e il rumore delle ruote di un carretto che arrivava stridente al suo orecchio. Non si udivano rumori di passi, né suoni di voci. Le finestre delle case erano sprangate e un silenzio attonito e inspiegabile gravava sul ghetto, rotto soltanto da quel cigolio che si stava facendo più forte mentre entrava nella sua visuale quell'uomo, coperto da un mantello. Dietro al carro un'altra figura d'uomo: nera, spettrale. Cosa trasportavano? Intavide, aguzzando lo sguardo, un intrico di braccia e gambe che ciondolavano quasi sfiorando i ciottoli della strada, sobbalzando abbandonati su quelle poche assi che ne reggevano il peso a stento. Sigismondo sentì un brivido di paura rizzargli la pelle mentre la porta di una delle case che davano sulla strada si apriva e nel vano si stagliava una figura femminile. Tra le braccia un fagotto. Il carro si fermava, mentre la donna a piccoli passi rigidi si avvicinava ai due uomini. Ora era lì, immobile, il velo che le scendeva dalla testa a incorniciare il volto. Uno dei due uomini le strappò il fagotto dalle braccia, gettandolo sul carro che faticosamente si rimise in moto, mentre la donna cadeva in ginocchio, i pugni alzati, contratti dall'ira, verso il cielo e quel mugolio che poco aveva di umano che si spezzava in un urlo che l'eco amplificava. Dalla porta della casa del rabbi uscì Genoveffa.
"Yael, vieni, vieni... è la volontà di Dio!"le mormorò , cercando di farla rialzare.
Sigismondo, che era riuscito faticosamente a raggiungere la strada, approffittando della confusione s'infilò nella casa e, percorso il corridoio, piombò nello studio del rabbi. L'uomo seduto dietro alla scrivania sollevò su di lui gli occhi, in cui il dolore e la stanchezza dilagavano come una marea inarrestabile, conferendo allo sguardo quel luccicchio malato, febbricitante. Appariva provato, diverso dall'uomo pacato e fermo, sottilmente astuto, che il Veneziano ricordava.
"L'epidemia stringe il ghetto in una morsa... si porta via i bambini e i vecchi lasciandoci senza futuro e senza passato, inchiodati - come un cristo sulla croce - a un presente incerto e doloroso. Oh Dio mio perchè infliggerci questa punizione? Manco la pazienza di Giobbe sarebbe sufficiente... " e s'interruppe, mentre Sigismondo chiedeva, roco nella voce che gli usciva strozzata dalla gola:" Che fine hanno fatto mie figlie, mia moglie e il Moro?"
Il rabbi lo guardò interrogativo, l'ironia che si accendeva a vivacizzargli lo sguardo:"Mie figlie? Mi risulta ne abbiate una soltanto".
Il Venziano crollò sulla seggiola: "Fingete di non capire: ho visto la donna che era venuta da voi la sera in cui bussai alla vostra porta con... con..." e la voce gli si spezzò, mentre il vecchio lo osservava. Il lume, che andava esaurendo l'olio, disegnava ombre che incupivano i volti corrucciati e stanchi dei due uomini che, come due animali pronti ad attaccarsi, si misuravano nel chiarore fumigante della lampada.
venerdì 18 settembre 2009
Tutto è diverso, ma nulla è cambiato
C'era una volta un mondo piccolo dove si nasceva e moriva nello stesso posto, parlando lo stesso dialetto e vedendo dalle finestre di casa lo stesso panorama. Lasciando tra le dita solo la polvere impalpabile del tempo, fluivano nascite, comunioni, matrimoni e morti. Chi nasceva in terre bagnate dal mare nulla sapeva delle montagne che soltanto i racconti dei foresti, arrivati da lontano a narrare di terre inarcate come dorsi di puledri imbizzarriti, confusamente disegnavano davanti ai loro occhi. I confini del proprio mondo ingabbiavano rassicurando. Ma la fantasia, che non accetta confini, spaziava e l'uomo sognava: di varcare gli oceani e di volare. E i sogni si concretizzavano in scoperte che cominciavano ad allargare i confini del mondo permettendo al bipede implume di percorrerlo su cavalli d'acciaio sempre più perfezionati e veloci.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
mercoledì 16 settembre 2009
Obbedisci o ti ammazzo
"Obbedisci o ti ammazzo" non è più soltanto un modo di dire. E' diventato un modo di fare. E ogni giorno una donna muore perché, nonostante le minacce, le percosse, nonostante la paura, sceglie. Decide. E' questo che non viene tollerato? Aggirare, pietire, pregare, circuire, chiedere a bassa voce sì. Decidere no, perché presuppone libertà e parità, non quelle riconosciute dalla legge, quelle che, entrate a far parte della cultura di un popolo, hanno attecchito ormai nel profondo.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
lunedì 14 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Genoveffa, dopo aver accompagnato Yael dal Rabbi, ritornò da Sigismondo che l'attendeva nel corridoio e, sbuffando, lo invitò a seguirla. Passarono attraverso la cucina, dove la donna prese un po' di pane, delle olive e una caraffa d'acqua, prima di uscire facendogli attraversare in fretta il vicolo, per entrare, attraverso il portoncino che si apriva cigolando, nella casa di fronte a quella del Rabbi. Ancora qualche minuto e Sigismondo poteva finalmente sdraiarsi sul pagliericcio e cadere in un sonno agitato da incubi che lo svegliarono parecchie volte nel corso della nottata.
Passarono così diversi giorni. Il rabbino, che sapeva sempre tutto di tutti, non tardò a scoprire che Maria, la figlia Benedetta e Il Moro si erano imbarcati salendo su una nave che collegava Trieste alle coste istriane, dominio ancora incontrastato della Serenissima. Sigismondo, dal suo nascondiglio, chiedeva notizie a Genoveffa che una volta al giorno gli portava da mangiare. Spiritato, sporco, chiuso in quei pochi metri quadrati che percorreva in lungo e in largo borbottando frasi sconnesse, oppure gettato sul pagliericcio in un dormiveglia apatico, Sigismondo non ricordava quasi più il nobile raffinato che aveva movimentato le notti veneziane, e la sorella del Rabbi lo trattava con evidente fastidio, senza quasi rispondere alle sue domande. Una mattina, occhieggiando da un abbaino sul tetto, notò una strana agitazione nel vicolo. Sembrava che tutto il ghetto vibrasse, tremasse, mentre le finestre si chiudevano, i portoni venivano sprangati e davanti alla casa del Rabbi, come una nuvola di tempesta in un cielo sereno, nereggiava una piccola folla. Erano soprattutto donne, alcune con i figli tra le braccia, nell'aria, quasi cercasse una via di fuga dal ghetto, un mormorio indistinto, fatto di sospiri, preghiere e singhiozzi.
Allarmato Sigismondo cercò tra i volti, che la scarsa luce del vicolo rendeva indistinguibili, quello della donna che aveva intravisto alla luce della lampada nella casa del Rabbi. Non gli parve di vederla.
Ma cosa stava succedendo? Perché Genoveffa tardava? Cosa la stava trattenendo nella grande casa dalle finestre illuminate? Perché tutto il ghetto brillava di candele accese davanti alle immagini sacre?
In quel momento vide uscire Genoveffa dal portoncino. Le donne le si accalcarono intorno. Lei rispondeva facendosi largo tra la folla e consegnando qualcosa che scivolava nelle tasche dei grembiuli, mentre alcune delle persone si allontanavano. Ebbe anche l'impressione che sollevasse gli occhi da terra per guardare nella sua direzione, ma fu soltanto una sensazione.
A quel punto, Sigismondo, furioso come un leone in gabbia, vedendo rientrare la donna e sbarrare il portone, decise di scendere per capire cosa stesse succedendo e per avere un colloquio chiarificatore con il vecchio Gaspez. Gli aveva chiesto di nasconderlo per un po' non di seppellirlo vivo, tenendolo all'oscuro di tutto, e senza comunicargli un bel nulla sui risultati delle sue ricerche. Si chinò e, infilate le dita nel risvolto degli stivali, tastò l'anello che, allargando la cucitura, estrasse dal bordo. Nella fioca luce brillò il diamante
e lo stemma dei Dellapicca prese vita. Era l'ultima legame con il suo passato quell'anello che aveva sottratto pochi anni prima alla cupidigia del rabbino. Forse sarebbe stato ora il suo lasciapassare per avere notizie finalmente della moglie, della figlia e del Moro. Lo tenevano chiuso a chiave come un ladro? Sarebbe sceso attraverso i tetti. In qualche modo ce l'avrebbe fatta - pensò, mentre si arrampicava scivolando fuori dalla stanza e avanzando cautamente sul tetto.
Davanti a lui, oltre alle case si allargava, inalterata promessa di fuga e libertà, il mare.
Passarono così diversi giorni. Il rabbino, che sapeva sempre tutto di tutti, non tardò a scoprire che Maria, la figlia Benedetta e Il Moro si erano imbarcati salendo su una nave che collegava Trieste alle coste istriane, dominio ancora incontrastato della Serenissima. Sigismondo, dal suo nascondiglio, chiedeva notizie a Genoveffa che una volta al giorno gli portava da mangiare. Spiritato, sporco, chiuso in quei pochi metri quadrati che percorreva in lungo e in largo borbottando frasi sconnesse, oppure gettato sul pagliericcio in un dormiveglia apatico, Sigismondo non ricordava quasi più il nobile raffinato che aveva movimentato le notti veneziane, e la sorella del Rabbi lo trattava con evidente fastidio, senza quasi rispondere alle sue domande. Una mattina, occhieggiando da un abbaino sul tetto, notò una strana agitazione nel vicolo. Sembrava che tutto il ghetto vibrasse, tremasse, mentre le finestre si chiudevano, i portoni venivano sprangati e davanti alla casa del Rabbi, come una nuvola di tempesta in un cielo sereno, nereggiava una piccola folla. Erano soprattutto donne, alcune con i figli tra le braccia, nell'aria, quasi cercasse una via di fuga dal ghetto, un mormorio indistinto, fatto di sospiri, preghiere e singhiozzi.
Allarmato Sigismondo cercò tra i volti, che la scarsa luce del vicolo rendeva indistinguibili, quello della donna che aveva intravisto alla luce della lampada nella casa del Rabbi. Non gli parve di vederla.
Ma cosa stava succedendo? Perché Genoveffa tardava? Cosa la stava trattenendo nella grande casa dalle finestre illuminate? Perché tutto il ghetto brillava di candele accese davanti alle immagini sacre?
In quel momento vide uscire Genoveffa dal portoncino. Le donne le si accalcarono intorno. Lei rispondeva facendosi largo tra la folla e consegnando qualcosa che scivolava nelle tasche dei grembiuli, mentre alcune delle persone si allontanavano. Ebbe anche l'impressione che sollevasse gli occhi da terra per guardare nella sua direzione, ma fu soltanto una sensazione.
A quel punto, Sigismondo, furioso come un leone in gabbia, vedendo rientrare la donna e sbarrare il portone, decise di scendere per capire cosa stesse succedendo e per avere un colloquio chiarificatore con il vecchio Gaspez. Gli aveva chiesto di nasconderlo per un po' non di seppellirlo vivo, tenendolo all'oscuro di tutto, e senza comunicargli un bel nulla sui risultati delle sue ricerche. Si chinò e, infilate le dita nel risvolto degli stivali, tastò l'anello che, allargando la cucitura, estrasse dal bordo. Nella fioca luce brillò il diamante
e lo stemma dei Dellapicca prese vita. Era l'ultima legame con il suo passato quell'anello che aveva sottratto pochi anni prima alla cupidigia del rabbino. Forse sarebbe stato ora il suo lasciapassare per avere notizie finalmente della moglie, della figlia e del Moro. Lo tenevano chiuso a chiave come un ladro? Sarebbe sceso attraverso i tetti. In qualche modo ce l'avrebbe fatta - pensò, mentre si arrampicava scivolando fuori dalla stanza e avanzando cautamente sul tetto.
Davanti a lui, oltre alle case si allargava, inalterata promessa di fuga e libertà, il mare.
domenica 13 settembre 2009
On n'est jamais trahì que par le siens
Girano queste ragazzine tutte eguali, caracollanti su tacchi a stiletto altissimi, fasciate in pantaloni aderenti e minigonne inguinali.
Tutte abbronzate, tutte con la bocca imbronciata a scrutare gli uomini che sbavano loro addosso sfidando gli sguardi obliqui delle compagne, per verificare la loro avvenenza. Intorno come uno sciame d'api sul miele, un vortichio di parrucchieri, creatori d'immagini, visagisti,personaggi meno noti della televisione e, a dare lustro, qualcuno tra quelli che contano. Onnipresenti le mamme delle miss. Lo spettacolo si ripete ogni anno, a Salsomaggiore, e ogni anno si elegge la più bella del reame. Una soltanto ce la fa, le altre rientreranno sconfitte. Deluse, umiliate tenteranno di farsi presentare qualcuno che conta, sfoderando sorrisi, se non altro, in cambio di consigli, appoggi e promesse non mantenute.
Quante di loro approderanno alle stanze del potere, ma soltanto per il diletto dei potenti?
Ci sarà qualcuna che, tornata a casa, getterà la coroncina di cartone, simbolo di un sogno di cartapesta, nel pattume?
Ogni anno le guardo con stupore, le osservo puntare soltanto sulla loro bellezza, esibendosi come quarti di bue nella vetrina di un macellaio. Le guardo incredula e penso alla fatica del
diventare autonome, all'orgoglio per la conquista di una sofferta indipendenza, alla sfida delle contraddizioni che la femminilità sottintende, alle lotte sindacali, al rifiuto della pacca sul culo del superiore, alla ricchezza dell'essere donna...
E' proprio vero che "On n'est jamais trahì que par le siens".
Tutte abbronzate, tutte con la bocca imbronciata a scrutare gli uomini che sbavano loro addosso sfidando gli sguardi obliqui delle compagne, per verificare la loro avvenenza. Intorno come uno sciame d'api sul miele, un vortichio di parrucchieri, creatori d'immagini, visagisti,personaggi meno noti della televisione e, a dare lustro, qualcuno tra quelli che contano. Onnipresenti le mamme delle miss. Lo spettacolo si ripete ogni anno, a Salsomaggiore, e ogni anno si elegge la più bella del reame. Una soltanto ce la fa, le altre rientreranno sconfitte. Deluse, umiliate tenteranno di farsi presentare qualcuno che conta, sfoderando sorrisi, se non altro, in cambio di consigli, appoggi e promesse non mantenute.
Quante di loro approderanno alle stanze del potere, ma soltanto per il diletto dei potenti?
Ci sarà qualcuna che, tornata a casa, getterà la coroncina di cartone, simbolo di un sogno di cartapesta, nel pattume?
Ogni anno le guardo con stupore, le osservo puntare soltanto sulla loro bellezza, esibendosi come quarti di bue nella vetrina di un macellaio. Le guardo incredula e penso alla fatica del
diventare autonome, all'orgoglio per la conquista di una sofferta indipendenza, alla sfida delle contraddizioni che la femminilità sottintende, alle lotte sindacali, al rifiuto della pacca sul culo del superiore, alla ricchezza dell'essere donna...
E' proprio vero che "On n'est jamais trahì que par le siens".
sabato 12 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
"Nonna, e Sigismondo?"
"Un secondo di pazienza, Mielita, e arriviamo anche a lui".
E ripresi a raccontare, mentre lei si accoccolava sul tappeto, i grandi occhi assorti che mi scrutavano in attesa.
"Sigismondo era morto?"
"No, Sigismondo, era fuggito, terrorizzato, prendendo, quasi senza rendersene conto, la via che portava al Ghetto. Scivolando lungo i muri, era arrivato alla casa del Rabbi e si era attaccato al battacchio. Dopo essersi fatto riconoscere era entrato e, sconvolto, era piombato sulla sedia, davanti alla scrivania del vecchio che, in silenzio, una mano sull'altra appoggiate in grembo, lo osservava attentamente.
"Dovete nascondermi..."
"E voi dovete raccontarmi tutto, fin dall'inizio".
E Sigismondo si era sgravato del suo sacco di pietre: aveva parlato, senza tralasciare alcun particolare, concludendo il suo racconto con quell'immagine della casa e del magazzino andati in fumo. La sua vigliaccheria l'aveva fatto fuggire e forse aveva perso anche la moglie e la figlia. E il Moro?
Il Rabbi l'aveva osservato, pensoso: quell'uomo, come un rottame dopo un naufragio, era arrivato fino a lui e ora lo supplicava di aiutarlo. Avrebbe potuto respingerlo, invitarlo a andarsene, ma era un uomo saggio e molto prudente. Gli elementi che aveva in mano per giudicare erano pochi, nebulosi: Il Moro dov'era? E dall'incendio non si era salvato nulla? Il Veneziano era conosciuto, il suo sodalizio con il Moro aveva creato ricchezza. Perché rifiutarlo subito rischiando di crearsi un nemico... Avrebbe temporeggiato nascondendolo in quel dedalo di vie e case, almeno il tempo necessario per verificare quanto gli era stato raccontato e scoprire che fine avessero fatto la moglie, la figlia e Il Moro.
Chiamò la sorella e, indicando l'uomo accasciato sulla sedia con un cenno del capo,le disse: "Sistemalo nel solaio della casa di fronte, i Padovan si sono trasferiti a Venezia e prima di un mese non arriveranno i loro cugini. Portagli da mangiare. Nessuno deve sapere che è qui.Mi raccomando".
Sigismondo aprì la bocca per ringraziare, ma il vecchio lo bloccò con un'occhiata infastidita facendo un cenno con la mano che era un chiaro invito ad andarsene.
Il corridoio ingoiò le due figure precedute dalla luce tremolante della lampada a petrolio che allungava ombre sinistre sui muri. In quel momento si udi il rimbombo cupo del battacchio e una voce angosciata di donna filtrò attraverso la porta. " Ma cosa succede oggi?" borbottò Genoveffa affrettandosi verso l'ingresso e aprendo lo sportellino.
"Yael siete voi?" borbottò mentre socchiudeva il portoncino e una figura femminile s'intrufolava, tenendo tra le braccia una bambina avvolta in una coperta. "Venite, potete venire... " e la due donne si allontanarono dirette allo studio, passandogli davanti.
La lampada alzata illuminò il volto della bambina e due occhi azzurrissimi fisssarono Sigismondo che rimase fermo, basito dallo stupore, riconoscendo in quell'inconfondibile contrasto di pelle nera e occhi colore del cielo, la sorella gemella della figlia.(continua...)
"Un secondo di pazienza, Mielita, e arriviamo anche a lui".
E ripresi a raccontare, mentre lei si accoccolava sul tappeto, i grandi occhi assorti che mi scrutavano in attesa.
"Sigismondo era morto?"
"No, Sigismondo, era fuggito, terrorizzato, prendendo, quasi senza rendersene conto, la via che portava al Ghetto. Scivolando lungo i muri, era arrivato alla casa del Rabbi e si era attaccato al battacchio. Dopo essersi fatto riconoscere era entrato e, sconvolto, era piombato sulla sedia, davanti alla scrivania del vecchio che, in silenzio, una mano sull'altra appoggiate in grembo, lo osservava attentamente.
"Dovete nascondermi..."
"E voi dovete raccontarmi tutto, fin dall'inizio".
E Sigismondo si era sgravato del suo sacco di pietre: aveva parlato, senza tralasciare alcun particolare, concludendo il suo racconto con quell'immagine della casa e del magazzino andati in fumo. La sua vigliaccheria l'aveva fatto fuggire e forse aveva perso anche la moglie e la figlia. E il Moro?
Il Rabbi l'aveva osservato, pensoso: quell'uomo, come un rottame dopo un naufragio, era arrivato fino a lui e ora lo supplicava di aiutarlo. Avrebbe potuto respingerlo, invitarlo a andarsene, ma era un uomo saggio e molto prudente. Gli elementi che aveva in mano per giudicare erano pochi, nebulosi: Il Moro dov'era? E dall'incendio non si era salvato nulla? Il Veneziano era conosciuto, il suo sodalizio con il Moro aveva creato ricchezza. Perché rifiutarlo subito rischiando di crearsi un nemico... Avrebbe temporeggiato nascondendolo in quel dedalo di vie e case, almeno il tempo necessario per verificare quanto gli era stato raccontato e scoprire che fine avessero fatto la moglie, la figlia e Il Moro.
Chiamò la sorella e, indicando l'uomo accasciato sulla sedia con un cenno del capo,le disse: "Sistemalo nel solaio della casa di fronte, i Padovan si sono trasferiti a Venezia e prima di un mese non arriveranno i loro cugini. Portagli da mangiare. Nessuno deve sapere che è qui.Mi raccomando".
Sigismondo aprì la bocca per ringraziare, ma il vecchio lo bloccò con un'occhiata infastidita facendo un cenno con la mano che era un chiaro invito ad andarsene.
Il corridoio ingoiò le due figure precedute dalla luce tremolante della lampada a petrolio che allungava ombre sinistre sui muri. In quel momento si udi il rimbombo cupo del battacchio e una voce angosciata di donna filtrò attraverso la porta. " Ma cosa succede oggi?" borbottò Genoveffa affrettandosi verso l'ingresso e aprendo lo sportellino.
"Yael siete voi?" borbottò mentre socchiudeva il portoncino e una figura femminile s'intrufolava, tenendo tra le braccia una bambina avvolta in una coperta. "Venite, potete venire... " e la due donne si allontanarono dirette allo studio, passandogli davanti.
La lampada alzata illuminò il volto della bambina e due occhi azzurrissimi fisssarono Sigismondo che rimase fermo, basito dallo stupore, riconoscendo in quell'inconfondibile contrasto di pelle nera e occhi colore del cielo, la sorella gemella della figlia.(continua...)
Leggere Kafka a Milano
Amo Kafka, Kafka preso in mano a vent'anni e abbandonato subito, disorientata. Ripreso in mano a quarant'anni e letto più per dovere che per piacere. Amo Kafka scoperto, e finalmente assaporato fino in fondo, cogliendo la follia di una Milano dove i casi della vita mi avevano fatto, cinquantenne, arenare. E, mentre impazzivo al Comune o all'Ufficio delle Imposte in code chilometriche per ritrovarmi poi, regolarmente, davanti a un'impiegata programmata per far uscire di senno l'utenza, dicendomi "situazione Kafkiana" sorridevo. Tra le carte, con mani sudaticce, sentendomi oggetto di una persecuzione feroce e per me immotivata, cincinschiavo. Tentare di capire applicando la mia faticosamente conquistata razionalità? Inutile. Tra l'uomo - nel caso specifico la donna - e la vita, l'imponderabile difficoltà, astrusità del vivere, l'angoscia della casualità e l'ingiustizia dell'essere centrati come bersagli dai siluri dell'esistenza.
Nella tasca della giacca lui, Kafka, con i neri occhi febbricitanti puntati sul mondo, osservava attento le mie metamorfosi.
Nella tasca della giacca lui, Kafka, con i neri occhi febbricitanti puntati sul mondo, osservava attento le mie metamorfosi.
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