Nello studio il silenzio era rotto soltanto dal crepitio sommesso del fuoco. Il rabbino che vedeva dilagare l'epidemia, anche se aggredito dal dolore dei sopravvissuti, doveva trovare per ognuno di loro una parola di conforto. E per se stesso quale appiglio? Gli sfilavano davanti agli occhi i volti dei morti e dei moribondi: bambini, tra cui la piccolo Angela, adulti giovani e forti come Amos, vecchi pieni di saggezza... Perché? Il suo Dio, al quale si rivolgeva, gli sfuggiva, sfocava o tuonava minaccioso in quelle notti passate a guardare il fuoco, mentre il dolore della sua gente lo passava da parte a parte, dilaniandolo. Anche Sigismondo era provato: in quelle giornate - in cui il tempo, quel suo tempo di forzato del nulla, aveva assunto una valenza diversa, dilatandosi a dismisura e consegnandolo allo strazio dei ricordi e all'incertezza dei dubbi - la sua vigliaccheria, la debolezza, la stupidità che l'avevano perduto gli erano state compagne angosciose che, non paghe di torturarlo di giorno, si erano insinuate anche nei suoi sogni trasformandoli in incubi mostruosi che gli avevano riportato alla memoria i segreti che ogni uomo ha e che nasconde nelle pieghe dell'anima per non esserne sopraffatto.
I due uomini si guardarono negli occhi, scoprendo la complicità che nasce dal riconoscersi uno nella disperazione dell'altro, e sulle labbra di Sigismondo prese voce quella domanda appena sussurrata: "La sorella di mia figlia è morta, vero?" Il rabbino annuì. "E' tutta colpa mia, il Signore mi punirà per ciò che ho fatto" disse il Veneziano mentre il vecchio davanti a lui, scuotendo la testa, gli rispondeva: "Ha altro da fare in questi giorni e... con persone come voi sarebbe un'inutile perdita tempo: siete in grado di rovinarvi la vita da solo con le vostre stesse mani". Ma non sfoderava l'abituale ironia e, rivolgendogli un'altra occhiata, concluse:" Siete fortunato e Dio sa quanto poco ve lo meritiate: Il Moro, vostra moglie e vostra figlia si sono salvati dall'incendio e sono fuggiti imbarcandosi sulla "Principessa del mare" che fa rotta per l'Istria. Ora dopo essere ritornata a Trieste, sta per salpare... " Il Veneziano, mentre un'espressione di sollievo gli dilagava sul volto stanco e pallido, guardò mervigliato il rabbi che cogliendo il significato di quell'occhiata, con un gesto della mano che indicava tutta la sua stanchezza, gli rispose:
"Queste famiglie distrutte mi straziano: sono stanco di dolore e morte. Andatevene, raggiungeteli e siate riconoscenti al Signore che in questo momento si è servito di me per darvi un'altra opportunità". Poi si alzò e lo accompagnò alla porta.
Sigismondo uscì in fretta, percorse i vicoli muti e scuri, a lunghi passi uscì dal ghetto, l'aria che gli entrava nei polmoni, il mantello che gli svolazzava nella corsa. Le strade lo ingoiavano, il cuore gli batteva forte: l'aria sapeva ora di mare, spuntavano gli alberi delle navi e si levava il vento. L'aquila imperiale apriva le ali sul pennone più alto della "Principessa del mare".
domenica 20 settembre 2009
Brunetta e il cambiamento
Gentile ministro Brunetta, ma cosa mai le è successo? Le rammento che i suoi lombi poggiano su uno scranno ministeriale del quale ha abusato dando vita a uno spettacolo, pardon, avanspettacolo, certamente indegno di un Ministro della Repubblica.
Dall'alto della sua dignità di uomo politico, lei si è abbassato - c'è un limite alla bassezza - al livello del marciapiede, di cui ha usato il linguaggio. Incapace di controllo ha inveito contro i suoi avversari politici e, in stato evidentemente confusionale, ha parlato di complotti tramati a danno del governo da una sinistra per o del male, allarmandomi notevolmente. Non dimentico infatti che il presidente Bush, parlando di un impero del male, usò la stessa terminologia prima di mandare i ragazzi americani, nonché i nostri, a uccidere e farsi uccidere in Afganistan e Iraq. Per fortuna, subito dopo, quella stessa sinistra, diventata miracolosamente "élite" l'ha definita "di merda" - mia nonna , buonanima, avrebbe detto un'onta e una sponta - riportandola ai frizzi e lazzi sguaiati, ma un po' meno pericolosi, dello spettacolo.
Inoltre, se non vado errata, Lei è Ministro dell'Innovazione? Adempia allora al suo mandato ministeriale: nel confronto politico introduca qualcosa che risulti assolutamente nuovo per lei e il suo governo. Che ne direbbe dell'educazione?
Dall'alto della sua dignità di uomo politico, lei si è abbassato - c'è un limite alla bassezza - al livello del marciapiede, di cui ha usato il linguaggio. Incapace di controllo ha inveito contro i suoi avversari politici e, in stato evidentemente confusionale, ha parlato di complotti tramati a danno del governo da una sinistra per o del male, allarmandomi notevolmente. Non dimentico infatti che il presidente Bush, parlando di un impero del male, usò la stessa terminologia prima di mandare i ragazzi americani, nonché i nostri, a uccidere e farsi uccidere in Afganistan e Iraq. Per fortuna, subito dopo, quella stessa sinistra, diventata miracolosamente "élite" l'ha definita "di merda" - mia nonna , buonanima, avrebbe detto un'onta e una sponta - riportandola ai frizzi e lazzi sguaiati, ma un po' meno pericolosi, dello spettacolo.
Inoltre, se non vado errata, Lei è Ministro dell'Innovazione? Adempia allora al suo mandato ministeriale: nel confronto politico introduca qualcosa che risulti assolutamente nuovo per lei e il suo governo. Che ne direbbe dell'educazione?
venerdì 18 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Sigismondo si fermò, in bilico sul tetto, affascinato dalla vista che gli si spalancava davanti.
Dopo giorni passati come un topo in trappola a misurare a larghi e concitati passi la sua prigione, respirava a pieni polmoni quell'aria frizzante che gli regalava il profumo brusco del mare. Nel ghetto stava succedendo qualcosa: dall'alto, lasciando scorrere lo sguardo sull'intrico dei vicoli che, angusti e bui, disegnavano la sbilenca geometria del luogo, poteva cogliere maleodoranti fumi d'incendio e il rumore delle ruote di un carretto che arrivava stridente al suo orecchio. Non si udivano rumori di passi, né suoni di voci. Le finestre delle case erano sprangate e un silenzio attonito e inspiegabile gravava sul ghetto, rotto soltanto da quel cigolio che si stava facendo più forte mentre entrava nella sua visuale quell'uomo, coperto da un mantello. Dietro al carro un'altra figura d'uomo: nera, spettrale. Cosa trasportavano? Intavide, aguzzando lo sguardo, un intrico di braccia e gambe che ciondolavano quasi sfiorando i ciottoli della strada, sobbalzando abbandonati su quelle poche assi che ne reggevano il peso a stento. Sigismondo sentì un brivido di paura rizzargli la pelle mentre la porta di una delle case che davano sulla strada si apriva e nel vano si stagliava una figura femminile. Tra le braccia un fagotto. Il carro si fermava, mentre la donna a piccoli passi rigidi si avvicinava ai due uomini. Ora era lì, immobile, il velo che le scendeva dalla testa a incorniciare il volto. Uno dei due uomini le strappò il fagotto dalle braccia, gettandolo sul carro che faticosamente si rimise in moto, mentre la donna cadeva in ginocchio, i pugni alzati, contratti dall'ira, verso il cielo e quel mugolio che poco aveva di umano che si spezzava in un urlo che l'eco amplificava. Dalla porta della casa del rabbi uscì Genoveffa.
"Yael, vieni, vieni... è la volontà di Dio!"le mormorò , cercando di farla rialzare.
Sigismondo, che era riuscito faticosamente a raggiungere la strada, approffittando della confusione s'infilò nella casa e, percorso il corridoio, piombò nello studio del rabbi. L'uomo seduto dietro alla scrivania sollevò su di lui gli occhi, in cui il dolore e la stanchezza dilagavano come una marea inarrestabile, conferendo allo sguardo quel luccicchio malato, febbricitante. Appariva provato, diverso dall'uomo pacato e fermo, sottilmente astuto, che il Veneziano ricordava.
"L'epidemia stringe il ghetto in una morsa... si porta via i bambini e i vecchi lasciandoci senza futuro e senza passato, inchiodati - come un cristo sulla croce - a un presente incerto e doloroso. Oh Dio mio perchè infliggerci questa punizione? Manco la pazienza di Giobbe sarebbe sufficiente... " e s'interruppe, mentre Sigismondo chiedeva, roco nella voce che gli usciva strozzata dalla gola:" Che fine hanno fatto mie figlie, mia moglie e il Moro?"
Il rabbi lo guardò interrogativo, l'ironia che si accendeva a vivacizzargli lo sguardo:"Mie figlie? Mi risulta ne abbiate una soltanto".
Il Venziano crollò sulla seggiola: "Fingete di non capire: ho visto la donna che era venuta da voi la sera in cui bussai alla vostra porta con... con..." e la voce gli si spezzò, mentre il vecchio lo osservava. Il lume, che andava esaurendo l'olio, disegnava ombre che incupivano i volti corrucciati e stanchi dei due uomini che, come due animali pronti ad attaccarsi, si misuravano nel chiarore fumigante della lampada.
Dopo giorni passati come un topo in trappola a misurare a larghi e concitati passi la sua prigione, respirava a pieni polmoni quell'aria frizzante che gli regalava il profumo brusco del mare. Nel ghetto stava succedendo qualcosa: dall'alto, lasciando scorrere lo sguardo sull'intrico dei vicoli che, angusti e bui, disegnavano la sbilenca geometria del luogo, poteva cogliere maleodoranti fumi d'incendio e il rumore delle ruote di un carretto che arrivava stridente al suo orecchio. Non si udivano rumori di passi, né suoni di voci. Le finestre delle case erano sprangate e un silenzio attonito e inspiegabile gravava sul ghetto, rotto soltanto da quel cigolio che si stava facendo più forte mentre entrava nella sua visuale quell'uomo, coperto da un mantello. Dietro al carro un'altra figura d'uomo: nera, spettrale. Cosa trasportavano? Intavide, aguzzando lo sguardo, un intrico di braccia e gambe che ciondolavano quasi sfiorando i ciottoli della strada, sobbalzando abbandonati su quelle poche assi che ne reggevano il peso a stento. Sigismondo sentì un brivido di paura rizzargli la pelle mentre la porta di una delle case che davano sulla strada si apriva e nel vano si stagliava una figura femminile. Tra le braccia un fagotto. Il carro si fermava, mentre la donna a piccoli passi rigidi si avvicinava ai due uomini. Ora era lì, immobile, il velo che le scendeva dalla testa a incorniciare il volto. Uno dei due uomini le strappò il fagotto dalle braccia, gettandolo sul carro che faticosamente si rimise in moto, mentre la donna cadeva in ginocchio, i pugni alzati, contratti dall'ira, verso il cielo e quel mugolio che poco aveva di umano che si spezzava in un urlo che l'eco amplificava. Dalla porta della casa del rabbi uscì Genoveffa.
"Yael, vieni, vieni... è la volontà di Dio!"le mormorò , cercando di farla rialzare.
Sigismondo, che era riuscito faticosamente a raggiungere la strada, approffittando della confusione s'infilò nella casa e, percorso il corridoio, piombò nello studio del rabbi. L'uomo seduto dietro alla scrivania sollevò su di lui gli occhi, in cui il dolore e la stanchezza dilagavano come una marea inarrestabile, conferendo allo sguardo quel luccicchio malato, febbricitante. Appariva provato, diverso dall'uomo pacato e fermo, sottilmente astuto, che il Veneziano ricordava.
"L'epidemia stringe il ghetto in una morsa... si porta via i bambini e i vecchi lasciandoci senza futuro e senza passato, inchiodati - come un cristo sulla croce - a un presente incerto e doloroso. Oh Dio mio perchè infliggerci questa punizione? Manco la pazienza di Giobbe sarebbe sufficiente... " e s'interruppe, mentre Sigismondo chiedeva, roco nella voce che gli usciva strozzata dalla gola:" Che fine hanno fatto mie figlie, mia moglie e il Moro?"
Il rabbi lo guardò interrogativo, l'ironia che si accendeva a vivacizzargli lo sguardo:"Mie figlie? Mi risulta ne abbiate una soltanto".
Il Venziano crollò sulla seggiola: "Fingete di non capire: ho visto la donna che era venuta da voi la sera in cui bussai alla vostra porta con... con..." e la voce gli si spezzò, mentre il vecchio lo osservava. Il lume, che andava esaurendo l'olio, disegnava ombre che incupivano i volti corrucciati e stanchi dei due uomini che, come due animali pronti ad attaccarsi, si misuravano nel chiarore fumigante della lampada.
Tutto è diverso, ma nulla è cambiato
C'era una volta un mondo piccolo dove si nasceva e moriva nello stesso posto, parlando lo stesso dialetto e vedendo dalle finestre di casa lo stesso panorama. Lasciando tra le dita solo la polvere impalpabile del tempo, fluivano nascite, comunioni, matrimoni e morti. Chi nasceva in terre bagnate dal mare nulla sapeva delle montagne che soltanto i racconti dei foresti, arrivati da lontano a narrare di terre inarcate come dorsi di puledri imbizzarriti, confusamente disegnavano davanti ai loro occhi. I confini del proprio mondo ingabbiavano rassicurando. Ma la fantasia, che non accetta confini, spaziava e l'uomo sognava: di varcare gli oceani e di volare. E i sogni si concretizzavano in scoperte che cominciavano ad allargare i confini del mondo permettendo al bipede implume di percorrerlo su cavalli d'acciaio sempre più perfezionati e veloci.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
mercoledì 16 settembre 2009
Obbedisci o ti ammazzo
"Obbedisci o ti ammazzo" non è più soltanto un modo di dire. E' diventato un modo di fare. E ogni giorno una donna muore perché, nonostante le minacce, le percosse, nonostante la paura, sceglie. Decide. E' questo che non viene tollerato? Aggirare, pietire, pregare, circuire, chiedere a bassa voce sì. Decidere no, perché presuppone libertà e parità, non quelle riconosciute dalla legge, quelle che, entrate a far parte della cultura di un popolo, hanno attecchito ormai nel profondo.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
lunedì 14 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Genoveffa, dopo aver accompagnato Yael dal Rabbi, ritornò da Sigismondo che l'attendeva nel corridoio e, sbuffando, lo invitò a seguirla. Passarono attraverso la cucina, dove la donna prese un po' di pane, delle olive e una caraffa d'acqua, prima di uscire facendogli attraversare in fretta il vicolo, per entrare, attraverso il portoncino che si apriva cigolando, nella casa di fronte a quella del Rabbi. Ancora qualche minuto e Sigismondo poteva finalmente sdraiarsi sul pagliericcio e cadere in un sonno agitato da incubi che lo svegliarono parecchie volte nel corso della nottata.
Passarono così diversi giorni. Il rabbino, che sapeva sempre tutto di tutti, non tardò a scoprire che Maria, la figlia Benedetta e Il Moro si erano imbarcati salendo su una nave che collegava Trieste alle coste istriane, dominio ancora incontrastato della Serenissima. Sigismondo, dal suo nascondiglio, chiedeva notizie a Genoveffa che una volta al giorno gli portava da mangiare. Spiritato, sporco, chiuso in quei pochi metri quadrati che percorreva in lungo e in largo borbottando frasi sconnesse, oppure gettato sul pagliericcio in un dormiveglia apatico, Sigismondo non ricordava quasi più il nobile raffinato che aveva movimentato le notti veneziane, e la sorella del Rabbi lo trattava con evidente fastidio, senza quasi rispondere alle sue domande. Una mattina, occhieggiando da un abbaino sul tetto, notò una strana agitazione nel vicolo. Sembrava che tutto il ghetto vibrasse, tremasse, mentre le finestre si chiudevano, i portoni venivano sprangati e davanti alla casa del Rabbi, come una nuvola di tempesta in un cielo sereno, nereggiava una piccola folla. Erano soprattutto donne, alcune con i figli tra le braccia, nell'aria, quasi cercasse una via di fuga dal ghetto, un mormorio indistinto, fatto di sospiri, preghiere e singhiozzi.
Allarmato Sigismondo cercò tra i volti, che la scarsa luce del vicolo rendeva indistinguibili, quello della donna che aveva intravisto alla luce della lampada nella casa del Rabbi. Non gli parve di vederla.
Ma cosa stava succedendo? Perché Genoveffa tardava? Cosa la stava trattenendo nella grande casa dalle finestre illuminate? Perché tutto il ghetto brillava di candele accese davanti alle immagini sacre?
In quel momento vide uscire Genoveffa dal portoncino. Le donne le si accalcarono intorno. Lei rispondeva facendosi largo tra la folla e consegnando qualcosa che scivolava nelle tasche dei grembiuli, mentre alcune delle persone si allontanavano. Ebbe anche l'impressione che sollevasse gli occhi da terra per guardare nella sua direzione, ma fu soltanto una sensazione.
A quel punto, Sigismondo, furioso come un leone in gabbia, vedendo rientrare la donna e sbarrare il portone, decise di scendere per capire cosa stesse succedendo e per avere un colloquio chiarificatore con il vecchio Gaspez. Gli aveva chiesto di nasconderlo per un po' non di seppellirlo vivo, tenendolo all'oscuro di tutto, e senza comunicargli un bel nulla sui risultati delle sue ricerche. Si chinò e, infilate le dita nel risvolto degli stivali, tastò l'anello che, allargando la cucitura, estrasse dal bordo. Nella fioca luce brillò il diamante
e lo stemma dei Dellapicca prese vita. Era l'ultima legame con il suo passato quell'anello che aveva sottratto pochi anni prima alla cupidigia del rabbino. Forse sarebbe stato ora il suo lasciapassare per avere notizie finalmente della moglie, della figlia e del Moro. Lo tenevano chiuso a chiave come un ladro? Sarebbe sceso attraverso i tetti. In qualche modo ce l'avrebbe fatta - pensò, mentre si arrampicava scivolando fuori dalla stanza e avanzando cautamente sul tetto.
Davanti a lui, oltre alle case si allargava, inalterata promessa di fuga e libertà, il mare.
Passarono così diversi giorni. Il rabbino, che sapeva sempre tutto di tutti, non tardò a scoprire che Maria, la figlia Benedetta e Il Moro si erano imbarcati salendo su una nave che collegava Trieste alle coste istriane, dominio ancora incontrastato della Serenissima. Sigismondo, dal suo nascondiglio, chiedeva notizie a Genoveffa che una volta al giorno gli portava da mangiare. Spiritato, sporco, chiuso in quei pochi metri quadrati che percorreva in lungo e in largo borbottando frasi sconnesse, oppure gettato sul pagliericcio in un dormiveglia apatico, Sigismondo non ricordava quasi più il nobile raffinato che aveva movimentato le notti veneziane, e la sorella del Rabbi lo trattava con evidente fastidio, senza quasi rispondere alle sue domande. Una mattina, occhieggiando da un abbaino sul tetto, notò una strana agitazione nel vicolo. Sembrava che tutto il ghetto vibrasse, tremasse, mentre le finestre si chiudevano, i portoni venivano sprangati e davanti alla casa del Rabbi, come una nuvola di tempesta in un cielo sereno, nereggiava una piccola folla. Erano soprattutto donne, alcune con i figli tra le braccia, nell'aria, quasi cercasse una via di fuga dal ghetto, un mormorio indistinto, fatto di sospiri, preghiere e singhiozzi.
Allarmato Sigismondo cercò tra i volti, che la scarsa luce del vicolo rendeva indistinguibili, quello della donna che aveva intravisto alla luce della lampada nella casa del Rabbi. Non gli parve di vederla.
Ma cosa stava succedendo? Perché Genoveffa tardava? Cosa la stava trattenendo nella grande casa dalle finestre illuminate? Perché tutto il ghetto brillava di candele accese davanti alle immagini sacre?
In quel momento vide uscire Genoveffa dal portoncino. Le donne le si accalcarono intorno. Lei rispondeva facendosi largo tra la folla e consegnando qualcosa che scivolava nelle tasche dei grembiuli, mentre alcune delle persone si allontanavano. Ebbe anche l'impressione che sollevasse gli occhi da terra per guardare nella sua direzione, ma fu soltanto una sensazione.
A quel punto, Sigismondo, furioso come un leone in gabbia, vedendo rientrare la donna e sbarrare il portone, decise di scendere per capire cosa stesse succedendo e per avere un colloquio chiarificatore con il vecchio Gaspez. Gli aveva chiesto di nasconderlo per un po' non di seppellirlo vivo, tenendolo all'oscuro di tutto, e senza comunicargli un bel nulla sui risultati delle sue ricerche. Si chinò e, infilate le dita nel risvolto degli stivali, tastò l'anello che, allargando la cucitura, estrasse dal bordo. Nella fioca luce brillò il diamante
e lo stemma dei Dellapicca prese vita. Era l'ultima legame con il suo passato quell'anello che aveva sottratto pochi anni prima alla cupidigia del rabbino. Forse sarebbe stato ora il suo lasciapassare per avere notizie finalmente della moglie, della figlia e del Moro. Lo tenevano chiuso a chiave come un ladro? Sarebbe sceso attraverso i tetti. In qualche modo ce l'avrebbe fatta - pensò, mentre si arrampicava scivolando fuori dalla stanza e avanzando cautamente sul tetto.
Davanti a lui, oltre alle case si allargava, inalterata promessa di fuga e libertà, il mare.
domenica 13 settembre 2009
On n'est jamais trahì que par le siens
Girano queste ragazzine tutte eguali, caracollanti su tacchi a stiletto altissimi, fasciate in pantaloni aderenti e minigonne inguinali.
Tutte abbronzate, tutte con la bocca imbronciata a scrutare gli uomini che sbavano loro addosso sfidando gli sguardi obliqui delle compagne, per verificare la loro avvenenza. Intorno come uno sciame d'api sul miele, un vortichio di parrucchieri, creatori d'immagini, visagisti,personaggi meno noti della televisione e, a dare lustro, qualcuno tra quelli che contano. Onnipresenti le mamme delle miss. Lo spettacolo si ripete ogni anno, a Salsomaggiore, e ogni anno si elegge la più bella del reame. Una soltanto ce la fa, le altre rientreranno sconfitte. Deluse, umiliate tenteranno di farsi presentare qualcuno che conta, sfoderando sorrisi, se non altro, in cambio di consigli, appoggi e promesse non mantenute.
Quante di loro approderanno alle stanze del potere, ma soltanto per il diletto dei potenti?
Ci sarà qualcuna che, tornata a casa, getterà la coroncina di cartone, simbolo di un sogno di cartapesta, nel pattume?
Ogni anno le guardo con stupore, le osservo puntare soltanto sulla loro bellezza, esibendosi come quarti di bue nella vetrina di un macellaio. Le guardo incredula e penso alla fatica del
diventare autonome, all'orgoglio per la conquista di una sofferta indipendenza, alla sfida delle contraddizioni che la femminilità sottintende, alle lotte sindacali, al rifiuto della pacca sul culo del superiore, alla ricchezza dell'essere donna...
E' proprio vero che "On n'est jamais trahì que par le siens".
Tutte abbronzate, tutte con la bocca imbronciata a scrutare gli uomini che sbavano loro addosso sfidando gli sguardi obliqui delle compagne, per verificare la loro avvenenza. Intorno come uno sciame d'api sul miele, un vortichio di parrucchieri, creatori d'immagini, visagisti,personaggi meno noti della televisione e, a dare lustro, qualcuno tra quelli che contano. Onnipresenti le mamme delle miss. Lo spettacolo si ripete ogni anno, a Salsomaggiore, e ogni anno si elegge la più bella del reame. Una soltanto ce la fa, le altre rientreranno sconfitte. Deluse, umiliate tenteranno di farsi presentare qualcuno che conta, sfoderando sorrisi, se non altro, in cambio di consigli, appoggi e promesse non mantenute.
Quante di loro approderanno alle stanze del potere, ma soltanto per il diletto dei potenti?
Ci sarà qualcuna che, tornata a casa, getterà la coroncina di cartone, simbolo di un sogno di cartapesta, nel pattume?
Ogni anno le guardo con stupore, le osservo puntare soltanto sulla loro bellezza, esibendosi come quarti di bue nella vetrina di un macellaio. Le guardo incredula e penso alla fatica del
diventare autonome, all'orgoglio per la conquista di una sofferta indipendenza, alla sfida delle contraddizioni che la femminilità sottintende, alle lotte sindacali, al rifiuto della pacca sul culo del superiore, alla ricchezza dell'essere donna...
E' proprio vero che "On n'est jamais trahì que par le siens".
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