sabato 10 ottobre 2009

Chi si loda... s'imbroda

Giornalisti ficcanaso
piscian fuor dal lor vaso,
magistrati irriverenti
osano mostrare i denti?
Quei fetenti messi vanno sull'attenti.
Chi comanda oibì, oibò
han capito oppure no?
Gli italiani lo han votato
ed il carcere ha evitato
Ora un giudice si appresta
a tagliare la sua testa
loda non Francesco il santo,
povertà non è più vanto,
loda il caro amico Alfano
che per lui allungò una mano.
Come dice quel Di Pietro
che vorrebbe render spettro
se si toglie dalle palle,
ve lo giuro non son balle
si ritrova in una cella
un bugliolo in comunella...
A evitare questo danno
agguantar deve lo scranno
e tenerlo stretto, stretto
fino all'ultimo respiro
Che disgrazia, che iattura
qui si colma la misura
dell'italica sventura.

venerdì 9 ottobre 2009

Il coraggio di sognare

Gentile Presidente Obama, mi permetto di scriverle perché lei mi incuriosisce. Mi chiedo come e quando per la prima volta abbia pensato di diventare Presidente degli Stati Uniti. E' avvenuto in un giardino pubblico, giocando con altri bambini o a scuola nell'intervallo, divorando in fretta e furia la sua merenda? Magari, mentre uno dei suoi compagni diceva "Io da grande farò il pompiere" e un altro decideva che sarebbe diventato astronauta, lei, con quel suo sguardo deciso che trapassa l'interlocutore per leggergli dentro, ha detto: "Io diventerò Presidente degli Stati Uniti". Forse qualcuno avrà riso, e qualcun'altro avrà pensato che lei stesse esagerando, e, al suono della campanella, sarete rientrati nella vostra classe e... nella realtà. Ma lei, Presidente, non sognava, lei progettava: quindi da quel momento ha avuto inizio la sua marcia di avvicinamento alla Casa Bianca. Ha studiato, si è laureato in legge, ha cominciato a lavorare in uno studio. Ha anche incontrato in quello studio la sua bella moglie. Quando l'ha invitata a cena e ha cominciato a parlarle dei suoi progetti dicendole che se l'avesse sposato, l'avrebbe portata alla Casa Bianca, lei avrà pensato "Guarda cosa non s'inventa un uomo per far colpo su una donna" e magari avrà fatto una battuta per nascondere l'amarezza di non aver mai visto un uomo di colore in quella Casa. Oppure la sua decisione è scaturita dalla rabbia, dall'impotenza, vedendo crollare le Torri Gemelle? O forse è stata la politica del suo predecessore o la vista dei suoi concittadini che, perdendo casa e lavoro, si ritrovavano "barboni" nello spazio di un mattino? Un giorno, sperando che nonostante le numerose minacce di morte che riceve quotidianamente lei possa diventare vecchio, forse scriverà le sue memorie e ci racconterà come sono andate le cose. Il Nobel per la Pace che le è stato assegnato premia gli sforzi e l'impegno da lei profusi in questo campo, ma penso premi anche qualcosa d'altro. Lei, che potenzialmente è un innovatore, dovrà scendere a patti con i gruppi di potere che hanno favorito la sua elezione e non sappiamo se riuscirà nel suo intento, ma è fuori dubbio che incarni il doppio fascino che la democrazia americana, pur con i suoi limiti, esercita su noi Europei: il coraggio di sognare e la volontà, ma anche la possibilità, di realizzare i sogni, anche i più ambiziosi, grazie alla libertà che il suo Paese assicura. Il Nobel che le hanno dato è anche un ringraziamento per aver dimostrato al mondo che un uomo, se vuole, può: per lui e per il suo popolo. Non è poco Presidente.

Romanzo a puntate I Dellapicca

Sigismondo sbarcò sulle coste dell'Istria, accolto da una folla di curiosi. Dietro a lui scesero lungo la scaletta i passeggeri e i pirati fatti prigionieri. La notizia della vittoria sui predoni del mare passava di bocca in bocca suscitando chiacchiere e commenti, soprattutto su quell'uomo, chiamato Il Veneziano che, con il suo intervento e il coraggio dimostrato nel battersi, aveva capovolto la situazione. Il capitano della nave, dopo avergli restituito l'anello, si era anche scusato con lui, e ora affiancandolo lo stava invitando a entrare nella locanda per brindare al passato pericolo, mentre dietro a loro si andava ingrossando una piccola folla di passeggeri e curiosi.
Maria stava pulendo il bancone, le maniche dell'abito da lavoro arrotolate a scoprirle le braccia piene. Sigismondo la riconobbe immediatamente e, per un istante, ebbe la sensazione di essere ancora l'uomo in fuga approdato a Trieste che in una bettola del porto aveva posato gli occhi per la prima volta su quel volto di donna dai tratti perfetti. Sentendo sbattere la porta d'ingresso, aveva alzato gli occhi e ora lo fissava sbalordita, incapace di fare anche un solo passo. Sigismondo le si avvicinò, mentre lei, ritrovata la voce, gli diceva: "Allora non sei morto nell'incendio" ma senza gettargli le braccia al collo, né dimostrarsi contenta di vederlo.
"Sono stato costretto a nascondermi...E la bambina?" Pronunciando queste parole gli scomparve il sorriso dalle labbra mentre la sua inquietudine contagiava la moglie. La padrona, che si era avvicinata, con una gran risata esclamò, dopo aver lasciato scorrere uno sguardo indagatore sulla veste di velluto e damasco del Veneziano: " Potete prendervi mezza giornata di libertà e festeggiare l'arrivo di vostro marito" disse e ammiccò sguaiata.
Sigismondo e Maria salutarono tutti con un cenno e si allontanarono, raggiungendo la stanza che la donna divideva con la figlia. Infilata la chiave, entrò mentre la bambina le correva incontro, riconoscendo il padre e attaccandosi alle sue gambe. Sigismondo sentì un nodo alla gola e il dolore sordo del rimorso nel petto.
"Non mi hai chiesto notizie del Moro!"
"So che ha salvato te e la bambina" rispose il marito.
"Fosse dipeso da..."
"Hai ragione, ho sbagliato molto, ma ho avuto anche tempo per riflettere. Ricominceremo..."
Maria taceva, silenziosa, fissandolo. Poi, rompendo quel silenzio che si prolungava, gli disse:
"Sono successe tante cose e... non mi sei mancato!"
"E' quel maledetto Moro che ..."
"No!"
La sua abituale arroganza gli affiorò nello sguardo, mentre gli tornavano alla mente le parole del rabbino, le sue spalle improvvisamente curve sotto il peso del dolore della sua gente che aveva dovuto condividere, il ponte del veliero macchiato dal sangue dei morti e, prepotente gli scattò dentro una voglia di presente e futuro che annullasse con la vitalità del desiderio quella sensazione di morte che ancora lo attanagliava. Fece una carezza alla figlia e circondò con un braccio le spalle della moglie, sussurrandole che sarebbe cambiato, chiedendole perdono per tutto il dolore che le aveva causato. Maria lo guardava stupita, la sua bellezza che acquistava una tonalità morbida, calda, alla luce della candela, mentre il marito si toglieva l'anello e glielo infilava al dito, dicendole: "Ho rischiato per la mia stupidità, per la mia arroganza oltre che per la mia vigliaccheria di perdervi..."
Maria si sedette accanto al fuoco, al collo la figlia che si stava addormentando.
"Io voglio sapere che fine ha fatto mia figlia" chiese e lo guardò senza abbassare lo sguardo.
Sigismondo fece un cenno con la testa, mentre mormorava: "E' morta" e aggiungeva "nell'epidemia causata dall'acqua infetta che ha seminato la morte nel ghetto. Era stata affidata a una madre che aveva perso la propria figlia".
"Pensavo l'avessi fatta uccidere" mormorò Maria continuando a fissare il fuoco, le dita contratte sulla figlia che dormiva tra le sue braccia.

giovedì 8 ottobre 2009

Dalle stelle... agli stallieri.

Il nostro tombeur de femmes comincia, come il protagonista di "Morte a Venezia", a svelare sotto al cerone sfatto il suo vero volto. Non è gentiluomo, non è galante con le signore, perlomeno quelle che non scatenano i suoi appetiti sessuali, e manca di controllo: straparla, quando non parla a vanvera. Esiste anche il silenzio. D'oro. Nessuno dei suoi strapagati consulenti e avvocati ha l'umana pietà di darle, Presidente, quell'unico consiglio che potrebbe esserle utile? Tacere! Capisco possa essere difficile: perdere è molto più doloroso che vincere, e nessuno meglio di noi, poveri tapini che ci abbiamo fatto il callo, può capirla. Più si è saliti in alto e più la caduta fa male, anche se questa esperienza, ai tapini di cui sopra, risulta ignota non conoscendo l'ebbrezza delle grandi altezze. E' legge fisica Presidente: lei con i numeri dovrebbe essere un mago! Sarà il caso che si ripassi il suo vecchio libro di Diritto costituzionale. Suggerirei anche "Il Galateo di Donna Letizia" e "Come recuperare il controllo in 10 lezioni". Già che c'è, comperi anche "La caduta degli dei". Non si sa mai: meglio fare qualche acquisto in previsione dei tempi bui. Un risarcimento danni di 750 milioni di euro potrebbe metterla in difficoltà anche con gli spiccioli. E se posso permettermi: si guardi le spalle Presidente! Lo sa che il popolo di navigatori, poeti e santi, diventa anche popolo di voltagabbana, quando... Mai fidarsi del popolino. Lei che vende sogni e bugie in formato televisivo dovrebbe saperlo: la sovresposizione mediatica... dalle stelle alle stalle (in compagnia degli stallieri) si fa presto a finire. E il suo popolo potrebbbe non trovarla più divertente: le barzellette, quando si tocca terra, senza casa, né sicurezze, né lavoro... non divertono. Forse si perde il senso dell'umorismo. Come sta succedendo a lei in questo momento.
Onde e per cui: ottimismo, pensieri positivi e leggerezza, Presidente, mi raccomando. Non vorrà mica diventarmi rabbioso e triste come i comunisti? Non lei, allegro folletto del Parlamento, divertente giullare di corte. Non lei, Presidente.

mercoledì 7 ottobre 2009

Ricordi?

La sera scendeva su Milano, ingolfata di traffico e cattiveria, allungando la sua ombra sul soggiorno e sui nostri volti tirati. Più che una discussione un litigio. Non ricordo il motivo del contendere, ma rammento la mia esclamazione: "E' un principio tutelato dalla nostra Costituzione!" Il mio compagno mi aveva guardata, poi assumendo un'aria condiscendente, quella che si usa per spiegare una faccenda complessa a un bambino, mi aveva risposto: "La Costituzione è una bella poesia, un libro dei sogni..." E la sua bocca aveva assunto una piega amara.
" E tu pensi che uomini che passarono la giovinezza in prigione o che scelsero la via dell'esilio, che videro morire i compagni...".
Mi aveva interrotta:
"E' un'impalcatura che avrebbe dovuto sostenere uno splendido palazzo, ma è rimasta incompiuta. Il nostro è il Paese delle cattedrali nel deserto".
"Gli uomini che scrissero quella che tu chiami una poesia erano uomini diversi, cresciuti in un Paese che aveva messso al bando la libertà, per loro non fu scontato essere liberi. Videro un dittatore fare strame del Paese, portarlo in guerra, allearsi ai nazisti, promulgare le leggi razziali".
"La natura umana..." e di nuovo il mio compagno aveva scrollato la testa.
"E' la Bibbia della nostra democrazia, veleggia alta perché chi ha molto sofferto acquisisce uno spessore anche umano più ampio. Quando scrivevano democrazia o libertà o eguaglianza quali ricordi si accendevano nelle loro menti? Scrivevano eguaglianza davanti alla legge e rievocavano i Tribunali speciali, le condanne per i reati di opinione, gli anni passati senza vedere crescere i figli, lontano dalle mogli, nelle celle a chiedersi il perché di quell'ostinazione che aveva dannato le loro vite. Un ostinato, insopprimibile desiderio di libertà!"
Ieri sera, quando su Internet è circolata la notizia, quando ho letto che il Lodo Alfano era stato considerato illegittimo in considerazione dell'articolo 3 della Costituzione che fissa il principio dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge ho pensato a quegli uomini. Vogliamo cambiare la Costituzione, volare basso, omologarci a uomini e idee di corto respiro? Quegli uomini lungimiranti l'avevano previsto, istituendo una procedura più complessa e imponendo maggior consenso.
Per rinunciare a sognare, Amendola, Calamandrei, La Malfa, De Gasperi, Nenni, Pertini... stabilirono che si dovesse essere in tanti, proprio molti: chissà, forse per indurci a riflettere.

martedì 6 ottobre 2009

Berlusconi è onesto

Bondi: "Berlusconi è onesto". Basterebbe un'affermazione come questa per screditare questo Ministro dal volto paffuto che del suo leader condivide l'uso della parola sparata a raffica e, quel che è peggio, la morale. Si è definito un riformista il nostro, ieri sera a Ballarò. Intende quindi riformare anche il codice morale degli Italiani?

Mio caro Ministro, lei sta giocando con il fuoco: chi corrompe un giudice per fare un affare (è sentenza già passata in giudicato, non ipotesi di reato), chi sceglie di costruire un ponte sullo Stretto (per tenersi buona la mafia) lasciando sbriciolare le montagne sulle case per un piovasco e facendo crepare la gente, chi si circonda, settantenne, di ragazzine che paga per ottenenerne i favori, chi candida le escort nelle liste elettorali come compenso per le notti passate nel suo letto, chi lucra sul dolore e il dramma dei terremotati per improvvisare show mediatici che lo vedano protagonista, chi considera i giornalisti, critici nei suoi confronti, dei farabutti, è un uomo onesto?

Ricordate chi fece della questione morale la propria bandiera? Quell'omino curvo, apparentemente fragile che oggi mi manca tanto e che fu Berlinguer.
Che distanza, che differenza, che abisso, ragazzi... e che tristezza!

lunedì 5 ottobre 2009

Casa prende, casa rende

Si erano incontrati in metropolitana in una giornata di pioggia. Battente. Stretti come sardine, l'ombrello di lui nella scarpa di lei. L'aveva fulminato inviperita. Le aveva risposto con quel disarmante sorriso e lei aveva abbassato la guardia, accettando il caffé nel bar troppo pieno, vociante.
Si erano innamorati tra scrosci d'acqua novembrina, e in un agosto torrido che aveva vuotato la città si erano sposati. La mamma di lui, vestita di nero, aveva pianto. Come a un funerale. Pianse anche alla nascita di Gaia: per il nome, che non era quello di sua madre Assunta, buonanima, e perché aveva partorito una bambina.
Asilo nido, ufficio, supermercato, cena in tavola... Una grigia catena di giorni sempre eguali che ingrigiva anche lei, si allungava a dismisura. Imprigionandola. La televisione riempiva gracidando i loro silenzi: lui si addormentava nel salotto, sul divano. Lei, nel letto a due piazze allungava una mano. La ritirava vuota. Una sera, Gaia dalla nonna, rientrò prima del previsto, a causa di un black out. La città era nera come una notte senza stelle, nero l'androne di casa, nero il pianerottolo dove rimase in piedi, umiliata, sentendo che la chiave non entrava. Lui aveva chiuso la porta dall'interno; lei si accucciò schiena contro il muro, al buio. Attese. Da quella porta sarebbero usciti, prima o poi.
Fu una notte lunghissima, interrotta dalla fine del black out. Scintillarono le luci, luci da luna park... Scintillavano come lui. Come quella donna dalle gambe di gazzella e la bocca rossa di baci che le aveva rubato il suo sorriso. "Casa prende, casa rende" le diceva sempre nonna Ina, ma lei non l'aveva più ritrovato. Ora capiva dov'era finito. Tra loro quella valigia sembrava un armadio, una montagna, un mare pieno di pescecani.
Entrò e si guardò intorno.
Tutto in ordine, niente a posto - pensò.
Albeggiava: il cielo era viola, il sole non sorgeva a Oriente. La sequela initerrotta dei grigi che la pioggia inargentava le si spezzò dentro, lasciando il posto all'arcobaleno che
esplose nel cielo come un fuoco d'artificio di colori in una notte d'estate.