Avevano appena saputo che il prezzo del latte per la produzione del parmigiano reggiano era diminuito e che le loro entrate si sarebbero quindi ulteriormente assottigliate; in aggiunta a tutto ciò l’inflazione che in quegli anni mordeva l’economia stava facendo salire a dismisura i tassi d’interesse. Come avrebbero fatto a pagare le rate del mutuo contratto per acquistare il podere? E lei, impegnata con la scuola e i ragazzini, sarebbe riuscita a gestire la casa con il pollaio, l’orto e le stufe che continuavano a non funzionare, facendo assumere agli abitanti della casa un odore di prosciutto affumicato che faceva storcere il naso a chiunque stazionasse nei loro paraggi? Aveva deciso di parlarne con il marito, comunicandogli i suoi dubbi. Il giorno prima aveva fatto un po’ di conti ed era molto preoccupata.
“Entro sei mesi, andando avanti di questo passo, saremo rovinati”, sbottò.
Giovanni la squadrò dall’alto in basso. “Da quando in qua t’intendi di problemi imprenditoriali?”.
“Be’, ho una laurea in economia e commercio, sono in grado di fare un bilancio preventivo” gli rispose esitante.
“Ma cosa vuoi capirne tu? Occupati della gestione della casa, che all’azienda agricola ci penso io!”.
“Stiamo spendendo troppo, siamo in rosso sul conto dell’azienda, le rate del mutuo sono aumentate e…”
“Ti ho già detto di non occupartene e, ti ripeto, per quelle quattro stupidate di cui parli a scuola… Proprio tu dovresti insegnare qualcosa a me!” l’interruppe, palesemente seccato.
Lei rimase in silenzio, la piccola tra le braccia che ciondolava dal sonno, la cucina con il lavello traboccante di piatti da lavare e gli altri figli che reclamavano una favola chiamandola dalla loro stanza, mentre la fatica di quella lunga giornata cominciava a farsi sentire. Senza rispondere al marito, uscì dalla cucina avviandosi lentamente verso la camera dei ragazzi. Mise a letto Alessandra che si era ormai addormentata tra le sue braccia e le rimboccò con cura le coperte.
“Allora mamma ce la racconti una favola?”.
I figli grandi aspettavano.
“Sono stanca morta, ragazzi; ve la racconterò domani” mormorò sedendosi su uno dei loro letti a massaggiarsi i polpacci, indolenziti dalla lunga camminata nel bosco.
“No mamma, hai promesso, hai promesso. Nemmeno ieri sera l’hai raccontata… Così non vale. Le promesse si mantengono”.
“Avete ragione, le promesse si mantengono”.
Aveva cominciato a raccontare: “Oggi, nel bosco, il cane si è messo a scavare. E scava che ti scava…” e i figli grandi si erano addormentati.
Ludovica era rientrata in punta di piedi in cucina. Suo marito, senza nemmeno augurarle la buona notte, era andato a dormire. Riempito d’acqua il lavello, aveva cominciato a lavare i piatti ma era talmente stanca che uno le era sfuggito di mano, andando a infrangersi sul pavimento.
Si era seduta sulla seggiola, scoppiando a piangere. Era stato in quel momento che aveva pensato di andarsene? O era stato quando la giovane figlia di un vicino si era presentata sulla porta di casa, l’aria arrogante, un filo d’erba in bocca tra le labbra piene di donna, chiedendole:
“Tuo marito è in casa?”.
Il suo sguardo le era scivolato addosso sul grembiule macchiato, sulla figlia che teneva tra le braccia, mentre quel tu arbitrario, insolente, aleggiava nell’aria. Suo marito si era avvicinato imbarazzato, ridendo troppo mentre lei si chinava d accarezzare il cane.
“Non mi riconosci più? Nero ti sei dimenticato di me? E sì che mi hai visto tante volte!” aveva detto, fissandola. Lei era rientrata, in silenzio.
Il cane era rimasto fuori, uggiolando nervoso alla luna che scivolava indifferente oltre la collina. (continua...)
mercoledì 6 gennaio 2010
martedì 5 gennaio 2010
Buon 2010
Questa mattina, complice una nevicata notturna sulla Padania, mi ha svegliata il silenzio. Assoluto! Con una sua particolare sonorità non priva di angoscia. Ancora inscemenita dal sonno ho messo la moka sul fuoco e il gorgoglio del caffè mi ha dato una sensazione di sicurezza. Gesti, profumi, rumori abituali che sancivano qualcosa di stabile, un punto fermo al quale fare riferimento. Tanto più importante in questi primi giorni di un nuovo anno che apre gli occhi su un mondo in crisi in cui il vecchio è crollato e il nuovo non si è ancora manifestato.
Il bisogno di punti fermi affonda le sue radici nell'insicurezza - ho pensato, sorseggiando il mio caffè. Altro che "immaginazione al potere", "vogliamo tutto e subito" o "il corpo è mio e me lo gestisco io"... Il potere è piatto come una cacca di mucca spiaccicata sul terreno e, sia a destra sia a sinistra, l'arroganza degli uni e il pigolio degli altri nascondono lo stesso vuoto di idee che non riescono a dare risposte alla domanda che angoscia tutti noi: "Se la politica è vecchia, qual è la nuova politica?"
Ripenso quasi con tenerezza a quel volere tutto che dava per scontato il posto di lavoro. Sicuro. Corredato di diritti "acquisiti". Certi, fatti nostri e, naturalmente, per sempre! Il tutto "subito", prima di invecchiare: a spron battuto, bandendo ogni attesa. Nella crisi attuale, sono i giovani, proprio loro a pagare il prezzo più alto, a essere beffati due volte: essendo entrati nel mondo del lavoro con contratti a tempo determinato ed essendo stati sbattuti fuori senza poter accedere alla cassa integrazione che, tra l'altro, da strumento di sostegno straordinario e per definizione temporaneo, viene ora usata per affrontare una crisi strutturale. Con quali conseguenze sui conti pubblici è facilmente intuibile.
In quel "tutto" entravano a pieno diritto eguaglianza, fratellanza e... felicità.
Mi sembra ovvio. E, dimenticavo: la "sorellanza", la complicità tra donne che avrebbe sostituito alla fratellanza la parità che è il riconoscimento dell'eguaglianza tra diversi. Ma se lo Stato non è più in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini non rimane che "arrangiarsi" contando sulla furbizia personale in una realtà sociale dove l'individualismo guadagna sempre più terreno.
Il caffè mi borbotta nello stomaco mentre una domanda mi frulla nella mente. Ci sono luoghi, mezzi, capaci di coagulare ideali da cui possa scaturire qualcosa di comune? Mi viene in mente la Rete, con i blog e i network. Ma c'è solidarietà nella rete o piuttosto appartenenza? Il nuovo è tale se e nella misura in cui scardina le vecchie regole, ma siamo sicuri che in rete si stiano scardinando le regole stantie che hanno affossato il vecchio mondo?
Penso al senso di appartenenza degli operai che nasceva nelle fabbriche, nutrendosi di discussioni davanti a un bicchiere di vino, scambiandosi una sigaretta nella pausa pranzo, dandosi una manata sulla spalla... Anche scontrandosi, anche assumendo posizioni in netto contrasto, ma fatte di occhiate, borbottii, mattine livide fuori dai cancelli delle fabbriche dove tutti si conoscevano e il freddo nelle ossa era lo stesso e il sindacalista era uno che lavorava accanto a te e conosceva la tua fatica, la tua rabbia, perché le provava, come te, sulla sua pelle.
Ora sulla rete tutto è affidato alle parole, trait d'union tra le persone, espressione dei sentimenti, degli ideali e delle emozioni più profonde. Spesso, come diceva mia nonna... ciacole.
Non è il cambiamento che mi spaventa, è l'ipotesi opposta: l'immobilismo di una società capace di cambiare soltanto grazie alle parole che abilmente la descrivono. Lo stomaco gorgoglia, inquieto.
Come me.
Il bisogno di punti fermi affonda le sue radici nell'insicurezza - ho pensato, sorseggiando il mio caffè. Altro che "immaginazione al potere", "vogliamo tutto e subito" o "il corpo è mio e me lo gestisco io"... Il potere è piatto come una cacca di mucca spiaccicata sul terreno e, sia a destra sia a sinistra, l'arroganza degli uni e il pigolio degli altri nascondono lo stesso vuoto di idee che non riescono a dare risposte alla domanda che angoscia tutti noi: "Se la politica è vecchia, qual è la nuova politica?"
Ripenso quasi con tenerezza a quel volere tutto che dava per scontato il posto di lavoro. Sicuro. Corredato di diritti "acquisiti". Certi, fatti nostri e, naturalmente, per sempre! Il tutto "subito", prima di invecchiare: a spron battuto, bandendo ogni attesa. Nella crisi attuale, sono i giovani, proprio loro a pagare il prezzo più alto, a essere beffati due volte: essendo entrati nel mondo del lavoro con contratti a tempo determinato ed essendo stati sbattuti fuori senza poter accedere alla cassa integrazione che, tra l'altro, da strumento di sostegno straordinario e per definizione temporaneo, viene ora usata per affrontare una crisi strutturale. Con quali conseguenze sui conti pubblici è facilmente intuibile.
In quel "tutto" entravano a pieno diritto eguaglianza, fratellanza e... felicità.
Mi sembra ovvio. E, dimenticavo: la "sorellanza", la complicità tra donne che avrebbe sostituito alla fratellanza la parità che è il riconoscimento dell'eguaglianza tra diversi. Ma se lo Stato non è più in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini non rimane che "arrangiarsi" contando sulla furbizia personale in una realtà sociale dove l'individualismo guadagna sempre più terreno.
Il caffè mi borbotta nello stomaco mentre una domanda mi frulla nella mente. Ci sono luoghi, mezzi, capaci di coagulare ideali da cui possa scaturire qualcosa di comune? Mi viene in mente la Rete, con i blog e i network. Ma c'è solidarietà nella rete o piuttosto appartenenza? Il nuovo è tale se e nella misura in cui scardina le vecchie regole, ma siamo sicuri che in rete si stiano scardinando le regole stantie che hanno affossato il vecchio mondo?
Penso al senso di appartenenza degli operai che nasceva nelle fabbriche, nutrendosi di discussioni davanti a un bicchiere di vino, scambiandosi una sigaretta nella pausa pranzo, dandosi una manata sulla spalla... Anche scontrandosi, anche assumendo posizioni in netto contrasto, ma fatte di occhiate, borbottii, mattine livide fuori dai cancelli delle fabbriche dove tutti si conoscevano e il freddo nelle ossa era lo stesso e il sindacalista era uno che lavorava accanto a te e conosceva la tua fatica, la tua rabbia, perché le provava, come te, sulla sua pelle.
Ora sulla rete tutto è affidato alle parole, trait d'union tra le persone, espressione dei sentimenti, degli ideali e delle emozioni più profonde. Spesso, come diceva mia nonna... ciacole.
Non è il cambiamento che mi spaventa, è l'ipotesi opposta: l'immobilismo di una società capace di cambiare soltanto grazie alle parole che abilmente la descrivono. Lo stomaco gorgoglia, inquieto.
Come me.
Scrivere
Scrivere è dare voce ai muti, sollievo agli angosciati. E' dimenticare la paura, relegandola nel mondo che ci lasciamo alle spalle, fuggendo su tappeti di parole come principesse su cavalli bianchi. E'guardare in faccia le nostre emozioni perdendo il vizio di spiarle dal buco della serratura.
E' osare per i tremebondi, mostrarsi per i timidi, credere per i titubanti.
Scrivere è inventare: una, due, cento vite quando l'unica che abbiamo non ci soddisfa. E' anche ricordare a noi e agli altri ciò che non deve essere dimenticato
Scrivere è costruire città di parole e accenderle di mille luci per sconfiggere la solitudine. E' capire la passione, cercando con costanza, fatica e sforzo di coglierne il gusto.
Scrivere è scoprire la nostra arroganza per indurla all'umiltà, confessando a noi stessi ciò che di solito, usando le parole come coltelli, diciamo degli altri. Scrivere è usare le parole come carezze, per comunicare mentendo, mentre le mescoliamo con l'abilità dei bari al tavolo da gioco e le lanciamo in alto come giocolieri abili nell'afferrare i loro attrezzi.
Scrivere è far gorgogliare le parole in gola come rosolio dietro a un sorriso, è farle scivolare, leggere come carezze, sulla pelle che amiamo.
Scrivere è far danzare le parole, farle volteggiare, scatenarle in sarabanda sfrenata e farle cantare... Poi, esauste, farle esplodere come fuochi d'artificio in un cielo estivo per ricordare che, come stelle cadenti, possono esaudire qualunque desiderio.
E' osare per i tremebondi, mostrarsi per i timidi, credere per i titubanti.
Scrivere è inventare: una, due, cento vite quando l'unica che abbiamo non ci soddisfa. E' anche ricordare a noi e agli altri ciò che non deve essere dimenticato
Scrivere è costruire città di parole e accenderle di mille luci per sconfiggere la solitudine. E' capire la passione, cercando con costanza, fatica e sforzo di coglierne il gusto.
Scrivere è scoprire la nostra arroganza per indurla all'umiltà, confessando a noi stessi ciò che di solito, usando le parole come coltelli, diciamo degli altri. Scrivere è usare le parole come carezze, per comunicare mentendo, mentre le mescoliamo con l'abilità dei bari al tavolo da gioco e le lanciamo in alto come giocolieri abili nell'afferrare i loro attrezzi.
Scrivere è far gorgogliare le parole in gola come rosolio dietro a un sorriso, è farle scivolare, leggere come carezze, sulla pelle che amiamo.
Scrivere è far danzare le parole, farle volteggiare, scatenarle in sarabanda sfrenata e farle cantare... Poi, esauste, farle esplodere come fuochi d'artificio in un cielo estivo per ricordare che, come stelle cadenti, possono esaudire qualunque desiderio.
lunedì 4 gennaio 2010
Racconto a puntate (La vita cambia)
Non seppe bene nemmeno lei come fosse potuto accadere, ma Ludovica rimase di nuovo incinta. A Natale nacque una bambina alla quale venne dato il nome di Alessandra.
Quella creatura la riconciliò con la vita, ma mise definitivamente in crisi il rapporto con il marito, uomo d’azione che amava viaggiare, andare a cavallo, avere gente per casa e che sembrava a suo agio dappertutto fuorché con lei e i bambini.
Ludovica era una donna curiosa che cercava risposte alle sue domande soprattutto nei libri ma quando si ritrovavano soli, messi a nanna i bambini, lui si addormentava, a volte mentre lei stava parlando…
La sensazione di vuoto affettivo con cui aveva convissuto nella famiglia d’origine era stata colmata soltanto dalla nascita dei figli che l’avevano riconciliata con il suo corpo placando le dolorose contraddizioni con cui viveva la sua femminilità. I bambini le avevano dato un’ identità, la prima che avesse avuto, l’identità femminile per antonomasia: quella materna.
E così il rifugio si era fatto trappola.
Fu per questo che sbavò e vomitò per nove lunghi mesi? Fu per questo che dovettero snidare Alessandra dal suo ventre, strappargliela a viva forza in un parto che fu lotta cruenta di contraddizioni esplose nell’anima prima che sulla pelle?
Ludovica fu una madre sicura e particolarmente tenera con la terza figlia. Il marito che all’interno della famiglia era ormai poco più che una figura fantasmatica, cominciò invece a manifestare nei confronti della moglie un’intolleranza al limite del fastidio. Non faceva più nemmeno lo sforzo di fingere per lei il ben che minimo interesse.
Aveva comperato un cavallo che teneva a pensione da un contadino e, pur di non stare a casa, passava le domeniche cavalcando. Fu in una di queste solitarie cavalcate che maturò in lui l’idea di andarsene in campagna a dirigere un’azienda agricola?
Così, facendo una scelta manicomiale, acquistarono un podere con stalla e mucche per la produzione di parmigiano reggiano e si trasferirono in campagna.
Quei mesi passati in campagna le tornavano spesso alla memoria. Il marito si alzava alle quattro del mattino per mungere le bestie nella stalla. Lei si svegliava alle sei, accendeva le stufe che immediatamente affumicavano tutte le stanze, poi preparava la colazione. La casa era gelida, umida, fumosa. A vista d’occhio all’intorno campi di trifoglio e vacche, soltanto vacche da tutte le parti.
Lucrezia e Giuseppe, che non avevano condiviso la scelta dei genitori, passavano le giornate sui letti delle loro stanze leggiucchiando giornaletti. Invece Alessandra si lasciava scivolare lungo le scale che dalla porta d’ingresso portavano all’aperto per arrivare fino alla stalla dove lavorava il padre. Soltanto lei sembrava felice, perché quella casa isolata sulla collina le concedeva spazi di libertà sconosciuti e fino a quel momento inimmaginabili.
Ludica girava con la figlia minore per le colline circostanti raccogliendo frutta selvatica e grandi mazzi di fiori di campo. Il cane le seguiva, apparendo e scomparendo da dietro ai cespugli o tra gli alberi del bosco. Quando attraversava quella manciata di case sparpagliate sulla collina, contadine un po’ inquartate negli anni, il grembiule di grisaglia annodato sui fianchi, la salutavano cerimoniose mentre i loro uomini, sulla porta delle stalle a bestemmiare contro le vacche, il tempo e il governo, si toglievano il berretto, tacendo impacciati. Dopo un po’, nel suo girovagare, avevano cominciato a invitarla a bere un caffè oppure un bicchierino di liquore, fatto con "i bargnulen" che chiazzavano di viola i cespugli spinosi lungo la strada. Aveva fatto amicizia con quelle donne semplici, piegate da anni di lavoro duro nei campi e nelle stalle, quelle donne che la guardavano stupite scuotendo la testa intimidite dai suoi modi cittadini, dalla sua gentilezza e da quella lingua italiana che solamente a tratti, sgrammaticata, affiorava nei loro discorsi. “Ma chi glielo ha fatto fare? Non è adatta per questa vita: bisogna esserci nate, in campagna. Non ci si improvvisa contadini…” le dicevano in dialetto, quando chiedeva aiuto perché un cane selvatico le aveva ucciso una gallina oppure i parassiti avevano divorato l’insalata del suo orto.
Come lei anche Giovanni, le mani gonfie, arrossate e piene di vesciche, affondava in quella realtà contadina che aveva conosciuto da padrone e non da servo, nei suoi anni giovanili. Invitava i vicini, di cui aveva assoluto bisogno, un giorno sì e l’altro pure e Ludovica spignattava come una pazza in quella cucina enorme che di sera, quando gli ospiti se n’erano andati, sembrava un bivacco di soldati.
C’erano stati anche dei momenti belli: un pomeriggio nel bosco, con Alessandra che le zampettava accanto nella luce calda di un autunno precoce, aveva raccolto castagne e funghi che le vicine le avevano insegnato a distinguere da quelli non mangerecci. Al ritorno verso casa avevano trovato un albero di noci e la piccola aveva riso felice mentre lei scuotendo i rami la bombardava, porgendole poi il cestino per farsi aiutare a raccogliere i frutti che le grandinavano tutto intorno. A casa al ritorno, acceso il fuoco, aveva cucinato i funghi e la polenta e, tritandovi dentro le noci, aveva fatto anche le crepes. Poi, notando la disponibilità del marito, aveva deciso di parlargli. (continua...)
Quella creatura la riconciliò con la vita, ma mise definitivamente in crisi il rapporto con il marito, uomo d’azione che amava viaggiare, andare a cavallo, avere gente per casa e che sembrava a suo agio dappertutto fuorché con lei e i bambini.
Ludovica era una donna curiosa che cercava risposte alle sue domande soprattutto nei libri ma quando si ritrovavano soli, messi a nanna i bambini, lui si addormentava, a volte mentre lei stava parlando…
La sensazione di vuoto affettivo con cui aveva convissuto nella famiglia d’origine era stata colmata soltanto dalla nascita dei figli che l’avevano riconciliata con il suo corpo placando le dolorose contraddizioni con cui viveva la sua femminilità. I bambini le avevano dato un’ identità, la prima che avesse avuto, l’identità femminile per antonomasia: quella materna.
E così il rifugio si era fatto trappola.
Fu per questo che sbavò e vomitò per nove lunghi mesi? Fu per questo che dovettero snidare Alessandra dal suo ventre, strappargliela a viva forza in un parto che fu lotta cruenta di contraddizioni esplose nell’anima prima che sulla pelle?
Ludovica fu una madre sicura e particolarmente tenera con la terza figlia. Il marito che all’interno della famiglia era ormai poco più che una figura fantasmatica, cominciò invece a manifestare nei confronti della moglie un’intolleranza al limite del fastidio. Non faceva più nemmeno lo sforzo di fingere per lei il ben che minimo interesse.
Aveva comperato un cavallo che teneva a pensione da un contadino e, pur di non stare a casa, passava le domeniche cavalcando. Fu in una di queste solitarie cavalcate che maturò in lui l’idea di andarsene in campagna a dirigere un’azienda agricola?
Così, facendo una scelta manicomiale, acquistarono un podere con stalla e mucche per la produzione di parmigiano reggiano e si trasferirono in campagna.
Quei mesi passati in campagna le tornavano spesso alla memoria. Il marito si alzava alle quattro del mattino per mungere le bestie nella stalla. Lei si svegliava alle sei, accendeva le stufe che immediatamente affumicavano tutte le stanze, poi preparava la colazione. La casa era gelida, umida, fumosa. A vista d’occhio all’intorno campi di trifoglio e vacche, soltanto vacche da tutte le parti.
Lucrezia e Giuseppe, che non avevano condiviso la scelta dei genitori, passavano le giornate sui letti delle loro stanze leggiucchiando giornaletti. Invece Alessandra si lasciava scivolare lungo le scale che dalla porta d’ingresso portavano all’aperto per arrivare fino alla stalla dove lavorava il padre. Soltanto lei sembrava felice, perché quella casa isolata sulla collina le concedeva spazi di libertà sconosciuti e fino a quel momento inimmaginabili.
Ludica girava con la figlia minore per le colline circostanti raccogliendo frutta selvatica e grandi mazzi di fiori di campo. Il cane le seguiva, apparendo e scomparendo da dietro ai cespugli o tra gli alberi del bosco. Quando attraversava quella manciata di case sparpagliate sulla collina, contadine un po’ inquartate negli anni, il grembiule di grisaglia annodato sui fianchi, la salutavano cerimoniose mentre i loro uomini, sulla porta delle stalle a bestemmiare contro le vacche, il tempo e il governo, si toglievano il berretto, tacendo impacciati. Dopo un po’, nel suo girovagare, avevano cominciato a invitarla a bere un caffè oppure un bicchierino di liquore, fatto con "i bargnulen" che chiazzavano di viola i cespugli spinosi lungo la strada. Aveva fatto amicizia con quelle donne semplici, piegate da anni di lavoro duro nei campi e nelle stalle, quelle donne che la guardavano stupite scuotendo la testa intimidite dai suoi modi cittadini, dalla sua gentilezza e da quella lingua italiana che solamente a tratti, sgrammaticata, affiorava nei loro discorsi. “Ma chi glielo ha fatto fare? Non è adatta per questa vita: bisogna esserci nate, in campagna. Non ci si improvvisa contadini…” le dicevano in dialetto, quando chiedeva aiuto perché un cane selvatico le aveva ucciso una gallina oppure i parassiti avevano divorato l’insalata del suo orto.
Come lei anche Giovanni, le mani gonfie, arrossate e piene di vesciche, affondava in quella realtà contadina che aveva conosciuto da padrone e non da servo, nei suoi anni giovanili. Invitava i vicini, di cui aveva assoluto bisogno, un giorno sì e l’altro pure e Ludovica spignattava come una pazza in quella cucina enorme che di sera, quando gli ospiti se n’erano andati, sembrava un bivacco di soldati.
C’erano stati anche dei momenti belli: un pomeriggio nel bosco, con Alessandra che le zampettava accanto nella luce calda di un autunno precoce, aveva raccolto castagne e funghi che le vicine le avevano insegnato a distinguere da quelli non mangerecci. Al ritorno verso casa avevano trovato un albero di noci e la piccola aveva riso felice mentre lei scuotendo i rami la bombardava, porgendole poi il cestino per farsi aiutare a raccogliere i frutti che le grandinavano tutto intorno. A casa al ritorno, acceso il fuoco, aveva cucinato i funghi e la polenta e, tritandovi dentro le noci, aveva fatto anche le crepes. Poi, notando la disponibilità del marito, aveva deciso di parlargli. (continua...)
venerdì 1 gennaio 2010
E' venerdì
Sollevò gli occhi dal libro e incrociò il suo sguardo. La stava osservando, pensoso. Lei gli sorrise: uno stiramento di labbra più che un sorriso, nello sguardo le passò come un frullo d'ali la paura. Lui si alzò e passandole accanto andò in cucina.
Lo sentì armeggiare: il tonfo lieve della porta della credenza, il ronzio dell'accensione elettrica del gas. La casa era assolutamente silenziosa, dalla finestra filtrava tremula la luce del giorno svelando un cielo che prometteva neve. Passò lenta frenando all'incrocio un'automobile, mentre il profumo del caffè si spandeva per casa. Primo gennaio duemiladieci. Venerdì o sabato?
Lo sentì alle spalle, poi al suo fianco: due cucchiani di zucchero... Il tè puoi anche non zuccherarlo, il caffè è buono dolce.
Le passò la tazzina.
"E' venerdì" le sussurrò.
Riprese in mano il libro, aperto sulla pagina da leggere.
Abbandonò tra le mani dell'anno vecchio la malattia, la fatica, l'impotenza e, equipaggiata solo dalla curiosità di scoprire il mondo, affrontò l'anno nuovo, appesa a quel sorriso, a quel profumo di caffè e a quel silenzio che non aveva bisogno di domande per darle le giuste risposte.
Lo sentì armeggiare: il tonfo lieve della porta della credenza, il ronzio dell'accensione elettrica del gas. La casa era assolutamente silenziosa, dalla finestra filtrava tremula la luce del giorno svelando un cielo che prometteva neve. Passò lenta frenando all'incrocio un'automobile, mentre il profumo del caffè si spandeva per casa. Primo gennaio duemiladieci. Venerdì o sabato?
Lo sentì alle spalle, poi al suo fianco: due cucchiani di zucchero... Il tè puoi anche non zuccherarlo, il caffè è buono dolce.
Le passò la tazzina.
"E' venerdì" le sussurrò.
Riprese in mano il libro, aperto sulla pagina da leggere.
Abbandonò tra le mani dell'anno vecchio la malattia, la fatica, l'impotenza e, equipaggiata solo dalla curiosità di scoprire il mondo, affrontò l'anno nuovo, appesa a quel sorriso, a quel profumo di caffè e a quel silenzio che non aveva bisogno di domande per darle le giuste risposte.
mercoledì 30 dicembre 2009
Racconto a puntate (La vita cambia)
Nonostante l’armistizio sancito da quel sorriso di riconoscimento le notti continuarono però a essere un incubo. Lei passeggiava avanti e indietro e pensava. Cristo santo si era sentita così sicura. Che cosa poteva essere mai un bambino? Tutte le donne li facevano. E invece era affogata nella cacca e non metaforicamente.
Le dicevano “Capirai da sola con quel misterioso sesto senso che guida le madri” e lei non capiva nulla, il sesto senso non era neanche un primo senso e gli altri cinque si erano persi per strada. Continuava a vagare per la casa con quel bambino urlante, rintronata dal sonno, senza capire perché piangesse invece di dormire, incapace di sopportare il vento in una città dove la bora la faceva da padrona.
Altro che incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva scoperto a sue spese l’alieno che ogni bambino nasconde in sé e, come per tutti gli alieni, il loro primo incontro fu uno scontro, e senza esclusione di colpi. Col tempo avrebbe imparato a convivere con gli alieni ma, forse, disimparando a convivere con gli umani.
Era riuscita anche a laurearsi. Con il bambino sulle ginocchia aveva preparato la tesi; poi si era cercata un lavoro che le consentisse di conciliare famiglia e professione. Suo marito, pur non passando le notti a ninnare il figlio, non si era laureato e aveva trovato un lavoro che non gli permetteva di conciliare un bel niente. Quando nacque il loro secondo figlio, una bambina alla quale fu dato il nome di Lucrezia, si offrì volontario per una spedizione al Polo Nord, isole Svalbard, e lei non aveva nemmeno sentito la sua mancanza tanto inesistente era ormai diventata la sua presenza.
Come non entrare in crisi? Come non confrontare la sua vita con quella del marito? Lei amava teneramente, appassionatamente i suoi figli, ma aveva dovuto scegliere, scoprendo sulla sua pelle che ogni scelta è una lacerazione e una rinuncia a una parte di sé. E quelli erano anni in cui qualcuno scriveva “Tutto e subito” come motto di una generazione che non si limitava a volere ma pretendeva tutto e subito. Siamo figli della nostra epoca e lei fu figlia della sua. Dall’America il femminismo invadeva l’Europa e lei, prigioniera in casa, leggeva nelle sue notti solitarie, leggeva tutto ciò che trovava, per non perdere il contatto con il mondo, per sentirsi viva, per non affondare in quel letto troppo grande e troppo freddo che non divideva con nessuno. La sua casa si riempiva di libri, la sua testa di parole, la sua anima di dubbi. Affiorava il risentimento, convergevano in lei le rinunce, le umiliazioni, le fatiche non ricompensate delle donne che l’avevano preceduta: la generazione delle madri, passata attraverso il teatrino del fascismo e l’orrore della guerra. Donne che non avevano trovato le parole per dirlo, come titolò un romanzo femminista di quei tempi, ma che, nella ribellione delle figlie, che dettero finalmente voce al dolore, al desiderio e al rimpianto, avrebbero trovato il loro riscatto. (continua...)
Le dicevano “Capirai da sola con quel misterioso sesto senso che guida le madri” e lei non capiva nulla, il sesto senso non era neanche un primo senso e gli altri cinque si erano persi per strada. Continuava a vagare per la casa con quel bambino urlante, rintronata dal sonno, senza capire perché piangesse invece di dormire, incapace di sopportare il vento in una città dove la bora la faceva da padrona.
Altro che incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva scoperto a sue spese l’alieno che ogni bambino nasconde in sé e, come per tutti gli alieni, il loro primo incontro fu uno scontro, e senza esclusione di colpi. Col tempo avrebbe imparato a convivere con gli alieni ma, forse, disimparando a convivere con gli umani.
Era riuscita anche a laurearsi. Con il bambino sulle ginocchia aveva preparato la tesi; poi si era cercata un lavoro che le consentisse di conciliare famiglia e professione. Suo marito, pur non passando le notti a ninnare il figlio, non si era laureato e aveva trovato un lavoro che non gli permetteva di conciliare un bel niente. Quando nacque il loro secondo figlio, una bambina alla quale fu dato il nome di Lucrezia, si offrì volontario per una spedizione al Polo Nord, isole Svalbard, e lei non aveva nemmeno sentito la sua mancanza tanto inesistente era ormai diventata la sua presenza.
Come non entrare in crisi? Come non confrontare la sua vita con quella del marito? Lei amava teneramente, appassionatamente i suoi figli, ma aveva dovuto scegliere, scoprendo sulla sua pelle che ogni scelta è una lacerazione e una rinuncia a una parte di sé. E quelli erano anni in cui qualcuno scriveva “Tutto e subito” come motto di una generazione che non si limitava a volere ma pretendeva tutto e subito. Siamo figli della nostra epoca e lei fu figlia della sua. Dall’America il femminismo invadeva l’Europa e lei, prigioniera in casa, leggeva nelle sue notti solitarie, leggeva tutto ciò che trovava, per non perdere il contatto con il mondo, per sentirsi viva, per non affondare in quel letto troppo grande e troppo freddo che non divideva con nessuno. La sua casa si riempiva di libri, la sua testa di parole, la sua anima di dubbi. Affiorava il risentimento, convergevano in lei le rinunce, le umiliazioni, le fatiche non ricompensate delle donne che l’avevano preceduta: la generazione delle madri, passata attraverso il teatrino del fascismo e l’orrore della guerra. Donne che non avevano trovato le parole per dirlo, come titolò un romanzo femminista di quei tempi, ma che, nella ribellione delle figlie, che dettero finalmente voce al dolore, al desiderio e al rimpianto, avrebbero trovato il loro riscatto. (continua...)
Controllo, appartenenza e Fb
Dopo aver mosso i primi esitanti passi su MySpace e aver aperto un blog, mi sono iscritta a Fb. Sorvolando sulla difficoltà, strettamente tecnica, incontrata nell'usare questo spazio, non mi ha entusiasmato rendermi conto che la voglia di raccontarmi era stata ingabbiata in modalità e quantità prefissate. Con quale obiettivo? Quello di rendere più rapida, facile e ampia la comunicazione. Ma la comunicazione è confronto? Il confronto la presuppone ma non è scontato l'inverso. Io sul web ho cercato confronto e approfondimento ma devo precisare che, essendo una pensionata, questa mia ricerca non era finalizzata al conseguimento di un qualsivoglia tornaconto economico. Dopo una vita che, come per la maggior parte delle persone, si era snodata attraverso percorsi obbligati di orari, doveri, necessità, ora potevo concedermi il lusso di girovagare in piena libertà da un blog a un Social Network, sulla spinta unicamente della curiosità e dell'interesse a capire o approfondire un certo argomento. In tempi perigliosi come quelli che stiamo vivendo è scontato che molti frequentatori del web, tra cui molti blogger, abbiano scelto di privilegiare i Social Network per due motivi: perché consentono una comunicazione più immediata, schematica e quindi incisiva, e una diversa modalità di contatto. Non i contatti che si instaurano con i commentatori dei blog che possono apparire e scomparire come meteore, ma contatti con una "base" più ampia e costante nella sua partecipazione. La Serenissima come tastava il polso ai sudditi che popolavano le terre su cui si estendeva il suo dominio? Attraverso la figura dell'oste, che godeva di una posizione di prestigio poiché davanti al suo bancone passava un po' tutto il paese e, tra un bicchiere di vino e due chiacchiere, era possibile cogliere gli umori, individuare i disagi, prevenire le ribellioni dei sudditi, soprattutto di quelli più turbolenti. Fb è il bar dell'agorà dove si va a prendere l'aperitivo e dove, almeno di vista, ci si conosce tutti. E' il terreno di coltura dell'appartenenza, anche la più innocente. Forse per questo motivo - come, a mio avviso, molto correttamente si afferma ne Il nuovo mondo di Galatea - il ministro Schifani ha colto la pericolosità del Social Network più frequentato e per questo spazio e, non per il blog, ha invocato regole e limiti. Il blogger tradizionale non si aggrega, si isola e nel confronto con pochi la sua influenza si frantuma in scontri che non disturbano il potere.
Recentemente, combinando pasticci e ignorando le regole del "bon ton" informatico ho osato una sortita in uno spazio per me nuovo:Friend Feed e Twitter, ma ne parlerò alla prossima puntata.
Può essere utile leggere Diario semiserio di un viaggio viruale e Ancora blog
Recentemente, combinando pasticci e ignorando le regole del "bon ton" informatico ho osato una sortita in uno spazio per me nuovo:Friend Feed e Twitter, ma ne parlerò alla prossima puntata.
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