martedì 19 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°23)

Il giorno successivo al suo ritorno Gualtiero era tornato in fabbrica, riprendendo la vita di sempre. Lo stanzone ronzava come un alveare mentre indossava la tuta e Giovanni, uno dei compagni di lavoro, passandogli accanto, gli sussurrava: "Hanno arrestato Mario!" "Quando?" aveva chiesto, aggiungendo in fretta, senza nemmeno attendere la risposta: "Perché?"
L'altro operaio l'aveva osservato per un istante, pensieroso. Poi, in fretta, gli aveva detto: "Oggi, al suo posto, Bepi ha messo un ragazzo che nessuno di noi ha mai visto; uno giovane, inesperto. E' stato Bepi, a darci la notizia del suo arresto. Non ci voleva  molto a capire che non gli andava giù. Lui, Mario, se qualcosa non gli piaceva, sputava il rospo... Mica come noi... Lui non aveva paura!".
Bepi, il sorvegliante del reparto in cui lavorava Gualtiero, vedendoli parlottare, si era avvicinato.
"Cosa avete da dirvi voi due? Al lavoro, al lavoro...  che qui, i soldi, non ve li regala nessuno" e, mentre Giovanni si allontanava borbottando, il sorvegliante, allungando una strizzatina d'occhio a Gualtiero, a bassa voce, gli aveva sussurrato: "Bel lavoro! Alla fine del turno ti aspetto", aggiungendo "al solito posto".
Gualtiero aveva sentito una vampata di calore salirgli al volto, mentre gli ritornava alla mente quanto era accaduto in fabbrica pochi giorni prima.
Il Capo Reparto aveva ridotto la pausa concessa per il pranzo agli operai, e la notizia era stata accolta da mormorii di protesta e mugugni vari, borbottati tra i denti. Quando, al suono della sirena, gli impianti si erano fermati e gli operai avevano cominciato a mangiare, Mario - sì, sempre lui, quello che non aveva paura di niente e di nessuno, quello che sarebbe stato capace di ridere in faccia non solo al sorvegliante, anche al padrone, e pure a, a... Mussolini, se gli si fosse parato di fronte - dopo aver buttato giù due cucchiaiate di minestra, scaraventata a terra la gamella, aveva esclamato furioso, i pugni contratti dalla rabbia: "A calci in culo ci trattano... Che aspettiamo a dire 'Basta!' Cosa aspettiamo!? Che ci proibiscano anche di andare al cesso?"
"Ma cosa possiamo fare? Abbiamo la famiglia da mantenere" aveva detto Giovanni e Pioltino aveva aggiunto: "Se Mussolini ha deciso così, avrà le sue ragioni", mentre Simone, presa la sua gamella, si era allontanato in silenzio. Gli altri, intanto, avevano incominciato a mangiare, in fretta, evitando di guardarsi. Poche parole borbottate al vicino a bassa voce e solo qualche imprecazione, isolata, avevano tagliato l'aria.
Poi il silenzio, rotto soltanto da quel ruminare, quasi bovino, di mascelle in azione. 
"Non possiamo continuare a tacere; non possiamo e non dobbiamo!" aveva sibilato Mario tra i denti, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio, di una risposta, di una reazione ma i compagni, uno ad uno, pur ascoltando e annuendo, appena finito in fretta di mangiare e dopo essersi sgranchiti le gambe, erano rientrati nello stanzone e avevano ripreso il lavoro, gli sguardi bassi che tradivano, come il passo strascicato e quelle spalle un po' più curve, il sentimento dominante: una cupa, opprimente rassegnazione.
Dopo pochi minuti il lavoro era ripreso e Bepi, passando accanto a Gualtiero, gli aveva sussurrato: "Aspettami, ci vediamo alla chiusura al deposito attrezzi". E così era stato, e così lui, Gualtiero, aveva raccontato al sorvegliante quanto era successo... E così Mario era stato arrestato.
Avrebbe potuto tacere, ma aveva scelto di parlare. Perché? Da che parte aveva deciso di stare? Be', sempre dalla stessa parte, con i fascisti. Desmo cosa gli avrebbe suggerito, se non di fare ciò che aveva fatto? Quelli come Mario, in fabbrica, quelli come Ninetto, in campagna, se non fossero stati spazzati via dai fascisti, avrebbero impedito al Paese di progredire, di diventare... Cosa? Cosa stava diventando il Paese? E lui, Gualtiero, chi era? Be', dato che non sarebbe stato padre, non era più un contadino, almeno sarebbe stato un buon fascista. Non erano questi i pensieri che l'avevano tormentato, fastidiosi come zanzare estive, avvelenandogli il ritorno al paese? Magari l'avrebbero promosso sorvegliante, al posto di Bepi, e avrebbe portato a casa più soldi e Marilena l'avrebbe guardato con altri occhi... Forse.
(continua...)
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_09.html

domenica 17 luglio 2011

Casta (ma non pura!)

Torno da un tentativo (fallito) di vacanza, e cosa mi ritrovo? La casa svaligiata dai ladri. Si sa, rubare, quando le case sono vuote e la gente è al mare, risulta più facile... La Banda Bassotti, in tutta fretta, ha varato una manovra finanziaria che è un vero e proprio furto ai danni, soprattutto, delle fasce sociali più deboli: i lavoratori a reddito fisso. Come sempre a sostenere il peso maggiore saranno quelli che hanno sempre pagato le tasse, quelli già penalizzati dall'introduzione dell'euro, quelli che hanno fatto studiare i figli per vederli andare all'estero onde evitare il precariato a vita... Sempre quelli, sempre gli stessi. E, come se non bastasse, mentre il Bassotto, alla testa dei suoi, s'introduceva nelle case a rubare l'argenteria, la Sinistra faceva il "palo", fuori, sulla strada.
Divisi su tutto, incapaci di trovare un valore ideale condiviso, i nostri politici hanno fatto fronte comune e, velocissimi ed efficienti come non mai, hanno legalizzato il furto, ma - ciliegina sulla torta - lo hanno fatto per noi, il popolo italiano, per evitarci il disastro, per frenare l'attacco della speculazione finanziaria.
La speculazione finanziaria fa soltanto il suo (sporco) lavoro. E' la classe politica che non fa il suo (lavoro); infatti si salva ma non ci salva!
Lunga vita alla Casta, che non potrebbe essere più casta (ma non pura) di così!

domenica 10 luglio 2011

Il racconto va in vacanza.

Parto per alcuni giorni... Il racconto riprenderà al mio ritorno a casa.
Buone vacanze a tutti e... grazie per l'attenzione.

sabato 9 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°22)

"Marilena stai male?" e, guardandola negli occhi, la voce incerta, Gualtiero le aveva chiesto: "Cosa ti succede?"
Raddrizzandosi, lei aveva borbottato: "Ma chi erano quegli uomini? Cosa volevano?".
"Stavano cercando qualcuno... e lo hanno trovato", aveva risposto Gualtiero. Nello scompartimento i viaggiatori sussurravano tra loro, guardandosi intorno diffidenti, mentre il treno rallentava per fermarsi poco dopo, con uno stridio acuto di ferraglia, alla stazione successiva. Anche qui, aperti gli sportelli dei vagoni, c'era chi saliva e chi scendeva. Ma la fermata si protraeva più del solito... Cosa stava aspettando il capostazione per usare il fischietto e dare il via libera al macchinista?
Qualcuno sussurrò: "Come mai non si parte?" e nessuno rispose. In quel momento sulla banchina apparvero i due uomini che avevano appena controllato i documenti: tra loro, piegato in avanti, le braccia intrecciate a tenersi lo stomaco, camminava a fatica l'uomo che aveva tentato di fuggire. S'intravedeva dai finestrini la piazzetta antistante la stazione e la parte posteriore di una macchina. In attesa. Mentre il treno riprendeva il viaggio, l'uomo - un ragazzo alto, magro - voltò la testa, come se cercasse qualcuno, e Marilena ne incrociò per la seconda volta lo sguardo: sempre spaventato ma con un fondo di fierezza. Vedendola aveva cercato di raddrizzare la schiena, con uno sforzo evidente e... le aveva sorrise. O era stato soltanto uno stiramento di labbra, dovuto al dolore? - aveva pensato, socchiudendo le labbra per parlare, ma Gualtiero l'aveva bloccata con uno sguardo, sussurrandole: "Non è il caso di fare commenti! Non lasciarti commuovere e... " 
Nello scompartimento, avvolto in un silenzio impacciato e timoroso, una voce aveva sussurrato: "Sono quelli dell'OVRA e con loro non si scherza!" 
Il treno correva ora sbuffando fumo nella pianura e Marilena cercava di scacciare dalla mente quel ragazzo, chiedendosi il motivo di quel suo comportamento, a dire poco, strano. Aveva già tanti problemi... Che ne capiva lei di politica? E Gualtiero si era reso conto? Ma cosa avrebbe dovuto capire, il suo era stato un gesto istintivo... Istintivo e sciocco - pensò, mentre di nuovo il treno rallentava e il marito, già in piedi, raccoglieva  valigia e pacchi, invitandola ad affrettarsi. 
Appena scesi sulla banchina si trovarono di fronte altri poliziotti in borghese che fermavano i viaggiatori, chiedendo i documenti. "Oggi è giornata di controlli... "aveva borbottato Gualtiero, seccato.
" Non soltanto oggi" lei gli aveva risposto, ma senza guardarlo  negli occhi.
(continua... )

venerdì 8 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°21)

Grazie a Dio si torna a casa! - pensava, a sua volta, Marilena, guardando dal finestrino del treno la campagna che le sfilava davanti agli occhi. Accanto a lei sedeva Gualtiero, silenzioso come sempre. Intorno, famiglie con madri che scartocciavano pane e marmellata per i bambini e padri che dormicchiavano o chiacchieravano tra loro. Le abituali chiacchiere da treno tra sconosciuti, con i figli che piagnucolavano o si rincorrevano - i più grandicelli - scansando fagotti e pacchi, infilandosi in ogni spazio libero, rimproverati dai genitori. Il treno si fermava in continuazione, caricando e scaricando passeggeri che si facevano spazio a fatica, sistemando cesti e fagotti. Marilena e Gualtiero viaggiavano in terza classe e molti tra i viaggiatori erano contadini, riconoscibili sia dall'impaccio che procurava loro indossare 'l'abito buono', sia dalle mani callose e abbronzate che tenevano in grembo, sedendo rigidi come davanti al medico o al notaio. Le donne sposate vestivano di scuro, i capelli raccolti in crocchie o annodati in trecce, coperti dai fazzoletti, rigorosamente neri. Alcune allattavano appoggiando sul seno, pudicamente, lo scialle; altre chiacchieravano scambiandosi informazioni sui paesi di provenienza, sul tempo e... sui bambini dei quali, chissà poi perché, comunicavano età, nome, anno scolastico frequentato, come fossero davanti a un impiegato dello Stato civile.
Sto diventando acida - pensò Marilena, notando che nessuno si rivolgeva a lei, divisa, quasi isolata dalla gente che la circondava da un muro invisibile. Non le era sfuggito che, invece, si rivolgevano al marito come fosse uno di loro: quando quella bottiglia di vino, spuntata da un fagotto, era arrivata - di mano in mano e di bocca in bocca -  fino a Gualtiero, era bastato ne bevesse una sorsata esclamando: "Frizzante al punto giusto come dev'essere il nostro vino" per consentirgli di dire la sua su vini, vitigni e tappi e cantine... mentre lei, Marilena,  fissava quelle sue mani bianche, lunghe e sottili, mani da 'signora', abituate a stringere matite colorate e penne, a sfogliare pagine di libri...  mani che, ora, le giacevano in grembo leggere e bianche come ali di farfalla.
Ma un brusio allarmato, seguito da un innaturale silenzio - anche i bambini sembravano essersi improvvisamente zittiti - la distolse dai suoi pensieri. Due uomini in borghese erano entrati nello scompartimento e uno dei due, quello più alto, portandosi una mano al cappello quasi fosse abituato alla divisa e a scattare sull'attenti, aveva detto a voce alta, per farsi sentire da tutti: "Controllo dei documenti!".
Marilena aveva aperto la borsetta, alcuni viaggiatori, sbottonate le giacche, avevano infilato le dita nei taschini interni, mani di donna avevano iniziato a rovistare tra i fagotti, mentre i due uomini passavano di posto in posto, di passeggero in passeggero - un'occhiata al documento e una al proprietario - veloci. Efficienti. Soltanto in quel momento Marilena aveva incrociato lo sguardo del suo dirimpettaio. Muto, opaco di terrore. In quelle mani tremanti, in quella fronte imperlata di sudore aveva colto una disperata richiesta di aiuto: fingendo di sentirsi male, aveva spostato le gambe piombando sulla spalla del marito, per lasciare all'uomo la possibilità di aprirsi un varco in quell'intrico di borse, gambe, fagotti e bambini. Lui era scattato, balzando in piedi, il terrore che lo faceva volare calpestando tutto ciò che trovava sul suo cammino. Dietro a lui, altrettanto veloci, come cani su una preda stanata, erano partiti all'inseguimento i due uomini in borghese.
(continua... )

mercoledì 6 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°20)

Erano ripartiti in tutta fretta, il giorno seguente, e sul treno Gualtiero, seduto accanto al finestrino, si era perso in quel mare verde che il tepore della primavera aveva fatto dilagare sulla terra della Bassa. Qua e là emergevano a tratti vigneti, casolari e boschetti  che svanivano immediatamente nel nulla come fantasmi nella notte, facendogli provare un dolore acuto in mezzo al petto. In lui - sempre più spesso gli accadeva - affiorava acidulo il rimpianto, facendo smarrire la sua mente nei ricordi del passato, quasi non ci fosse più un futuro da sognare e, prima che i sogni potessero acquistare il gusto amaro dell'illusione, realizzare. Certamente non era più un ragazzo, ma era ben lontano dall'essere un vecchio... Perfino suo padre gli era sembrato più, più... , ci sarebbe voluta Marilena per dare le giuste parole al suo malessere, ma la moglie, che cercò con lo sguardo, appariva anche lei spersa nella contemplazione del paesaggio che il finestrino del treno inquadrava. Non riusciva ad analizzare le motivazioni del suo malessere, ne coglieva solo il disagio e i  motivi che anche un osservatore superficiale avrebbe individuato, come la mancanza di un figlio e il rimpianto per il mondo nel quale era nato e cresciuto. Suo padre - stappando il vino per aspirarne il profumo prima di berlo, tastando il ventre delle vacche per valutare il tempo mancante alla nascita del vitello, macellando il maiale e gustandone il sanguinaccio -  aveva convalidato, con quei gesti antichi, un modo di essere, stabilito una gerarchia  rispettata e da rispettare, muovendosi nel solco già tracciato di una tradizione che lui, Gualtiero, non aveva continuato. Come il fiume della sua terra, aveva rotto gli argini infrangendo un equilibrio... Era stata Marilena, con quella frase buttata lì alcuni giorni prima, a dare la stura al suo malessere, Marilena che, ora, sedeva accanto a lui silenziosa, con quell'aria un po' austera , riservata, che tanto l'aveva colpito e che la rendeva così diversa dalle donne che si era visto intorno fin da bambino. Sua madre, quando l'aveva conosciuta, scrollando la testa aveva detto: "Ma con tutte le ragazze che ci sono qui... Perché con questa che viene da lontano, che non sa nemmeno 'tirare la sfoglia' o ammazzare una gallina... E' diversa da noi, è estranea al nostro mondo". E così la diversità di Marilena era diventata estraneità, estraneità che aveva finito per contagiare anche lui, insinuandosi tra loro... Ma non solo tra loro. Al pranzo pasquale del giorno prima, ai suoi riti, lui, Gualtiero,si era piegato, ma senza riuscire più a sentirsene parte. Contadino mancato, padre mancato e... ? Desmo, se fosse stato presente, avrebbe aggiunto "fascista mancato". Se fosse stato ancora vivo, davanti a un bicchiere di vino o a caccia, con il fucile a tracolla, a fare strage di anatre, lo avrebbe ascoltato e poi, assestandogli una pacca sulla spalla, sarebbe scoppiato in una delle sue risate... e tutto gli sarebbe parso più chiaro, comprensibile.
Ma l'amico non c'era più: riposava accanto a Decimo, nel cimitero vicino al fiume. Decimo! Decimo volato  nell'aria e ricaduto nel fango in quel pomeriggio d'estate, Decimo dal quale era partita la scia di lacrime e disperazione, rabbia e dolore che avevano insanguinato il paese e fatto strage anche dentro di lui.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_05.html

martedì 5 luglio 2011

Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°19)

L'ultima volta in cui Gualtiero era ritornato al paese, approfittando delle festività pasquali, aveva colto in quella tavolata allestita sull'aia, all'ombra di quell'albero di noci secolare, i primi segni del disincanto...
Le donne andavano avanti e indietro come sempre, quasi fossero formiche intente a trasportare provviste per l'inverno, reggendo tra le mani i piatti dove fumavano e profumavano i tortelli di zucca, l'agnello, le patatine novelle ben rosolate. Gli uomini assaggiavano per primi, anche perché nessuno di loro si alzava a servire, limitandosi a scegliere il vino e a stappare le bottiglie, poi, la bocca ancora piena, era stato l'uomo più anziano a esprimere il suo giudizio.
"Come li fa tua madre i tortelli, mio caro Gualtiero... " aveva detto suo padre e gli occhi di sua madre erano diventati lucidi d'orgoglio.
"Approfitta, servitene in abbondanza" aveva aggiunto, passandogli il piatto di portata; poi, rivolto all'Adenore, il figlio della Rosina, gli aveva ordinato: "Vai in cantina e prendi un paio di bottiglie di quelle che ti ho fatto mettere da parte questa mattina. E, mi raccomando, attento a non romperle!"
Pochi minuti dopo avevano sentito quell'inconfondibile schianto di vetro rotto e il bambino era spuntato, umiliato  e spaventato, dalla porta di casa: a mani vuote.
"L'era stiupid de fiol dela lupa, e l'è stupid de balila" aveva detto suo padre, aggiungendo, mentre faceva cenno al cugino più grande di alzarsi "e non è il solo. Non basta una divisa a fare di una testa vuota un uomo con i piedi per terra".
Sulla tavolata era calato il silenzio, interrotto nuovamente dalla voce, questa volta ironica del vecchio patriarca, che aveva detto: "Non sarebbe il caso che una piccola italiana o una giovane italiana  si alzasse per raccattare i vetri da terra, o vogliamo aspettare che qualcuno si faccia male?"
Poi, aveva scosso la testa e rivolgendosi a Gualtiero, che gli sedeva accanto, aveva borbottato pensieroso:
"Ora che Desmo non c'è più... ", ma lui l'avevo interrotto subito dicendo, le mani appoggiate sul tavolo che si stringevano a pugno: "Se fosse stato a questa tavola, a questa festa, avresti parlato diversamente".
"Sarei stato zitto, ma avrei pensato ciò che ho detto. Sono troppo vecchio per credere  alle favole... Vivere in campagna, spaccarsi la schiena arando, trebbiando, seminando è una guerra, oh questo nessuno meglio di me può saperlo! Ogni tanto una battaglia vinta, sì, ma poche e a duro prezzo... E non è bastato 'Lui' a torso nudo e falce in pugno a farci vincere la 'Battaglia del Grano'! Così l'ha chiamata, perché battaglie e guerre Lui le ama, tanto non le fa... "
Tremebondo, lo zio Aldo, fratello di suo padre, aveva continuato a guardarsi intorno, quasi a verificare che non ci fossero orecchie estranee alla famiglia a sentire quello sfogo, borbottando alla moglie, seduta accanto a lui: "Ci farà passare un  guaio, prima o poi ... "
A quel punto, la madre di Gualtiero era intervenuta dicendo:
"Non roviniamoci la festa, oggi ho saputo che diventerò di nuovo nonna... " e, alzando il bicchiere, aveva concluso con quel "brindiamo, brindiamo... " che aveva raggelato Marilena, già turbata da quanto era successo.
Pallida e magra, stonata in mezzo alle cognate, corpulente e chiacchierone, con quel suo abito di seta a fiori rossi e la borsetta elegante - l'unica, tra le donne sposate, a non portare il grembiule allacciato sui fianchi e a non rimbrottare, allattare o a seguire con lo sguardo un figlio - non aveva fatto sentire la sua voce, limitandosi a stringere la mano del marito quando il suocero aveva fatto il nome di Desmo. Ora, all'annuncio della suocera, sgomento e invidia le erano dilagati nello sguardo, mentre la mascella di Gualtiero si contraeva  e le donne di casa si alzavano tutte per andare ad abbracciare la futura madre, che raggiante, anche se un po' vergognosa, si accarezzava il ventre che cominciava a d arrotondarsi.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_03.html