Dopo una stretta di mano il sorvegliante aveva lasciato il locale e Gualtiero, passati alcuni minuti, era uscito a sua volta, scivolando lungo il muro del deposito; guardandosi intorno per la paura di essere visto da qualcuno che si fosse attardato in fabbrica, aveva raggiunto in gran fretta il cancello principale e solo dopo averlo varcato, lasciandosi alle spalle lo stabilimento, si era sentito finalmente al sicuro.
Il portamento eretto, una mano nella tasca dei pantaloni (perché Gualtiero non usciva in tuta dalla fabbrica, si cambiava sempre, mettendosi anche la cravatta, quasi fosse un impiegato e non un operaio) il passo lento che gli era abituale, e una sicurezza nuova stampata sul viso, una sicurezza che si coglieva soprattutto nello sguardo che, indagatore, si posava su ciò che osservava come se volesse, e potesse, coglierne l'aspetto nascosto, segreto.
Allungò, intenzionalmente, la strada per giungere a casa. Voleva godersi il primo tepore della primavera e assaporare quello che considerava un successo personale, il primo passo per uscire dalla folla anonima che lo circondava. Il fascismo gli stava offrendo un'opportunità di riscatto, una speranza, in quella sua vita che si era appiattita su una modalità ripetitiva, scontata...
Così pensando, era arrivato davanti a casa quasi senza rendersene conto. Varcato il portone d'ingresso, era stato investito dalle grida dei ragazzini del caseggiato, usciti in massa dagli appartamenti a godersi il tepore della stagione e a dare un po' di pace alle madri impegnate nelle pulizie di primavera. Per la prima volta non provò l'abituale fitta d'invidia: portava in dono a Marilena una promozione importante, un aumento di stipendio consistente... e senza essere padre, senza avere alle spalle una sfilza di figli che gli spianassero la strada, agevolandogli la carriera.
Quando entrò in cucina, Marilena, indaffarata a preparare la cena, lo salutò distratta, senza interrompere quel suo andare e venire dal lavello al fuoco, mescolando il cibo nelle pentole.
"Sono stato promosso" esordì, infilando i pollici nella cintura dei pantaloni e divaricando leggermente le gambe per assumere una posa consona all'importanza della notizia appena comunicata.
Marilena si voltò, con il cucchiaio di legno in mano, guardandolo interrogativa.
"Sorvegliante!" precisò.
"Sorvegliante?" esclamò sorpresa la moglie, crollando a sedere sulla seggiola più vicina.
"Be', ancora non del tutto: per il momento aiuterò Bepi, l'attuale sorvegliante del reparto... ma è solo questione di tempo. E lo stipendio è, già da questo momento, raddoppiato".
Marilena sollevò il volto arrossato dal calore delle pentole, un'ombra di sospetto nello sguardo, mentre chiedeva, più a se stessa che a lui: "Perché proprio tu?"
Seccato, Gualtiero le rispose: "Perché me lo merito, evidentemente!" e poi, cattivo, aggiunse "anche se non ho figli".
"Allora... congratulazioni!" rispose Marilena, alzandosi per mescolare qualcosa che rischiava di bruciare sul fuoco, mentre sulla cucina calava, improvviso il silenzio.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_21.html
venerdì 22 luglio 2011
giovedì 21 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°24)
Il Deposito Attrezzi sapeva di polvere e di olio lubrificante, come la bocca di Gualtiero che aspettava il sorvegliante, deglutendo a fatica. Il cigolio della porta che scorreva sui cardini lo distolse dai suoi pensieri.
Bepi entrò e gli si parò di fronte scrutandolo, soppesandolo, quasi cercasse il suo punto debole, la pecca, il difetto, come abitualmente faceva, in fabbrica, rovistando tra viti, bulloni, chiodi e dadi.
"Il Capo Reparto... la Direzione apprezzano il tuo lavoro e... " (pausa ben calcolata) "avrebbero pensato a te per un incarico un po' particolare: delicato e difficile. Un lavoro che richiede certe doti, determinate caratteristiche". E qui il Bepi, prima di continuare, introdusse un'altra pausa, sempre spiandolo con quegli acuti occhi a i quali nulla poteva sfuggire.
"Dovresti raccogliere in giro per la fabbrica i commenti, i discorsi, il malumore e i motivi che lo alimentano, individuando coloro che sobillano e incitano alla protesta, se non addirittura alla rivolta, i compagni. Cogliere eventuali complicità, vedere se... Be', credo tu abbia capito!"
"Ho capito perfettamente ma, inchiodato come sono al mio posto, come potrei muovermi liberamente per la fabbrica?" replicò Gualtiero.
"Ci abbiamo già pensato: per non insospettire i tuoi compagni, per il momento, continueresti a lavorare al tuo posto, al mattino, e, al pomeriggio, mi affiancheresti nel lavoro di sorveglianza del prodotto. La fabbrica si sta allargando e la produzione è in costante aumento. Tu e io non lavoreremmo affiancati, sorveglieremmo reparti diversi, a rotazione, quindi tu potresti condividere il pasto, a turno, con tutti - ripeto! - tutti gli operai della fabbrica. ".
"Ma qualcuno non sospetterà... " borbottò Gualtiero, concludendo "Si chiederanno perché proprio io"
"Perché sei metodico, preciso nel tuo lavoro, non perdi tempo in chiacchiere... E poi, perché no?"
" E lo stipendio?" chiese Gualtiero.
"Raddoppiato" rispose Bepi, mentre un ultimo raggio di sole, con un guizzo, illuminava il volto di Gualtiero prima di stendere sul locale la prima precoce ombra della sera.
martedì 19 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°23)
Il giorno successivo al suo ritorno Gualtiero era tornato in fabbrica, riprendendo la vita di sempre. Lo stanzone ronzava come un alveare mentre indossava la tuta e Giovanni, uno dei compagni di lavoro, passandogli accanto, gli sussurrava: "Hanno arrestato Mario!" "Quando?" aveva chiesto, aggiungendo in fretta, senza nemmeno attendere la risposta: "Perché?"
L'altro operaio l'aveva osservato per un istante, pensieroso. Poi, in fretta, gli aveva detto: "Oggi, al suo posto, Bepi ha messo un ragazzo che nessuno di noi ha mai visto; uno giovane, inesperto. E' stato Bepi, a darci la notizia del suo arresto. Non ci voleva molto a capire che non gli andava giù. Lui, Mario, se qualcosa non gli piaceva, sputava il rospo... Mica come noi... Lui non aveva paura!".
Bepi, il sorvegliante del reparto in cui lavorava Gualtiero, vedendoli parlottare, si era avvicinato.
"Cosa avete da dirvi voi due? Al lavoro, al lavoro... che qui, i soldi, non ve li regala nessuno" e, mentre Giovanni si allontanava borbottando, il sorvegliante, allungando una strizzatina d'occhio a Gualtiero, a bassa voce, gli aveva sussurrato: "Bel lavoro! Alla fine del turno ti aspetto", aggiungendo "al solito posto".
Gualtiero aveva sentito una vampata di calore salirgli al volto, mentre gli ritornava alla mente quanto era accaduto in fabbrica pochi giorni prima.
Il Capo Reparto aveva ridotto la pausa concessa per il pranzo agli operai, e la notizia era stata accolta da mormorii di protesta e mugugni vari, borbottati tra i denti. Quando, al suono della sirena, gli impianti si erano fermati e gli operai avevano cominciato a mangiare, Mario - sì, sempre lui, quello che non aveva paura di niente e di nessuno, quello che sarebbe stato capace di ridere in faccia non solo al sorvegliante, anche al padrone, e pure a, a... Mussolini, se gli si fosse parato di fronte - dopo aver buttato giù due cucchiaiate di minestra, scaraventata a terra la gamella, aveva esclamato furioso, i pugni contratti dalla rabbia: "A calci in culo ci trattano... Che aspettiamo a dire 'Basta!' Cosa aspettiamo!? Che ci proibiscano anche di andare al cesso?"
"Ma cosa possiamo fare? Abbiamo la famiglia da mantenere" aveva detto Giovanni e Pioltino aveva aggiunto: "Se Mussolini ha deciso così, avrà le sue ragioni", mentre Simone, presa la sua gamella, si era allontanato in silenzio. Gli altri, intanto, avevano incominciato a mangiare, in fretta, evitando di guardarsi. Poche parole borbottate al vicino a bassa voce e solo qualche imprecazione, isolata, avevano tagliato l'aria.
Poi il silenzio, rotto soltanto da quel ruminare, quasi bovino, di mascelle in azione.
Poi il silenzio, rotto soltanto da quel ruminare, quasi bovino, di mascelle in azione.
"Non possiamo continuare a tacere; non possiamo e non dobbiamo!" aveva sibilato Mario tra i denti, guardandosi intorno alla ricerca di un appoggio, di una risposta, di una reazione ma i compagni, uno ad uno, pur ascoltando e annuendo, appena finito in fretta di mangiare e dopo essersi sgranchiti le gambe, erano rientrati nello stanzone e avevano ripreso il lavoro, gli sguardi bassi che tradivano, come il passo strascicato e quelle spalle un po' più curve, il sentimento dominante: una cupa, opprimente rassegnazione.
Dopo pochi minuti il lavoro era ripreso e Bepi, passando accanto a Gualtiero, gli aveva sussurrato: "Aspettami, ci vediamo alla chiusura al deposito attrezzi". E così era stato, e così lui, Gualtiero, aveva raccontato al sorvegliante quanto era successo... E così Mario era stato arrestato.
Avrebbe potuto tacere, ma aveva scelto di parlare. Perché? Da che parte aveva deciso di stare? Be', sempre dalla stessa parte, con i fascisti. Desmo cosa gli avrebbe suggerito, se non di fare ciò che aveva fatto? Quelli come Mario, in fabbrica, quelli come Ninetto, in campagna, se non fossero stati spazzati via dai fascisti, avrebbero impedito al Paese di progredire, di diventare... Cosa? Cosa stava diventando il Paese? E lui, Gualtiero, chi era? Be', dato che non sarebbe stato padre, non era più un contadino, almeno sarebbe stato un buon fascista. Non erano questi i pensieri che l'avevano tormentato, fastidiosi come zanzare estive, avvelenandogli il ritorno al paese? Magari l'avrebbero promosso sorvegliante, al posto di Bepi, e avrebbe portato a casa più soldi e Marilena l'avrebbe guardato con altri occhi... Forse.
(continua...)
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_09.html
(continua...)
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domenica 17 luglio 2011
Casta (ma non pura!)
Torno da un tentativo (fallito) di vacanza, e cosa mi ritrovo? La casa svaligiata dai ladri. Si sa, rubare, quando le case sono vuote e la gente è al mare, risulta più facile... La Banda Bassotti, in tutta fretta, ha varato una manovra finanziaria che è un vero e proprio furto ai danni, soprattutto, delle fasce sociali più deboli: i lavoratori a reddito fisso. Come sempre a sostenere il peso maggiore saranno quelli che hanno sempre pagato le tasse, quelli già penalizzati dall'introduzione dell'euro, quelli che hanno fatto studiare i figli per vederli andare all'estero onde evitare il precariato a vita... Sempre quelli, sempre gli stessi. E, come se non bastasse, mentre il Bassotto, alla testa dei suoi, s'introduceva nelle case a rubare l'argenteria, la Sinistra faceva il "palo", fuori, sulla strada.
Divisi su tutto, incapaci di trovare un valore ideale condiviso, i nostri politici hanno fatto fronte comune e, velocissimi ed efficienti come non mai, hanno legalizzato il furto, ma - ciliegina sulla torta - lo hanno fatto per noi, il popolo italiano, per evitarci il disastro, per frenare l'attacco della speculazione finanziaria.
La speculazione finanziaria fa soltanto il suo (sporco) lavoro. E' la classe politica che non fa il suo (lavoro); infatti si salva ma non ci salva!
Lunga vita alla Casta, che non potrebbe essere più casta (ma non pura) di così!
domenica 10 luglio 2011
Il racconto va in vacanza.
Parto per alcuni giorni... Il racconto riprenderà al mio ritorno a casa.
Buone vacanze a tutti e... grazie per l'attenzione.
Buone vacanze a tutti e... grazie per l'attenzione.
sabato 9 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°22)
"Marilena stai male?" e, guardandola negli occhi, la voce incerta, Gualtiero le aveva chiesto: "Cosa ti succede?"
Raddrizzandosi, lei aveva borbottato: "Ma chi erano quegli uomini? Cosa volevano?".
"Stavano cercando qualcuno... e lo hanno trovato", aveva risposto Gualtiero. Nello scompartimento i viaggiatori sussurravano tra loro, guardandosi intorno diffidenti, mentre il treno rallentava per fermarsi poco dopo, con uno stridio acuto di ferraglia, alla stazione successiva. Anche qui, aperti gli sportelli dei vagoni, c'era chi saliva e chi scendeva. Ma la fermata si protraeva più del solito... Cosa stava aspettando il capostazione per usare il fischietto e dare il via libera al macchinista?
Qualcuno sussurrò: "Come mai non si parte?" e nessuno rispose. In quel momento sulla banchina apparvero i due uomini che avevano appena controllato i documenti: tra loro, piegato in avanti, le braccia intrecciate a tenersi lo stomaco, camminava a fatica l'uomo che aveva tentato di fuggire. S'intravedeva dai finestrini la piazzetta antistante la stazione e la parte posteriore di una macchina. In attesa. Mentre il treno riprendeva il viaggio, l'uomo - un ragazzo alto, magro - voltò la testa, come se cercasse qualcuno, e Marilena ne incrociò per la seconda volta lo sguardo: sempre spaventato ma con un fondo di fierezza. Vedendola aveva cercato di raddrizzare la schiena, con uno sforzo evidente e... le aveva sorrise. O era stato soltanto uno stiramento di labbra, dovuto al dolore? - aveva pensato, socchiudendo le labbra per parlare, ma Gualtiero l'aveva bloccata con uno sguardo, sussurrandole: "Non è il caso di fare commenti! Non lasciarti commuovere e... "
Nello scompartimento, avvolto in un silenzio impacciato e timoroso, una voce aveva sussurrato: "Sono quelli dell'OVRA e con loro non si scherza!"
Il treno correva ora sbuffando fumo nella pianura e Marilena cercava di scacciare dalla mente quel ragazzo, chiedendosi il motivo di quel suo comportamento, a dire poco, strano. Aveva già tanti problemi... Che ne capiva lei di politica? E Gualtiero si era reso conto? Ma cosa avrebbe dovuto capire, il suo era stato un gesto istintivo... Istintivo e sciocco - pensò, mentre di nuovo il treno rallentava e il marito, già in piedi, raccoglieva valigia e pacchi, invitandola ad affrettarsi.
Appena scesi sulla banchina si trovarono di fronte altri poliziotti in borghese che fermavano i viaggiatori, chiedendo i documenti. "Oggi è giornata di controlli... "aveva borbottato Gualtiero, seccato.
" Non soltanto oggi" lei gli aveva risposto, ma senza guardarlo negli occhi.
(continua... )
venerdì 8 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°21)
Grazie a Dio si torna a casa! - pensava, a sua volta, Marilena, guardando dal finestrino del treno la campagna che le sfilava davanti agli occhi. Accanto a lei sedeva Gualtiero, silenzioso come sempre. Intorno, famiglie con madri che scartocciavano pane e marmellata per i bambini e padri che dormicchiavano o chiacchieravano tra loro. Le abituali chiacchiere da treno tra sconosciuti, con i figli che piagnucolavano o si rincorrevano - i più grandicelli - scansando fagotti e pacchi, infilandosi in ogni spazio libero, rimproverati dai genitori. Il treno si fermava in continuazione, caricando e scaricando passeggeri che si facevano spazio a fatica, sistemando cesti e fagotti. Marilena e Gualtiero viaggiavano in terza classe e molti tra i viaggiatori erano contadini, riconoscibili sia dall'impaccio che procurava loro indossare 'l'abito buono', sia dalle mani callose e abbronzate che tenevano in grembo, sedendo rigidi come davanti al medico o al notaio. Le donne sposate vestivano di scuro, i capelli raccolti in crocchie o annodati in trecce, coperti dai fazzoletti, rigorosamente neri. Alcune allattavano appoggiando sul seno, pudicamente, lo scialle; altre chiacchieravano scambiandosi informazioni sui paesi di provenienza, sul tempo e... sui bambini dei quali, chissà poi perché, comunicavano età, nome, anno scolastico frequentato, come fossero davanti a un impiegato dello Stato civile.
Sto diventando acida - pensò Marilena, notando che nessuno si rivolgeva a lei, divisa, quasi isolata dalla gente che la circondava da un muro invisibile. Non le era sfuggito che, invece, si rivolgevano al marito come fosse uno di loro: quando quella bottiglia di vino, spuntata da un fagotto, era arrivata - di mano in mano e di bocca in bocca - fino a Gualtiero, era bastato ne bevesse una sorsata esclamando: "Frizzante al punto giusto come dev'essere il nostro vino" per consentirgli di dire la sua su vini, vitigni e tappi e cantine... mentre lei, Marilena, fissava quelle sue mani bianche, lunghe e sottili, mani da 'signora', abituate a stringere matite colorate e penne, a sfogliare pagine di libri... mani che, ora, le giacevano in grembo leggere e bianche come ali di farfalla.
Ma un brusio allarmato, seguito da un innaturale silenzio - anche i bambini sembravano essersi improvvisamente zittiti - la distolse dai suoi pensieri. Due uomini in borghese erano entrati nello scompartimento e uno dei due, quello più alto, portandosi una mano al cappello quasi fosse abituato alla divisa e a scattare sull'attenti, aveva detto a voce alta, per farsi sentire da tutti: "Controllo dei documenti!".
Marilena aveva aperto la borsetta, alcuni viaggiatori, sbottonate le giacche, avevano infilato le dita nei taschini interni, mani di donna avevano iniziato a rovistare tra i fagotti, mentre i due uomini passavano di posto in posto, di passeggero in passeggero - un'occhiata al documento e una al proprietario - veloci. Efficienti. Soltanto in quel momento Marilena aveva incrociato lo sguardo del suo dirimpettaio. Muto, opaco di terrore. In quelle mani tremanti, in quella fronte imperlata di sudore aveva colto una disperata richiesta di aiuto: fingendo di sentirsi male, aveva spostato le gambe piombando sulla spalla del marito, per lasciare all'uomo la possibilità di aprirsi un varco in quell'intrico di borse, gambe, fagotti e bambini. Lui era scattato, balzando in piedi, il terrore che lo faceva volare calpestando tutto ciò che trovava sul suo cammino. Dietro a lui, altrettanto veloci, come cani su una preda stanata, erano partiti all'inseguimento i due uomini in borghese.
(continua... )
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