Per prima cosa buttai giù quelle storie come le ricordavo, con quel sapore d’infanzia, con lo stesso stupore con cui le avevo accolte, senza filtrarle e ridimensionarle attraverso uno sguardo adulto e dissacratorio. E’ strano questo meccanismo della memoria che seleziona i ricordi secondo presupposti che spesso, a un primo esame, risultano incomprensibili.
Infatti venivo letteralmente inondata di ricordi, ma in quella fase subentrò un fatto nuovo: i personaggi e le loro storie, già enfatizzati nei racconti infantili, ora prendevano il volo, uscivano dagli schemi mnemonici, piegandosi alle finalità del romanzo, sì perché avevo già nell’anima e nel cervello la storia di una famiglia, alla quale la mia famiglia si limitava a prestare qualcosa di sé.
Connotai i personaggi in modo da differenziarli nettamente, facendo e sfacendo le loro vite e diventando arbitra del loro destino. Ero la voce narrante, il burattinaio che tirava i fili e, senza nemmeno rendermene conto, ero diventata io la cantastorie, prendendo il posto della zia.
Piedi in terra e testa tra le nuvole, prendeva corpo l'invenzione letteraria.
Ricordo mia madre che, leggiucchiando qua e là i miei appunti, commentava disorientata dicendo: “ Ma non è andata così… “ e io che, riprendendo il gesto della zia, mi mettevo l’indice davanti alla bocca, interrompendola mentre mi sembrava di vederli, tutti questi personaggi, improvvisamente di nuovo vivi.
Catalogai i vari episodi in ordine di tempo dopo aver fatto delle schede intestate a ciascuno di loro. Ora avrei dovuto collegare tra loro i vari episodi e scrivere il capitolo introduttivo: l’incipit.
Questo lavoro mi entusiasmava: mi dimenticavo di avere fame, sete, sbuffavo infastidita sentendo suonare il telefono che mi strappava a forza da quella vita parallela in cui mi ero calata.
Ero molto distratta e le persone intorno a me se ne rendevano conto.
Qualche volta qualcuno mi diceva “Dove hai la testa?”.
Fossi stata sincera avrei dovuto dire:” A Trieste, primi anni del Novecento, in una casa piena di ragazzini urlanti e nell’anima e nel cervello di tutti i componenti di quella famiglia…” (continua)
lunedì 20 aprile 2009
domenica 19 aprile 2009
Come nasce un romanzo
Scrivere un romanzo è vivere un’avventura. Come cominciò “ Confine immaginario”?
Iniziò rimuginando ricordi, ma soprattutto racconti che avevo sentito da bambina e che già allora, sulle labbra della zia Maria, che era senza saperlo una cantastorie nata, avevano in sé tutte quelle componenti che rendono avvincente una storia. Se in me c’è oggi la ben che minima capacità di raccontare lo devo a lei. La zia Maria non aveva fatto corsi di scrittura creativa, la zia Maria era andata a scuola ben poco, ma quando nella cucina, tra i vapori del cibo, gli odori delle erbe aromatiche, lo sfarfallio della farina, iniziava a raccontare, la malia di quelle sue storie m’irretiva implacabile. Iniziava con la descrizione di un luogo e si dilungava sul tempo, tempo atmosferico: spesso erano notti cupe, di tempesta, o albe chiare, e quello che non mancava mai era il vento, quel particolare vento che noi triestini chiamiamo bora. Portatrice di tempesta quella scura, di schiarite improvvise quella chiara.
“ Era notte e la bora soffiava da giorni, ululava sinistra e s’insinuava, nonostante i doppi vetri, gli scuri chiusi, rinserrati, facendo se non tremare, fremere…”
Io, attentissima e inappetente, ingoiavo parole e caffellatte. Intanto, lei continuava facendo irrompere sulla scena del racconto i personaggi. Ah, i personagg! I personaggi venivano descritti con modalità diverse: alcuni accuratamente, altri appena delineati, perché a questo punto lei introduceva, quasi di soppiatto, l’altro elemento che non mancava mai: il mistero, anche se all’inizio era soltanto un velo, un pizzico appena, come il pepe su una pietanza. C’era nel racconto qualcuno che non si sapeva chi fosse, da dove venisse. Spesso era “un foresto” e nella Trieste di quell’epoca, i primi del Novecento, ci voleva poco per essere foresti: era sufficiente provenire dall’Italia e non fare quindi parte del Grande Impero saggiamente amministrato da Francesco Giuseppe.
A questo punto prendeva il via la storia che però, ogni volta che veniva ‘riraccontata’ si arricchiva di elementi nuovi, fantasiosi. Devo dire che io facevo la mia parte, suggerendo soluzioni diverse, tempestando di domande, giurando e spergiurando di averne sentito pochi giorni prima una versione diversa.
“ Nonna Lucrezia sentì una fitta morderle i fianchi e capì subito che il bambino aveva deciso di venire al mondo in anticipo. Il marito non era ancora tornato a casa dal lavoro. Soltanto Maria, la figlia maggiore avrebbe potuto aiutarla…”
“Maria eri tu, vero zia?” chiedevo, un po’ petulante, mentre lei si metteva il dito davanti alla bocca per farmi tacere, e continuava, senza perdere la concentrazione “ La chiamò, crollando a sedere sulla panca della cucina, mentre una macchia scura si allargava sulla gonna e qualcosa gocciolava sul pavimento. “ Moiko meni ho perso le acque…”
“ Cosa vuol dire moiko meni? “ chiedevo, e lei mi rispondeva “Povera me” aggiungendo: “ Non interrompere” e costringendomi a rinunciare a qualsiasi spiegazione su quelle acque misteriose che avevano la facoltà di rompersi, cosa effettivamente assai strana per l’acqua. Io tacevo proponendomi di chiedere spiegazioni a fine racconto o a mia madre.
Nel frattempo, la bocca spalancata dalla meraviglia, zia Maria era riuscita a farmi mangiare qualcosa e quindi, conseguito il suo obiettivo, mi mandava a giocare con i cugini.
“ Vai a giocare che devo preparare da mangiare, su, su da brava” e concludendo “ Hai proprio la testa tra le nuvole, ma ti capisco, qui sulla terra non c’è fantasia, è tutto piatto…” mi allungava una carezza e riprendeva il pieno controllo della sua cucina.
Fuori, il vento che si era fermato ad ascoltarla, riprendeva a soffiare, rabbioso.
(continua)
Iniziò rimuginando ricordi, ma soprattutto racconti che avevo sentito da bambina e che già allora, sulle labbra della zia Maria, che era senza saperlo una cantastorie nata, avevano in sé tutte quelle componenti che rendono avvincente una storia. Se in me c’è oggi la ben che minima capacità di raccontare lo devo a lei. La zia Maria non aveva fatto corsi di scrittura creativa, la zia Maria era andata a scuola ben poco, ma quando nella cucina, tra i vapori del cibo, gli odori delle erbe aromatiche, lo sfarfallio della farina, iniziava a raccontare, la malia di quelle sue storie m’irretiva implacabile. Iniziava con la descrizione di un luogo e si dilungava sul tempo, tempo atmosferico: spesso erano notti cupe, di tempesta, o albe chiare, e quello che non mancava mai era il vento, quel particolare vento che noi triestini chiamiamo bora. Portatrice di tempesta quella scura, di schiarite improvvise quella chiara.
“ Era notte e la bora soffiava da giorni, ululava sinistra e s’insinuava, nonostante i doppi vetri, gli scuri chiusi, rinserrati, facendo se non tremare, fremere…”
Io, attentissima e inappetente, ingoiavo parole e caffellatte. Intanto, lei continuava facendo irrompere sulla scena del racconto i personaggi. Ah, i personagg! I personaggi venivano descritti con modalità diverse: alcuni accuratamente, altri appena delineati, perché a questo punto lei introduceva, quasi di soppiatto, l’altro elemento che non mancava mai: il mistero, anche se all’inizio era soltanto un velo, un pizzico appena, come il pepe su una pietanza. C’era nel racconto qualcuno che non si sapeva chi fosse, da dove venisse. Spesso era “un foresto” e nella Trieste di quell’epoca, i primi del Novecento, ci voleva poco per essere foresti: era sufficiente provenire dall’Italia e non fare quindi parte del Grande Impero saggiamente amministrato da Francesco Giuseppe.
A questo punto prendeva il via la storia che però, ogni volta che veniva ‘riraccontata’ si arricchiva di elementi nuovi, fantasiosi. Devo dire che io facevo la mia parte, suggerendo soluzioni diverse, tempestando di domande, giurando e spergiurando di averne sentito pochi giorni prima una versione diversa.
“ Nonna Lucrezia sentì una fitta morderle i fianchi e capì subito che il bambino aveva deciso di venire al mondo in anticipo. Il marito non era ancora tornato a casa dal lavoro. Soltanto Maria, la figlia maggiore avrebbe potuto aiutarla…”
“Maria eri tu, vero zia?” chiedevo, un po’ petulante, mentre lei si metteva il dito davanti alla bocca per farmi tacere, e continuava, senza perdere la concentrazione “ La chiamò, crollando a sedere sulla panca della cucina, mentre una macchia scura si allargava sulla gonna e qualcosa gocciolava sul pavimento. “ Moiko meni ho perso le acque…”
“ Cosa vuol dire moiko meni? “ chiedevo, e lei mi rispondeva “Povera me” aggiungendo: “ Non interrompere” e costringendomi a rinunciare a qualsiasi spiegazione su quelle acque misteriose che avevano la facoltà di rompersi, cosa effettivamente assai strana per l’acqua. Io tacevo proponendomi di chiedere spiegazioni a fine racconto o a mia madre.
Nel frattempo, la bocca spalancata dalla meraviglia, zia Maria era riuscita a farmi mangiare qualcosa e quindi, conseguito il suo obiettivo, mi mandava a giocare con i cugini.
“ Vai a giocare che devo preparare da mangiare, su, su da brava” e concludendo “ Hai proprio la testa tra le nuvole, ma ti capisco, qui sulla terra non c’è fantasia, è tutto piatto…” mi allungava una carezza e riprendeva il pieno controllo della sua cucina.
Fuori, il vento che si era fermato ad ascoltarla, riprendeva a soffiare, rabbioso.
(continua)
sabato 18 aprile 2009
Scrittura
E’ da tempo che nella mente mi frulla una domanda alla quale non sono in grado di dare una risposta. Io scrivo. Da quando? Da sempre direi. Da quando forse, bambina, negli album dei ricordi – che allora erano di gran moda – non mi limitavo a fare qualche osceno cerbiatto o una casetta con le montagne sullo sfondo, ma completavo il tutto con un brevissimo racconto o qualche considerazione personale. Un po’ più grande fui appassionata scrittrice di diari che, di solito, venivano gettati nell’immondezzaio in occasione dei traslochi.
Poi ci furono gli anni del doppio, triplo(?) impegno: tre figli da crescere da sola, il lavoro, la casa…Alla lettura non rinunciai mai, al sonno, per finire un libro, spesso sì. Ma quel ritmo di vita forsennato andò, gradatamente, allentandosi: prima se ne andò un figlio, poi un altro. Arrivò la pensione.
Una mattina di un giorno qualunque, mi alzai, riempii la moka, accesi il gas, riepilogando mentalmente, com’era mia abitudine fare, gli impegni della giornata. Ma, con meraviglia che subito dopo si tinse di angoscia, realizzai che non avevo nulla da fare: nessuno aveva più bisogno di me. Quanto ci volle per capire che potevo fare qualcosa per me stessa? Non poco, siamo bipedi abitudinari e una vita al servizio degli altri non è facile da modificare.
Per farla breve passai “un inverno del nostro scontento” in compagnia del gatto e dei pensieri più neri, persa e spersa tra le brume padane. Ero stata costretta a comprimere le mie esigenze ai minimi termini e quindi non conoscevo il piacere di starmene a lungo sotto la doccia, farmi una maschera per il viso, andare dal parrucchiere, sedermi in un caffè all’aperto, sotto al sole, lasciando scivolare lo sguardo sulla fauna cittadina. Quanto alle mie necessità alimentari, un trancio di pizza o un panino, e, per far festa un’insalata, ci voleva poco a soddisfarle.
Cosa innescò il cambiamento? Il computer. Decisi, tra i sorrisetti ironici dei figli che si davano di gomito, di imparare a usarlo. Non fu facile, ma la costanza non disgiunta da un bel po’ di lezioni, ebbe la meglio.
Perché mi decisi a usare il pc? Non solo perché sono curiosa e amerei confrontarmi con gli altri, ma anche perché avevo sentito la voglia, direi più correttamente la necessità, di scrivere una storia: non un racconto, men che meno un diario, proprio un romanzo.
Avevo avuto molto tempo per riflettere e dentro di me cominciavo a realizzare che questo tempo che mi stava angosciando, che sentivo come un’animale acquattato nell’ombra e pronto a divorarmi, poteva avere una valenza positiva, poteva diventare una ricchezza da usare, da sfruttare.
Cominciai a scrivere nelle interminabili giornate estive, al mattino saltavo giù dal letto con un programma ben preciso che mi frullava in testa. Il tempo volava, ma era tempo mio, finalmente, e lo usavo per me. Così sono nati “Confine immaginario” e l’anno dopo “Come me”.
Ho scritto anche tante altre cose e l’altro giorno su Technorati ho trovato il mio blog tra i top al tag racconto. E’ stata una bella soddisfazione! Probabilmente non pubblicherò mai i miei libri, ma so per certo che scrivere è quello che avrei voluto fare e scrivere è quello che farò negli anni a venire.
Mi rimane questo dubbio: cos’è che fa di una persona che scrive uno scrittore?
Il lettore? Tanti lettori? Un editore? La passione, o la fantasia? Il tutto non disgiunto da un pizzico di fortuna?
Giro a voi blogger l’arduo quesito.
Poi ci furono gli anni del doppio, triplo(?) impegno: tre figli da crescere da sola, il lavoro, la casa…Alla lettura non rinunciai mai, al sonno, per finire un libro, spesso sì. Ma quel ritmo di vita forsennato andò, gradatamente, allentandosi: prima se ne andò un figlio, poi un altro. Arrivò la pensione.
Una mattina di un giorno qualunque, mi alzai, riempii la moka, accesi il gas, riepilogando mentalmente, com’era mia abitudine fare, gli impegni della giornata. Ma, con meraviglia che subito dopo si tinse di angoscia, realizzai che non avevo nulla da fare: nessuno aveva più bisogno di me. Quanto ci volle per capire che potevo fare qualcosa per me stessa? Non poco, siamo bipedi abitudinari e una vita al servizio degli altri non è facile da modificare.
Per farla breve passai “un inverno del nostro scontento” in compagnia del gatto e dei pensieri più neri, persa e spersa tra le brume padane. Ero stata costretta a comprimere le mie esigenze ai minimi termini e quindi non conoscevo il piacere di starmene a lungo sotto la doccia, farmi una maschera per il viso, andare dal parrucchiere, sedermi in un caffè all’aperto, sotto al sole, lasciando scivolare lo sguardo sulla fauna cittadina. Quanto alle mie necessità alimentari, un trancio di pizza o un panino, e, per far festa un’insalata, ci voleva poco a soddisfarle.
Cosa innescò il cambiamento? Il computer. Decisi, tra i sorrisetti ironici dei figli che si davano di gomito, di imparare a usarlo. Non fu facile, ma la costanza non disgiunta da un bel po’ di lezioni, ebbe la meglio.
Perché mi decisi a usare il pc? Non solo perché sono curiosa e amerei confrontarmi con gli altri, ma anche perché avevo sentito la voglia, direi più correttamente la necessità, di scrivere una storia: non un racconto, men che meno un diario, proprio un romanzo.
Avevo avuto molto tempo per riflettere e dentro di me cominciavo a realizzare che questo tempo che mi stava angosciando, che sentivo come un’animale acquattato nell’ombra e pronto a divorarmi, poteva avere una valenza positiva, poteva diventare una ricchezza da usare, da sfruttare.
Cominciai a scrivere nelle interminabili giornate estive, al mattino saltavo giù dal letto con un programma ben preciso che mi frullava in testa. Il tempo volava, ma era tempo mio, finalmente, e lo usavo per me. Così sono nati “Confine immaginario” e l’anno dopo “Come me”.
Ho scritto anche tante altre cose e l’altro giorno su Technorati ho trovato il mio blog tra i top al tag racconto. E’ stata una bella soddisfazione! Probabilmente non pubblicherò mai i miei libri, ma so per certo che scrivere è quello che avrei voluto fare e scrivere è quello che farò negli anni a venire.
Mi rimane questo dubbio: cos’è che fa di una persona che scrive uno scrittore?
Il lettore? Tanti lettori? Un editore? La passione, o la fantasia? Il tutto non disgiunto da un pizzico di fortuna?
Giro a voi blogger l’arduo quesito.
mercoledì 15 aprile 2009
Parole
Scrivi tu che scrivo anch’io
scrive pure nostro zio
Le parole son di fuoco
sono frecce a dire poco,
le parole sono dure
per descriver le paure
il tormento, il pianto, l’urlo
Ingegnere era crepato quel soffitto a te mostrato?
Assessore, non averlo sospettato
è da uomo, a dir poco, ritardato
Manco il sindaco ha capito
che l’inferno era ad un dito
dalle case,
dai bambini che giocavan nei giardini
dai ragazzi, che tra frizzi e pure lazzi
son crepati nei palazzi, costruiti con la sabbia
lieve, lieve,
come panna come neve
….
non è certo la parola a essere greve
Scrivi tu che scrivo anch’io
scrive pure nostro zio
Le parole fan paura,
se ci vuole la censura
Le parole sono un’arma
Che disturba ‘sta marmaglia
Difendiamole coi denti,
che a voler esser prudenti
alla lunga
si diventa conniventi.
scrive pure nostro zio
Le parole son di fuoco
sono frecce a dire poco,
le parole sono dure
per descriver le paure
il tormento, il pianto, l’urlo
Ingegnere era crepato quel soffitto a te mostrato?
Assessore, non averlo sospettato
è da uomo, a dir poco, ritardato
Manco il sindaco ha capito
che l’inferno era ad un dito
dalle case,
dai bambini che giocavan nei giardini
dai ragazzi, che tra frizzi e pure lazzi
son crepati nei palazzi, costruiti con la sabbia
lieve, lieve,
come panna come neve
….
non è certo la parola a essere greve
Scrivi tu che scrivo anch’io
scrive pure nostro zio
Le parole fan paura,
se ci vuole la censura
Le parole sono un’arma
Che disturba ‘sta marmaglia
Difendiamole coi denti,
che a voler esser prudenti
alla lunga
si diventa conniventi.
"VINTAGE"
Recuperare un abito di sartoria meravigliandosi dell'accuratezza del cucito, della maestria del taglio, della qualità della stoffa, è già un modo di ribellarsi a chi ci vorrebbe tutti eguali, livellandoci verso il basso, per controllarci meglio. Erano abiti fatti per durare - non a caso sono ancora qui - abiti da immortalare nelle fotografie di famiglia, da conservare con cura, da riporre con la naftalina d'inverno e i mazzetti di lavanda nelle altre stagioni. Ho un'amica che veste "vintage". Raffinata e inconfondibile, non vagamente demodée, ostentatamente diversa, mi ha insegnato la bellezza del kitsch. Io, ragazzina piccolo borghese, seguivo 'la Moda' negando il mio gusto un po' eccentrico e la mia creatività. E' stato liberatorio uscire dagli schemi, ritrovando abiti che hanno una storia perché della Storia fanno parte. Chi ha la mia età, ad esempio, non potrà non legare i sandali con la suola ortopedica e i calzini corti, ai quali venivano abbinati, agli ultimi durissimi anni della Seconda guerra mondiale, alle mamme o alle nonne che, in bicicletta andavano nei paesi, nelle case dei contadini, abitini e tovaglie ricamate nelle sporte, da barattare in cambio di uova e pacchi di farina. Furono loro, le donne, ad assicurare la sussistenza alimentare alle famiglie dopo l'Otto Settembre, quando molti uomini si nascosero, altri andarono in montagna con i partigiani, tanti vennero fucilati o deportati...
Se l'abito è travestimento e maschera, scegliamo maschere raffinate e personali. Sarà anche un modo per rinsaldare quel filo rosso che lega senza soluzione di continuità le madri alle figlie, alle nonne...Indossare certi abiti, sparire sotto cappelli a pagoda era "crearsi un tipo?" E l'alter ego o l'avatar o il nick name non sottintendono forse lo stesso bisogno di mistero e mascheratura?
Se l'abito è travestimento e maschera, scegliamo maschere raffinate e personali. Sarà anche un modo per rinsaldare quel filo rosso che lega senza soluzione di continuità le madri alle figlie, alle nonne...Indossare certi abiti, sparire sotto cappelli a pagoda era "crearsi un tipo?" E l'alter ego o l'avatar o il nick name non sottintendono forse lo stesso bisogno di mistero e mascheratura?
Gente di mare
Era già una ragazzina la prima volta in cui vide Venezia. In gita scolastica, affrontava un viaggio senza i suoi genitori. C'era stata una levataccia alle prime luci dell'alba, il latte ingoiato in fretta, le raccomandazioni sulla porta, il bacio frettoloso di sua madre e poi, via di corsa alla stazione delle corriere. Durante il viaggio avevano chiacchierato, cantato, fatto un po' le sceme con i ragazzi dell'altra classe che partecipava alla gita. Le insegnanti, asserragliate nei posti dietro al guidatore, che dormicchiavano presagendo le corse notturne che non avrebbero consentito a nessuno, clienti dell'albergo compresi, di dormire.Venezia li aveva accolti con una di quelle giornate primaverili, piene di luce, che la rendono disarmante nella sua decadente bellezza. Come belletto troppo acceso su guance cascanti il sole ne scopriva le magagne, le muffe verdastre, i colori scrostati quasi bruciati dalla salsedine, ma ne esaltava anche gli ori e gli smalti accendendo di luci i suoi palazzi. Lei camminava stupita dalla diversità del luogo rispetto a tutte le altre città che aveva conosciuto: era una città che vibrava di suoni dall'ansimo dei vaporetti alllo scoppiettio dei motori dei motoscafi.
Stavano seguendo l'itinerario nell'intreccio delle calli che li avrebbe portati a Piazza San Marco, quando una casa d'angolo attirò la sua attenzione. I muri scrostati lasciavano intravedere vari strati di colore e, in alcuni punti, mettevano a nudo pietre e mattoni corrosi dall'umidità. - La porta è sull'altro lato del vicolo, - pensò, - e accanto ad essa c'è una finestra con il davanzale ingombro di piante aromatiche. Il vicolo, brevissimo, porta a una piazza minuscola, quadrangolare al centro della quale campeggia un pozzo: in marmo, il bordo rotondeggiante che sostiene un arco in ferro battuto attorno al quale si avvolgono, sbalzati a mano, tralci d'edera. Sull'altro lato della piazza, due gradini di pietra potano all'approdo delle gondole. Ce n'è una nera, lussuosa, tappezzata di velluto color cremisi...
Svoltò nel vicolo, il cuore che le batteva forte, le mani strette a pugno nelle tasche del maglione. La piazza era lì, come l'aveva immaginata, avvolta in un silenzio irreale. Non c'era...oh sì, non l'avevo notato quel vecchio seduto su una sedia impagliata, di quelle che abbondano nelle osterie di paese, curvo, incartapecorito, le mani, deformate dall'artrite, appoggiate in grembo, un basco in testa. Lo sguardo, negli occhi assediati e vinti dalle rughe, sembrava fisso su qualcosa che soltanto lui fosse in grado di vedere.
Si avvicinò, lui le lanciò un'occhiata di sghembo mentre, impacciata, accennavo un saluto con il capo.
" Sei venuta" le disse.
" Come? " borbottò in risposta, stupita.
" Volevo vederti prima di morire".
" Ma...chi è, che cosa sta dicendo? " domandò spaventata.
" Vieni da una città di mare" Non era una domanda, ma un'affermazione alla quale lei fece seguire, inquieta, la sua domanda:" Come lo sa?".
" Dai tuoi occhi: noi, gente di mare, abbiamo l'avventura nello sguardo, che non teniamo mai basso, che piantiamo in faccia a chi ci parla. Noi, abituati a spaziare, la libertà ce la portiamo nell'anima di cui lo sguardo è la via d'accesso. Ricordati che sei nata libera e non permettere a nessuno di chiuderti in gabbia."
Sentii uno scalpiccio di passi alle mie spalle e una voce "E' da un'ora che ti cerco! Dovete stare tutti insieme...Cosa ti è saltato in mente..."
" E' successa una cosa stranissima" rispose, voltandosi verso l'insegnante che era ormai alle sue spalle, " lo vede questo signore?"
" Chi? Qui non c'è nessuno. E ora non metterti a raccontare storie, a cercare scuse..."
Si voltò, non c'era nessuno. Soltanto un gatto si strusciava contro il muro.
Nella piazzetta bionda di sole si udiva solo il sussurro dell'onda che instancabile s'infrangeva, aggredendoli, sui palazzi che affondavano nell'acqua.
Stavano seguendo l'itinerario nell'intreccio delle calli che li avrebbe portati a Piazza San Marco, quando una casa d'angolo attirò la sua attenzione. I muri scrostati lasciavano intravedere vari strati di colore e, in alcuni punti, mettevano a nudo pietre e mattoni corrosi dall'umidità. - La porta è sull'altro lato del vicolo, - pensò, - e accanto ad essa c'è una finestra con il davanzale ingombro di piante aromatiche. Il vicolo, brevissimo, porta a una piazza minuscola, quadrangolare al centro della quale campeggia un pozzo: in marmo, il bordo rotondeggiante che sostiene un arco in ferro battuto attorno al quale si avvolgono, sbalzati a mano, tralci d'edera. Sull'altro lato della piazza, due gradini di pietra potano all'approdo delle gondole. Ce n'è una nera, lussuosa, tappezzata di velluto color cremisi...
Svoltò nel vicolo, il cuore che le batteva forte, le mani strette a pugno nelle tasche del maglione. La piazza era lì, come l'aveva immaginata, avvolta in un silenzio irreale. Non c'era...oh sì, non l'avevo notato quel vecchio seduto su una sedia impagliata, di quelle che abbondano nelle osterie di paese, curvo, incartapecorito, le mani, deformate dall'artrite, appoggiate in grembo, un basco in testa. Lo sguardo, negli occhi assediati e vinti dalle rughe, sembrava fisso su qualcosa che soltanto lui fosse in grado di vedere.
Si avvicinò, lui le lanciò un'occhiata di sghembo mentre, impacciata, accennavo un saluto con il capo.
" Sei venuta" le disse.
" Come? " borbottò in risposta, stupita.
" Volevo vederti prima di morire".
" Ma...chi è, che cosa sta dicendo? " domandò spaventata.
" Vieni da una città di mare" Non era una domanda, ma un'affermazione alla quale lei fece seguire, inquieta, la sua domanda:" Come lo sa?".
" Dai tuoi occhi: noi, gente di mare, abbiamo l'avventura nello sguardo, che non teniamo mai basso, che piantiamo in faccia a chi ci parla. Noi, abituati a spaziare, la libertà ce la portiamo nell'anima di cui lo sguardo è la via d'accesso. Ricordati che sei nata libera e non permettere a nessuno di chiuderti in gabbia."
Sentii uno scalpiccio di passi alle mie spalle e una voce "E' da un'ora che ti cerco! Dovete stare tutti insieme...Cosa ti è saltato in mente..."
" E' successa una cosa stranissima" rispose, voltandosi verso l'insegnante che era ormai alle sue spalle, " lo vede questo signore?"
" Chi? Qui non c'è nessuno. E ora non metterti a raccontare storie, a cercare scuse..."
Si voltò, non c'era nessuno. Soltanto un gatto si strusciava contro il muro.
Nella piazzetta bionda di sole si udiva solo il sussurro dell'onda che instancabile s'infrangeva, aggredendoli, sui palazzi che affondavano nell'acqua.
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