Eccone un altro: alle quattro del mattino, il cielo ancora nero come i suoi pensieri, si è alzato e ha massacrato tutti: moglie, figli, la padrona di casa. Poi, si è gettato dalla finestra. La cronaca recita: operaio, disoccupato. Quarantasettenne. Uno dei tanti che le piccole imprese - struttura portante dell'industria italiana - licenziano ogni giorno, uno dei tanti seguiti dai Centri di salute mentale. Oh Cristo! gli operai non solamente sono pochi, ma anche matti? Prova tu a restare savio quando ti inviano una lettera di licenziamento, hai una famiglia e non hai diritto nemmeno alla Cassa Integrazione, perché chi ti licenzia è il padrone di una fabbrica con pochi dipendenti. Piccola.
Ma - a proposito - come la mettiamo con "piccolo è bello"? Non erano le nostre micro imprese considerate più duttili, in grado di reggere, adattandovisi, alla crisi?
Ho davanti agli occhi questi uomini ancora prestanti, apparentemente solidi, che improvvisamente non vanno più al lavoro. Quando trilla la sveglia è la moglie ad alzarsi, a preparare la colazione(come sempre), e magari, se ne ha il tempo, anche a mettere su il sugo. Farebbe anche il letto, ma lui, il marito, non si alza, dorme della grossa, dopo essersi rigirato tutta la notte nel letto senza prendere sonno,disturbando lei. Lei che ora mantiene la famiglia, lui compreso.
E il marito, che ha soltanto chiuso gli occhi, ma non dorme, lo sente il nervosismo della moglie, lo avverte in quei gesti tirati, in quella porta che sbatte quando lei se ne va.
Cosa fa un uomo in casa tutto il giorno? Usa "stira e ammira", fa brillare il water? E' probabile che ciondoli in pigiama e poi si piazzi davanti alla tivù, i pensieri in testa che si fanno ripetitivo/ossessivi, la rabbia che incomincia a montare. Ha chiesto agli amici, ai conoscenti, ha inviato curricula, ha lasciato brandelli di dignità, la sua dignità, nelle agenzie interinali. Ora non ce la fa più: si sente in trappola. E come Laborit insegna il topino in trappola che non vede vie d'uscita, scarica la sua aggressività sul topino che gli sta accanto, prima di scaricarla su se stesso. Ha a che fare con il cervello rettile - Laborit spiega.
E' tutto logico, drammaticamente consequenziale.
Il paradiso può attendere, la classe operaia ha appena imboccato la via dell'inferno!
lunedì 31 agosto 2009
domenica 30 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Blanko aveva faticosamente ripreso a lavorare portandosi nel corpo l'impaccio di quel braccio che gli faceva male e nell'anima una non sopita voglia di vendetta, ma la catasta di legname non poteva attendere e inumidirsi sotto le piogge primaverili. Quella mattina aveva ripreso il lavoro e i tronchi stavano già ordinatamente scendendo a valle uno dietro l'altro quando Blanko, dopo aver incaricato il suo uomo di fiducia di controllare il lavoro a monte, riempita la bisaccia, era salito sul suo mulo e aveva preso la strada a tornanti che portava alla costa per seguire le operazioni di imbarco. Avanzava lento, insensibile alla bellezza del panorama che il sole nascente svelava davanti ai suoi occhi. La strada tagliava boschi fitti di vegetazione che si stagliavano, in tutte le tonalità del verde, contro l'azzurro di un cielo che il mare rifletteva, trasparente in prossimità della costa, più intenso al largo, dove le onde mosse dal vento ne increspavano la supeficie in riccioli spumosi che il sole rendeva cangianti. Nel porto si muovevano neri come formiche uomini e carretti e un brusio indistinto cominciava ad arrivare fino a lui nel silenzio della mulattiera, rotto, fino a quel momento, soltanto dal canto degli uccelli e da qualche fruscio di animale selvatico che sentendo gli zoccoli del mulo s'acquattava nel sottobosco. Ancora un paio di curve e sarebbe stato in grado di stabilire, dalle bandiere che garrivano al vento sui pennoni dei velieri, i loro paesi di provenienza. Quello che faceva la spola con l'Istria e che apparteneva alla Serenissima, l'aveva già individuato, ma quello accanto... ah eccola, ora la bandiera gonfia di vento lasciava intravedere qualcosa: l'aquila imperiale della marina austriaca. Quel veliero veniva da Trieste, la città dove si era recato per affari un paio di volte e che gli era rimasta nel cuore. Abituato alla vita di paese, legato a tradizioni e usanze del tutto diverse, era rimasto sbalordito da quella città in pieno sviluppo, dove il denaro si guadagnava con facilità ma si perdeva con altrettanta rapidità. Gli era sembrata una città affascinante, ma anche pericolosa, con i suoi bordelli e le taverne dove i marinai appena sbarcati si giocavano tutto ciò che avevano, ai dadi o alle carte. Immerso nei suoi pensieri non si era nemmeno reso conto di essere ormai giunto all'ultima curva che, in mezzo a pini marittimi che davano un sottile profumo di resina all'aria, si allargava in una strada più ampia che portava direttamente al porto. Alla sua sinistra la locanda - dove legato l'asino, si beveva qualcosa di forte d'inverno e di fresco d'estate - era piena di avventori. Blanko scese dall'animale. Conosceva quasi tutti e quando, dopo aver assicurato il mulo alla staccionata, fece il suo ingresso nel locale, il silenzio, pesante come una scure fatta calata su un ceppo, scese sul locale.
Poi, uno degli uomini, che seduto davanti al bancone stava bevendo, gli si fece incontro e lo abbracciò. Altri lo seguirono dimostrandogli, nel loro modo rude e privo di convenevoli, la loro partecipazione alla tragedia che l'aveva colpito. Evidentemente a notizia dell'agguato aveva già fatto il giro, di bocca in bocca, di tutto il circondario. Gli arrrivavano manate sulle spalle e parole di conforto, mentre tutti ordinavano al banconiere di versargli da bere. Blanko, che si stava chiedendo cosa pensassero di lui, della sua mancata vendetta, li guardava negli occhi cercando di coglier ciò che le parole non svelavano.
Ad un tratto gli si parò davanti un negro gigantesco, alto come lui e altrettanto prestante.
Lo guardò sorpreso: non l'aveva mai visto da quelle parti. L'uomo che gli stava accanto gli sussurrò: "E' un foresto, appena arrivato da Trieste. Si fa chiamare Il Moro ed è uno con il quale non è il caso di scherzare: ha con sé una donna d'incredibile bellezza e una bambina. Hanno preso alloggio in una delle locande del porto..."
Blanko gli porse la mano e ne incrociò lo sguardo. Stupito ebbe la sensazione di cogliervi lo stesso disperato dolore che rendeva febbricitanti e smarriti i suoi occhi.(continua...)
Poi, uno degli uomini, che seduto davanti al bancone stava bevendo, gli si fece incontro e lo abbracciò. Altri lo seguirono dimostrandogli, nel loro modo rude e privo di convenevoli, la loro partecipazione alla tragedia che l'aveva colpito. Evidentemente a notizia dell'agguato aveva già fatto il giro, di bocca in bocca, di tutto il circondario. Gli arrrivavano manate sulle spalle e parole di conforto, mentre tutti ordinavano al banconiere di versargli da bere. Blanko, che si stava chiedendo cosa pensassero di lui, della sua mancata vendetta, li guardava negli occhi cercando di coglier ciò che le parole non svelavano.
Ad un tratto gli si parò davanti un negro gigantesco, alto come lui e altrettanto prestante.
Lo guardò sorpreso: non l'aveva mai visto da quelle parti. L'uomo che gli stava accanto gli sussurrò: "E' un foresto, appena arrivato da Trieste. Si fa chiamare Il Moro ed è uno con il quale non è il caso di scherzare: ha con sé una donna d'incredibile bellezza e una bambina. Hanno preso alloggio in una delle locande del porto..."
Blanko gli porse la mano e ne incrociò lo sguardo. Stupito ebbe la sensazione di cogliervi lo stesso disperato dolore che rendeva febbricitanti e smarriti i suoi occhi.(continua...)
sabato 29 agosto 2009
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
La gatta miagola contrariata, osservando la pioggia in questa mattina di fine agosto che è già preludio d'autunno. Oltre i vetri della finestra il pino trasuda umidità, mentre sbocciano gli ombrelli. Anche oggi sarà giornata da bollino rosso sulle strade. Rientrano i vacanzieri.
Il primo dell'anno non cade a gennaio, cade a settembre.
Gli operai, rappresentanti di una classe sociale data per dispersa, ritornano: abbarbicati alle gru, pericolanti dai tetti, in pieno sciopero della fame, difendono con la forza della disperazione il loro lavoro. E i padroni difendono i loro profitti, comprimendo i costi di produzione, in primis stipendi e salari, poiché i prezzi non possono essere aumentati, vista la contrazione dei consumi e la concorrenza dei paesi emergenti.
I giochi sporchi si fanno di nascosto: ricordo Trentin, con gli occhi bassi, a borbottare di concertazione, comunicandoci l'abolizione della scala mobile decisa in agosto. E la copertura dall'inflazione? Ci avrebbero pensato economisti e banchieri a manovrare tassi d'interesse, riserve bancarie, emissione di titoli di Stato... Abbiamo visto come. Ora uno di loro, il ministro Tremonti, spara a zero sulla categoria, invitando al silenzio i suoi rappresentanti.
Condivido: un minuto per commemorare i morti sul lavoro e il massacro di una generazione che, in larga parte, non avrà mai un posto di lavoro stabile, né una pensione, né una casa, né dei figli.
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
Il primo dell'anno non cade a gennaio, cade a settembre.
Gli operai, rappresentanti di una classe sociale data per dispersa, ritornano: abbarbicati alle gru, pericolanti dai tetti, in pieno sciopero della fame, difendono con la forza della disperazione il loro lavoro. E i padroni difendono i loro profitti, comprimendo i costi di produzione, in primis stipendi e salari, poiché i prezzi non possono essere aumentati, vista la contrazione dei consumi e la concorrenza dei paesi emergenti.
I giochi sporchi si fanno di nascosto: ricordo Trentin, con gli occhi bassi, a borbottare di concertazione, comunicandoci l'abolizione della scala mobile decisa in agosto. E la copertura dall'inflazione? Ci avrebbero pensato economisti e banchieri a manovrare tassi d'interesse, riserve bancarie, emissione di titoli di Stato... Abbiamo visto come. Ora uno di loro, il ministro Tremonti, spara a zero sulla categoria, invitando al silenzio i suoi rappresentanti.
Condivido: un minuto per commemorare i morti sul lavoro e il massacro di una generazione che, in larga parte, non avrà mai un posto di lavoro stabile, né una pensione, né una casa, né dei figli.
Togliamoci il cappello ragazzi: sfila il disastro!
La madre di tutte le libertà
In un linguaggio contenuto, mai enfatico, chiaro e, ripeto, elegante nella sua sobrietà, un internauta mi parla della sua esperienza di blogger e mi colpisce non tanto per la sua competenza, ma forse perché il suo amore per la Rete - questo mare virtuale che la tecnologia ci ha messo a disposizione che ogni giorno lascia sulla spiaggia, come conchiglie, migliaia di post - così diverso, nella modalità in cui si manifesta, dal mio, è perfettamente eguale al mio in un altro aspetto.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
Io non lo conosco se non per ciò che scrive e per come lo scrive. Scrive di blog e lo fa bene. Si sente che l'argomento lo interessa e che l'ha sviscerato, girandolo e rigirandolo tra le mani, in modo da coglierne ogni aspetto. Sembra dispiacersi dell'uso improprio che alcuni ne fanno, della loro rozzezza nel maneggiare qualcosa che dovrebbe essere trattato con cura. Il blog si esprime, al meglio e al peggio, attraverso le parole e questo blogger le usa con grande attenzione, accompagnandole raramente con aggettivi- che, proprio per l'accuratezza che usa nella loro scelta, risulterebbero pleonastici - e evitandone l'uso a effetto. Lui non vuole colpire, vuole spiegare.
Se dovessi abbinare ai suoi post un sottofondo musicale sceglierei Puccini, mai Verdi: il passionale Verdi che sfida Wagner, non il sentimentale Puccini. A me, che dal "dire al fare" passo con la velocità e il frastuono della Cavalcata delle Valchirie, potrebbe insegnare il senso della misura, che non mi appartiene come indole, ma al quale ho sempre aspirato. La personalità del blogger filtra, rivelatrice di chi scrive, e a me, triestina cresciuta in un clima e una cultura mitteleuropee, sarebbe piaciuto essere come lui che, nella fotografia che lo ritrae, ha un sorriso appena accennato e gli occhialini. Questo blogger lucido e distaccato rappresenta per me ciò che non potrò ma aspirerò, per tutta la vita, a essere. La mia scrittura sovrabbondante, eccessiva nelle virgole e negli aggettivi, che scoppia dove lui scoppietta, urla dove lui sussurra, sghignazza dove lui sorride... be' è diversa, ma forse questa è proprio la ricchezza del blog, delle sue mille facce che non smettiamo mai di analizzare, studiare, ma anche e semplicemente assaporare.
Ma c'è un aspetto fondamentale e insopprimible nella sostanza della comunicazione che accomuna tutti i blogger: si chiama libertà di espresssione. E' la madre, di chi e per chi comunica, di tutte le libertà. In questi giorni perigliosi in cui un politico importante, invece di rispondere all'esigenza di chiarezza dei cittadini, denuncia il giornale che, facendo sua questa esigenza, gli ha posto una serie di domande, questa libertà ha subito un attacco senza precedenti.
Mi auguro che nella nostra democrazia, fragile nei fatti, ma ancora forte nei presupposti e nelle regole normative, i blogger facciano sentire, ancora una volta - forte e chiara - la loro voce a difesa della libertà di espressione.
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Romanzo a puntate I Dellapicca
Daviça aveva appreso dalla madre, che a sua volta aveva imparato dalla nonna, a riconoscere, macerare e distillare le erbe, a catturare gli scorpioni per infilarli nella bottiglia della grappa da usare per scacciare i reumatismi e a utilizzare le ragnatele per proteggere le ferite e le ustioni. Non aveva quasi finito di trangugiare il suo tè che Branko era caduto in un sonno senza sogni, profondo, quasi comatoso.
Al suo risveglio era piombato nella cucina perfettamente ripulita, e facendosi largo tra la gente venuta a omaggiare il morto, era entrato nella camera da letto dove il fratello, vestito con l'abito nuovo, sembrava dormisse tra mazzi di ginestre che le donne avevano raccolto e intrecciato. Pur sentendosi intontito e privo di aggressività, si era limitato a pensare dipendesse dal sangue perduto e dallo spavento e dalla violenza dell'agguato e, ora, mentre il dolore scacciava ogni altro sentimento, sentiva piegarsi le gambe e farsi confuso il pensiero.
In quello stato d'animo si ritrovò seduto nella chiesa ortodossa, frastornato dalle parole pronunciate dal pope, i novizi festeggiati il giorno prima di nuovo in chiesa, quasi una replica della giornata appena passata: di nuovo tra ginestre, canti e gente, ma in una apoteosi di morte non di vita. La moglie, al suo fianco, lo controllava attenta, il volto pallidissimo che il fazzoletto nero e l'abito da lutto facevano risaltare. Era quasi rauca a furia di cantare, lamentarsi e piangere, com'era tradizione fare in quelle circostanze. Al suo fianco Zastros si attaccava alla sua gonna smarrito e piagnucoloso, non capendo bene cosa stesse succedendo, ma riportando un'impressione generale di paura, angoscia e dolore che avrebbe da quel giorno sempre associato alle ginestre, al loro spavaldo colore e al profumo intenso dei loro fiori.
Al cimitero calarono il corpo nella fossa, senza cassa, avvolto in un lenzuolo, all'uso slavo.
Poi tutti fecero ritorno alla casa del defunto per il banchetto. Quelle ore successive all'agguato rimasero nella memoria di Blanko confuse e frammentate anche e, soprattutto, a causa del potente sedativo che la moglie aveva aggiunto alla bevanda del marito, rendendolo così debole da impedirgli di organizzare e dare attuazione alla vendetta. Ora che finalmente anche il complesso rituale previsto per la morte era stato rispettato, mentre nella camera da letto di Blanko e Daviça calavano le ombre della notte nella casa improvvisamente deserta e silenziosa, e il marito, dopo aver trovato un confuso conforto tra le bianche braccia della moglie, si era addormentato pesantemente addosso a lei, Daviça poteva permettersi il lusso di riflettere su ciò che era avvenuto. Quel perpetrarsi di agguati, vendette e ritorsioni avrebbe finito per distruggere entrambe le famiglie e aver evitato il peggio in quella circostanza non la poneva al riparo da decisioni scellerate in seguito. Era indispensabile trovare una soluzione definitiva che ponesse fine a quella faida sancita nella loro razza da una consuetudine che aveva lo stesso valore di una legge o ordinamento che fosse stato imposto dal Senato della Serenissima. I rappresentanti veneziani della Repubblica si guardavano bene dall'interferire in quelli che consideravano affari interni, connessi a quelle che ritenevano abitudini selvagge di popoli a loro inferiori. Si ammazzassero pure tra loro gli Slavi, l'importante era soltanto che i campi venissero coltivati, la legna imbarcata con il marmo e le damigiane di olio e vino e il pesce seccato, stivato per benino, nelle navi che facevano la spola tra l'Istria e Venezia - pensò Daviça, prima di cadere anche lei in un sonno popolato da incubi che la svegliarono varie volte nel corso della notte facendola rifugiare tra le braccia del marito che, borbottando qualcosa al suo orecchio, la rassicurava.
(continua...)
Nb. Mi scuso con i miei lettori per la versione "andata in onda", che avevo appena abbozzato
senza titolo e senza riferimento all'etichetta. Sto facendo delle prove sul blog e il mio pc improvvisa di testa sua e non risponde ai comandi...
Al suo risveglio era piombato nella cucina perfettamente ripulita, e facendosi largo tra la gente venuta a omaggiare il morto, era entrato nella camera da letto dove il fratello, vestito con l'abito nuovo, sembrava dormisse tra mazzi di ginestre che le donne avevano raccolto e intrecciato. Pur sentendosi intontito e privo di aggressività, si era limitato a pensare dipendesse dal sangue perduto e dallo spavento e dalla violenza dell'agguato e, ora, mentre il dolore scacciava ogni altro sentimento, sentiva piegarsi le gambe e farsi confuso il pensiero.
In quello stato d'animo si ritrovò seduto nella chiesa ortodossa, frastornato dalle parole pronunciate dal pope, i novizi festeggiati il giorno prima di nuovo in chiesa, quasi una replica della giornata appena passata: di nuovo tra ginestre, canti e gente, ma in una apoteosi di morte non di vita. La moglie, al suo fianco, lo controllava attenta, il volto pallidissimo che il fazzoletto nero e l'abito da lutto facevano risaltare. Era quasi rauca a furia di cantare, lamentarsi e piangere, com'era tradizione fare in quelle circostanze. Al suo fianco Zastros si attaccava alla sua gonna smarrito e piagnucoloso, non capendo bene cosa stesse succedendo, ma riportando un'impressione generale di paura, angoscia e dolore che avrebbe da quel giorno sempre associato alle ginestre, al loro spavaldo colore e al profumo intenso dei loro fiori.
Al cimitero calarono il corpo nella fossa, senza cassa, avvolto in un lenzuolo, all'uso slavo.
Poi tutti fecero ritorno alla casa del defunto per il banchetto. Quelle ore successive all'agguato rimasero nella memoria di Blanko confuse e frammentate anche e, soprattutto, a causa del potente sedativo che la moglie aveva aggiunto alla bevanda del marito, rendendolo così debole da impedirgli di organizzare e dare attuazione alla vendetta. Ora che finalmente anche il complesso rituale previsto per la morte era stato rispettato, mentre nella camera da letto di Blanko e Daviça calavano le ombre della notte nella casa improvvisamente deserta e silenziosa, e il marito, dopo aver trovato un confuso conforto tra le bianche braccia della moglie, si era addormentato pesantemente addosso a lei, Daviça poteva permettersi il lusso di riflettere su ciò che era avvenuto. Quel perpetrarsi di agguati, vendette e ritorsioni avrebbe finito per distruggere entrambe le famiglie e aver evitato il peggio in quella circostanza non la poneva al riparo da decisioni scellerate in seguito. Era indispensabile trovare una soluzione definitiva che ponesse fine a quella faida sancita nella loro razza da una consuetudine che aveva lo stesso valore di una legge o ordinamento che fosse stato imposto dal Senato della Serenissima. I rappresentanti veneziani della Repubblica si guardavano bene dall'interferire in quelli che consideravano affari interni, connessi a quelle che ritenevano abitudini selvagge di popoli a loro inferiori. Si ammazzassero pure tra loro gli Slavi, l'importante era soltanto che i campi venissero coltivati, la legna imbarcata con il marmo e le damigiane di olio e vino e il pesce seccato, stivato per benino, nelle navi che facevano la spola tra l'Istria e Venezia - pensò Daviça, prima di cadere anche lei in un sonno popolato da incubi che la svegliarono varie volte nel corso della notte facendola rifugiare tra le braccia del marito che, borbottando qualcosa al suo orecchio, la rassicurava.
(continua...)
Nb. Mi scuso con i miei lettori per la versione "andata in onda", che avevo appena abbozzato
senza titolo e senza riferimento all'etichetta. Sto facendo delle prove sul blog e il mio pc improvvisa di testa sua e non risponde ai comandi...
giovedì 27 agosto 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Daviça sentì il rumore dei passi, pesanti, e le voci, alterate, mentre, balzata dalla sedia e in preda al terrore, cercava di riconoscere quelle voci. Chi aveva perduto per sempre: il marito, il padre, il cognato? O, forse, erano salvi e sarebbero state altre donne a piangere in quella primavera che nell'aria fredda del primo mattino sapeva ancora d'inverno? Ma la porta che si spalancava lasciando entrare Blanko, con il fratello più giovane gettato sulla spalla come un sacco di patate, la fece respirare di sollievo, subito venato di vergogna per quella felicità di vedere vivo il marito che i suoi occhi non erano riusciti a nascondere
Dietro gli altri due uomini. Con una manata il marito liberò la tavola, stendendovi il fratello mentre urlava alla moglie: "Prendi dell'acqua, andate a chiamare il barbiere... " tagliando con il coltello la camicia e mettendo a nudo la ferita. La madre di Daviça, scuotendo la testa, mormorò: " Povero Bosak, povero ragazzo... non c'è più niente da fare" mentre Blanko cercava di tamponare il sangue, chiamando il fratello e mescolando bestemmie a invocazioni ai santi, nella cucina dove la luce del sole illuminava il volto del ragazzo, disteso sul tavolo, il capo ripiegato sulla spalla, il viso che sbiancava mentre il sangue scivolando dal tavolo arrossava il pavimento. Entrò il barbiere che, dopo essersi chinato sul ferito, alzò gli occhi sconsolato sui presenti, rendendo con quello sguardo superflua ogni parola, poi, con rispetto e leggerezza chiuse gli occhi al ragazzo borbottando "Occupiamoci dei vivi!"
Blanko aveva una ferita da coltello per un colpo di striscio al braccio e il barbiere, dopo essersi seduto e aver pulito la ferita, cominciò a ricucirla.
"Fate in fretta " borbottò Blanko e rivolgendosi al padre ordinò: "Caricate il fucile che quei due rinnegati li ammazzo!"
Sulla cucina calò un silenzio che per qualche istante nessuno osò infrangere: la madre di Daviça cominciò in silenzio a pulire il pavimento, gli altri due uomini, furenti di rabbia e dolore, stavano già caricando il fucile. Daviça era lucida, quasi fredda mentre pensava che doveva trovare un modo per porre fine al massacro. Nessuno avrebbe osato in quel momento contraddire Blanko e lei sapeva che nemmeno le sue lacrime l'avrebbero fermato, nemmeno ricordargli che aveva un figlio... "La gente della nostra razza lava le offese con il sangue" pensò provando una cupa disperazione, ma non rassegnazione.
"Beviamo qualcosa di caldo: siamo tutti sconvolti e tu, Blanko, hai perso molto sangue" disse e veloce si avvicinò al camino. Pochi minuti dopo la fiamma scaldava l'acqua nel samovar e la donna s'infilava nella tasca del grembiule un boccettino.
Blanko a bassa voce raccontava l'agguato che, ad eccezione di alcuni irrilevanti particolari, non era diverso da quelli che, in quella faida che da tre generazioni insanguinava il paese, l'avevano preceduto, opponendo i Sokol ai Dabrovich. I Sokol, una famiglia numerosa e povera di contadini e pastori, avevano lavorato spesso per i Dabrovich, da generazioni i più ricchi e arroganti del paese. C'era stato all'origine della faida un diverbio finito a coltellate, apparentemente per un furto d'agnelli, ma nel paese si mormoravano pettegolezzi che le beghine riportavano fermandosi a chiacchierare sul sagrato della chiesa, i volti, sotto i fazzoletti bassi, improntati alla disapprovazione e alla sorpresa.
Dietro gli altri due uomini. Con una manata il marito liberò la tavola, stendendovi il fratello mentre urlava alla moglie: "Prendi dell'acqua, andate a chiamare il barbiere... " tagliando con il coltello la camicia e mettendo a nudo la ferita. La madre di Daviça, scuotendo la testa, mormorò: " Povero Bosak, povero ragazzo... non c'è più niente da fare" mentre Blanko cercava di tamponare il sangue, chiamando il fratello e mescolando bestemmie a invocazioni ai santi, nella cucina dove la luce del sole illuminava il volto del ragazzo, disteso sul tavolo, il capo ripiegato sulla spalla, il viso che sbiancava mentre il sangue scivolando dal tavolo arrossava il pavimento. Entrò il barbiere che, dopo essersi chinato sul ferito, alzò gli occhi sconsolato sui presenti, rendendo con quello sguardo superflua ogni parola, poi, con rispetto e leggerezza chiuse gli occhi al ragazzo borbottando "Occupiamoci dei vivi!"
Blanko aveva una ferita da coltello per un colpo di striscio al braccio e il barbiere, dopo essersi seduto e aver pulito la ferita, cominciò a ricucirla.
"Fate in fretta " borbottò Blanko e rivolgendosi al padre ordinò: "Caricate il fucile che quei due rinnegati li ammazzo!"
Sulla cucina calò un silenzio che per qualche istante nessuno osò infrangere: la madre di Daviça cominciò in silenzio a pulire il pavimento, gli altri due uomini, furenti di rabbia e dolore, stavano già caricando il fucile. Daviça era lucida, quasi fredda mentre pensava che doveva trovare un modo per porre fine al massacro. Nessuno avrebbe osato in quel momento contraddire Blanko e lei sapeva che nemmeno le sue lacrime l'avrebbero fermato, nemmeno ricordargli che aveva un figlio... "La gente della nostra razza lava le offese con il sangue" pensò provando una cupa disperazione, ma non rassegnazione.
"Beviamo qualcosa di caldo: siamo tutti sconvolti e tu, Blanko, hai perso molto sangue" disse e veloce si avvicinò al camino. Pochi minuti dopo la fiamma scaldava l'acqua nel samovar e la donna s'infilava nella tasca del grembiule un boccettino.
Blanko a bassa voce raccontava l'agguato che, ad eccezione di alcuni irrilevanti particolari, non era diverso da quelli che, in quella faida che da tre generazioni insanguinava il paese, l'avevano preceduto, opponendo i Sokol ai Dabrovich. I Sokol, una famiglia numerosa e povera di contadini e pastori, avevano lavorato spesso per i Dabrovich, da generazioni i più ricchi e arroganti del paese. C'era stato all'origine della faida un diverbio finito a coltellate, apparentemente per un furto d'agnelli, ma nel paese si mormoravano pettegolezzi che le beghine riportavano fermandosi a chiacchierare sul sagrato della chiesa, i volti, sotto i fazzoletti bassi, improntati alla disapprovazione e alla sorpresa.
Gentile Presidente...
Gentile Presidente del Consiglio,
mentre scrivevo quell’aggettivo “gentile” mi saliva alla gola una certa ridarola perché la gentilezza che è fatta di misura, attenzione all’altro da sé e una punta di ritrosia, non è tra le sue – pur numerose – doti.
Oggi mi è giunta la notizia da parte di un caro amico di un altro licenziamento. La mia reazione, sulla base dei suoi illuminati consigli, è stata subito improntata a giovialità, barzellette - tratte dal suo ricco e variegato repertorio - sui disoccupati (in questo caso non ci sarà cassa integrazione date le modeste dimensioni dell’industria fallita) e tanto sano ottimismo, improntato a una visione della giornata del disoccupato spaparanzato in mutande (non è poco in queste giornate di caldo torrido) davanti alla TV a godersi i programmi prodotti dalle sue reti. Ma quello aveva proprio il magone, e era plumbeo: come uno di sinistra, quelli che le cose se le fanno andare male proprio per potersi lamentare, per poter scendere in piazza. Ammettessero mai che è una scusa per portare il cane a passeggio, pora bestia…
E’ tutta invidia, Presidente perché Lei è ricco, bello e famoso. Be’, io sulla bellezza avrei qualche dubbio, ma le donne la trovano irresistibile, un vero e proprio trombeur de femmes, pardon tombeur, come certamente la sua fortunata consorte potrebbe, in qualunque momento, confermare se, a furia di bazzicare corsi sull’etica negli e degli affari, non avesse finito per perderci la testa e pensare (quando le donne usano la parte che va dal collo in su, mi permetto di fare mio un suo concetto, i guai sono all’ordine del giorno) che negli affari ci siano regole morali da rispettare e che preferire alla moglie cinquantenne tre sedicenni sia da malati. Idee malsane che le ha messo in testa quel filosofo da quattro soldi che si ostina a frequentare, perché fa tanto intellettuale di sinistra.
Comunque Presidente, e con questo concludo, io la stimo e la ammiro moltissimo, lei è il mio punto di riferimento, il faro che illumina la mia un po’ grigia esistenza. E’ riuscito a farsi dare dalle banche finanziamenti miliardari senza alcuna garanzia, in amicizia, facendosi presentare da politici di rilievo, diventati suoi amici. (Come se la conquista Lei la gente…) quando a me in banca, dove mi conoscono da quando il nonno, buonanima, mi metteva cinquemila lire per il compleanno sul libretto di risparmio, non concedono nemmeno mille euro di scoperto sul conto. E’ sempre circondato da donne splendide… un po’ leggerine, un po’tanto eh, eh, - altrimenti perché le chiamerebbero veline? Non pago, guadagna un treno di soldi e quando ha un problema, va in Parlamento e si commissiona una legge che, come un abito fatto da un sarto, - vuoi mettere - calzi a pennello sulla sua persona. Be’, chi può le leggi come gli abiti, se le fa “su misura” o “ad personam”.
E ora, Presidente, La saluto e le auguro di farsi una bella vacanza ma, dia retta a me, la Veronica la lasci a casa che questa volta ha proprio esagerato e, si ricordi che Noi Italiani la vogliamo in forma, sempre giovane, pimpante, mica come Prodi che sembrava suo nonno.
Buone vacanze Presidente!
mentre scrivevo quell’aggettivo “gentile” mi saliva alla gola una certa ridarola perché la gentilezza che è fatta di misura, attenzione all’altro da sé e una punta di ritrosia, non è tra le sue – pur numerose – doti.
Oggi mi è giunta la notizia da parte di un caro amico di un altro licenziamento. La mia reazione, sulla base dei suoi illuminati consigli, è stata subito improntata a giovialità, barzellette - tratte dal suo ricco e variegato repertorio - sui disoccupati (in questo caso non ci sarà cassa integrazione date le modeste dimensioni dell’industria fallita) e tanto sano ottimismo, improntato a una visione della giornata del disoccupato spaparanzato in mutande (non è poco in queste giornate di caldo torrido) davanti alla TV a godersi i programmi prodotti dalle sue reti. Ma quello aveva proprio il magone, e era plumbeo: come uno di sinistra, quelli che le cose se le fanno andare male proprio per potersi lamentare, per poter scendere in piazza. Ammettessero mai che è una scusa per portare il cane a passeggio, pora bestia…
E’ tutta invidia, Presidente perché Lei è ricco, bello e famoso. Be’, io sulla bellezza avrei qualche dubbio, ma le donne la trovano irresistibile, un vero e proprio trombeur de femmes, pardon tombeur, come certamente la sua fortunata consorte potrebbe, in qualunque momento, confermare se, a furia di bazzicare corsi sull’etica negli e degli affari, non avesse finito per perderci la testa e pensare (quando le donne usano la parte che va dal collo in su, mi permetto di fare mio un suo concetto, i guai sono all’ordine del giorno) che negli affari ci siano regole morali da rispettare e che preferire alla moglie cinquantenne tre sedicenni sia da malati. Idee malsane che le ha messo in testa quel filosofo da quattro soldi che si ostina a frequentare, perché fa tanto intellettuale di sinistra.
Comunque Presidente, e con questo concludo, io la stimo e la ammiro moltissimo, lei è il mio punto di riferimento, il faro che illumina la mia un po’ grigia esistenza. E’ riuscito a farsi dare dalle banche finanziamenti miliardari senza alcuna garanzia, in amicizia, facendosi presentare da politici di rilievo, diventati suoi amici. (Come se la conquista Lei la gente…) quando a me in banca, dove mi conoscono da quando il nonno, buonanima, mi metteva cinquemila lire per il compleanno sul libretto di risparmio, non concedono nemmeno mille euro di scoperto sul conto. E’ sempre circondato da donne splendide… un po’ leggerine, un po’tanto eh, eh, - altrimenti perché le chiamerebbero veline? Non pago, guadagna un treno di soldi e quando ha un problema, va in Parlamento e si commissiona una legge che, come un abito fatto da un sarto, - vuoi mettere - calzi a pennello sulla sua persona. Be’, chi può le leggi come gli abiti, se le fa “su misura” o “ad personam”.
E ora, Presidente, La saluto e le auguro di farsi una bella vacanza ma, dia retta a me, la Veronica la lasci a casa che questa volta ha proprio esagerato e, si ricordi che Noi Italiani la vogliamo in forma, sempre giovane, pimpante, mica come Prodi che sembrava suo nonno.
Buone vacanze Presidente!
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