Viviamo tempi piccoli, quasi striminziti, come scampoli di stoffa venduti sulle bancarelle del mercato, anzi svenduti perché insufficienti per farci qualcosa, a meno che la nostra taglia non sia minima. Corti i pensieri, che si arenano appena vengano soddisfatti l'ambizione o il tornaconto personali, obiettivi ai quali si omologano i comportamenti individuali in una stantia ripetitività che sembrerebbe aver definitivamente bandito la fantasia.
Tutti eguali, basti pensare alle aspiranti al titolo di miss Italia, fatte, quasi fossero uscite da una catena di montaggio, in serie con la complicità anche della chirurgia plastica che gonfia seni extra large e assottiglia nasini alla francese. Fuori dagli stereotipi il vuoto. La diversità: bandita! Perché? Perché tanta paura di tutto ciò che esce dagli schemi? Dal Giappone arriva la notizia della crescita esponenziale delle agenzia che forniscono, dietro compenso, uomini e donne su misura, per tutte le stagioni, per ripristinare cliché infranti che collocano al di fuori dei modelli che sembrerebbero dare sicurezza. Si affitta un uomo per una sera per farsi accompagnare a una festa? Ma le giovani donne giapponesi non se lo sanno trovare da sole un uomo? Oltre ai cibi preconfezionati, ora anche i rapporti assumeranno questa caratteristica? E avranno lo stesso sapore di cartone dei surgelati "That's amore findus" che, tanto per dare il via all'inscatolamento anche dei sentimenti, ne evocano nel nome il più potente? Queste agenzie forniscono anche padri per un colloquio con i professori, quando il padre naturale sia assente e dimentico del proprio rampollo. E dato che nulla può dare al ragazzino in affetto e calore, essendo reclutato dalla madre dietro compenso, anche salato, orario, a cosa diavolo serve? A far ritenere agli altri che la famiglia sia unita? Tutto regolare, tutto a posto e niente in ordine? Una illusione, ennesima, di normalità o presunta tale, da acquistare a pagamento?
Così facendo, se non si istituzionalizza la finzione, la si commercializza. E' insito nell'uomo il bisogno di mascheramento, il Carnevale veneziano, che durava per buona parte dell'anno, aveva obbligato il Senato della Serenissima, nel Settecento, a intervenire per regolamentarlo minutamente. Ma allora, i secoli passano su di noi dando forme diverse a realtà individuali e interiori sempre eguali? Le generalizzazioni non hanno senso, se non quello - non direi irrilevante - di rassicurare potentemente l'individuo. Questo bisogno di uniformità, questo sconfortante conformismo che vedo dilagare intorno a me, è forse frutto della paura? E' una gioventù spaventata quella che mi circonda? Tanto spaventata da arroccarsi nella sua cittadella e alzare il ponte levatoio? E una gioventù che canta solo nel coro, che non tollera i solisti? Cresciuta a Trieste tra odi non sopiti, rancori e recriminazioni, a ridosso di un confine che penetrava profondo, incidendo non solo la terra, i paesi e i cimiteri ma anche le coscienze, giù, giù in fondo fino all'anima, non credo ai limiti, agli steccati, agli orticelli recintati con sbarre che danno soltanto un'illusione di protezione. Credo che al di là della propria cultura - come afferma Lev Tolstoj - non ci sia il vuoto, ma un'altra cultura, credo alla diversità come ricchezza di un popolo... credo che ci sia posto per tutti se riusciamo a guardare ciò che il mondo ci offre con occhi privi di paura.
martedì 22 settembre 2009
lunedì 21 settembre 2009
Woodie Allen regista del disincanto
"Basta che funzioni", ci sussurra un Woodie Allen che vede avvicinarsi a tutta velocità il capolinea che, nella sua odiata/amata New York, porrà fine ai suoi giorni che, come i nostri, si consumano in quel rogo breve e intenso che è la vita. Il pudore per un mondo che i suoi occhi d'artista e uomo geniale colgono in tutta la sua devastante e immodificabile ripetitività di nascita, riproduzione e morte, dà la stura a una comicità che alimenta un fuoco d'artificio di battute fulminanti su cui si regge, come un'abile equilibrista sul filo, la diafana trama del film. Un geniale professore, sommerso dalla paura del vivere al punto di tentare il suicidio, entra in rotta di collisione con una ragazzina fuggita di casa, spersa in una New York tentacolare e affascinante che, come sempre, il regista sapientemente descrive. Approderanno alla sua porta, resti di quel naufragio con il quale ogni vita fa i conti, anche il padre e la madre della ragazza che lui sposerà, dopo averla raccattata come un cucciolo smarrito e trovato per caso. Sconvolti e provati entrambi dalla rottura degli schemi che, ingabbiandoli, li hanno per anni protetti da se stessi e dal rischio dei cambiamenti, gettate alle ortiche le sicurezze, avranno modo di scoprire, nel coraggio della trasgressione, quel po' di felicità che, come fuoco acceso in un bivacco, dà calore e conforto. Godetevi quel calore, scaldandovi a ogni fuoco suggerisce il regista del disincanto, quale a me sembra sia questo maturo Woodie Allen, che sa, senza più illusioni, che anche il fuoco più vivo all'alba è cenere, solo cenere grigia sotto un cielo spento.
domenica 20 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Nello studio il silenzio era rotto soltanto dal crepitio sommesso del fuoco. Il rabbino che vedeva dilagare l'epidemia, anche se aggredito dal dolore dei sopravvissuti, doveva trovare per ognuno di loro una parola di conforto. E per se stesso quale appiglio? Gli sfilavano davanti agli occhi i volti dei morti e dei moribondi: bambini, tra cui la piccolo Angela, adulti giovani e forti come Amos, vecchi pieni di saggezza... Perché? Il suo Dio, al quale si rivolgeva, gli sfuggiva, sfocava o tuonava minaccioso in quelle notti passate a guardare il fuoco, mentre il dolore della sua gente lo passava da parte a parte, dilaniandolo. Anche Sigismondo era provato: in quelle giornate - in cui il tempo, quel suo tempo di forzato del nulla, aveva assunto una valenza diversa, dilatandosi a dismisura e consegnandolo allo strazio dei ricordi e all'incertezza dei dubbi - la sua vigliaccheria, la debolezza, la stupidità che l'avevano perduto gli erano state compagne angosciose che, non paghe di torturarlo di giorno, si erano insinuate anche nei suoi sogni trasformandoli in incubi mostruosi che gli avevano riportato alla memoria i segreti che ogni uomo ha e che nasconde nelle pieghe dell'anima per non esserne sopraffatto.
I due uomini si guardarono negli occhi, scoprendo la complicità che nasce dal riconoscersi uno nella disperazione dell'altro, e sulle labbra di Sigismondo prese voce quella domanda appena sussurrata: "La sorella di mia figlia è morta, vero?" Il rabbino annuì. "E' tutta colpa mia, il Signore mi punirà per ciò che ho fatto" disse il Veneziano mentre il vecchio davanti a lui, scuotendo la testa, gli rispondeva: "Ha altro da fare in questi giorni e... con persone come voi sarebbe un'inutile perdita tempo: siete in grado di rovinarvi la vita da solo con le vostre stesse mani". Ma non sfoderava l'abituale ironia e, rivolgendogli un'altra occhiata, concluse:" Siete fortunato e Dio sa quanto poco ve lo meritiate: Il Moro, vostra moglie e vostra figlia si sono salvati dall'incendio e sono fuggiti imbarcandosi sulla "Principessa del mare" che fa rotta per l'Istria. Ora dopo essere ritornata a Trieste, sta per salpare... " Il Veneziano, mentre un'espressione di sollievo gli dilagava sul volto stanco e pallido, guardò mervigliato il rabbi che cogliendo il significato di quell'occhiata, con un gesto della mano che indicava tutta la sua stanchezza, gli rispose:
"Queste famiglie distrutte mi straziano: sono stanco di dolore e morte. Andatevene, raggiungeteli e siate riconoscenti al Signore che in questo momento si è servito di me per darvi un'altra opportunità". Poi si alzò e lo accompagnò alla porta.
Sigismondo uscì in fretta, percorse i vicoli muti e scuri, a lunghi passi uscì dal ghetto, l'aria che gli entrava nei polmoni, il mantello che gli svolazzava nella corsa. Le strade lo ingoiavano, il cuore gli batteva forte: l'aria sapeva ora di mare, spuntavano gli alberi delle navi e si levava il vento. L'aquila imperiale apriva le ali sul pennone più alto della "Principessa del mare".
I due uomini si guardarono negli occhi, scoprendo la complicità che nasce dal riconoscersi uno nella disperazione dell'altro, e sulle labbra di Sigismondo prese voce quella domanda appena sussurrata: "La sorella di mia figlia è morta, vero?" Il rabbino annuì. "E' tutta colpa mia, il Signore mi punirà per ciò che ho fatto" disse il Veneziano mentre il vecchio davanti a lui, scuotendo la testa, gli rispondeva: "Ha altro da fare in questi giorni e... con persone come voi sarebbe un'inutile perdita tempo: siete in grado di rovinarvi la vita da solo con le vostre stesse mani". Ma non sfoderava l'abituale ironia e, rivolgendogli un'altra occhiata, concluse:" Siete fortunato e Dio sa quanto poco ve lo meritiate: Il Moro, vostra moglie e vostra figlia si sono salvati dall'incendio e sono fuggiti imbarcandosi sulla "Principessa del mare" che fa rotta per l'Istria. Ora dopo essere ritornata a Trieste, sta per salpare... " Il Veneziano, mentre un'espressione di sollievo gli dilagava sul volto stanco e pallido, guardò mervigliato il rabbi che cogliendo il significato di quell'occhiata, con un gesto della mano che indicava tutta la sua stanchezza, gli rispose:
"Queste famiglie distrutte mi straziano: sono stanco di dolore e morte. Andatevene, raggiungeteli e siate riconoscenti al Signore che in questo momento si è servito di me per darvi un'altra opportunità". Poi si alzò e lo accompagnò alla porta.
Sigismondo uscì in fretta, percorse i vicoli muti e scuri, a lunghi passi uscì dal ghetto, l'aria che gli entrava nei polmoni, il mantello che gli svolazzava nella corsa. Le strade lo ingoiavano, il cuore gli batteva forte: l'aria sapeva ora di mare, spuntavano gli alberi delle navi e si levava il vento. L'aquila imperiale apriva le ali sul pennone più alto della "Principessa del mare".
Brunetta e il cambiamento
Gentile ministro Brunetta, ma cosa mai le è successo? Le rammento che i suoi lombi poggiano su uno scranno ministeriale del quale ha abusato dando vita a uno spettacolo, pardon, avanspettacolo, certamente indegno di un Ministro della Repubblica.
Dall'alto della sua dignità di uomo politico, lei si è abbassato - c'è un limite alla bassezza - al livello del marciapiede, di cui ha usato il linguaggio. Incapace di controllo ha inveito contro i suoi avversari politici e, in stato evidentemente confusionale, ha parlato di complotti tramati a danno del governo da una sinistra per o del male, allarmandomi notevolmente. Non dimentico infatti che il presidente Bush, parlando di un impero del male, usò la stessa terminologia prima di mandare i ragazzi americani, nonché i nostri, a uccidere e farsi uccidere in Afganistan e Iraq. Per fortuna, subito dopo, quella stessa sinistra, diventata miracolosamente "élite" l'ha definita "di merda" - mia nonna , buonanima, avrebbe detto un'onta e una sponta - riportandola ai frizzi e lazzi sguaiati, ma un po' meno pericolosi, dello spettacolo.
Inoltre, se non vado errata, Lei è Ministro dell'Innovazione? Adempia allora al suo mandato ministeriale: nel confronto politico introduca qualcosa che risulti assolutamente nuovo per lei e il suo governo. Che ne direbbe dell'educazione?
Dall'alto della sua dignità di uomo politico, lei si è abbassato - c'è un limite alla bassezza - al livello del marciapiede, di cui ha usato il linguaggio. Incapace di controllo ha inveito contro i suoi avversari politici e, in stato evidentemente confusionale, ha parlato di complotti tramati a danno del governo da una sinistra per o del male, allarmandomi notevolmente. Non dimentico infatti che il presidente Bush, parlando di un impero del male, usò la stessa terminologia prima di mandare i ragazzi americani, nonché i nostri, a uccidere e farsi uccidere in Afganistan e Iraq. Per fortuna, subito dopo, quella stessa sinistra, diventata miracolosamente "élite" l'ha definita "di merda" - mia nonna , buonanima, avrebbe detto un'onta e una sponta - riportandola ai frizzi e lazzi sguaiati, ma un po' meno pericolosi, dello spettacolo.
Inoltre, se non vado errata, Lei è Ministro dell'Innovazione? Adempia allora al suo mandato ministeriale: nel confronto politico introduca qualcosa che risulti assolutamente nuovo per lei e il suo governo. Che ne direbbe dell'educazione?
venerdì 18 settembre 2009
Romanzo a puntate I Dellapicca
Sigismondo si fermò, in bilico sul tetto, affascinato dalla vista che gli si spalancava davanti.
Dopo giorni passati come un topo in trappola a misurare a larghi e concitati passi la sua prigione, respirava a pieni polmoni quell'aria frizzante che gli regalava il profumo brusco del mare. Nel ghetto stava succedendo qualcosa: dall'alto, lasciando scorrere lo sguardo sull'intrico dei vicoli che, angusti e bui, disegnavano la sbilenca geometria del luogo, poteva cogliere maleodoranti fumi d'incendio e il rumore delle ruote di un carretto che arrivava stridente al suo orecchio. Non si udivano rumori di passi, né suoni di voci. Le finestre delle case erano sprangate e un silenzio attonito e inspiegabile gravava sul ghetto, rotto soltanto da quel cigolio che si stava facendo più forte mentre entrava nella sua visuale quell'uomo, coperto da un mantello. Dietro al carro un'altra figura d'uomo: nera, spettrale. Cosa trasportavano? Intavide, aguzzando lo sguardo, un intrico di braccia e gambe che ciondolavano quasi sfiorando i ciottoli della strada, sobbalzando abbandonati su quelle poche assi che ne reggevano il peso a stento. Sigismondo sentì un brivido di paura rizzargli la pelle mentre la porta di una delle case che davano sulla strada si apriva e nel vano si stagliava una figura femminile. Tra le braccia un fagotto. Il carro si fermava, mentre la donna a piccoli passi rigidi si avvicinava ai due uomini. Ora era lì, immobile, il velo che le scendeva dalla testa a incorniciare il volto. Uno dei due uomini le strappò il fagotto dalle braccia, gettandolo sul carro che faticosamente si rimise in moto, mentre la donna cadeva in ginocchio, i pugni alzati, contratti dall'ira, verso il cielo e quel mugolio che poco aveva di umano che si spezzava in un urlo che l'eco amplificava. Dalla porta della casa del rabbi uscì Genoveffa.
"Yael, vieni, vieni... è la volontà di Dio!"le mormorò , cercando di farla rialzare.
Sigismondo, che era riuscito faticosamente a raggiungere la strada, approffittando della confusione s'infilò nella casa e, percorso il corridoio, piombò nello studio del rabbi. L'uomo seduto dietro alla scrivania sollevò su di lui gli occhi, in cui il dolore e la stanchezza dilagavano come una marea inarrestabile, conferendo allo sguardo quel luccicchio malato, febbricitante. Appariva provato, diverso dall'uomo pacato e fermo, sottilmente astuto, che il Veneziano ricordava.
"L'epidemia stringe il ghetto in una morsa... si porta via i bambini e i vecchi lasciandoci senza futuro e senza passato, inchiodati - come un cristo sulla croce - a un presente incerto e doloroso. Oh Dio mio perchè infliggerci questa punizione? Manco la pazienza di Giobbe sarebbe sufficiente... " e s'interruppe, mentre Sigismondo chiedeva, roco nella voce che gli usciva strozzata dalla gola:" Che fine hanno fatto mie figlie, mia moglie e il Moro?"
Il rabbi lo guardò interrogativo, l'ironia che si accendeva a vivacizzargli lo sguardo:"Mie figlie? Mi risulta ne abbiate una soltanto".
Il Venziano crollò sulla seggiola: "Fingete di non capire: ho visto la donna che era venuta da voi la sera in cui bussai alla vostra porta con... con..." e la voce gli si spezzò, mentre il vecchio lo osservava. Il lume, che andava esaurendo l'olio, disegnava ombre che incupivano i volti corrucciati e stanchi dei due uomini che, come due animali pronti ad attaccarsi, si misuravano nel chiarore fumigante della lampada.
Dopo giorni passati come un topo in trappola a misurare a larghi e concitati passi la sua prigione, respirava a pieni polmoni quell'aria frizzante che gli regalava il profumo brusco del mare. Nel ghetto stava succedendo qualcosa: dall'alto, lasciando scorrere lo sguardo sull'intrico dei vicoli che, angusti e bui, disegnavano la sbilenca geometria del luogo, poteva cogliere maleodoranti fumi d'incendio e il rumore delle ruote di un carretto che arrivava stridente al suo orecchio. Non si udivano rumori di passi, né suoni di voci. Le finestre delle case erano sprangate e un silenzio attonito e inspiegabile gravava sul ghetto, rotto soltanto da quel cigolio che si stava facendo più forte mentre entrava nella sua visuale quell'uomo, coperto da un mantello. Dietro al carro un'altra figura d'uomo: nera, spettrale. Cosa trasportavano? Intavide, aguzzando lo sguardo, un intrico di braccia e gambe che ciondolavano quasi sfiorando i ciottoli della strada, sobbalzando abbandonati su quelle poche assi che ne reggevano il peso a stento. Sigismondo sentì un brivido di paura rizzargli la pelle mentre la porta di una delle case che davano sulla strada si apriva e nel vano si stagliava una figura femminile. Tra le braccia un fagotto. Il carro si fermava, mentre la donna a piccoli passi rigidi si avvicinava ai due uomini. Ora era lì, immobile, il velo che le scendeva dalla testa a incorniciare il volto. Uno dei due uomini le strappò il fagotto dalle braccia, gettandolo sul carro che faticosamente si rimise in moto, mentre la donna cadeva in ginocchio, i pugni alzati, contratti dall'ira, verso il cielo e quel mugolio che poco aveva di umano che si spezzava in un urlo che l'eco amplificava. Dalla porta della casa del rabbi uscì Genoveffa.
"Yael, vieni, vieni... è la volontà di Dio!"le mormorò , cercando di farla rialzare.
Sigismondo, che era riuscito faticosamente a raggiungere la strada, approffittando della confusione s'infilò nella casa e, percorso il corridoio, piombò nello studio del rabbi. L'uomo seduto dietro alla scrivania sollevò su di lui gli occhi, in cui il dolore e la stanchezza dilagavano come una marea inarrestabile, conferendo allo sguardo quel luccicchio malato, febbricitante. Appariva provato, diverso dall'uomo pacato e fermo, sottilmente astuto, che il Veneziano ricordava.
"L'epidemia stringe il ghetto in una morsa... si porta via i bambini e i vecchi lasciandoci senza futuro e senza passato, inchiodati - come un cristo sulla croce - a un presente incerto e doloroso. Oh Dio mio perchè infliggerci questa punizione? Manco la pazienza di Giobbe sarebbe sufficiente... " e s'interruppe, mentre Sigismondo chiedeva, roco nella voce che gli usciva strozzata dalla gola:" Che fine hanno fatto mie figlie, mia moglie e il Moro?"
Il rabbi lo guardò interrogativo, l'ironia che si accendeva a vivacizzargli lo sguardo:"Mie figlie? Mi risulta ne abbiate una soltanto".
Il Venziano crollò sulla seggiola: "Fingete di non capire: ho visto la donna che era venuta da voi la sera in cui bussai alla vostra porta con... con..." e la voce gli si spezzò, mentre il vecchio lo osservava. Il lume, che andava esaurendo l'olio, disegnava ombre che incupivano i volti corrucciati e stanchi dei due uomini che, come due animali pronti ad attaccarsi, si misuravano nel chiarore fumigante della lampada.
Tutto è diverso, ma nulla è cambiato
C'era una volta un mondo piccolo dove si nasceva e moriva nello stesso posto, parlando lo stesso dialetto e vedendo dalle finestre di casa lo stesso panorama. Lasciando tra le dita solo la polvere impalpabile del tempo, fluivano nascite, comunioni, matrimoni e morti. Chi nasceva in terre bagnate dal mare nulla sapeva delle montagne che soltanto i racconti dei foresti, arrivati da lontano a narrare di terre inarcate come dorsi di puledri imbizzarriti, confusamente disegnavano davanti ai loro occhi. I confini del proprio mondo ingabbiavano rassicurando. Ma la fantasia, che non accetta confini, spaziava e l'uomo sognava: di varcare gli oceani e di volare. E i sogni si concretizzavano in scoperte che cominciavano ad allargare i confini del mondo permettendo al bipede implume di percorrerlo su cavalli d'acciaio sempre più perfezionati e veloci.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
Nasceva e si sviluppava la tecnologia.
Milioni d'informazioni e migliaia di parole, in tutte le lingue e dialetti del mondo, scorrevano sulle autostrade del nulla, veloci come la luce, passando di bocca in bocca. Un sapere sempre più ampio e condiviso: tutto e di tutti. Infranti i confini ognuno poteva ormai cavalcare a briglia sciolta. Era un cantastorie? Avrebbe narrato per il mondo. Ma qualcosa cambiava, la voce dei cantastorie veniva ingabbiata, messa sotto chiave, catalogata. Spenta. Rispuntavano i confini, a tradimento. Il bipede implume, corazzato d'acciaio e titanio, non era cambiato dentro: coltivando lo stesso misero orticello, allungava sull'orto del vicino gli stessi invidiosi sguardi. E, anche se non si gareggiava più per la zucca più grande e si usavano marchingegni più raffinati per inquinare la gara e falsare i risultati, nelle sue mille squallide facce saliva sul podio ai posti più alti, osannato dal popolino che nemmeno si accorgeva di essere turlupinato, il potere. Sempre lui, a far capire al mondo che tutto è diverso, ma nulla è cambiato.
mercoledì 16 settembre 2009
Obbedisci o ti ammazzo
"Obbedisci o ti ammazzo" non è più soltanto un modo di dire. E' diventato un modo di fare. E ogni giorno una donna muore perché, nonostante le minacce, le percosse, nonostante la paura, sceglie. Decide. E' questo che non viene tollerato? Aggirare, pietire, pregare, circuire, chiedere a bassa voce sì. Decidere no, perché presuppone libertà e parità, non quelle riconosciute dalla legge, quelle che, entrate a far parte della cultura di un popolo, hanno attecchito ormai nel profondo.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
In questo quotidiano massacro quello che può falsare il giudizio è la coesistenza apparente di amore e odio in chi uccide. Apparente, perché non c'è sentimento che possa giustificare il possesso di un essere umano, chi uccide lo fa perché vive la donna - che è ben lungi dall'amare sia tanto che troppo - come sua proprietà. Non è un raptus, non è che per qualche secondo il suo cervello vada in tilt, è da sempre che non conosce un rapporto basato sul rispetto, è da sempre un violento, un prepotente. La depressione, male dell'anima che colpisce molto più le donne degli uomini, sorella degenere della rabbia introiettata, induce soltanto i maschi a tirare fuori da sé l'aggressività, perché le donne l'eventuale arma la rivolgono soprattutto verso se stesse. E ancora, a nulla valgono le denunce che le donne fanno delle minacce, delle intimidazioni, dei pedinamenti e delle botte. Ancora troppo esile è la difesa normativa in questo campo e, se un uomo decide di farla pagare alla donna che non lo ama più, è probabile che riesca a farlo. Il nostro ordinamento giuridico contempla il divorzio, ma una divorziata come viene "vista" nel contesto sociale? E' una donna come le altre? Come una vedova? Eh no!, nonostante il divorzio sia ai primi posti nell'elenco degli eventi traumatizzanti della vita, la vedova è considerata con rispetto, la divorziata con sospetto, specialmente se è lei che ha scelto di lasciare il marito.
Dov'è la complicità femminile? Quanto è ancora ardua, tutta in salita la strada da compiere? Quante donne sono ancora ben lontane dall'aver acquisito la coscienza dei propri diritti e del proprio valore? Leggere ciò che le donne scrivono ai giornali, scoprire in internet la punta dell'iceberg della sofferenza femminile è sconvolgente, ma indicativo di una realtà che è difficilissimo modificare soprattutto, ripeto, scendendo a scandagliare il rapporto che i due sessi, ripeto i due sessi, hanno con un immaginario femminile che sembrerebbe rassicurante non modificare.
Bisognerebbe almeno incominciare a fare chiarezza nella comunicazione di certe notizie. Bandire, per sempre, l'amore dalla gamma dei sentimenti che spingono a uccidere e che sono tutti negativi. Poi tanto, tanto ancora sarebbe da fare.
Queste donne non vogliono fiori, né lacrime, né lagne; vogliono ciò che in vita non hanno avuto e per cui sono morte: rispetto. Cerchiamo di non dimenticare che a questo rispetto, almeno ora, hanno diritto.
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