Non seppe bene nemmeno lei come fosse potuto accadere, ma Ludovica rimase di nuovo incinta. A Natale nacque una bambina alla quale venne dato il nome di Alessandra.
Quella creatura la riconciliò con la vita, ma mise definitivamente in crisi il rapporto con il marito, uomo d’azione che amava viaggiare, andare a cavallo, avere gente per casa e che sembrava a suo agio dappertutto fuorché con lei e i bambini.
Ludovica era una donna curiosa che cercava risposte alle sue domande soprattutto nei libri ma quando si ritrovavano soli, messi a nanna i bambini, lui si addormentava, a volte mentre lei stava parlando…
La sensazione di vuoto affettivo con cui aveva convissuto nella famiglia d’origine era stata colmata soltanto dalla nascita dei figli che l’avevano riconciliata con il suo corpo placando le dolorose contraddizioni con cui viveva la sua femminilità. I bambini le avevano dato un’ identità, la prima che avesse avuto, l’identità femminile per antonomasia: quella materna.
E così il rifugio si era fatto trappola.
Fu per questo che sbavò e vomitò per nove lunghi mesi? Fu per questo che dovettero snidare Alessandra dal suo ventre, strappargliela a viva forza in un parto che fu lotta cruenta di contraddizioni esplose nell’anima prima che sulla pelle?
Ludovica fu una madre sicura e particolarmente tenera con la terza figlia. Il marito che all’interno della famiglia era ormai poco più che una figura fantasmatica, cominciò invece a manifestare nei confronti della moglie un’intolleranza al limite del fastidio. Non faceva più nemmeno lo sforzo di fingere per lei il ben che minimo interesse.
Aveva comperato un cavallo che teneva a pensione da un contadino e, pur di non stare a casa, passava le domeniche cavalcando. Fu in una di queste solitarie cavalcate che maturò in lui l’idea di andarsene in campagna a dirigere un’azienda agricola?
Così, facendo una scelta manicomiale, acquistarono un podere con stalla e mucche per la produzione di parmigiano reggiano e si trasferirono in campagna.
Quei mesi passati in campagna le tornavano spesso alla memoria. Il marito si alzava alle quattro del mattino per mungere le bestie nella stalla. Lei si svegliava alle sei, accendeva le stufe che immediatamente affumicavano tutte le stanze, poi preparava la colazione. La casa era gelida, umida, fumosa. A vista d’occhio all’intorno campi di trifoglio e vacche, soltanto vacche da tutte le parti.
Lucrezia e Giuseppe, che non avevano condiviso la scelta dei genitori, passavano le giornate sui letti delle loro stanze leggiucchiando giornaletti. Invece Alessandra si lasciava scivolare lungo le scale che dalla porta d’ingresso portavano all’aperto per arrivare fino alla stalla dove lavorava il padre. Soltanto lei sembrava felice, perché quella casa isolata sulla collina le concedeva spazi di libertà sconosciuti e fino a quel momento inimmaginabili.
Ludica girava con la figlia minore per le colline circostanti raccogliendo frutta selvatica e grandi mazzi di fiori di campo. Il cane le seguiva, apparendo e scomparendo da dietro ai cespugli o tra gli alberi del bosco. Quando attraversava quella manciata di case sparpagliate sulla collina, contadine un po’ inquartate negli anni, il grembiule di grisaglia annodato sui fianchi, la salutavano cerimoniose mentre i loro uomini, sulla porta delle stalle a bestemmiare contro le vacche, il tempo e il governo, si toglievano il berretto, tacendo impacciati. Dopo un po’, nel suo girovagare, avevano cominciato a invitarla a bere un caffè oppure un bicchierino di liquore, fatto con "i bargnulen" che chiazzavano di viola i cespugli spinosi lungo la strada. Aveva fatto amicizia con quelle donne semplici, piegate da anni di lavoro duro nei campi e nelle stalle, quelle donne che la guardavano stupite scuotendo la testa intimidite dai suoi modi cittadini, dalla sua gentilezza e da quella lingua italiana che solamente a tratti, sgrammaticata, affiorava nei loro discorsi. “Ma chi glielo ha fatto fare? Non è adatta per questa vita: bisogna esserci nate, in campagna. Non ci si improvvisa contadini…” le dicevano in dialetto, quando chiedeva aiuto perché un cane selvatico le aveva ucciso una gallina oppure i parassiti avevano divorato l’insalata del suo orto.
Come lei anche Giovanni, le mani gonfie, arrossate e piene di vesciche, affondava in quella realtà contadina che aveva conosciuto da padrone e non da servo, nei suoi anni giovanili. Invitava i vicini, di cui aveva assoluto bisogno, un giorno sì e l’altro pure e Ludovica spignattava come una pazza in quella cucina enorme che di sera, quando gli ospiti se n’erano andati, sembrava un bivacco di soldati.
C’erano stati anche dei momenti belli: un pomeriggio nel bosco, con Alessandra che le zampettava accanto nella luce calda di un autunno precoce, aveva raccolto castagne e funghi che le vicine le avevano insegnato a distinguere da quelli non mangerecci. Al ritorno verso casa avevano trovato un albero di noci e la piccola aveva riso felice mentre lei scuotendo i rami la bombardava, porgendole poi il cestino per farsi aiutare a raccogliere i frutti che le grandinavano tutto intorno. A casa al ritorno, acceso il fuoco, aveva cucinato i funghi e la polenta e, tritandovi dentro le noci, aveva fatto anche le crepes. Poi, notando la disponibilità del marito, aveva deciso di parlargli. (continua...)
lunedì 4 gennaio 2010
venerdì 1 gennaio 2010
E' venerdì
Sollevò gli occhi dal libro e incrociò il suo sguardo. La stava osservando, pensoso. Lei gli sorrise: uno stiramento di labbra più che un sorriso, nello sguardo le passò come un frullo d'ali la paura. Lui si alzò e passandole accanto andò in cucina.
Lo sentì armeggiare: il tonfo lieve della porta della credenza, il ronzio dell'accensione elettrica del gas. La casa era assolutamente silenziosa, dalla finestra filtrava tremula la luce del giorno svelando un cielo che prometteva neve. Passò lenta frenando all'incrocio un'automobile, mentre il profumo del caffè si spandeva per casa. Primo gennaio duemiladieci. Venerdì o sabato?
Lo sentì alle spalle, poi al suo fianco: due cucchiani di zucchero... Il tè puoi anche non zuccherarlo, il caffè è buono dolce.
Le passò la tazzina.
"E' venerdì" le sussurrò.
Riprese in mano il libro, aperto sulla pagina da leggere.
Abbandonò tra le mani dell'anno vecchio la malattia, la fatica, l'impotenza e, equipaggiata solo dalla curiosità di scoprire il mondo, affrontò l'anno nuovo, appesa a quel sorriso, a quel profumo di caffè e a quel silenzio che non aveva bisogno di domande per darle le giuste risposte.
Lo sentì armeggiare: il tonfo lieve della porta della credenza, il ronzio dell'accensione elettrica del gas. La casa era assolutamente silenziosa, dalla finestra filtrava tremula la luce del giorno svelando un cielo che prometteva neve. Passò lenta frenando all'incrocio un'automobile, mentre il profumo del caffè si spandeva per casa. Primo gennaio duemiladieci. Venerdì o sabato?
Lo sentì alle spalle, poi al suo fianco: due cucchiani di zucchero... Il tè puoi anche non zuccherarlo, il caffè è buono dolce.
Le passò la tazzina.
"E' venerdì" le sussurrò.
Riprese in mano il libro, aperto sulla pagina da leggere.
Abbandonò tra le mani dell'anno vecchio la malattia, la fatica, l'impotenza e, equipaggiata solo dalla curiosità di scoprire il mondo, affrontò l'anno nuovo, appesa a quel sorriso, a quel profumo di caffè e a quel silenzio che non aveva bisogno di domande per darle le giuste risposte.
mercoledì 30 dicembre 2009
Racconto a puntate (La vita cambia)
Nonostante l’armistizio sancito da quel sorriso di riconoscimento le notti continuarono però a essere un incubo. Lei passeggiava avanti e indietro e pensava. Cristo santo si era sentita così sicura. Che cosa poteva essere mai un bambino? Tutte le donne li facevano. E invece era affogata nella cacca e non metaforicamente.
Le dicevano “Capirai da sola con quel misterioso sesto senso che guida le madri” e lei non capiva nulla, il sesto senso non era neanche un primo senso e gli altri cinque si erano persi per strada. Continuava a vagare per la casa con quel bambino urlante, rintronata dal sonno, senza capire perché piangesse invece di dormire, incapace di sopportare il vento in una città dove la bora la faceva da padrona.
Altro che incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva scoperto a sue spese l’alieno che ogni bambino nasconde in sé e, come per tutti gli alieni, il loro primo incontro fu uno scontro, e senza esclusione di colpi. Col tempo avrebbe imparato a convivere con gli alieni ma, forse, disimparando a convivere con gli umani.
Era riuscita anche a laurearsi. Con il bambino sulle ginocchia aveva preparato la tesi; poi si era cercata un lavoro che le consentisse di conciliare famiglia e professione. Suo marito, pur non passando le notti a ninnare il figlio, non si era laureato e aveva trovato un lavoro che non gli permetteva di conciliare un bel niente. Quando nacque il loro secondo figlio, una bambina alla quale fu dato il nome di Lucrezia, si offrì volontario per una spedizione al Polo Nord, isole Svalbard, e lei non aveva nemmeno sentito la sua mancanza tanto inesistente era ormai diventata la sua presenza.
Come non entrare in crisi? Come non confrontare la sua vita con quella del marito? Lei amava teneramente, appassionatamente i suoi figli, ma aveva dovuto scegliere, scoprendo sulla sua pelle che ogni scelta è una lacerazione e una rinuncia a una parte di sé. E quelli erano anni in cui qualcuno scriveva “Tutto e subito” come motto di una generazione che non si limitava a volere ma pretendeva tutto e subito. Siamo figli della nostra epoca e lei fu figlia della sua. Dall’America il femminismo invadeva l’Europa e lei, prigioniera in casa, leggeva nelle sue notti solitarie, leggeva tutto ciò che trovava, per non perdere il contatto con il mondo, per sentirsi viva, per non affondare in quel letto troppo grande e troppo freddo che non divideva con nessuno. La sua casa si riempiva di libri, la sua testa di parole, la sua anima di dubbi. Affiorava il risentimento, convergevano in lei le rinunce, le umiliazioni, le fatiche non ricompensate delle donne che l’avevano preceduta: la generazione delle madri, passata attraverso il teatrino del fascismo e l’orrore della guerra. Donne che non avevano trovato le parole per dirlo, come titolò un romanzo femminista di quei tempi, ma che, nella ribellione delle figlie, che dettero finalmente voce al dolore, al desiderio e al rimpianto, avrebbero trovato il loro riscatto. (continua...)
Le dicevano “Capirai da sola con quel misterioso sesto senso che guida le madri” e lei non capiva nulla, il sesto senso non era neanche un primo senso e gli altri cinque si erano persi per strada. Continuava a vagare per la casa con quel bambino urlante, rintronata dal sonno, senza capire perché piangesse invece di dormire, incapace di sopportare il vento in una città dove la bora la faceva da padrona.
Altro che incontri ravvicinati del terzo tipo, aveva scoperto a sue spese l’alieno che ogni bambino nasconde in sé e, come per tutti gli alieni, il loro primo incontro fu uno scontro, e senza esclusione di colpi. Col tempo avrebbe imparato a convivere con gli alieni ma, forse, disimparando a convivere con gli umani.
Era riuscita anche a laurearsi. Con il bambino sulle ginocchia aveva preparato la tesi; poi si era cercata un lavoro che le consentisse di conciliare famiglia e professione. Suo marito, pur non passando le notti a ninnare il figlio, non si era laureato e aveva trovato un lavoro che non gli permetteva di conciliare un bel niente. Quando nacque il loro secondo figlio, una bambina alla quale fu dato il nome di Lucrezia, si offrì volontario per una spedizione al Polo Nord, isole Svalbard, e lei non aveva nemmeno sentito la sua mancanza tanto inesistente era ormai diventata la sua presenza.
Come non entrare in crisi? Come non confrontare la sua vita con quella del marito? Lei amava teneramente, appassionatamente i suoi figli, ma aveva dovuto scegliere, scoprendo sulla sua pelle che ogni scelta è una lacerazione e una rinuncia a una parte di sé. E quelli erano anni in cui qualcuno scriveva “Tutto e subito” come motto di una generazione che non si limitava a volere ma pretendeva tutto e subito. Siamo figli della nostra epoca e lei fu figlia della sua. Dall’America il femminismo invadeva l’Europa e lei, prigioniera in casa, leggeva nelle sue notti solitarie, leggeva tutto ciò che trovava, per non perdere il contatto con il mondo, per sentirsi viva, per non affondare in quel letto troppo grande e troppo freddo che non divideva con nessuno. La sua casa si riempiva di libri, la sua testa di parole, la sua anima di dubbi. Affiorava il risentimento, convergevano in lei le rinunce, le umiliazioni, le fatiche non ricompensate delle donne che l’avevano preceduta: la generazione delle madri, passata attraverso il teatrino del fascismo e l’orrore della guerra. Donne che non avevano trovato le parole per dirlo, come titolò un romanzo femminista di quei tempi, ma che, nella ribellione delle figlie, che dettero finalmente voce al dolore, al desiderio e al rimpianto, avrebbero trovato il loro riscatto. (continua...)
Controllo, appartenenza e Fb
Dopo aver mosso i primi esitanti passi su MySpace e aver aperto un blog, mi sono iscritta a Fb. Sorvolando sulla difficoltà, strettamente tecnica, incontrata nell'usare questo spazio, non mi ha entusiasmato rendermi conto che la voglia di raccontarmi era stata ingabbiata in modalità e quantità prefissate. Con quale obiettivo? Quello di rendere più rapida, facile e ampia la comunicazione. Ma la comunicazione è confronto? Il confronto la presuppone ma non è scontato l'inverso. Io sul web ho cercato confronto e approfondimento ma devo precisare che, essendo una pensionata, questa mia ricerca non era finalizzata al conseguimento di un qualsivoglia tornaconto economico. Dopo una vita che, come per la maggior parte delle persone, si era snodata attraverso percorsi obbligati di orari, doveri, necessità, ora potevo concedermi il lusso di girovagare in piena libertà da un blog a un Social Network, sulla spinta unicamente della curiosità e dell'interesse a capire o approfondire un certo argomento. In tempi perigliosi come quelli che stiamo vivendo è scontato che molti frequentatori del web, tra cui molti blogger, abbiano scelto di privilegiare i Social Network per due motivi: perché consentono una comunicazione più immediata, schematica e quindi incisiva, e una diversa modalità di contatto. Non i contatti che si instaurano con i commentatori dei blog che possono apparire e scomparire come meteore, ma contatti con una "base" più ampia e costante nella sua partecipazione. La Serenissima come tastava il polso ai sudditi che popolavano le terre su cui si estendeva il suo dominio? Attraverso la figura dell'oste, che godeva di una posizione di prestigio poiché davanti al suo bancone passava un po' tutto il paese e, tra un bicchiere di vino e due chiacchiere, era possibile cogliere gli umori, individuare i disagi, prevenire le ribellioni dei sudditi, soprattutto di quelli più turbolenti. Fb è il bar dell'agorà dove si va a prendere l'aperitivo e dove, almeno di vista, ci si conosce tutti. E' il terreno di coltura dell'appartenenza, anche la più innocente. Forse per questo motivo - come, a mio avviso, molto correttamente si afferma ne Il nuovo mondo di Galatea - il ministro Schifani ha colto la pericolosità del Social Network più frequentato e per questo spazio e, non per il blog, ha invocato regole e limiti. Il blogger tradizionale non si aggrega, si isola e nel confronto con pochi la sua influenza si frantuma in scontri che non disturbano il potere.
Recentemente, combinando pasticci e ignorando le regole del "bon ton" informatico ho osato una sortita in uno spazio per me nuovo:Friend Feed e Twitter, ma ne parlerò alla prossima puntata.
Può essere utile leggere Diario semiserio di un viaggio viruale e Ancora blog
Recentemente, combinando pasticci e ignorando le regole del "bon ton" informatico ho osato una sortita in uno spazio per me nuovo:Friend Feed e Twitter, ma ne parlerò alla prossima puntata.
Può essere utile leggere Diario semiserio di un viaggio viruale e Ancora blog
Racconto a puntate (La vita cambia)
Un pomeriggio vennero a trovarla due amiche, studentesse universitarie.
“Te lo ricordi il professore di statistica? Quello che non concedeva appelli se non in sessione d’esame? Bene, siamo riusciti a …”.
Vedendo l’espressione della sua faccia, si erano interrotte.
“Non sai niente? Non leggi i giornali?”
Giuseppe che le aveva rigurgitato sulla spalla aveva incominciato a piangere.
“Hanno occupato la facoltà di lettere… ” stavano dicendo.
“Come?”.
Giuseppe si era cagato addosso.
“Vediamo che sei occupata, ci sentiremo in un altro momento… ” e, scambiandosi un’occhiata, si erano alzate per andarsene ignorando Giuseppe.
Un po’ impacciate si erano abbracciate.
“Tornerete a trovarmi?” aveva chiesto.
“Sì, certo!” le avevano risposto, aggiungendo in fretta: “Abbiamo molto da fare: le manifestazioni, i volantini, le assemblee…”
Le aveva guardate allontanarsi dalla finestra. Ridevano fra loro. Si erano voltate, agitando scherzosamente il pugno alzato: giovani, libere di giocare alle rivoluzionarie, mentre lei affondava nella sua guerra quotidiana.
Ludovica sentiva sua madre per telefono ma tra loro le parole non dette, le situazioni non affrontate gelavano il rapporto. Super organizzata e ordinatissima, quando arrivava in visita, la nonna lasciava scivolare occhiate sbigottite sulle ceste della biancheria da stirare, sul frigorifero con la roba ammuffita, sulle mani della figlia scorticate dai detersivi e sul disordine che all’interno dell’appartamento regnava sovrano.
Lei aveva ripreso a studiare: di notte, di giorno, quando poteva e come poteva.
Anche Giovanni aveva ripreso a frequentare l’università e a volte rientrava tardi. Si giustificava dicendo che gli strilli del bambino non gli permettevano di concentrarsi. Tra la scuola dove insegnava e la biblioteca dove studiava, cercava di stare con moglie e figlio il minor tempo possibile.
Lei non era più la brillante studentessa che aveva conosciuto.
Era una madre.
Una casalinga che nei ritagli di tempo studiava.
Era triste ed era qualcosa di poco allegro che stava sognando quella notte in cui, al solito, l’urlo invase il sogno facendola sobbalzare mentre con le mani sugli orecchi tentava di sottrarsi alla lacerazione di quel grido. Guardò l’orologio: segnava le tre ed era la terza volta che la svegliava. Dalla sagoma al suo fianco giunse un borbottio: “Fallo tacere!”. Trovò una ciabatta nella quale infilò maldestramente il piede, rinunciando a cercare la compagna.
“Vengo, vengo”.
Era lì e urlava con tutte le sue forze. Allungò una mano e fece dondolare la culla mentre meccanicamente sussurrava quella nenia che lo calmava facendolo riaddormentare. A volte, ma non era la notte giusta. Lo prese in braccio e riprese a canticchiare. L’urlo si andava smorzando in un lamento monotono e angosciato.
La maternità era l’alieno che teneva tra le braccia, quello scontro senza esclusione di colpi, l’impossibilità di trovare un linguaggio per comunicare? Tra il suo, l’urlo, e quello di lei, le nenie, il vuoto. I pediatri consultati avevano allargato le braccia, suggerendo pazienza e camomilla… Le nonne la guardavano incerte, vagamente accusatorie: aveva provato a farlo mangiare di più? Non era servito. E di meno? Idem come sopra. Lo cullava nel modo giusto? E la camomilla calda? E il succhiotto? E una musica distensiva sullo sfondo. No, quella no, perché si era addormentata lei rischiando di farselo cadere dalle braccia. Era colpa sua? Sembrava decisissimo a farla impazzire. Ora dormiva? Con una leggerezza da Arsenio Lupin, trattenendo il fiato, l’aveva adagiato nella culla mentre dalla finestra filtrava il chiarore lattiginoso che annunciava l’alba. Tratteneva il fiato. Lui emise un lungo sospiro, spalancò gli occhi e la guardò. La guardò per un interminabile minuto. Sembrò soppesarla, valutarla. Non piangeva. Lei muta. Lento, quasi irreale, sulla bocca gli sbocciò un sorriso. Sdentato. Gli gorgogliò in gola mentre anche lei rideva, lo prendeva in braccio e ne coglieva il tepore, l’odore, sentendo che, nonstante il sonno, la fatica e la paura, amava quel bambino, lo amava con tutte le sue forze e non avrebbe mai smesso di amarlo.(continua...)
“Te lo ricordi il professore di statistica? Quello che non concedeva appelli se non in sessione d’esame? Bene, siamo riusciti a …”.
Vedendo l’espressione della sua faccia, si erano interrotte.
“Non sai niente? Non leggi i giornali?”
Giuseppe che le aveva rigurgitato sulla spalla aveva incominciato a piangere.
“Hanno occupato la facoltà di lettere… ” stavano dicendo.
“Come?”.
Giuseppe si era cagato addosso.
“Vediamo che sei occupata, ci sentiremo in un altro momento… ” e, scambiandosi un’occhiata, si erano alzate per andarsene ignorando Giuseppe.
Un po’ impacciate si erano abbracciate.
“Tornerete a trovarmi?” aveva chiesto.
“Sì, certo!” le avevano risposto, aggiungendo in fretta: “Abbiamo molto da fare: le manifestazioni, i volantini, le assemblee…”
Le aveva guardate allontanarsi dalla finestra. Ridevano fra loro. Si erano voltate, agitando scherzosamente il pugno alzato: giovani, libere di giocare alle rivoluzionarie, mentre lei affondava nella sua guerra quotidiana.
Ludovica sentiva sua madre per telefono ma tra loro le parole non dette, le situazioni non affrontate gelavano il rapporto. Super organizzata e ordinatissima, quando arrivava in visita, la nonna lasciava scivolare occhiate sbigottite sulle ceste della biancheria da stirare, sul frigorifero con la roba ammuffita, sulle mani della figlia scorticate dai detersivi e sul disordine che all’interno dell’appartamento regnava sovrano.
Lei aveva ripreso a studiare: di notte, di giorno, quando poteva e come poteva.
Anche Giovanni aveva ripreso a frequentare l’università e a volte rientrava tardi. Si giustificava dicendo che gli strilli del bambino non gli permettevano di concentrarsi. Tra la scuola dove insegnava e la biblioteca dove studiava, cercava di stare con moglie e figlio il minor tempo possibile.
Lei non era più la brillante studentessa che aveva conosciuto.
Era una madre.
Una casalinga che nei ritagli di tempo studiava.
Era triste ed era qualcosa di poco allegro che stava sognando quella notte in cui, al solito, l’urlo invase il sogno facendola sobbalzare mentre con le mani sugli orecchi tentava di sottrarsi alla lacerazione di quel grido. Guardò l’orologio: segnava le tre ed era la terza volta che la svegliava. Dalla sagoma al suo fianco giunse un borbottio: “Fallo tacere!”. Trovò una ciabatta nella quale infilò maldestramente il piede, rinunciando a cercare la compagna.
“Vengo, vengo”.
Era lì e urlava con tutte le sue forze. Allungò una mano e fece dondolare la culla mentre meccanicamente sussurrava quella nenia che lo calmava facendolo riaddormentare. A volte, ma non era la notte giusta. Lo prese in braccio e riprese a canticchiare. L’urlo si andava smorzando in un lamento monotono e angosciato.
La maternità era l’alieno che teneva tra le braccia, quello scontro senza esclusione di colpi, l’impossibilità di trovare un linguaggio per comunicare? Tra il suo, l’urlo, e quello di lei, le nenie, il vuoto. I pediatri consultati avevano allargato le braccia, suggerendo pazienza e camomilla… Le nonne la guardavano incerte, vagamente accusatorie: aveva provato a farlo mangiare di più? Non era servito. E di meno? Idem come sopra. Lo cullava nel modo giusto? E la camomilla calda? E il succhiotto? E una musica distensiva sullo sfondo. No, quella no, perché si era addormentata lei rischiando di farselo cadere dalle braccia. Era colpa sua? Sembrava decisissimo a farla impazzire. Ora dormiva? Con una leggerezza da Arsenio Lupin, trattenendo il fiato, l’aveva adagiato nella culla mentre dalla finestra filtrava il chiarore lattiginoso che annunciava l’alba. Tratteneva il fiato. Lui emise un lungo sospiro, spalancò gli occhi e la guardò. La guardò per un interminabile minuto. Sembrò soppesarla, valutarla. Non piangeva. Lei muta. Lento, quasi irreale, sulla bocca gli sbocciò un sorriso. Sdentato. Gli gorgogliò in gola mentre anche lei rideva, lo prendeva in braccio e ne coglieva il tepore, l’odore, sentendo che, nonstante il sonno, la fatica e la paura, amava quel bambino, lo amava con tutte le sue forze e non avrebbe mai smesso di amarlo.(continua...)
martedì 29 dicembre 2009
Libertà vo' cercando
Primo paragrafo dello Statuto de Il Popolo della Libertà:
"Il Popolo della Libertà è un movimento di donne e uomini che credono nella libertà e vogliono rimanere liberi, e si riconoscono nei valori del Partito dei Popoli Europei: la dignità della persona, le centralità della famiglia, la libertà e la responsabilità, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà e la sussidiarietà. Il Popolo della Libertà è nato dalla libertà, nella libertà e per la libertà, perché l’Italia, nel rispetto delle sue tradizioni di civiltà e di unità nazionale, sia sempre più moderna, libera, giusta, prospera, autenticamente solidale. "
Come commenta Galvuz la parola libertà riecheggia ben nove volte in poche righe... Libertà è una parola importante che, in un Paese come il nostro, evoca un passato doloroso. Con amarezza penso a quel popolo che riempiva, solo pochi decenni fa le piazze - anche se io ero troppo piccola per ricordarlo - sventolando i cappelli e facendo volare nell'aria i baschi all'annuncio dell'entrata in guerra. Popolo che credeva in Mussolini e quindi per consequenzialità logica non credeva nella libertà. Non sapeva nemmeno cosa fosse la libertà, come la legalità, d'altronde, spazzata via dalla scelta di assassinare un avversario politico. E la giustizia? Tutti eguali davanti alla legge? Certamente non con i Tribunali speciali. Rivedo quelle lapidi che si trovano dappertutto, nelle città, nei paesi dove sbucano come funghi, perfino lungo i viottoli che costeggiano i campi, con quei nomi contadini scelti in fretta senza fantasia, come Primo, Decimo, Quinto e quelle date che sconvolgono: venti, diciotto, diciassette anni; vite sacrificate perché la libertà non fosse solo una parola da pronunciare, ma una realtà nella quale vivere. Il Paese non ha bisogno di Forza Italia per essere più libero e più giusto. I sopravvissuti all'inferno della guerra hanno scritto la Costituzione più garantista, rispettosa e giusta d'Europa, quella Costituzione che ha consentito a Forza Italia, prima movimento e poi partito, di nascere e rafforzarsi.
Il Popolo della Libertà vuole rimanere libero? E' già libero. Allora cosa vuole: il bavaglio a Internet, il divieto di manifestare, il processo breve, il Lodo Alfano per istituzionalizzare la diversità dei cittadini davanti alla legge? Sarebbe necessario modificare organismi di controllo (come la Corte Costituzionale) o gettare all'aria il principio dell'autonomia dei poteri che reggono lo Stato. Si può fare?
"Correggendo" la Costituzione: da liberale in... un po' meno libera(le).
"Curioso" direbbe Paolini: ripetere nove volte la parola libertà per poi limitarla.
Curioso, veramente!
"Il Popolo della Libertà è un movimento di donne e uomini che credono nella libertà e vogliono rimanere liberi, e si riconoscono nei valori del Partito dei Popoli Europei: la dignità della persona, le centralità della famiglia, la libertà e la responsabilità, l’uguaglianza, la giustizia, la legalità, la solidarietà e la sussidiarietà. Il Popolo della Libertà è nato dalla libertà, nella libertà e per la libertà, perché l’Italia, nel rispetto delle sue tradizioni di civiltà e di unità nazionale, sia sempre più moderna, libera, giusta, prospera, autenticamente solidale. "
Come commenta Galvuz la parola libertà riecheggia ben nove volte in poche righe... Libertà è una parola importante che, in un Paese come il nostro, evoca un passato doloroso. Con amarezza penso a quel popolo che riempiva, solo pochi decenni fa le piazze - anche se io ero troppo piccola per ricordarlo - sventolando i cappelli e facendo volare nell'aria i baschi all'annuncio dell'entrata in guerra. Popolo che credeva in Mussolini e quindi per consequenzialità logica non credeva nella libertà. Non sapeva nemmeno cosa fosse la libertà, come la legalità, d'altronde, spazzata via dalla scelta di assassinare un avversario politico. E la giustizia? Tutti eguali davanti alla legge? Certamente non con i Tribunali speciali. Rivedo quelle lapidi che si trovano dappertutto, nelle città, nei paesi dove sbucano come funghi, perfino lungo i viottoli che costeggiano i campi, con quei nomi contadini scelti in fretta senza fantasia, come Primo, Decimo, Quinto e quelle date che sconvolgono: venti, diciotto, diciassette anni; vite sacrificate perché la libertà non fosse solo una parola da pronunciare, ma una realtà nella quale vivere. Il Paese non ha bisogno di Forza Italia per essere più libero e più giusto. I sopravvissuti all'inferno della guerra hanno scritto la Costituzione più garantista, rispettosa e giusta d'Europa, quella Costituzione che ha consentito a Forza Italia, prima movimento e poi partito, di nascere e rafforzarsi.
Il Popolo della Libertà vuole rimanere libero? E' già libero. Allora cosa vuole: il bavaglio a Internet, il divieto di manifestare, il processo breve, il Lodo Alfano per istituzionalizzare la diversità dei cittadini davanti alla legge? Sarebbe necessario modificare organismi di controllo (come la Corte Costituzionale) o gettare all'aria il principio dell'autonomia dei poteri che reggono lo Stato. Si può fare?
"Correggendo" la Costituzione: da liberale in... un po' meno libera(le).
"Curioso" direbbe Paolini: ripetere nove volte la parola libertà per poi limitarla.
Curioso, veramente!
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lunedì 28 dicembre 2009
Racconto a puntate (La vita cambia)
“Cristo, non ce la faccio più!”
Il dolore arrivava a ondate sempre più ravvicinate: partiva dalla schiena per attanagliarle i fianchi. Poi scendeva, scivolava untuoso lungo le cosce. Nemmeno nelle più nere previsioni avrebbe ipotizzato una simile sofferenza. Efficiente, un po’ distaccata, l’ostetrica la invitava a respirare come da corso preparatorio al parto.
Andò avanti ancora così per delle ore; poi finalmente arrivò un medico. “Coraggio, adesso l’aiuteremo” le disse, facendole un’iniezione. Dopo la somministrazione dell’ossitocina, il dolore diventò insostenibile, le doglie si fecero più lunghe e frequenti. Pregò di morire, annaspando tra le lenzuola inzuppate di sudore e la convinzione che non sarebbe mai riuscita a far uscire da quella fessura minuscola che le incideva il ventre il corpo del bambino.
Intorno al suo corpo martoriato si muovevano fantasmi vestiti di verde.
Qualcuno le stava dicendo: “Forza, spingi, spingi…”.
Spinse.
“Dai che ci siamo, ancora un piccolo sforzo”.
Spinse di nuovo.
Sentì un fiotto caldo tra le gambe.
Strillò. Le fece eco un altro pianto, stizzito.
“E’ un bellissimo maschietto”.
Continuò a piangere: di gioia e sfinimento.
Il ginecologo gettò il camice imbrattato di sangue e l’ostetrica le tolse la camicia madida di sudore che si era attaccata alla pelle.
Lo guardò.
Non c’eravamo ancora incontrati, ma ci conoscevamo già molto bene - gli mormorò, mentre lui, come un topino cieco, cercava il calore della sua pelle tentando di ciucciarle il braccio.
Con un sorriso, più incredulo che soddisfatto, si preparò ad affrontare i parenti.
La nascita del bambino, maschio per giunta, aveva svelenito gli animi.
Non tutti, però, e non del tutto.
Le fu imposto di dare al neonato il nome del nonno, morto durante la ritirata di Russia. Sua madre, che si era trasferita da lei nelle ultime settimane della gravidanza, dopo una breve visita all’ospedale il giorno successivo alla nascita si era dileguata. Dall’Abruzzo, circondata dalla fama di donna esperta nonché abile infermiera, giunse la suocera per occuparsi di lei e del neonato. Marias, basca per la precisione, parlava una mescolanza di spagnolo e dialetto abruzzese ma solitamente non parlava, almeno con lei.
La prima notte in cui si alzò per cambiare il pannolino a Giovanni, piombandole alle spalle come un falco, le strappò il bambino dalle braccia ingiungendole di tornarsene a letto mentre sull’onda di una nenia cantata nella sua lingua ninnava aritmicamente il nipote.
“Ma ci possiamo fidare di tua madre?” lei chiese al marito la mattina successiva.
“Stai scherzando, quello che fa mammà è ben fatto” lui le aveva risposto, seccato.
La situazione peggiorò nella settimana successiva: il bambino piangeva di giorno e di notte, quasi ininterrottamente. Lei e Marias si alzavano a turno durante la notte per tenerlo in braccio.
Il novello padre dormicchiava e imprecava.
Sulla casa sembrava essere passato un ciclone: file di ciripà sventolavano, appesi ad asciugare, e biberon di latte in polvere spuntavano come funghi da tutte le parti. Sul fuoco bollivano succhiotti e pentolini di camomilla.
Lei girava per la casa in vestaglia, ciabatte e calzettoni, rintronata dal sonno, spaventata. Aveva fantasticato un bebè da carosello e si ritrovava una creatura che non dormiva né di giorno né di notte. Angosciata chiedeva aiuto a Marias che non parlava, lanciandole oblique occhiate di disprezzo. Se apriva bocca sentenziava: “Una madre sa sempre cosa fare”.
Perentoria.
Ma lei non lo sapeva, e il suo senso d’inadeguatezza aumentava di giorno in giorno.
Dopo due settimane, stremata dall’assenza di sonno, Marias fece la valigia e se ne tornò in Abruzzo.
La casa era ormai un campo di battaglia.
Giuseppe faceva qualche sonnellino spezzettato durante il giorno e piangeva tutta la notte. Suo padre continuando a imprecare si era trasferito nella stanza degli ospiti, ma gli strilli del figlio che gli impedivano un sonno regolare lo rendevano isterico.
Lei affrontava quelle notti insonni passeggiando lungo il corridoio.
Cantava ninne nanne.
Piangeva. (continua...)
Il dolore arrivava a ondate sempre più ravvicinate: partiva dalla schiena per attanagliarle i fianchi. Poi scendeva, scivolava untuoso lungo le cosce. Nemmeno nelle più nere previsioni avrebbe ipotizzato una simile sofferenza. Efficiente, un po’ distaccata, l’ostetrica la invitava a respirare come da corso preparatorio al parto.
Andò avanti ancora così per delle ore; poi finalmente arrivò un medico. “Coraggio, adesso l’aiuteremo” le disse, facendole un’iniezione. Dopo la somministrazione dell’ossitocina, il dolore diventò insostenibile, le doglie si fecero più lunghe e frequenti. Pregò di morire, annaspando tra le lenzuola inzuppate di sudore e la convinzione che non sarebbe mai riuscita a far uscire da quella fessura minuscola che le incideva il ventre il corpo del bambino.
Intorno al suo corpo martoriato si muovevano fantasmi vestiti di verde.
Qualcuno le stava dicendo: “Forza, spingi, spingi…”.
Spinse.
“Dai che ci siamo, ancora un piccolo sforzo”.
Spinse di nuovo.
Sentì un fiotto caldo tra le gambe.
Strillò. Le fece eco un altro pianto, stizzito.
“E’ un bellissimo maschietto”.
Continuò a piangere: di gioia e sfinimento.
Il ginecologo gettò il camice imbrattato di sangue e l’ostetrica le tolse la camicia madida di sudore che si era attaccata alla pelle.
Lo guardò.
Non c’eravamo ancora incontrati, ma ci conoscevamo già molto bene - gli mormorò, mentre lui, come un topino cieco, cercava il calore della sua pelle tentando di ciucciarle il braccio.
Con un sorriso, più incredulo che soddisfatto, si preparò ad affrontare i parenti.
La nascita del bambino, maschio per giunta, aveva svelenito gli animi.
Non tutti, però, e non del tutto.
Le fu imposto di dare al neonato il nome del nonno, morto durante la ritirata di Russia. Sua madre, che si era trasferita da lei nelle ultime settimane della gravidanza, dopo una breve visita all’ospedale il giorno successivo alla nascita si era dileguata. Dall’Abruzzo, circondata dalla fama di donna esperta nonché abile infermiera, giunse la suocera per occuparsi di lei e del neonato. Marias, basca per la precisione, parlava una mescolanza di spagnolo e dialetto abruzzese ma solitamente non parlava, almeno con lei.
La prima notte in cui si alzò per cambiare il pannolino a Giovanni, piombandole alle spalle come un falco, le strappò il bambino dalle braccia ingiungendole di tornarsene a letto mentre sull’onda di una nenia cantata nella sua lingua ninnava aritmicamente il nipote.
“Ma ci possiamo fidare di tua madre?” lei chiese al marito la mattina successiva.
“Stai scherzando, quello che fa mammà è ben fatto” lui le aveva risposto, seccato.
La situazione peggiorò nella settimana successiva: il bambino piangeva di giorno e di notte, quasi ininterrottamente. Lei e Marias si alzavano a turno durante la notte per tenerlo in braccio.
Il novello padre dormicchiava e imprecava.
Sulla casa sembrava essere passato un ciclone: file di ciripà sventolavano, appesi ad asciugare, e biberon di latte in polvere spuntavano come funghi da tutte le parti. Sul fuoco bollivano succhiotti e pentolini di camomilla.
Lei girava per la casa in vestaglia, ciabatte e calzettoni, rintronata dal sonno, spaventata. Aveva fantasticato un bebè da carosello e si ritrovava una creatura che non dormiva né di giorno né di notte. Angosciata chiedeva aiuto a Marias che non parlava, lanciandole oblique occhiate di disprezzo. Se apriva bocca sentenziava: “Una madre sa sempre cosa fare”.
Perentoria.
Ma lei non lo sapeva, e il suo senso d’inadeguatezza aumentava di giorno in giorno.
Dopo due settimane, stremata dall’assenza di sonno, Marias fece la valigia e se ne tornò in Abruzzo.
La casa era ormai un campo di battaglia.
Giuseppe faceva qualche sonnellino spezzettato durante il giorno e piangeva tutta la notte. Suo padre continuando a imprecare si era trasferito nella stanza degli ospiti, ma gli strilli del figlio che gli impedivano un sonno regolare lo rendevano isterico.
Lei affrontava quelle notti insonni passeggiando lungo il corridoio.
Cantava ninne nanne.
Piangeva. (continua...)
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