lunedì 8 novembre 2010

Mio caro Presidente...

Mio caro Presidente,
non ha ancora capito che il suo tempo è scaduto? Dai tetti delle fabbriche, dall'alto delle gru, dalle strade che sempre più spesso si colmano di gente, arriva un urlo, un frastuono che presto sarà boato. Non li sente, Presidente, non li sente, i ragazzi che hanno fame di lavoro, gli immigrati che reclamano il diritto ad esistere, ad essere cittadini come gli altri, non le sente le ghignate che arrivano dall'estero, i risolini di scherno che la seguono, la circondano, le voci false dei servi che ancora la adulano... ? E' sordo, Presidente? E' cieco? La sta aggirando, e superando, la Storia che corre veloce, dove diretta non ci è dato sapere, ma certamente in un futuro che lei non vedrà perché è vecchio, è sfatto. E' la vita, Presidente, con le sue regole, e non c'è carta di credito che possa cambiarle.
Si guardi allo specchio nella luce livida, implacabile, del giorno che nasce e capirà di essere un uomo finito. Si tolga il cerone, si sfili quelle assurde scarpe con il tacco - non è una ballerina, è un nonno - smetta di sorridere e si  (ci)  risparmi quelle battute becere, volgari, quelle barzellette che non fanno più divertire nessuno. Prenda la porta e se la schiuda alle spalle. Non abbiamo voglia di ridere, dobbiamo voltare pagina ... 
E ricominciare.
Scompaia, Presidente. Si dimetta! E' quello che il Paese attende, è quello che il Paese esige.

lunedì 1 novembre 2010

Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°3)

Devo andare - pensò, alzandosi in fretta e lasciando il denaro sul tavolino, senza voltarsi indietro, l'urgenza di muoversi che dava ai suoi gesti una concitazione per lei inusuale.
Il sole ora avvolgeva la valle che si spalancava davanti ai suoi occhi. Conosceva quelle montagne aspre, puntute, e il loro silenzio, conosceva quella strada che si snodava, alternando curve a brevi rettilinei, giù nella valle. Pur coperta dalla neve avrebbe saputo distinguerne il tracciato, anche a occhi chiusi. Affrettò il passo, scendendo sicura. Rispetto alla notte appena passata avanzava abbastanza spedita. Il figlio non la seguiva più... Doveva essersi fermato. Forse la proprietaria del locale gli aveva offero le salsicce di fegato sott'olio, forse si era stancato di seguirla in quella sua corsa che doveva essergli sembrata priva di senso. Be', era adulto e vaccinato, se la sarebbe cavata da solo in un modo o nell'altro.
Il caffè le bruciava lo stomaco e il freddo pungente la faceva rabbrividire. Quasi senza rendersene conto si ritrovò in una piazzetta, una di quelle piazze così comuni nei paesi da non essere quasi distinguibili l'una dall'altra. L'immancabile chiesa da un lato, il bar dall'altro, case e un negozio di alimentari a delimitare quello spazio che è il cuore pulsante di ogni paese. Qualche vecchio con le carte da gioco in mano, le beghine davanti alla chiesa, nere come corvi saltellanti sulla neve in cerca di cibo. Nulla sembrava cambiato, nemmeno nella casa accanto alla chiesa.
Si avvicinò e accostò l'orecchio al battente del portone. Silenzio. Assoluto. Era passato tanto tempo, cosa si era aspettata? Di trovare qualcuno? Di essere accolta al suono delle fanfare?
Si mosse lentamente e sbirciò, attraverso la cancellata, nel giardino. Era incolto, i cespugli avevano invaso le aiuole. La siepe non più potata, fitta come un muro, ricadeva in disordine intrecciandosi alle erbacce e debordando nella piazza.
"C'è nessuno?" La sua voce risuonò stridula e alle sue spalle sentì, prima ancora di avvertirne la presenza, una voce di donna apostrofarla in tono interrogativo: "Sei tu Angela? Mio Dio, quanto tempo è passato?"
(continua... )

domenica 31 ottobre 2010

Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°2)

Si voltò. L'uomo, anzi il ragazzo che la seguiva, le sorrise, e con  una breve corsa la raggiunse.
"Ma che giorno è?" le chiese.
"Domenica credo, altrimenti io sarei al lavoro e tu a scuola".
E sorrise, osservandolo, l'espressione corrucciata di sempre, il maglione di sghembo, e quel passo nervoso che si mangiava la strada.
"Che bella questa vallata, mamma, mi emoziona ogni volta che la vedo... "
"E' bella, ma io amo il mare".
"Lo so, sei proprio una lucertola"
Scendevano affiancati lungo lo stretto viottolo, non nevicava più.
"Ho fame e tu?" lui le chiese.
"No" gli rispose.
Il baretto del paese era piccolo, squallido in quel suo lindore di plastica e odore aspro di detersivo che saliva dal secchio, colmo di acqua schiumosa, dove la proprietaria intingeva il moccio che strizzava prima di passarlo con foga eccessiva sul pavimento.
"Un caffè ristretto e una cioccolata. Avete delle brioches?"
"Teniamo salame e formaggio, signo' " e la donna rise, le mani sui fianchi larghi e ondeggianti, guardando golosa suo figlio che già assentiva.
Lo osservò mangiare, il caffè forte e aspro che le scendeva nello stomaco, e gli chiese:
"Allora, hai deciso che facoltà... "
"Buono questo salame... "
"Lo faccimo noialtri, credo ch'è bono... " e curiosa la donna chiese "Da dove venite?"
"Da lontano, molto lontano"  lei rispose.
"Economia, nella migliore tradizione di famiglia... " e rise concludendo "mi hai convinto".
La proprietaria armeggiava ora intorno a una vecchia radio. Pochi secondi e nella stanza irruppe la musica. Vorrei che fosse amore, amore quello vero... e lei continuò, a mezzavoce,  la cosa che io sento.... e guardando suo figlio la colpì quel suo modo di guardare e il colore dei suoi occhi, come se l'avesse scoperto in quel momento. Cosa? "Che i cromosomi non sono acqua" pensò, confusamente, perchè la felicità non richiede intelligenza, solo la capacità di lasciarsi andare per afferrarla con tutti i sensi e in tutta la sua assenza di senso.
Dalla finestra entravano il luccicchio bianco della neve e il sole di sghembo. Prepotente.
(continua... )

sabato 30 ottobre 2010

Doppio binario (Racconto a puntate: puntata n°1)

             La notte era buia, senza stelle, cupa. Lei avanzava lungo il sentiero quasi a tentoni, inciampando a tratti sulle radici d'albero affioranti dal terreno, la mantella che le svolazzava intorno, gonfionadosi di vento e impigliandosi sui rami degli alberi che intravedeva quando emegevano spettrali dall'oscurità.
Andava, senza fermarsi, passo dopo passo, quasi un istinto la guidasse. Ma dove? Sapeva di dover andare, sperava che il suo istinto la guidasse. Ogni tanto alzava gli occhi a fissare il cielo che, senza soluzione di continuità, si fondeva con l'oscurità della terra, avvolgendola in uno scrigno di velluto.
"Ci sarà un lampione a un incrocio, una finestra orlata di luce, una stella sfuggita alla gabbia delle nuvole... " pensava mentre i suoi piedi calpestavano la terra spaccata dal gelo e lei andava, andava. "Da quanto tempo? Che ora poteva essere? Non portava orologi, non li aveva mai sopportati. Il tempo lo teneva a distanza, come un amante sgradito non lo degnava di un'occhiata: aveva già invaso la sua vita portandogliela via a pezzi, a morsi, a bocconi sempre più grossi... "
Un lampo azzurro infranse l'oscurità. Una voce, sgradevole, lo accompagnava. Qualcuno la chiamava. "Angela, Angela... buongiorno!" E questa chi è? Affondò in due tette mastodontiche, profumate di "Stira e ammira", boccheggiando; sentì un dolore acuto al braccio e, mentre rispondeva educatamenteva "Sì?", la voce di poco fa chiese "Come andiamo?". "Cosa te ne frega?" lei non riuscì a fare a meno di pensare ma rispose, sapendo di dover rispondere qualcosa, mugugnando quelle due parole "Non male... " e tenendo gli occhi chiusi, ostinatamente chiusi, perché non era questa la luce che cercava.
Qualcosa le scivolò in gola... Poi di nuovo buio e tra le labbra si ritrovò un fiocco di neve che, ghiacciata, si scioglieva al contatto della sua bocca. La dissetò, ma ci mancava solo la neve a rendere il suo cammino ancora più stentato e difficile.
Nell'aria un baluginio chiaro fece impallidire la notte.
Stava sorgendo l'alba.
Il mondo riacquistava contorni definiti: la sua risatina di sollievo cantò, come un ruscello al disgelo, la sua eco che si amplificava cozzando, rimbalzando di roccia in roccia, mentre il sole illuminava la valle che si spalancava davanti a lei, i casolari gettati a caso, come dadi su un tavolo da gioco. Un gallo cantò e qualcuno che camminava alle sue spalle, affrettò il passo.
(continua... )

Il ritorno di Casanova

Amo Schnitzler, Arthur Schnitzler, di cui ho appena letto  Il ritorno di Casanova, piccolo gioiello scritto a inizio Novecento dall'autore austriaco. Calandosi nei panni di un Casanova sessantenne, lo scrittore ne ipotizza il declino, proponendolo sul filo serrato di un monologo interiore che, come una colonna sonora in sottofondo, ne ritma la cadenza. E la storia ci presenta un Casanova costretto a prendere atto dell'insulto del tempo, che sfida cercando il confronto con la giovinezza integra - e la bellezza che ne consegue - dell'amante di Marcolina, un giovane e aitante ufficiale innamorato della ragazza, al quale Casanova, a seguito di una perdita al gioco che glielo consegna calzato e vestito in tutta la sua debolezza, farà una proposta indecente: una notte con Marcolina in cambio dell'azzeramento del debito. Casanova, fingendosi il giovane ufficiale con il  favore delle tenebre, penetrerà nella camera della donna e... , a questo punto, la posta in gioco non sarà solo un'avventura amorosa, una in più da aggiungere alla lunga lista delle conquiste di Casanova, ma il  diritto, la possibilità, la familiare consueta capacità di seduzione che dovrà dimostrarsi non solo intatta, ma incandescente, esplosiva come un fuoco d'artificio in una notte di festa, capace di sgominare non solo ogni altro pretendente, riconoscendo in lui, per l'ennesima volta, il seduttore che non teme rivali, l'uomo al quale ogni donna non può non sognare prima o poi di concedersi, ma anche e soprattutto il destino che alla vecchiaia ci condanna.
Non vi anticipo il finale che, in un crescendo di sfide e di sentimenti che le impongono, non potrà che essere, come è inevitabile sia,  frutto della consequenzialità logica degli eventi che ritmano la vita.
Sullo sfondo, anche se nulla lega i luoghi del romanzo all'Austria di Schnitzler, il grado di maturità cui l'autore perviene nell'approfondire l'indagine psicologica dei personaggi, in primis Casanova, mi riporta alla Vienna di Freud, alla nascita della psicanalisi che quella cultura fu in grado di produrre ...  un istante prima che la guerra travolgesse e distruggesse per sempre l'Impero degli Asburgo.

venerdì 29 ottobre 2010

Anche ora, anche adesso.


Odio del dolore
la voce
potentemente muta,
l'arroganza di sentirsi perfetto 
e, tra tutti i sentimenti, 
l'eletto.
Odio la sua resa alla vita
la sua debolezza. 
Odio il pietismo viscido 
che tradisce lo sguardo 
di chi mai è riuscito a tagliare un traguardo.
Odio che mi imprigioni, 
mi soffochi, 
mi domi.
Odio i suoi passi lenti, 
quell'andare pacato
i suoi tempi lunghi 
che la mia vita hanno divorato.
Odio il suo retrogustogusto 
amaro come il fiele
di un ultimo caffé, 
nero come i tuoi occhi
nei quali già danzava 
il suo sorriso di miele.
Odio la sua cadenza 
le sue contraddizioni
quel modo di spezzarti,
schiantarti
e devastarti
per farti poi scoprire,
quasi fosse un suo vezzo,
che la vita la ami
anche quando è ben dura,
anche in questo momento,
anche ora,
anche adesso.




lunedì 25 ottobre 2010

Puzza di padroni

E bravo il nostro Marchionne che seduto - quasi appollaiato come una statuaria civetta intagliata nel buio della notte -  davanti a Fazio, ieri sera a Che tempo che fa, discetta, con l'evidente ma tollerante fastidio che si prova davanti a un interlocutore un po' ottuso, di impresa. Sì perché il nostro, pur laureato in filisofia a riprova del valore, da lui ribadito, del pensiero che sviscera le idee traendone ideali, emozioni e sensazioni, è un metalmeccanico, uno che fa automobili... E' uomo del fare, lavora diciotto ore al giorno, somma e sottrae numeri per produrre utili, utili non balle. Snocciola posizioni in graduatoria, percentuali e poi butta là, con la nonchalance che si addice a un uomo del suo prestigio, quell'utile operativo trimestrale non solo elevato, ma soprattutto prodotto totalmente fuori dal patrio suolo. Sì, perché il costo del lavoro, che tanto incide sull'utile operativo, è alto, troppo alto in Italia rispetto a quello della Polonia o della Serbia. E così scopriamo che sugli operai italiani grava la responsabilità primaria della crisi del settore industriale, sulla loro esosità, sullo scarso attaccamento alla fabbrica, sulle assenze ingiustificate, sulle pretese... Quegli stessi operai ai quali Marchionne ha pensato quando, opponendosi alle richieste dei suoi più fidati collaboratori, si è rifiutato di chiudere gli stabilimenti di Pomigliano, per inciso, anche per non riconsegnare quel territorio alla mafia. Fazio ascolta e oppone a Marchionne i miserandi stipendi percepiti dagli operai, l'insicurezza del posto di lavoro, gli incentivi corrisposti dal governo alla Fiat, ma le sue parole sono spazzate via da un Marchionne seccato che sottolinea come gli incentivi abbiano favorito gli acquirenti - tra l'altro pochi - di macchine italiane e solo indirettamente la Fiat, la quale nulla deve al governo con cui ha chiuso ogni posizione debitoria.
Fazio deglutisce imbarazzo e sbandiera ignoranza economico/imprenditoriale nonché sociale consentendo a un Marchionne ormai lanciato di esporsi fino a garantire un adeguamento dei salari nostrani al livello di quelli comunitari in cambio di una collaborazione - proficua per tutti - con i sindacati. Per inciso con la controparte sindacale più riottosa - quella Cgil che ancora punta i piedi e rappresenta una parte irrilevante dei dipendenti Fiat. 
Poi si alza e se ne va, lasciando dietro a sé un odore fastidioso ma conosciuto: puzza di padroni.