Io ero divorziata e lei, quando la conobbi, sola. Cominciammo a frequentarci: era, come me, una lettrice onnivora e nella sua casa, come nella mia, i libri coprivano intere pareti contribuendo al disordine delle nostre abitazioni. Non avevamo gli stessi gusti letterari: io ero sanguigna, passionale, amavo la scrittura piena, densa e a una storia chiedevo di emozionarmi, coinvolgermi e sorprendermi. Prediligevo la narrativa e amavo gli scrittori russi dei quali ero solita ripetere:"Se volete dipanare i vostri nodi emotivi, esplorare la vostra anima, partite leggeri per affrontare gli abissi, ma non scordate Tolstoj e Dostoevskij... ". Lei amava la letteratura giapponese: essenziale, senza sbavature, contenuta e raffinata come un giardino zen e non conosceva soltanto Kawabata, Mishima e Tanizaki come me, ma anche, ad esempio Murasaki, autrice importantissima nella letteratura giapponese ma da me considerata noiosa se non illeggibile. Ero affascinata da Gloria, questo era il suo nome e, nomen omen, secondo me il suo destino. Ma alla base di questa fascinazione che io subivo c'era il mistero che la circondava, che ne costituiva l'essenza. L'altro elemento che mi aveva attratta in lei era l'originalità che rendeva unica la sua casa, dove ogni oggetto sembrava portarsi dietro una storia ben più importante, nell'averne determinato la scelta, della sua funzionalità. Originalità che si estendeva ai suoi abiti, ai gioielli, ai cappelli e a tutto ciò che lei indossava.
"Ma dove l'hai trovato?" le chiedevo a volte, sorpresa e incuriosita da qualcosa di assolutamente unico, e lei, con quello sguardo che non riuscivo a decifrare ma che m'impediva di porre altre domande, sussurrava:"In giro... In giro per il mondo".
Gloria era una collezionista nata e vestiva "Vintage" che io, in quegli anni non sapevo nemmeno cosa fosse. Ma perché una donna come lei frequentava una persona come me? Un giorno, eravamo sedute davanti a una tazza di tè nel suo giardino, le feci una domanda che non avevo mai osato porle:"Perché mi frequenti?" Lei, solitamente controllata, mi piantò addosso quei suoi occhi freddi. Mi guardò, le labbra sembrarono schiudersi quasi volesse parlare, e, mentre un lungo brivido mi scorreva lungo la schiena, articolò una risposta assolutamente banale e... falsa che una scintilla nello sguardo tradì. "Mi sei simpatica" e rise, di quella sua risata aspra che ignorava la gioia. Mi alzai con una scusa e me ne andai, portandomi dentro quella sensazione di soffocamento che tentai invano di attribuire al nauseabondo impudico profumo delle zagare, ben sapendo che era stato quel luccichio che lo sguardo aveva tradito, quel bagliore da fiera in agguato che attende di scaraventarsi sulla preda che mi aveva turbata.
mercoledì 24 marzo 2010
lunedì 22 marzo 2010
La casa delle bambole - racconto a puntate (n°2)
Era una donna strana che al di là di quella frase, pronunciata quasi in un sussurro, parlava poco di sé ed era abilissima nello sviare le domande.
Viveva sola in quella casa enorme sulla collina, ai margini del bosco, nel silenzio che solo qualche squittio di uccello o il gemito del vento infrangeva. Non si sapeva da dove venisse, non riceveva visite, ma il postino le recapitava spesso dei pacchi che lei ritirava prendendoli tra le braccia con grande attenzione e stringendoli al petto con delicatezza, quasi coccolandoli come fossero neonati che una madre ninnasse per farli addormentare. Spesso la si vedeva girare per i viottoli della campagna o uscire dal bosco, un cesto pieno di fiori di campo tra le mani, la gonna che strusciava sull'erba. Il primo giorno in cui ci conoscemmo, scambiando due parole mentre aspettavamo il nostro turno in fila all'ufficio postale, m'invitò a prender un tè a casa sua. Anche se un po' stupita, accettai e la seguii con la mia macchina lungo la strada a tornanti che portava alla collina. Le case andavano diradandosi mentre salivamo e i campi si susseguivano brulli, alternandosi ai vigneti che spezzavano la monotonia del paesaggio. Qua e là alberi spogli alzavano al cielo i loro rami contorti; la macchia scura del bosco dominava dall'alto la collina, le punte diritte dei pini che sembravano cercare il tepore di un pallido sole invernale che la nebbia, frantumata in banchi che ingoiavano la macchina a tradimento, celava dando la sensazione di un paesaggio più sognato che visto. Finalmente dietro all'ultima curva la macchina che mi precedeva rallentò. Una casa in pietra emerse dalla nebbia, le imposte di legno e un porticato proteso a rinserrare, quasi volesse proteggerlo, un portoncino. Rompendo la monotonia dei grigi da grandi vasi addossati gli uni agli altri in un disordine pittoresco e voluto occhieggiavano piante di mandarini e limoni, cariche di agrumi. Quel profumo aspro insolitamente mischiato a quello del bosco e della terra fracida di umidità mi afferrò alla gola appena scesi dalla macchina.
Entrammo e lei, dopo aver gettato della legna nel camino, soffiò per rinvigorire il fuoco che si stava spegnando.
"Hai una casa bellissima... " le dissi guardandomi intorno.
Sorrise.
"Io avrei un po' di paura a starmene da sola... "
"Paura di cosa?" mi rispose e mi lasciò scivolare addosso uno sguardo che non riuscii a decifrare, opaco, improvvisamente estraneo come la sua voce che aveva assunto una tonalità bassa, roca, qusi la gola le si fosse chiusa e facesse fatica a parlare.
"Paura?!" ripeté con quella voce che inquietava e aggiunse: "Ho fatto la torta di mele. Vuoi assaggiarla?"
Annui, allungando le mani verso il calore che proveniva dal caminetto, mentre lei armeggiava con il bollitore dell'acqua. Nel silenzio ebbi la sensazione di un fruscio seguito da un rumore. Mi voltai e lei mi disse: "Ho un cane, protesta perché vorrebbe entrare".
Poi sorrise e si voltò verso la credenza a prendere le tazze.
(continua...)
Viveva sola in quella casa enorme sulla collina, ai margini del bosco, nel silenzio che solo qualche squittio di uccello o il gemito del vento infrangeva. Non si sapeva da dove venisse, non riceveva visite, ma il postino le recapitava spesso dei pacchi che lei ritirava prendendoli tra le braccia con grande attenzione e stringendoli al petto con delicatezza, quasi coccolandoli come fossero neonati che una madre ninnasse per farli addormentare. Spesso la si vedeva girare per i viottoli della campagna o uscire dal bosco, un cesto pieno di fiori di campo tra le mani, la gonna che strusciava sull'erba. Il primo giorno in cui ci conoscemmo, scambiando due parole mentre aspettavamo il nostro turno in fila all'ufficio postale, m'invitò a prender un tè a casa sua. Anche se un po' stupita, accettai e la seguii con la mia macchina lungo la strada a tornanti che portava alla collina. Le case andavano diradandosi mentre salivamo e i campi si susseguivano brulli, alternandosi ai vigneti che spezzavano la monotonia del paesaggio. Qua e là alberi spogli alzavano al cielo i loro rami contorti; la macchia scura del bosco dominava dall'alto la collina, le punte diritte dei pini che sembravano cercare il tepore di un pallido sole invernale che la nebbia, frantumata in banchi che ingoiavano la macchina a tradimento, celava dando la sensazione di un paesaggio più sognato che visto. Finalmente dietro all'ultima curva la macchina che mi precedeva rallentò. Una casa in pietra emerse dalla nebbia, le imposte di legno e un porticato proteso a rinserrare, quasi volesse proteggerlo, un portoncino. Rompendo la monotonia dei grigi da grandi vasi addossati gli uni agli altri in un disordine pittoresco e voluto occhieggiavano piante di mandarini e limoni, cariche di agrumi. Quel profumo aspro insolitamente mischiato a quello del bosco e della terra fracida di umidità mi afferrò alla gola appena scesi dalla macchina.
Entrammo e lei, dopo aver gettato della legna nel camino, soffiò per rinvigorire il fuoco che si stava spegnando.
"Hai una casa bellissima... " le dissi guardandomi intorno.
Sorrise.
"Io avrei un po' di paura a starmene da sola... "
"Paura di cosa?" mi rispose e mi lasciò scivolare addosso uno sguardo che non riuscii a decifrare, opaco, improvvisamente estraneo come la sua voce che aveva assunto una tonalità bassa, roca, qusi la gola le si fosse chiusa e facesse fatica a parlare.
"Paura?!" ripeté con quella voce che inquietava e aggiunse: "Ho fatto la torta di mele. Vuoi assaggiarla?"
Annui, allungando le mani verso il calore che proveniva dal caminetto, mentre lei armeggiava con il bollitore dell'acqua. Nel silenzio ebbi la sensazione di un fruscio seguito da un rumore. Mi voltai e lei mi disse: "Ho un cane, protesta perché vorrebbe entrare".
Poi sorrise e si voltò verso la credenza a prendere le tazze.
(continua...)
La casa delle bambole - racconto a puntate (n°1)
Ci fu un inverno - che anno era l’Ottantacinqe? - in cui nevicò per un mese e il termometro scese a meno venticinque. I vecchi scossero il capo e dissero: "Ora geleranno anche le radici delle viti... "
E così fu.
Mi chiedi come si possa capire se quello che sembra autocontrollo sia invece landa artica dei sentimenti. Non dalle parole che usiamo per spiegare ma anche per mentire. Negli anni questi cuori gelati imparano a mimare i sentimenti, ma se i gesti si possono imitare, lo sguardo, il sorriso tradiscono anche i più abili. Diffida di chi non ti guarda negli occhi. Diffida di certe labbra che sembrano una sciabolata inferta a un volto e che, come ferite subite, chiedono vendetta. Lo sguardo di queste persone è raggelante perché è il riflesso di un’anima vuota. E’ un deserto senza calore, una landa gelata senza brividi, un bambino senza innocenza. Mi chiedi se io abbia conosciuto…? Sì!
Mia nipote si accoccolò ai miei piedi, sul tappeto, mettendosi comoda e io cominciai a raccontare.
L’avevo conosciuta, questa giovane donna, banalmente, entrambe in fila per fare un pagamento alla posta. Mi aveva invitata a casa sua, una casa enorme arredata con un gusto personalissimo, raffinato e inimitabile. Regina incontrastata di questo regno fuori dal tempo lei, con i suoi abiti decadenti e un po’ assurdi, soprattutto per gli abitanti di quella spruzzata di case sparpagliate sulla collina: contadine emiliane che salutavano cerimoniose continuando a dare il becchime alle galline, il grembiule annodato sui fianchi, i cani che abbaiavano diffidenti a chiunque passasse davanti ai poderi.
Appena conosciuta mi aveva detto: “Bisogna fare attenzione a non soffrire troppo: il dolore è come il vetriolo: sfigura! Brucia, come un inverno di ghiaccio... ” (continua...)
E così fu.
Mi chiedi come si possa capire se quello che sembra autocontrollo sia invece landa artica dei sentimenti. Non dalle parole che usiamo per spiegare ma anche per mentire. Negli anni questi cuori gelati imparano a mimare i sentimenti, ma se i gesti si possono imitare, lo sguardo, il sorriso tradiscono anche i più abili. Diffida di chi non ti guarda negli occhi. Diffida di certe labbra che sembrano una sciabolata inferta a un volto e che, come ferite subite, chiedono vendetta. Lo sguardo di queste persone è raggelante perché è il riflesso di un’anima vuota. E’ un deserto senza calore, una landa gelata senza brividi, un bambino senza innocenza. Mi chiedi se io abbia conosciuto…? Sì!
Mia nipote si accoccolò ai miei piedi, sul tappeto, mettendosi comoda e io cominciai a raccontare.
L’avevo conosciuta, questa giovane donna, banalmente, entrambe in fila per fare un pagamento alla posta. Mi aveva invitata a casa sua, una casa enorme arredata con un gusto personalissimo, raffinato e inimitabile. Regina incontrastata di questo regno fuori dal tempo lei, con i suoi abiti decadenti e un po’ assurdi, soprattutto per gli abitanti di quella spruzzata di case sparpagliate sulla collina: contadine emiliane che salutavano cerimoniose continuando a dare il becchime alle galline, il grembiule annodato sui fianchi, i cani che abbaiavano diffidenti a chiunque passasse davanti ai poderi.
Appena conosciuta mi aveva detto: “Bisogna fare attenzione a non soffrire troppo: il dolore è come il vetriolo: sfigura! Brucia, come un inverno di ghiaccio... ” (continua...)
domenica 21 marzo 2010
Bussare alla porta di una sconosciuta...
"E questo chi è?" mi chiesi la prima volta in cui bussò alla mia porta, dubbiosa se farlo entrare oppure no. Era uno sconosciuto, un uomo ed era nero. Poi la mia innata curiosità ebbe il sopravvento. Abitava nel condominio, era in Italia da qualche anno e si chiamava Omer: veniva da uno dei tanti paesi africani dilaniato da guerre tribali. Parlava già bene la nostra lingua. Da quel giorno prese l'abitudine di venire ogni tanto a darmi un saluto e un giorno mi annunciò l'arrivo dall'Africa della moglie e della figlia. Non dimenticherò lo sguardo di Paola, la sua bambina di sei o sette anni, bellissima e... muta. Non parlava una parola d'italiano e si guardava intorno spaurita, attaccata alla gonna della madre che, in francese, lingua ufficiale parlata nel loro Paese d'origine, cercava di rassicurarla. Era vestita di rosa e sembrava non riuscisse a riscaldarsi come se quella ventata di freddo che l'aveva accolta in Italia, l'avesse raggelata. La moglie di Omer, anche lei silenziosa, impegnata a decifrare quel mondo che doveva apparirle così diverso dal suo, mi guardava e sorrideva. Diffidente. Paola imparò l'italiano a velocità supersonica, complice un dvd - La carica dei 101 - che sembrava affascinarla e che mi chiedeva sempre di farle vedere. Quando venivano a trovarmi i miei nipoti, scendeva e... si scatenavano. Ritagliavamo delle figurine nel cartone, le coloravamo e poi si sceglievano i vestiti da confezionare. Io ho un armadio pieno di stoffe che per le bambine divenne il luogo delle sette meraviglie. Inventavano personaggi e si calavano nei loro panni: vestito come un predone del deserto o un antico romano il maschietto e come principesse le femmine, con le mie scope che diventavano armi e gli scatoloni casette da realizzare con colla e forbici. Ascoltavamo musica o navigavamo sul computer che in pochissimo tempo impararono a usare con la facilità di apprendimento incredibile che possiedono i bambini. Poi questi pomeriggi si fecero troppo pesanti per i miei problemi di salute, i miei nipoti vennero fagocitati da corsi e impegni scolastici e ci vedemmo meno. Il padre di Paola, nel frattempo, vivendo sulla propria pelle tutte le difficoltà di coloro che affrontano un mondo sconosciuto, ostile, nel quale, a partire dalla lingua, tutto è estraneo, pensò di creare un'associazione che diventasse punto di riferimento per gli immigrati della zona. Quest'uomo intelligente e intraprendente che non si accontentava di aver trovato un lavoro e di aver potuto ricongiungersi alla sua famiglia voleva qualcosa di più. Quest'uomo lavorava, si guardava intorno, parlava con gli immigrati, ma parlava anche con la gente del posto. Aveva bussato alla mia porta, un gesto apparentemente irrilevante... Omer era ed è, come me, profondamente curioso. Vuole sapere, domanda e, aspetto che lo differenzia dagli altri, Omer sogna, non si vergogna di sognare. Un mondo diverso, un mondo migliore. Aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse a orientarsi nell'intrico della burocrazia, che compilasse domande, stendesse relazioni, conoscesse il burocratese. Per una delle tante stranezze della vita, coincidenze che non sono tali, la mia strada di ex professoressa in pensione, amante della scrittura, curiosa come lui, e ancora incredibilmente animata dalla speranza di un mondo migliore, si è incrociata con la sua.
L'associazione FUTURO è oggi una realtà e Omer, che è una vera e propria macchina da guerra, la dirige.Si sono già concretizzate alcune iniziative importanti, come il doposcuola per i bambini degli immigranti, feste intese come occasione di incontro e confronto, servizi e aiuti anche ai Paesi d'origine dei lavoratori stranieri.
Paola cresce, le è nata una sorellina, e guarda... Parla perfettamente l'italiano, in casa il francese, forse ricorda ancora il dialetto della sua tribù d'origine... Forse un domani scriverà un libro o sposerà un italiano... Chissà?
C'è ancora tanto da fare e cambiare nel mondo e si può cominciare anche così: bussando alla porta di una sconosciuta e facendo entrare uno sconosciuto.
L'associazione FUTURO è oggi una realtà e Omer, che è una vera e propria macchina da guerra, la dirige.Si sono già concretizzate alcune iniziative importanti, come il doposcuola per i bambini degli immigranti, feste intese come occasione di incontro e confronto, servizi e aiuti anche ai Paesi d'origine dei lavoratori stranieri.
Paola cresce, le è nata una sorellina, e guarda... Parla perfettamente l'italiano, in casa il francese, forse ricorda ancora il dialetto della sua tribù d'origine... Forse un domani scriverà un libro o sposerà un italiano... Chissà?
C'è ancora tanto da fare e cambiare nel mondo e si può cominciare anche così: bussando alla porta di una sconosciuta e facendo entrare uno sconosciuto.
venerdì 19 marzo 2010
Bilanci
Mio Dio, quanto ho scritto: centinaia di post per placare un desiderio di scrittura che mi sono portata dentro per una vita. L'ho affogato, ho tentato di affogarlo in una vita faticosa fatta di tre figli e un lavoro e... una casa, perché ogni tanto anche quella andava sistemata, anche se alla meno peggio. Ma non è morto, anzi, paradossalmente, acquattato in un angolo come un animale selvatico pronto a balzare sulla preda, si è rinvigorito. E quando ha fatto capolino, prima educatamente e poi, ignorando ogni regola di bon ton, travolgendo come una fiumana inarrestabile quella che fino a quel momento era stata la mia vita, mi ha obbligata a scrivere, imponendomi come mezzo tecnico di espressione, date le mie difficoltà, il computer. E così, io che sul pc sono un disastro sono stata costretta a sciropparmi anche lezioni di computer.
Sono partita con una favola, o forse con alcune filastrocche, molto ingenue, rime che allacciavano in un abbraccio mortale cuori a amori e simili amenità, ma erano i primi passi, incerti come quelli di un lattante. La favola la ritrovai anni dopo su Blogbabel, sì quello stesso sito che mi avrebbe tolto 2000 punti in botto solo esprimendo sulla mia scrittura attuale un giudizio non certo lusinghiero. Ho provato di tutto: post, racconti, raccontini, racconti lunghi, tanto lunghi da indurmi a confezionarli in puntate. Poi l'idea di un romanzo: la storia l'avevo già tutta in testa, ambientata a Trieste, primi anni del Novecento, sulle note dei valzer viennesi resi vorticosi dalla bora. E tutta l'infanzia cominciò a risalire, lenta e inarrestabile insieme alla parlata dialettale, al rosario purpureo che mia nonna sgranava borbottando preghiere in una lingua sconosciuta, mentre le figlie e i figli nascevano e crescevano in quella città che da provincia, piuttosto turbolenta dell'impero asburgico, sarebbe ridiventata italiana, lastricando di morti e trincee il Carso alle sue spalle. Quell'infanzia in una babele di dialetti e lingue diverse cercava uno spazio autonomo, cercava una voce che la raccontasse. Io le diedi la mia. Era nato Confine immaginario. Poi scrissi I Dellapicca, romanzo breve a puntate sul blog. Ogni tre o quattro giorni una nuova puntata inventata sul momento. Di sana pianta. Entusiasmante e con lo sguardo d'oggi importante nella mia evoluzione e esplorazione di ogni modalità narrativa, perché espressione dell'invenzione letteraria che fa sue le emozioni di chi scrive ma slegate dal contesto che le ha motivate. Lo riprenderò in mano per rivederlo perché necessita di un lavoro serio in tal senso, ma rimane per me l'espressione di un passaggio fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nella scrittura: il passaggio dal vero,anche se adattato a esigenze fantastiche, al verosimile, il distacco dalla realtà alla ricerca di un espressione totalmente fantastica. Sto lavorando all'editing di "Confine immaginario"...
Se oggi, giorno del mio compleanno, la tentazione di redigere un bilancio si fa sentire, un unico commento mi viene spontaneo: "La vita sorprende. Sempre!"
Sono partita con una favola, o forse con alcune filastrocche, molto ingenue, rime che allacciavano in un abbraccio mortale cuori a amori e simili amenità, ma erano i primi passi, incerti come quelli di un lattante. La favola la ritrovai anni dopo su Blogbabel, sì quello stesso sito che mi avrebbe tolto 2000 punti in botto solo esprimendo sulla mia scrittura attuale un giudizio non certo lusinghiero. Ho provato di tutto: post, racconti, raccontini, racconti lunghi, tanto lunghi da indurmi a confezionarli in puntate. Poi l'idea di un romanzo: la storia l'avevo già tutta in testa, ambientata a Trieste, primi anni del Novecento, sulle note dei valzer viennesi resi vorticosi dalla bora. E tutta l'infanzia cominciò a risalire, lenta e inarrestabile insieme alla parlata dialettale, al rosario purpureo che mia nonna sgranava borbottando preghiere in una lingua sconosciuta, mentre le figlie e i figli nascevano e crescevano in quella città che da provincia, piuttosto turbolenta dell'impero asburgico, sarebbe ridiventata italiana, lastricando di morti e trincee il Carso alle sue spalle. Quell'infanzia in una babele di dialetti e lingue diverse cercava uno spazio autonomo, cercava una voce che la raccontasse. Io le diedi la mia. Era nato Confine immaginario. Poi scrissi I Dellapicca, romanzo breve a puntate sul blog. Ogni tre o quattro giorni una nuova puntata inventata sul momento. Di sana pianta. Entusiasmante e con lo sguardo d'oggi importante nella mia evoluzione e esplorazione di ogni modalità narrativa, perché espressione dell'invenzione letteraria che fa sue le emozioni di chi scrive ma slegate dal contesto che le ha motivate. Lo riprenderò in mano per rivederlo perché necessita di un lavoro serio in tal senso, ma rimane per me l'espressione di un passaggio fondamentale per chiunque voglia cimentarsi nella scrittura: il passaggio dal vero,anche se adattato a esigenze fantastiche, al verosimile, il distacco dalla realtà alla ricerca di un espressione totalmente fantastica. Sto lavorando all'editing di "Confine immaginario"...
Se oggi, giorno del mio compleanno, la tentazione di redigere un bilancio si fa sentire, un unico commento mi viene spontaneo: "La vita sorprende. Sempre!"
giovedì 18 marzo 2010
mercoledì 17 marzo 2010
Auguri a una donna che c'è.
Auguri a una donna che c'è, mi verrebbe da dire: con le mie gambe che ogni giorno di più sembrano dimenticare la morbida eleganza del passo, ma poi, in qualche modo, sorprendendomi, ricominciano: uno, due e ancora uno.
Con la mia testa - oh quanto odiata, quanto temuta testa! - che mi ha salvata spesso e dannata sempre. Ieri una ex alunna mi ha detto "Dev'essere comodo essere stupidi, non pensare rende la vita meno dolorosa... " Oh no, mia cara Barbara, l'intelligenza è un dono, anche se, come ben sai, per una donna è una mela avvelenata. Ma la prima spruzzata di veleno è nostra, anche se poi altri veleni, più o meno abilmente dissimulati, rendono quella mela indigesta. Tanta strada dobbiamo ancora percorrere per poter usare la nostra intelligenza in modo corretto: prima di tutto essendone orgogliose, sbandierandola ai quattro venti e non occultandola per dare lustro al primo maschio che ci incanta facendosi passare per il re del pollaio. E noi? Solo galline cieche che ogni tanto colgono il loro chicco? All'interno del pollaio esigiamo pari opportunità e se cogliamo il chicco è perché abbiamo la vista acuta anche se diverso è il nostro sguardo sul mondo. E' l'intelligenza dell'anima che ci è più congeniale. E' l'intelligenza con la quale ricuciamo gli strappi nelle famiglie lacerate (tante, troppe, anche se spesso siamo noi a lacerarle, perché le rivoluzioni non sono giri di valzer...), accogliamo la sofferenza (prima di cercare di dipanarne i nodi) riusciamo a reggere i doppi, tripli ruoli(spesso e incredibilmente, con un sorriso).
E' bello essere donna, anche se è maledettamente difficile, ed è bello poterlo ancora comunicare a mia nipote Martina, a sua madre e sua sorella, alle amiche, le mie preziose amiche... So, con quell'intelligenza del cuore che non sbaglia, che questo variegato (dove si è rintanato il re del pollaio? E la sua/mia schiera di amici?) e caldo mondo che mi circonda mi tiene in piedi più del bastone, sconcertando i medici, che alla valenza terapeutica della scrittura e delle passioni non danno un gran peso.
So che, come le gambe, anche la testa "va a viole" ogni tanto, ma ancora c'è! E so che per abbattere il muro che mi divideva dalla scrittura c'è voluto lo tsunami della malattia.
L'ultima cosa che so è che la vita non ha ancora smesso di sorprendermi e, può sembrare assurdo dopo tante ferite, d'incantarmi.
Grazie a tutti per gli auguri affettuosissssimi che mi stanno arrivando.
Con la mia testa - oh quanto odiata, quanto temuta testa! - che mi ha salvata spesso e dannata sempre. Ieri una ex alunna mi ha detto "Dev'essere comodo essere stupidi, non pensare rende la vita meno dolorosa... " Oh no, mia cara Barbara, l'intelligenza è un dono, anche se, come ben sai, per una donna è una mela avvelenata. Ma la prima spruzzata di veleno è nostra, anche se poi altri veleni, più o meno abilmente dissimulati, rendono quella mela indigesta. Tanta strada dobbiamo ancora percorrere per poter usare la nostra intelligenza in modo corretto: prima di tutto essendone orgogliose, sbandierandola ai quattro venti e non occultandola per dare lustro al primo maschio che ci incanta facendosi passare per il re del pollaio. E noi? Solo galline cieche che ogni tanto colgono il loro chicco? All'interno del pollaio esigiamo pari opportunità e se cogliamo il chicco è perché abbiamo la vista acuta anche se diverso è il nostro sguardo sul mondo. E' l'intelligenza dell'anima che ci è più congeniale. E' l'intelligenza con la quale ricuciamo gli strappi nelle famiglie lacerate (tante, troppe, anche se spesso siamo noi a lacerarle, perché le rivoluzioni non sono giri di valzer...), accogliamo la sofferenza (prima di cercare di dipanarne i nodi) riusciamo a reggere i doppi, tripli ruoli(spesso e incredibilmente, con un sorriso).
E' bello essere donna, anche se è maledettamente difficile, ed è bello poterlo ancora comunicare a mia nipote Martina, a sua madre e sua sorella, alle amiche, le mie preziose amiche... So, con quell'intelligenza del cuore che non sbaglia, che questo variegato (dove si è rintanato il re del pollaio? E la sua/mia schiera di amici?) e caldo mondo che mi circonda mi tiene in piedi più del bastone, sconcertando i medici, che alla valenza terapeutica della scrittura e delle passioni non danno un gran peso.
So che, come le gambe, anche la testa "va a viole" ogni tanto, ma ancora c'è! E so che per abbattere il muro che mi divideva dalla scrittura c'è voluto lo tsunami della malattia.
L'ultima cosa che so è che la vita non ha ancora smesso di sorprendermi e, può sembrare assurdo dopo tante ferite, d'incantarmi.
Grazie a tutti per gli auguri affettuosissssimi che mi stanno arrivando.
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