L'osteria aveva quell'odore aspro e denso - di umanità accaldata, vino e sottofondo di voci e risate un po' false - che rende questo posto rassicurante come un faro luminoso per ogni marinaio sperso tra le onde di un mare in tempesta. Luogo di progetti un po' folli, che il vino rende per una sera credibili, l'osteria è anche il palcoscenico privilegiato in cui tessere complotti, organizzare incontri, ordire piani, mentre il tavolino si riempie di bottiglie vuote e negli occhi rinasce la speranza o s'acquieta l'angoscia.
Seduti a un tavolino d'angolo, Primo e Giuseppe parlavano a bassa voce.
"Lo conosco Debosi... , era amico di Desio - quello però ha avuto ciò che si meritava! - ma è sempre stato più nell'ombra... Io me lo ricordo, e come potrei aver dimenticato il suo viso?, anche se ero un ragazzo. Devi sapere che mio padre i fascisti non li aveva mai potuti sopportare. Una sera vennero alla cascina, faceva già buio, erano parecchi... gridavano, Desio davanti a tutti. Era chiaramente il capo! Il Debosi dietro a lui, incerto, sudato - più adatto a fare lo spione, lui non amava, come non ama ora, sporcarsi le mani - e non andarono per il sottile. Uno sparì in cantina ad arraffare del vino, due scomparvero con mia madre in camera da letto. La sentivo gridare, piangere... implorare. Gli altri sbeffeggiavano mio padre obbligandomi ad assistere. 'Impara, ragazzo, questo è ciò che merita chi si mette contro i fascisti', dicevano. 'Ti faremo cagare anche le budella... Chissà che non ti passi la voglia di parlare a vanvera... '. Mio padre non emise un gemito, si piegò sotto i pugni, si contrasse quando, ormai a terra, lo colpirono i calci, ma non una parola gli uscì dalla bocca. Poi, ultima umiliazione: l'olio di ricino. Ricordo il puzzo di merda e il viso di mia madre, il suo sguardo opaco, vitreo, la sua mano che cercava di accostare i bordi della camicia strappata... Lui non mi ha riconosciuto, sa chi sono, ma non credo mi abbia ricollegato a quel ragazzino spaurito, terrorizzato... anche perché era ubriaco. Sono diventato un antifascista quel giorno e... per sempre".
La mano di Primo si contrasse a pugno, le vene viola sulla pelle callosa si gonfiarono, mentre gli occhi s'incupivano, intorbiditi d'odio e furore. Giuseppe, seduto davanti a lui, taceva.
Il silenzio si protrasse per alcuni secondi; poi Primo sibilò: "Desmo ha già pagato, e anche il "Biondino" - come lo chiamavano - un giorno non è tornato a casa... "
"Mah.... ?"
"Non ha importanza sapere chi... La giustizia può avere volti diversi, ma sempre giustizia è!" lo interruppe, brusco, Primo.
Dal tavolo vicino, occupato da un gruppo numeroso di operai del loro stesso stabilimento, un ragazzo piccolo e tarchiato, li osservava tendendo l'orecchio: il rumore all'interno del locale e il tono appena sussurrato della conversazione tra Primo e Giuseppe rendevano impossibile l'ascolto, ma non impedivano di cogliere la gestualità del linguaggio e quegli sguardi potevano far pensare solo a un dialogo tra i due estremamente coinvolgente.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/08/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_08.html
mercoledì 10 agosto 2011
lunedì 8 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°30)
"E' più pericoloso del Bepi, questo qua , perché sembra uno di noi: stesso dialetto, stessi modi... un bicchiere di vino buono e poche parole quando si mangia insieme. Si fa chiamare Gualtiero, non Debosi che è il suo cognome, ma è un fascista, è 'nero' dentro, nero come l'inferno. Con me fa il furbo e si dimostra 'alla mano', dicendo in giro, con quella sua aria bonaria, rassicurante, che viene dalla campagna, anche lui, che ci conosciamo... E poi scivola via con il discorso; non approfondisce: sa che non gli converrebbe... " borbottò Primo tra i denti. Giuseppe, accanto a lui, gli rispose: "Ci vediamo dalla Giorgina, alla fine del turno... Così ne parliamo, e non lasciarti scappare una parola di troppo con gli altri. Qui non ci si può fidare di niente e nessuno"
Il compagno annuì, pensieroso, dopo aver lanciato un ultimo sguardo al sorvegliante che si stava allontanando.
Il rumore nello stanzone era assordante e i due operai erano riusciti a scambiare tra loro quelle poche parole soltanto approfittando di una fase della lavorazione che li obbligava a compiere il lavoro, anche se per pochi minuti, fianco a fianco.
Intanto Gualtiero era tornato nel suo ufficio. La Rosina alzò la testa dal fascicolo che stava esaminando e lo fissò interrogativa. Gualtiero, irritato, si lasciò cadere pesantemente sulla seggiola dietro alla scrivania passandosi una mano sulla faccia sudata. "Ci brucerà i polmoni questo fumo, vacca ladra!", poi, con fare imperioso "Passami il fascicolo di Primo Modotti" le disse.
Lei si alzò, la gonna stretta, tesa sui fianchi rotondi, che lasciava indovinare le cosce piene, bianche come il latte. Aveva, la Rosina, la pelle chiarissima, quasi diafana, tipica delle donne dai capelli rossi. Non era particolarmente bella, ma era giovanissima e soda, come una mela appena staccata dal ramo. E quella spruzzata di lentiggini sul viso la vivacizzava, dando ai suoi occhi un calore di miele. Gualtiero la seguiva con lo sguardo ogni volta che si muoveva nella stanza e, quando gli passava accanto, ne fiutava l'odore, socchiudendo gli occhi e immaginandola in sottoveste, quella sottoveste di cui intravedeva il pizzo quando, prendendo appunti, lei appoggiava il quaderno sulle gambe accavallate.
Aprì il fascicolo: sapeva parecchio di Primo... Era da tempo che lo seguiva; conosceva le sue abitudini, chi frequentava all'interno dello stabilimento... Sapeva tutto, o quasi, della sua ragazza, della famiglia da cui proveniva. All'uscita dal lavoro, spesso, si fermava all'osteria della Giorgina a prendere un bicchiere di vino e, si sa, il vino scioglie la lingua!
Gualtiero ridacchiò soddisfatto pensando che era sempre stato abile a collocare le trappole in campagna mentre, scartabellando tra i fascicoli, faceva una lista dei frequentatori abituali, e non, dell'osteria della Giorgina e segnava, siglandoli, i nomi di coloro che conoscevano Primo.
"Posso andare?" chiese timidamente la segretaria, distogliendo Gualtiero dai suoi pensieri e riportandolo alla realtà.
Lo stabilimento, ormai vuoto, era silenzioso; poche le luci accese a indicare ancora qualcuno al lavoro.
Fatto un cenno d'assenso, senza nemmeno alzare gli occhi, sentì sbattere la porta dell'ufficio; soddisfatto si concentrò su quanto stava facendo, mentre nella sua testa prendeva forma la trappola che, secondo lui, avrebbe potuto incastrare Primo.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/08/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata.html
Lei si alzò, la gonna stretta, tesa sui fianchi rotondi, che lasciava indovinare le cosce piene, bianche come il latte. Aveva, la Rosina, la pelle chiarissima, quasi diafana, tipica delle donne dai capelli rossi. Non era particolarmente bella, ma era giovanissima e soda, come una mela appena staccata dal ramo. E quella spruzzata di lentiggini sul viso la vivacizzava, dando ai suoi occhi un calore di miele. Gualtiero la seguiva con lo sguardo ogni volta che si muoveva nella stanza e, quando gli passava accanto, ne fiutava l'odore, socchiudendo gli occhi e immaginandola in sottoveste, quella sottoveste di cui intravedeva il pizzo quando, prendendo appunti, lei appoggiava il quaderno sulle gambe accavallate.
Aprì il fascicolo: sapeva parecchio di Primo... Era da tempo che lo seguiva; conosceva le sue abitudini, chi frequentava all'interno dello stabilimento... Sapeva tutto, o quasi, della sua ragazza, della famiglia da cui proveniva. All'uscita dal lavoro, spesso, si fermava all'osteria della Giorgina a prendere un bicchiere di vino e, si sa, il vino scioglie la lingua!
Gualtiero ridacchiò soddisfatto pensando che era sempre stato abile a collocare le trappole in campagna mentre, scartabellando tra i fascicoli, faceva una lista dei frequentatori abituali, e non, dell'osteria della Giorgina e segnava, siglandoli, i nomi di coloro che conoscevano Primo.
"Posso andare?" chiese timidamente la segretaria, distogliendo Gualtiero dai suoi pensieri e riportandolo alla realtà.
Lo stabilimento, ormai vuoto, era silenzioso; poche le luci accese a indicare ancora qualcuno al lavoro.
Fatto un cenno d'assenso, senza nemmeno alzare gli occhi, sentì sbattere la porta dell'ufficio; soddisfatto si concentrò su quanto stava facendo, mentre nella sua testa prendeva forma la trappola che, secondo lui, avrebbe potuto incastrare Primo.
(continua... )
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giovedì 4 agosto 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°29)
Era cominciata così... Poche parole pronunciate all'orecchio, un nome sussurrato... Poi, Gualtiero aveva abbandonato del tutto il lavoro di operaio, occupandosi soltanto del controllo del prodotto ma, soprattutto, occhieggiando in giro. Fiutando l'aria come un segugio aveva riprovato sensazioni dimenticate, le stesse vissute dal ragazzino, appena fatto uomo, che, fucile a tracolla, si alzava alle prime luci dell'alba per acquattarsi tra i canneti... In attesa, paziente allora come oggi, convinto che una sagoma nera avrebbe sicuramente trafitto l'azzurro del cielo, per essere inseguita e raggiunta dal colpo sparato dal suo fucile.
"Allora Primo, come andiamo oggi? E' ricominciata la nebbia eh... Fuori c'è un 'fisso' che non si vede oltre il proprio naso... "
"Hmm... " aveva grugnito in risposta l'uomo seduto accanto al banchetto, la testa china sul pezzo sul quale stava lavorando, prima di alzare gli occhi e lasciar scorrere lo sguardo sul sorvegliante, dicendo: "Sta arrivando l'autunno, gli uccelli cominceranno a migrare... Eh capo, se li ricorda quei cieli neri di uccelli migratori? Bastava alzare il fucile, sparare, e venivano giù come neve, come grandine".
Primo era uno degli operai da tenere sotto controllo: era furbo e coraggioso. Veniva dalla campagna, come lui, aveva fatto il bracciante agricolo e Gualtiero, anche se vagamente, lo ricordava. Soppiantato Bepi, il precedente sorvegliante, ora era lui, Gualtiero, a occupare l'ufficio al primo piano, con il suo nome sulla porta e, dentro, la Rosina, la sua segretaria, a dar luce alla stanza con la sua chioma rossa e ad aggiornare i fascicoli, intestati ai singoli operai. Quello riguardante Primo era uno dei più pesanti: contrassegnato con una stellina rossa, era oggetto di frequenti controlli e, appena due giorni prima, dopo averlo ripreso in mano, Gualtiero vi aveva segnato a matita un punto di domanda.
Era stato programmato un comizio al quale avrebbero partecipato i più importanti gerarchi di Mussolini. L'apparato locale, preposto alla sicurezza, era stato allertato e Gualtiero aveva partecipato all'ultima riunione.
C'era stata una soffiata, un loro informatore aveva sentito qualcosa... Voci, peri il momento soltanto voci di una possible aggressione, ma bisognava vigilare, stare attenti; indagare, senza dare nell'occhio, seguendo tutte le piste.
Il segugio aveva fiutato la preda, ma non l'aveva ancora scovata.
(continua...)
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_25.html
"Allora Primo, come andiamo oggi? E' ricominciata la nebbia eh... Fuori c'è un 'fisso' che non si vede oltre il proprio naso... "
"Hmm... " aveva grugnito in risposta l'uomo seduto accanto al banchetto, la testa china sul pezzo sul quale stava lavorando, prima di alzare gli occhi e lasciar scorrere lo sguardo sul sorvegliante, dicendo: "Sta arrivando l'autunno, gli uccelli cominceranno a migrare... Eh capo, se li ricorda quei cieli neri di uccelli migratori? Bastava alzare il fucile, sparare, e venivano giù come neve, come grandine".
Primo era uno degli operai da tenere sotto controllo: era furbo e coraggioso. Veniva dalla campagna, come lui, aveva fatto il bracciante agricolo e Gualtiero, anche se vagamente, lo ricordava. Soppiantato Bepi, il precedente sorvegliante, ora era lui, Gualtiero, a occupare l'ufficio al primo piano, con il suo nome sulla porta e, dentro, la Rosina, la sua segretaria, a dar luce alla stanza con la sua chioma rossa e ad aggiornare i fascicoli, intestati ai singoli operai. Quello riguardante Primo era uno dei più pesanti: contrassegnato con una stellina rossa, era oggetto di frequenti controlli e, appena due giorni prima, dopo averlo ripreso in mano, Gualtiero vi aveva segnato a matita un punto di domanda.
Era stato programmato un comizio al quale avrebbero partecipato i più importanti gerarchi di Mussolini. L'apparato locale, preposto alla sicurezza, era stato allertato e Gualtiero aveva partecipato all'ultima riunione.
C'era stata una soffiata, un loro informatore aveva sentito qualcosa... Voci, peri il momento soltanto voci di una possible aggressione, ma bisognava vigilare, stare attenti; indagare, senza dare nell'occhio, seguendo tutte le piste.
Il segugio aveva fiutato la preda, ma non l'aveva ancora scovata.
(continua...)
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Che spettacolo pietoso
Il Paese precipita - elencare i numeri del disastro sarebbe un'operazione superflua, essendo la situazione sotto gli occhi di chiunque voglia prenderne atto - e il Presidente del Consiglio che cosa fa, che cosa dice al Parlamento e alla Nazione? Balbetta, farfuglia, promette...
Non una parola di scusa per quanto fatto, e soprattutto non fatto, in anni di governo... Ma chi se ne frega, a questo punto, di un pentimento (tardivo), sono altri i problemi, altre le urgenze.
Ci aspettavamo un piano per arginare la crisi, o almeno tentare di farlo. Invece nulla. Promesse, soltanto promesse. Vaghe.
Negli occhi dell'uomo, che finge sicurezze che più non ha, la paura... La paura che la poltrona, lo scranno cui s'aggrappa, si trasformi in nudo tavolaccio di cella, come la carrozza di Cenerentola in zucca allo scoccare della mezzanotte.
E questo, questo sarebbe l'uomo che dovrebbe salvarci dal disastro? Diminuendo il numero delle auto blu in circolazione? Accorciando di una settimana le dorate vacanze dei parlamentari?
Se divario c'è stato fra cittadini e politica, non è mai stato così profondo.
Incolmabile.
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discorso di Berlusconi
lunedì 25 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°28)
Marilena ricordava bene quella notte, ricordava l'angoscia che aveva provato e la sensazione, sconvolgente, di non sapere più con chi avesse a che fare. Chi era Gualtiero? Il timido, rassicurante compagno tra le cui braccia aveva trovato amore e sicurezza? Oppure uno di quei violenti, brutali "picchiatori" che, come diavoli neri, scorrazzavano per la campagna, aggredendo e pestando contadini inermi, colpevoli soltanto di non pensarla come loro?
Quanto le aveva fatto comodo propendere per la prima ipotesi, attribuendo all'influenza di Desmo, che Gualtiero subiva senza riuscire a elaborare una scelta critica che fosse sua, quella partecipazione ad azioni che lei non capiva o addirittura disapprovava.
Allora, l'angoscia che aveva provato, i suoi pianti, la minaccia di lasciarlo, avevano finito per indurre il marito a rinunciare a quelle spedizioni, sì, così le chiamavano, spedizioni punitive, ma lui non era mai riuscito a perdonarla del tutto, anche se non aveva mai più voluto affrontare con lei l'argomento.
Poi era morto Desmo e la vecchia ferita si era riaperta. Furente, Gualtiero le aveva urlato tutta la sua rabbia, le aveva gridato che era stato per colpa sua (di lei, donnetta timorosa e possessiva, ignorante della vita, della politica, priva di sogni, del "grande Sogno" di un Paese nuovo, fatto di uomini nuovi) che lui non si era trovato accanto a Desmo, l'amico, il fratello, il confidente con cui aveva condiviso tutto, in quella maledetta notte, o giorno, in cui qualcuno l'aveva aggredito alle spalle. Dov'era, dov'era in quella maledetta notte? Rintanato tra le sue bianche braccia, a rotolarsi nel proprio letto, soddisfatto e sicuro come un maiale quando si rotola nel pantano merdoso del suo recinto!
Quel giorno il marito l'aveva guardata con occhi diversi, estranei, facendo riaffiorare in lei il dolore di abbandoni relegati nella parte più oscura dell'anima. Quel giorno una fessura, diventata crepa, aveva incrinato il loro rapporto rendendolo paradossalmente più forte, perché la paura di tornare a essere soli, da quel momento, aveva superato il desiderio di essere insieme. I bisogni prevalendo sui desideri avevano minato alle radici la loro storia.
Che significato poteva avere quell'offerta di lavoro che era stata fatta al marito? Cosa aveva accettato di fare? Di diventare? In quel Paese dove il controllo dello Stato si faceva di giorno in giorno più invasivo, dove la propaganda urlava violenta o ronzava in sottofondo, persuasiva, cosa aveva accettato di fare Gualtiero se non lo spione, lo spione a pagamento?
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_24.html
Quanto le aveva fatto comodo propendere per la prima ipotesi, attribuendo all'influenza di Desmo, che Gualtiero subiva senza riuscire a elaborare una scelta critica che fosse sua, quella partecipazione ad azioni che lei non capiva o addirittura disapprovava.
Allora, l'angoscia che aveva provato, i suoi pianti, la minaccia di lasciarlo, avevano finito per indurre il marito a rinunciare a quelle spedizioni, sì, così le chiamavano, spedizioni punitive, ma lui non era mai riuscito a perdonarla del tutto, anche se non aveva mai più voluto affrontare con lei l'argomento.
Poi era morto Desmo e la vecchia ferita si era riaperta. Furente, Gualtiero le aveva urlato tutta la sua rabbia, le aveva gridato che era stato per colpa sua (di lei, donnetta timorosa e possessiva, ignorante della vita, della politica, priva di sogni, del "grande Sogno" di un Paese nuovo, fatto di uomini nuovi) che lui non si era trovato accanto a Desmo, l'amico, il fratello, il confidente con cui aveva condiviso tutto, in quella maledetta notte, o giorno, in cui qualcuno l'aveva aggredito alle spalle. Dov'era, dov'era in quella maledetta notte? Rintanato tra le sue bianche braccia, a rotolarsi nel proprio letto, soddisfatto e sicuro come un maiale quando si rotola nel pantano merdoso del suo recinto!
Quel giorno il marito l'aveva guardata con occhi diversi, estranei, facendo riaffiorare in lei il dolore di abbandoni relegati nella parte più oscura dell'anima. Quel giorno una fessura, diventata crepa, aveva incrinato il loro rapporto rendendolo paradossalmente più forte, perché la paura di tornare a essere soli, da quel momento, aveva superato il desiderio di essere insieme. I bisogni prevalendo sui desideri avevano minato alle radici la loro storia.
Che significato poteva avere quell'offerta di lavoro che era stata fatta al marito? Cosa aveva accettato di fare? Di diventare? In quel Paese dove il controllo dello Stato si faceva di giorno in giorno più invasivo, dove la propaganda urlava violenta o ronzava in sottofondo, persuasiva, cosa aveva accettato di fare Gualtiero se non lo spione, lo spione a pagamento?
(continua... )
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domenica 24 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°27)
Il silenzio alimenta i segreti, li fa crescere, rendendoli di giorno in giorno più potenti, invincibili perché conservati senza nemmeno sfiorarli, mai!, come trine preziose che l'esposizione alla luce potrebbe far dissolvere - pensò Marilena. Non c'è famiglia che non ne serbi qualcuno, nascosto, come i gioielli di casa, da qualche parte. In fondo, a volerli cercare, si troverebbero e... chissà, portati alla luce, scoperti, si rivelerebbero per ciò che drammaticamente ma realmente sono, smettendo di alimentarsi di fantasie, di costituire alibi, di giustificare un attaccamento al passato dovuto alla mancanza di coraggio che lo sforzo di costruirsi un futuro richiede.
Lei aveva cercato di sapere qualcosa di più sulla morte di Desmo ma, ogni volta che al paese aveva fatto il suo nome, o non aveva ricevuto risposta o si era dovuta accontentare di quella che era, ormai da anni, la versione ufficiale: quella fornita dalla Gendarmeria che aveva indagato sulla morte di Desmo, trovato ucciso nel bosco, colpito da una fucilata alla schiena. E non avevano dato prova di grande fantasia, i gendarmi, incolpando del fatto un improbabile cacciatore che, in quella tersa mattina si primavera avanzata, avrebbe sparato per errore... prendendo quel ragazzone biondo per un fagiano o, data la sua stazza, per un cervo. In campagna!
Certamente Gualtiero sapeva, doveva sapere... e, soprattutto, doveva avere avuto la sua parte di colpa o responsabilità in ciò che era avvenuto. Lei ricordava - erano già fidanzati - che l'unica volta in cui Gualtiero aveva partecipato a una spedizione punitiva contro i "Rossi", era ritornato sconvolto. Sorretto da Desmo, una spalla slogata, fradicio di sudore, si era accasciato sul letto, piombando in un sonno popolato da incubi. Aveva delirato, mormorando frasi sconnesse, bruciato dalla febbre, per tutta la notte, e lei aveva dovuto chiamare il medico, non sapendo più che cosa fare per calmarlo. Il dottor Bergonzi era arrivato appena al mattino, sconvolto dalla stanchezza, borbottando su quella notte d'inferno che l'aveva visto correre da un casolare all'altro a "rappezzare teste". Sì, aveva detto proprio così, aggiungendo, mentre scuoteva quel suo testone calvo, accarezzandolo con la mano "E servirà a ben poco, perché io posso aggiustare teste, non cambiare ciò che contengono e il male peggiore è rintanato lì ed è incurabile".
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_23.html
Lei aveva cercato di sapere qualcosa di più sulla morte di Desmo ma, ogni volta che al paese aveva fatto il suo nome, o non aveva ricevuto risposta o si era dovuta accontentare di quella che era, ormai da anni, la versione ufficiale: quella fornita dalla Gendarmeria che aveva indagato sulla morte di Desmo, trovato ucciso nel bosco, colpito da una fucilata alla schiena. E non avevano dato prova di grande fantasia, i gendarmi, incolpando del fatto un improbabile cacciatore che, in quella tersa mattina si primavera avanzata, avrebbe sparato per errore... prendendo quel ragazzone biondo per un fagiano o, data la sua stazza, per un cervo. In campagna!
Certamente Gualtiero sapeva, doveva sapere... e, soprattutto, doveva avere avuto la sua parte di colpa o responsabilità in ciò che era avvenuto. Lei ricordava - erano già fidanzati - che l'unica volta in cui Gualtiero aveva partecipato a una spedizione punitiva contro i "Rossi", era ritornato sconvolto. Sorretto da Desmo, una spalla slogata, fradicio di sudore, si era accasciato sul letto, piombando in un sonno popolato da incubi. Aveva delirato, mormorando frasi sconnesse, bruciato dalla febbre, per tutta la notte, e lei aveva dovuto chiamare il medico, non sapendo più che cosa fare per calmarlo. Il dottor Bergonzi era arrivato appena al mattino, sconvolto dalla stanchezza, borbottando su quella notte d'inferno che l'aveva visto correre da un casolare all'altro a "rappezzare teste". Sì, aveva detto proprio così, aggiungendo, mentre scuoteva quel suo testone calvo, accarezzandolo con la mano "E servirà a ben poco, perché io posso aggiustare teste, non cambiare ciò che contengono e il male peggiore è rintanato lì ed è incurabile".
(continua... )
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sabato 23 luglio 2011
Storia di nebbie e acquitrini (puntata n°26)
"Mi sarei aspettato un po' più di entusiasmo da parte tua" disse Gualtiero.
Marilena cominciò a mangiare, in silenzio.
"Si può sapere cosa c'è?"
La moglie non alzava la testa dal piatto.
"Parla, boia d'un mond laeder!" urlò Gualtiero, alzandosi da tavolo, dopo avere scaraventato il tovagliolo sulla tavola. Mentre lui percorreva la cucina a lunghi passi, avanti e indietro, come un animale in gabbia, lei cominciò a parlare: "Perché mi devi sempre umiliare in questo modo? A te un figlio sarebbe servito solo a far carriera, ma per me, per me, sarebbe stato un bambino mio, un bambino da tenere tra le braccia, da amare. Negli anni in cui ho insegnato ho potuto illudermi che quei ragazzini fossero un po' miei... ma ora, ora sono sola e... "
"E io chi sono? Nessuno!" la interruppe il marito, avvicinandosi e allungando una mano per cingerle le spalle. Ma lei, in piedi come lui, si sottrasse brusca a quel contatto, voltandosi a fronteggiarlo e dicendo: "Credi non veda gli sguardi di commiserazione delle donne della tua famiglia, tua madre in testa? Pensi sia cieca o stupida? Vorrei ricominciare a insegnare: era di questo che oggi, quando sei rientrato... "
"Non se ne parla nemmeno" l'interruppe Gualtiero. Perentorio.
"Hai la fortuna di avere un marito in grado di mantenerti, e non è una fortuna da poco. Avrei voluto dei figli anch'io, cosa credi? Vengo da una famiglia contadina e sono un fascista, un fascista convinto. Ti ricordi cosa diceva Desmo? Diceva che i nostri figli avrebbero avuto un mondo migliore, e che noi, con il Duce, l'avremmo costruito... Ecco, oggi, io... "
Marilena lo guardò, pallida: "Desmo, il Duce... non sai dire altro. Apri gli occhi, Gualtiero, apri gli occhi. E, visto che oggi è il giorno della verità, parliamo di Desmo: dimmi cos'è successo? Perché è morto e chi l'ha ucciso?"
Gualtiero impallidì; poi, con una voce che lei non gli conosceva, le rispose: "Non farmi domande su Desmo: non voglio parlarne. Non posso, non posso, hai capito!"
"Perché?" lei insistette.
"Non servirebbe a nulla. Potessimo tornare indietro... "
"Ma tu cosa... cosa hai fatto?"
E Marilena lo guardò pallida, aggiungendo: "Ha a che fare con Ninetto questa storia, è vero?"
Gualtiero annuì, lo sguardo che si faceva fosco, indecifrabile.
"Parlamene... "
Il marito scosse la testa.
"Parlamene... "
Gualtiero le girò le spalle e, dopo aver bestemmiato, uscì dalla cucina, trascinando i piedi mentre Marilena crollava a sedere su una seggiola, pallidissima.
(continua... )
http://falilulela.blogspot.com/2011/07/storia-di-nebbie-e-acquitrini-puntata_22.html
Marilena cominciò a mangiare, in silenzio.
"Si può sapere cosa c'è?"
La moglie non alzava la testa dal piatto.
"Parla, boia d'un mond laeder!" urlò Gualtiero, alzandosi da tavolo, dopo avere scaraventato il tovagliolo sulla tavola. Mentre lui percorreva la cucina a lunghi passi, avanti e indietro, come un animale in gabbia, lei cominciò a parlare: "Perché mi devi sempre umiliare in questo modo? A te un figlio sarebbe servito solo a far carriera, ma per me, per me, sarebbe stato un bambino mio, un bambino da tenere tra le braccia, da amare. Negli anni in cui ho insegnato ho potuto illudermi che quei ragazzini fossero un po' miei... ma ora, ora sono sola e... "
"E io chi sono? Nessuno!" la interruppe il marito, avvicinandosi e allungando una mano per cingerle le spalle. Ma lei, in piedi come lui, si sottrasse brusca a quel contatto, voltandosi a fronteggiarlo e dicendo: "Credi non veda gli sguardi di commiserazione delle donne della tua famiglia, tua madre in testa? Pensi sia cieca o stupida? Vorrei ricominciare a insegnare: era di questo che oggi, quando sei rientrato... "
"Non se ne parla nemmeno" l'interruppe Gualtiero. Perentorio.
"Hai la fortuna di avere un marito in grado di mantenerti, e non è una fortuna da poco. Avrei voluto dei figli anch'io, cosa credi? Vengo da una famiglia contadina e sono un fascista, un fascista convinto. Ti ricordi cosa diceva Desmo? Diceva che i nostri figli avrebbero avuto un mondo migliore, e che noi, con il Duce, l'avremmo costruito... Ecco, oggi, io... "
Marilena lo guardò, pallida: "Desmo, il Duce... non sai dire altro. Apri gli occhi, Gualtiero, apri gli occhi. E, visto che oggi è il giorno della verità, parliamo di Desmo: dimmi cos'è successo? Perché è morto e chi l'ha ucciso?"
Gualtiero impallidì; poi, con una voce che lei non gli conosceva, le rispose: "Non farmi domande su Desmo: non voglio parlarne. Non posso, non posso, hai capito!"
"Perché?" lei insistette.
"Non servirebbe a nulla. Potessimo tornare indietro... "
"Ma tu cosa... cosa hai fatto?"
E Marilena lo guardò pallida, aggiungendo: "Ha a che fare con Ninetto questa storia, è vero?"
Gualtiero annuì, lo sguardo che si faceva fosco, indecifrabile.
"Parlamene... "
Il marito scosse la testa.
"Parlamene... "
Gualtiero le girò le spalle e, dopo aver bestemmiato, uscì dalla cucina, trascinando i piedi mentre Marilena crollava a sedere su una seggiola, pallidissima.
(continua... )
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