lunedì 21 dicembre 2009

Racconto a puntate (La vita cambia)

Il marito accanto a lei allungò una mano ad accarezzarle la guancia, distogliendola dai suoi pensieri. “Siamo quasi arrivati. Sei stanca?” le chiese.
Ludovica non rispose, intenta com’era a ricordare.
Intorno a loro il paesaggio era cambiato, mutato in quello tipico lagunare. Gabbiani si alzavano in volo, stridendo. Dopo aver lasciato la macchina nel parcheggio alle porte della città, in pochi minuti si ritrovarono nelle vie strette di quella Venezia che tanto le ricordava la geometria del ghetto che a Trieste da bambina era solita attraversare per arrivare alla casa di sua nonna. Identica la mancanza di luce, l’arcobaleno dei panni stesi ad asciugare, le rachitiche piante sugli stretti davanzali. Percorsero le calli incrociando canali che esibivano casa ferite dall’acqua, macchiate di muffa verdastra che intaccando l’intonaco ne facevano affiorare l’ossatura in pietra o mattoni. Come i santi portati a spalla tra i fumi d’incenso di una processione, la città le ondeggiava davanti agli occhi, avvolta nella nebbia che ne sfumava i contorni mentre quel frangersi leggero dell’onda, a scardinare cocciuta qualsiasi cosa ferma, vibrava nell’aria, confondendosi con la parlata molle, strascicata, rigorosamente dialettale dei suoi abitanti, quasi a voler rivendicare quel passato da gran dama che può ancora imporre le sue debolezze come scelte. Perché se l’acqua che cingeva Trieste, la sua città, era ampiezza, respiro, promessa di avventura e di fuga, a Venezia, umida e stantia, l’acqua assediava e non incorniciava, città nella città colmava i suoi canali, circondava, mormorando e sussurrando, le sue fondamenta. In quell’acqua di laguna stantia, la città si specchiava, riflettendosi con i suoi eccessi di ori, smalti, e pallidi marmi traforati come pizzi. Splendida e decadente, fondale perfetto per il gioco delle maschere e per quella cerimonia degli addii che in quella notte avrebbe sancito la sua rinuncia ai grandi spazi e la sottomissione al ruolo di moglie e madre in cambio di serenità e sicurezza.
Nell’albergo vicino al Ponte di Rialto, in quella stanza che si affacciava sul Canal Grande, togliendosi lentamente le forcine dai capelli, la gola piena di colomba che si rovesciava all’indietro sotto il peso dei capelli mentre il marito impaziente le slacciava i bottoncini dell’abito, Ludovica, inconsciamente seduttiva, si sottrasse al suo abbraccio ridendo, ma quasi cercando rassicurazioni su quel suo corpo di donna che la maternità già espropriava del suo ancora incredulo potere di seduzione.
Dopo, nella stanza in penombra, appena rischiarata dalle luci che rimbalzando sull’acqua schizzavano colori illuminando la notte, gli sussurrò: “Vieni, vieni qui…”
Lui, intento a sollevare i coperchi della cena che si erano fatti servire in camera, annusando i vapori che salivano dai piatti, le chiese “Hai fame?”.
“No, sono solo stanca” rispose Ludovica, socchiudendo gli occhi mentre, sollevato il coperchio della zuppiera, lui affondava il cucchiaio nella zuppa di funghi. Attraverso le palpebre socchiuse l’osservò vuotare un piatto dietro l’altro.
Fuori, nell’oscurità tiepida dei canali, le sagome delle gondole danzavano sull’acqua, curvilinee come fianchi di donne. Intorno a loro la città degli amanti esalava sospiri e desideri.
Era quello l’amore coniugale? (continua...)

sabato 19 dicembre 2009

Corpo malato

Era sottile ma elastico, le gambe nervose con quei piedi che tu una volta, ridendo, avevi definito "da santa" e io da quel momento non li aveva più odiati, quei miei piedi nervosi, sempre pronti alla fuga, che mal sopportavano quelle mie pause, accartocciata e quasi fatta su nella coperta a leggere. Era schivo, non amava la luce bianca dell'estate, nemmeno quella fasulla della lampada che sembrava svelare tutto di lui, ogni rossore, ogni traccia di stanchezza, l'impronta che ogni anno il tempo lasciava sulla pelle, all'inizio un'ombra appena, poi una ruga, quindi un marchio a fuoco per farlo scomparire, oh non dal mondo, dai tuoi occhi che solo quel marchio avvertivano dell'ectoplasma trasparente che l'aveva ingoiato.
Era però ancora forte: un po più lento, più paziente nell'attesa, meno insofferente alle regole e più attento, capace di sguardi obliqui, diretti, lunghi e capaci di cogliere il particolare, di soppesarlo, indifferente alla corsa degli altri intorno a lui. Più autonomo nelle scelte. Quando ancora poteva scegliere, lui, di tenere testa alla vita. Era. Era tutto ciò che più non è. Lui.

Racconto a puntate (La vita cambia)

Tra abbracci e manate sulla schiena erano partiti, in un sussurrio di 'auguri' e 'fate i bravi' nonché un 'Dio vi benedica' sentito prima di scomparire nella macchina del marito.
Ludovica sfiorò la fede all’anulare e, dopo essersi massaggiata le caviglie indolenzite, si rilassò pensando che quel loro osteggiato matrimonio finalmente era stato celebrato. Lo ricordava bene il giorno in cui sua madre l’aveva convocata per risolvere il pasticcio che aveva combinato, l’imbarazzo per quel bambino che era ormai una certezza e, di fronte al suo rifiuto di abortire, quella frase “Qui non ti voglio” e i suoi occhi mentre aggiungeva “La gente… ” senza nemmeno darsi la pena di chiederle come stesse. Ricordava anche il silenzio di suo padre, per una volta stranamente d’accordo con la moglie e la porta d’ingresso che si era chiusa alle loro spalle con un rumore secco. Tra le due famiglie era intercorso un tacito accordo: tagliare prima di tutto i viveri ai due ragazzi, ma Giovanni era riuscito a ottenere una supplenza annuale e il parentado era stato costretto a rassegnarsi a quel matrimonio. Quando Giovanni l’aveva portata a conoscere la sua famiglia, lei era piombata in un mondo fuori dal tempo in quel paese sperduto tra le montagne, tra cimeli fascisti, parenti nobili assai e contadine ossequiose che la chiamavano con riverenza donna Ludovica facendola scoppiare in risate che risuonavano moltiplicandosi nei saloni polverosi del vecchio palazzo. La famiglia del marito aveva esibito una presunta nobiltà, aprendo i saloni del maniero – la casa dalle cento stanze, come veniva chiamata nel paese - e indicandole nei quadri alle pareti ammiragli, alti prelati, nobili di campagna e, per ultimo, meraviglia delle meraviglie, perfino un papa. Lei, studentessa triestina figlia di un comunista, nemmeno cresimata e pure incinta, piombata in famiglia con il chiaro intento, secondo loro, di accalappiare il futuro marito per entrare a far parte di prepotenza di un mondo che non le spettava, era stata considerata una vera iattura. Pur intimidita da tanto splendore, non aveva potuto fare a meno però di notare che il palazzo crollava a pezzi, sopraffatto dalle macchie di umidità nonché dalla necessità di urgentissimi lavori di restauro.
Avevano cercato di educarla quanto più rapidamente fosse possibile: a non alzarsi quando una donna anziana ma a lei socialmente inferiore entrava nel salotto per conoscerla, a non mettersi lo smalto sulle unghie, nemmeno quello rosa naturale, a non presentarsi, come aveva fatto precipitando nel più nero imbarazzo i presenti, nelle “cantine” dove gli uomini bevevano e chiacchieravano, quasi si trattasse di una pasticceria per signore. Le avevano anche raccomandato di non uscire a vagabondare per il paese e soprattutto di non fermarsi a chiacchierare da sola con uomini.
Il giorno in cui senza curarsi dei consigli ricevuti l’aveva fatto, al suo ritorno aveva trovato la suocera in lacrime attorniata dalle zie stupefatte per il suo comportamento.
Giovanni era sgattaiolato sottraendosi allo scontro lungo la scala che portava alla cantina e quando lei aveva cercato di seguirlo si era trovata davanti la zia del marito a sbarrarle la strada, la schiena sulla porta e le braccia allargate a impedirle di mettere a repentaglio la sua reputazione seguendolo nella cantina dove lo aspettavano gli amici. Non aveva dato eccessivo peso a ciò che aveva visto, limitandosi a sorridere, seccata soltanto per la scarsa attenzione che il promesso sposo le riservava, impegnato com’era a passare le serate e le giornate in compagnia dei ragazzi del luogo con i quali era cresciuto condividendone la passione per la caccia, le nuotate nel fiume e le serate di bisboccia che si protraevano fino all’alba.

mercoledì 16 dicembre 2009

Pinocchio insegna

Il pino, solitario 007 di guardia davanti mia alla finestra, è bianco di neve e la gatta esita sul davanzale, prima di rientrare e accoccolarsi sulla stampante, gli occhi gialli spiritati che cercano conforto, o forse riflettono soltanto il mio bisogno di conforto. E' passata la Finanziaria, gli evasori fiscali hanno ricevuto il cadeau natalizio dal governo Berlusconi: i proventi d'impresa sottratti al Fisco potranno rientrare, pagare una miseria, e essere spesi allegramente o investiti. Tutto ciò mentre l'imposizione fiscale sui redditi da lavoro rende necessariamente virtuosi, tramite il marchingegno della ritenuta alla fonte da parte del datore di lavoro, operai e impiegati, infischiandosene del principio di eguaglianza del dettato costituzionale che non prevede certo che i cittadini siano diversi davanti al fisco. Il Ministro dell'Economia Tremonti ha spiegato che lo Scudo Fiscale favorirà la ripresa dei consumi, degli investimenti nonché l'afflusso di risparmio alle banche.
Inutile rilevare che, per incrementare la liquidità sul mercato, sarebbe stato sufficiente ridurre le aliquote Irpef delle tredicesime, ripristinando almeno parzialmente un'equa tassazione fiscale. Il nostro Tremonti si è preoccupato degli imprenditori e delle banche, alle quali il boccone dei prodotti derivati è andato per traverso, causando perdite di bilancio e difficoltà di raccolta fondi che il ministro ha ritenuto prioritarie rispetto ai problemi di chi ha perso il posto di lavoro o del rispetto del dettato costituzionale.
Inutile rilevare che la legge è passata con il voto di fiducia.
Inutile sottolineare che l'opposizione viene attaccata - (quella poca che non accorre al capezzale dell'Infortunato) come responsabile del clima di violenza che ha portato come conseguenza all'aggressione del Presidente del Consiglio - e zittita.
Inutile rilevare che mentre il Paese va in malora i telegiornali parlano del naso di Berlusconi. Forse perché continua a crescere nonostante la frattura, come Pinocchio insegna?

Il tempo è fatto d'immagini

Una vita, in fondo, si compone di momenti, scaturiti da scelte, imposte o subite, che determinano la qualità di quella vita perché la quantità è data soltanto dallo scorrere dei giorni che collegano, in fila come soldatini tutti eguali, un momento all'altro. Un collage d'immagini fissate nella memoria a perenne ricordo di emozioni profonde in cui, per evitare di esserne travolti, l'attenzione si concentra su particolari apparentemente irrilevanti che per tutta la vita attraverso un suono, un profumo, un sapore ci riporteranno di colpo a quel momento.

Quella tonalità di luce, che pervade l'aria di languore e annuncia l'autunno, sapeva di libri freschi di stampa e quaderni nuovi e, tiepida e raccolta, filtrava attraverso le tapparelle danzando sulla parete. Alla mia sinistra il grembiule, il fiocco e la cartella. Tutto nuovo, lustro per quel mio primo giorno di scuola. E, annidata dentro, la paura di un cambiamento che mi avrebbe strappato all'asilo delle suore, ai compagni che conoscevo, ai giochi sotto il sole nel cortile che lasciva intravedere l'ossatura di due case bombardate.
E' odore di scuola quello dei libri che annuso nello sfarfallio delle pagine fresche di stampa che sfoglio... La scuola, fondale privilegiato di tanta parte della mia vita, con il suo rituale di campanelle che squillano a sancirne la cadenza dei tempi e la polvere di gesso che ti entra nelle narici . L'ho lasciata così come si lascia un amore, conservando sulla pelle l'estraeità di quell'ultimo sguardo che ci scivola addosso e che ci riconsegna all'anonimato della folla. Con dolore, ma anche rabbia. Profonda e mai più tirata fuori.

La guerra è invece una madonna di coccio. Scheggiata. Attirava la mia attenzione, facendomi sospendere il gioco nel cortile delle monache, all'asilo. E io, che ero già allora una bambina pensosa persa in un suo mondo fantastico, ricordo che mi fissavo spesso su quello che restava di una camera da letto dipinta d'azzurro che sembrava un riquadro di cielo in quella casa bombardata che vedevo oltre la recinzione del cortile. Nessuno l'aveva staccata dalla parete, lasciandola lì a custodia delle rovine e nella mia memoria a ricordo incancellabile della guerra.

La strada sotto casa era piena d'ombra e io la percorrevo in fretta, i tacchi che picchiavano sull'asfalto. Anche il cuore picchiava contro le costole. La luce del lampione spioveva dall'alto come una corolla e lui, il mio primo ragazzo, le mani in tasca, i capelli biondi e chiari come quelli di un bambino, aspettava... Protetti dall'ombra della sera, ci baciammo contro il muretto di un giardino. Il suo maglione rosso accendeva la sera, aspra di vento e umidità. Mi avrebbe lasciata dopo pochi anni, gli occhi azzurri taglienti che mi fissavano come se non mi avessero mai vista. La camicia sudata che mi rimandava l'odore della sua pelle che intravedevo tra bottone e bottone, mentre lui mi diceva che si era innamorato di un'altra e le primule sul bordo del fosso erano gialle come la rabbia in quella primavera lontana in cui scoprivo il tormento della gelosia e la stupidità del possesso.

Tulipani di nuovo gialli e rose bianche che il vento scuoteva infrangendosi sui vetri della sala parto... A Trieste i neonati li porta il vento che ti tiene sveglia a sentirne il respiro aspettando l'alba.

E altre immagini si aggiungono a infittire i ricordi, mentre il tempo se ne va e la memoria del presente si fa labile, un po' imprecisa e il passato sembra più ricco, vivido, bello ma è soltanto che siamo passati dal tempo del fare a quello del ricordare. Dalla giovinezza alla vecchiaia, dal vento alla nebbia spessa e umida che tutto ingrigisce della Padania.
“Racconti dal sottobosco” di Silva Ganzitti è un libro per bambini che mi è piaciuto molto. Anche per offrire qualcosa di alternativo ai cartoni animati che imperversano in tv, ho pensato fosse arrivato il momento di mettere in mano ai miei nipoti un libro di favole: ben scritto, per affinare il gusto del bello, con un pizzico di mistero, per renderlo accattivante e illustrato, in omaggio a questa civiltà dell'immagine in cui vivono immersi.
Una ragazzina lungo un sentiero di campagna si ferma a osservare curiosa la vita che scorre davanti ai suoi occhi e diventa la spettatrice privilegiata di tre storie di animali, quelli che che abitualmente animano il sottobosco... e, tra un filo d'erba che il vento piega e una margherita che ondeggia, coglie, in quel microcosmo minuscolo, tratteggiato con fantasia ma anche con precisione dall'autrice, la cattiveria, la paura ma anche l'audacia e il coraggio, tutta la gamma dei sentmenti e delle emozioni che animano il mondo e che il bambino, vivendole , è perfettamento in grado di cogliere, leggendone però una rappresentazione fantastica. Bello!

Racconto a puntate (La vita cambia)

Su Trieste soffiava il vento. A folate, portava l’odore del mare fin lassù, sul sagrato della chiesa medioevale che si stagliava, con il campanile a lato, contro l’azzurro del cielo, quel cielo lustro e terso che solo le città ripulite dalla bora conoscono.
Nell’aria voci si rincorrevano, qualche risata volava via, perdendosi tra le lapidi del cimitero che s’intravedeva oltre la chiesetta.
Lo sposo attendeva, l’abito scuro troppo nuovo e la cravatta color grigio argento che gli dava una sensazione di soffocamento.
Rideva spesso, troppo.
All’interno della chiesa, l’organista provava la marcia nuziale, spaventando i colombi che si aggiravano sul sagrato snidando chicchi di riso sfuggiti alla scopa della perpetua nel matrimonio precedente.
La sposa tardava.
Qualcuno guardava l’orologio.
Una linea invisibile separava gli uni dagli altri: due gruppi si distanziavano, diversi nell’aspetto fisico, nella parlata, nell’atteggiamento. Gente di mare, da una parte: alta, chiara di occhi e di capelli, il dialetto molle, privo di doppie e strascicato, che lasciava traccia di sé anche nell’italiano che affiorava quando si rivolgevano a persone dell’altro gruppo.
Gente di terra gli altri, discendenti di razze montanare, la corporatura solida che negli anni s’inquarta. Scuri di occhi e capelli, bruni di pelle. La parlata meridionale, il tono della voce più alto, un’arroganza nei gesti che ne tradiva l’appartenenza sociale. Impellicciate le donne, i cappelli trattenuti a stento con la mano per evitare che il vento li strappasse facendoli volare nel cielo come aquiloni.
“Eccola!”.
Una macchina, sbucata da dietro l’angolo della stradina che a tornanti saliva dal mare fino alla chiesa, si avvicinava lentamente.
Le ruote, frenando, emisero uno stridio che si confuse con i versi rochi dei gabbiani, mentre la sposa allungava il piede fuori dalla macchina.
Alta e bionda, indossava un cappotto a ruota che non riusciva a nascondere una rotondità sospetta. Tra le mani roselline; sui capelli, annodati e ricascanti a boccoli sulla fronte, una trina preziosa incorniciava il volto giovane, intatto.
Il padre della sposa si avvicinò per darle il braccio, mentre l’organista attaccava con la marcia nuziale.
La sposa, impaziente e poco ligia al cerimoniale, avanzò lungo la breve navata ridacchiando.
Le fotografie, scattate durante la cerimonia, l’avrebbero immortalata in bisbigli, risatine trattenute a stento e stupore. Negli occhi, passeggero come un lampo estivo, lo sconcerto che solo un osservatore molto attento avrebbe potuto scorgere.
“Finché morte non vi separi” tuonò lo zio prete che dal pulpito officiava il rito, lo sguardo che scivolava collerico e indagatore sulla sposa.
Un raggio di sole s’insinuò dalla vetrata trafiggendo la sposa e illuminando il cristo dolente davanti a lei.
Un brivido la scosse.
Si voltò a cercare sua madre con gli occhi incrociandone lo sguardo, ma senza esserne rassicurata.
“Così sia”.
Baci, abbracci, mani sudaticce.
Profumo di tuberose. Sfatte.
L’odore di un matrimonio è quello di un funerale. (continua...)